Il contro ritorno
CONTRORITORNO
Conoscete Castello? E’ un paese medievale sulle verdi colline della Valdelsa che prende il nome dal fiume che scorre fiancheggiato dalla ferrovia. Di qui e di la colline (ubertose mi verrebbe da scrivere memore della leziosità scolastica di una volta) piene di cipressi e vigne che vanno da Poggibonsi a Empoli. Una cittadina tranquilla che raramente, o meglio mai, dà lavoro ai giornalisti di cronaca nera. Un paesone agricolo ancora a misura d’uomo come dicono gli intellettuali di sinistra che in loco abbondano quanto gli ulivi, i carciofi, e le vigne.
Ci sono nato e risieduto a cavallo della guerra mondiale, fino al 1946. Posso dire perciò di avere vissuto l’ultimo capitolo della civiltà contadina italiana. Quando nella sala da pranzo si pranzava solo a Natale dopodiché restava chiusa, ibernata nella mezza luce delle persiane; lucida come quando la portò il mobiliere. Il servizio di cristallo, le posaterie d’argento, i piatti e tegami doni di nozze dei nonni ancora fasciati. Il grande lampadario con metà delle lampadine svitate per non consumare troppa corrente quando si accendeva.
La guerra mondiale da noi arrivò tardi, dopo l’8 settembre 1943 coi soldati che tornavano a casa vestiti di cenci e stracci cambiati con le divise militari. Poi, nel 1944, coi bombardamenti per distruggere il ponte. Distrussero mezzo paese ma quello rimase fiero e integro per farsi distruggere dai tedeschi durante la ritirata nella primavera del 1945. Noi eravamo quasi tutti sfollati come quelli delle città nei cascinali e nelle fattorie dell’immensa campagna toscana. Al passaggio del fronte stavo a Meleto, nella fattoria Canevaro, al riparo da mine e stupri. Cessata la guerra e la paura, sembrò che il nostro mondo contadino fosse ferito a morte. I mezzadri si ribellavano ai fattori. I padroni, duchi e marchesi, a cui prima portavano le galline ora correvano il rischio di essere bastonati. Tutti rossi in attesa di Baffone. Le chiese erano vuote. Quando l’Arcivescovo di Firenze visitò Castello gli presero a sassate la vettura.
Mio Padre disse in famiglia: “Qui tutto va a rotoli. Per sopravvivere bisogna migrare al nord”.
Partì per Genova ospitato da un amico, che l’instradò nel lavoro di camallo, scaricatore in porto delle merci dalle navi. Quando ebbe i soldi per la ‘gioia’ –un esborso cospicuo a chi lasciva libera una casa- chiamò la famiglia presso se.
Avevo sedici anni. A Castello mi divertivo coi carretti, le fionde, la mia banda di ragazzi che al fiume, nei canneti, giocava a Tarzan o le Tigri di Mompracém. Il trapasso in città fu un trauma indicibile. Intanto ero abituato alla lingua italiana parlata da tutti. Capitare in un quartiere dove invece si parlava dialetto –che non capivo- mi diede la sensazione di non essere neppure in Italia. Soffrivo aver perso gli amici, la banda dei tigrotti. Rimpiangevo il capanno costruito nel canneto, i bagni nel fiume Elsa dalla fluente acqua limpida e pulita. Ci volle un paio di anni per sentirmi felice, in una metropoli piena di opportunità, Godere dei bagni in mare come e quanto di quelli nel fiume. Cessarono i pianti di nostalgia, con la scuola mi feci nuovi amici e la vita di castello venne dimenticata. Nella grande città le ragazze erano sconosciute e disponibili, non come al paese che se non andavi dai genitori a fidanzarti in casa non potevi neppure passeggiarci insieme.
Finchè visse nonno Edoardo tornai ogni tanto a Castello. Gli amici dell’infanzia ogni volta li sentivo più sempre più lontani. Forse mi trovavano cambiato, diverso. Così diradai le visite finché morti i nonni non ci tornai più. Passarono quarant’anni senza che pensassi più al paese natio. L’avevo completamente rimosso e non comprendevo la mania di mio padre nel ricordarlo, volerci tornare prima di morire. Quando sono andato in pensione, ed anche su di me è sopraggiunta la vecchiaia, come a lui m’è piombata addosso la voglia di tornare. Ricordavo il sereno ambiente rurale dei pagliai, aie, stalle dei buoi… Le vendemmie e le trebbiature del grano’; le trebbiatrici e i tini dei grappoli pestati a piedi scalzi per fare il vino. Sognavo le colline ubertose (questa volta lo scrivo), l’aria buona, il profumo dell’erba, la schiacciata a colazione, le fette di toscano col rigatino a pranzo, il pinzimonio e la ribollita per cena. La disponibilità della gente toscana alla burla e al chiacchiericcio. L’innato sarcasmo, i buontemponi , la creatività delle stornellate nelle caldi notti di estate … il mondo lasciato quarant’anni prima.
Decisi il ritorno definitivo, il re-insediamento. Ci volle un bel po’ a convincere la moglie. Ma coi figli sistemati, i nostri vecchi scomparsi, potevamo farlo senza scompenso. Preso dalla frenesia andai a ritroso nella strada del padre dopo la guerra. Affittai una bella casa luminosa e traslocammo. Mia moglie s’impuntò sull’appartamento genovese: “Nè s’affitta nè si vende. Non si sa mai”. “Buona idea, magari per le vacanze” convenni “sarà un diversivo passare l’estate a Genova. Infondo è città di mare, e in agosto non c’è inquinamento e caos. I parcheggi sono liberi e le strade del centro in mano ai turisti”.
Ci vollero poche settimane a capire quanto le cose fossero cambiate anche nel paese. Non ci sono più le fiaschettaie davanti alle porte di casa, in gruppo, a chiacchierare impagliando i fiaschi del vino Chianti. La gente, le famiglie, corrono da un paese all’altro a fare lo shopping, gli acquisti. Tutti col telefonino per andare a Firenze con la macchina, tirchi in tutto meno che per la benzina, le schede e ricariche. La domenica, come Genova, il paese resta vuoto. Circolano solo albanesi e marocchini. Castello alberga tanti extracomunitari che ora presidiano loro i Circoli dell’Arci. Gli amici dell’infanzia molti sono morti. Chi vive ha messo su piccole aziende di confezioni, laboratori artigianali, rappresentanze (auto, elettrodomestici, Hi-fi e computer). Sono tutti più agiati di me. Ma, benestanti o meno, tutti passano la sera davanti al televisore come a Genova.
Ho resistito due mesi: “Fai le valigie, domani si riparte”. Mi sentivo estraneo ed il contro ritorno è stata la panacea di questo male. Abbiamo tenuto la casa di Castello: “Non si sa mai” questa volta l’ho detto io: “Ci passeremo le feste e le vacanze… Tanto la televisione possiamo guardarla ovunque. Nella vita che ho ripreso l’unico rammarico è che passeggiare col quadrupede coglionazzo maremmano in città non è la stessa cosa che in campagna. Laggiù il cane faceva con calma e serenità i suoi bisognini. Qui c’è da litigare ogni volta s’accuccia o alza la zampa.
Pier luigi baglioni
Genova, 21 -01- 2010.
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che belle
che belle queste immagini e queste atmosfere che rievochi. Leggendo pensavo, ma è poi vero che il mondo è cambiato in meglio??
Il meglio o il peggio è
Il meglio o il peggio è relativo alle nostre esistenze. E fluisce nella contingenza individuale come l'acqua che scorre.
Per me il meglio era quando ero giovane, e sarà così per tutti quelli che hanno la fortuna di invecchiare bene...
pier luigi
Ho letto molto volentieri questo tuo racconto: Poetico, nostalgico, pacato.
Insomma, mi è piaciuto.
Lo stesso sentimento lo vivo, sul posto, per la Genova di ieri.
Per "ubertose"...ne terrò conto in futuro.
Un abbraccio
Maria Pia
P.S
Spero tu ti sia ristabilito
Genova com'era, Genova com'è.
Ciao, Maria Pia. Hai scelto tre aggettivi per il racconto che calzano benissimo su me stesso (o almeno come vorrei e cerco di essere nella mia stagione del crepuscolo).
Bè, anche io come te posso dire altrettanto sulla Genova com'era, Genova com'è. Anzi mi hai dato l'idea di un racconto nel tema. Io sono giunto in città nel 1946, immediato dopo guerra. C'era ancora il clima dell'occupazione americana; quei bei soldatini con le divise caki attillate e linde tanto ammirati da mia madre ("che bei culoni sodi hanno" diceva) essendo ancora la nostra gente male vestita e molto magra.
Scoprii allora la mia passione per il di jazz che alcuni marines di NY divenuti nostri amici ci facevano ascoltare. Immaginati noi, abituati a Oscar Carboni e Luciano Tajoli; sentire Louis Armstrong in Saint Louis Blues, Gerswhing in Rapsodia in blu, o Duke Ellington in Solitude e Caravan... !
Ricordo nel vagare lungo Sottoripa, nella Maddalena o al Molo, che incocciavo gruppi di camalli a riposo fuori da un'osteria che cantavano in coro i trallalleri... Li ascoltavo con curiosità ma solo ora do loro il valore musicale che hanno raccogliendo vecchi dischi a 78 giri delle 'squadre di canto popolare' che -allora- vendevano le messaggerie musicali ed oggi si trovano sulle bancarelle dell'usato...
quello
che mi ha sempre affascinato del tuo modo di scrivere è il tuo saper miscelare, rendendo appetibili, pezzi di storia eumanità. Il mondo contadino, la guerra, gli antichi sapori ... ti trovo in gran forma e ne sono assai contenta. :-)))
Ciao
Molto intrigante questo...
... spaccato di un'Italia che non c'è più. Già, purtroppo i ricordi che noi (ho 68 anni) cerchiamo di raccontare e colorare, riempiono l'aria di romanticismo e quel tanto che basta di nostalgia per far strabuzzare gli occhi dei lettori ricchi di giovinezza. Però non è la stessa cosa. Il vissuto non è mai uguale al vivere, c'è sempre un taglio che divide il tempo, le mode, le abitudini, i sogni. Anche i paesi e le città. Bisognerebbe che i ricordi raccontati avessero la logica della praticità, di un'effettiva visibilità, come un paese rimasto intatto dal dopoguerra a conferma degli odori e dei sapori di quella natura, di quei sorrisi, di quelle rughe. Tornare indietro oggi per ritrovare ieri è come ricominciare da capo, trovarsi ad affrontare una realtà che solleva solo ombre e delusioni. Quelle che viviamo nel presente e che vorremmo già appartenere al passato. Molto bello. Scritto con il garbo del conoscere e del saper descrivere.
esegesi del 'Controritorno'
Sai dopo 'La ricerca del tempo perduto' di Proust ci vuole un gran coraggio scrivere cose rievocative del tempo e dello spazio... Ciao. Grazie.
Nostalgia senza retorica
Quella del ritorno al passato, in ogni ambito della vita, è una tentazione molto suggestiva, alla quale è meglio opporre resistenza.
Racconto ben scritto, carico di emozioni, che ha un grande pregio: quello di rievocare tempi e luoghi lontani, sfuggendo sapientemente alla retorica, troppo spesso cattiva compagna della nostalgia.
esegesi del 'Controritorno'
Grazie DEPA and QUELLO, con tre pennellate mi avete fatto dono di una critica al mio racconto estremamente gratificante.
Meritereste tutti e tre una cena, anzi un cenacolo letterario naturalmente!
CIAO.
Ah, ma finalmente sei
Ah, ma finalmente sei ritornato! Era tempo che non ti leggevo, e queste tue parole sono molto belle. Un racconto che porta a tempi che non ho conosciuto, ma fa capire quanto sia assurdo il mondo come viene concepito ora.
Bravo.
Un saluto.
Piero
Ciao Anser.
Ho passato alcuni mesi tra i più terribili della mia vita. Credevo di essere giunto al capolinea e l'affetto sopra la normalità che congiunti e parenti mi dimostravano se era piacevole era anche inquietante...
Bravo tu, Anser.