La ragazza nel buio (parte 2/2)
“Non so ancora il tuo nome, come ti chiami?” Sara si era ripresa bene dallo shock iniziale e del piccolo gruppetto, sembrava essere quella più desiderosa di conoscere la giovane. “Io sono Sara.”
“Samantha Ronchi,” rispose questa passando in rassegna prima lei e poi i due ragazzi. Silvia era qualche metro più in là, ferma ancora vicino alla macchina a chiedersi cosa potesse non andare in quella ragazza.
“Okay Samantha, prima di aggiungere altro che ne dici di salire in macchina con noi? Se stiamo qui ancora un po’ rischiamo di congelare!”
In effetti era così e se ne stavano accorgendo anche Mattia e Christian; quest’ultimo però aveva anche un altro pensiero che gli girava per la testa. Un pensiero riguardante il nome della ragazza, che gli sembrava di conoscere; era sicuro di averlo già sentito ma non si ricordava dove.
Probabilmente eravate compagni di scuola, lo tranquillizzò una vocina interiore. In fondo sembrate avere la stessa età. E poi chiediglielo no?
Non lo fece o forse sarebbe stato meglio dire che non ne fu in grado. Era in procinto di farlo, ma quando lei incrociò il suo sguardo le parole gli morirono in gola. Quei dannati fari proiettavano un’immagine della ragazza che, almeno a suo parere, incuteva soggezione; proprio per questo accettò di buon grado l’idea di Sara di tornarsene sulla macchina.
“Sei davvero molto gentile Sara,” disse Samantha mentre tornavano all’auto. “Non avevo mai ricevuto un passaggio fino ad ora.”
“Ma figurati!” rispose lei non capendo bene il significato di quell’ultima frase. “Chiunque l’avrebbe fatto!”
“No, non credo,” replicò la ragazza in tono tetro. Poi volse lo sguardo in direzione di Silvia e sorrise. Agli occhi di quest’ultima apparve piuttosto macabro e iniziò ad indietreggiare mano a mano che l’altra si avvicinava.
“Silvia, che ti prende?” Christian stava osservando i suoi movimenti già da un po’ e la raggiunse. “C’è qualcosa che non va?”
“Lei,” rispose questa indicando Samantha. “E’ lei ad avere qualcosa che non va.” Non le importava di apparire scortese agli occhi dei suoi amici. Dentro di se sentiva una paura mai provata prima, un terrore che si stava facendo largo nelle sue viscere deciso a raggiungere il punto più profondo ed intimo della sua anima. In poco più di qualche minuto aveva raggiunto un livello al limite del sopportabile e ora la sola idea di viaggiare accanto a quella ragazza la faceva impazzire.
Già, perché in un modo o nell’altro era giunta alla conclusione che fosse lei la causa del suo malessere o meglio, la sua presenza nelle immediate vicinanze. Ogni volta che la guardava si sentiva i suoi occhi addosso. Se li immaginava come lunghi tentacoli che cercavano di insinuarsi negli angoli remoti della sua mente facendo riemergere tutte le sue paure più grandi.
“Ma cosa stai dicendo?” la rimproverò Sara. “In che senso qualcosa che non va?”
“Non lo so,” rispose lei allontanandosi ancora. “Mi fa paura, una paura dannata! Cosa ci faceva qui in mezzo alla strada a quest’ora? Dove diavolo stava andando? Sara, non mi convince affatto.”
Christian le era accanto e l’afferrò per le spalle obbligandola a guardare lui. Le parlò sottovoce, non facendosi sentire da nessun altro.
“E’ solo una tua sensazione Silvia. Anche a me è sembrata strana, ma credo siano i fari dell’auto a darle quell’aspetto.”
“Non è solo questo Christian,” replicò lei con voce decisamente più alta. “Non centra l’aspetto; è come se intorno a lei ci fosse un campo di energia negativa. Ho cominciato a sentirlo dal momento in cui l’abbiamo investita.”
Sara ne aveva abbastanza.
“Mi dispiace di aver provocato in lei questo effetto,” disse Samantha con tutta la sincerità di cui disponeva. “Non volevo creare alcun tipo di problema.”
“Non dirlo nemmeno per scherzo Samantha,” la rassicurò Sara. “Tu non centri nulla; la mia amica deve aver bevuto un po’ troppo e non sa cosa sta dicendo.”
“Non sono ubriaca!” intervenne Silvia ma fu subito zittita da un’occhiataccia gelida di Sara.
“Fammi perlomeno il piacere di stare zitta. Ci è già andata bene che non le abbiamo fatto nulla e ora vuoi lasciarla qui? Dovresti vergognarti.”
“Ma io non…”
“Basta!” Sara non era mai stata così arrabbiata prima d’ora. Faticava a riconoscere il comportamento dell’amica, di solito sempre così disponibile verso gli altri. “Smettila di dire cazzate e sali in macchina.”
“Sara, non ti sembra di esagerare?” le domandò Christian schierandosi timidamente dalla parte di Silvia.
“No, non mi sembra. E non ti ci mettere anche tu Chris altrimenti qui rischia di finire male.”
“Vi prego, non litigate per causa mia; non ce n’è bisogno.”
Sara parve ignorarla.
“Chiariamo una cosa. La macchina è mia e che vi piaccia o noi lei ci salirà, quindi fatevene una ragione.”
Nessuno disse più nulla. Era comunque meglio salire in auto con una ragazza che metteva paura piuttosto che restarsene lì fuori al gelo.
“Posso almeno sedermi davanti con te?” domandò Silvia iniziando lentamente ad avvicinarsi. La paura era ancora viva in lei, più che mai, ma il dispiacere del litigio con l’amica ebbe per qualche istante il sopravvento.
“E va bene,” rispose paziente poi, rivolta a Mattia. “Tesoro, ti dispiace salire dietro?”
“Nessun problema, ma ora sbrighiamoci; ho le dita intorpidite dal freddo accidenti.”
Mattia era stato l’unico a non intervenire nella piccola discussione, semplicemente per il fatto che, come la sua fidanzata, non sentiva assolutamente nulla di anormale in quella ragazza.
Samantha si sistemò sul sedile posteriore, in mezzo ai due ragazzi.
“Non hai freddo?” le domandò Mattia con gentilezza. “Stare lì fuori da sola non è il massimo.”
“Lo so che non è il massimo, ma non ho freddo. Giudica tu stesso.”
Gli porse la sua mano e lui dopo un attimo di titubanza la strinse; sembrava inconcepibile ma era caldissima, neanche l’avesse tenuta davanti ad una fiamma fino a pochi istanti prima.
“Cavolo, è più fredda la mia! Ma cos’hai, una stufa incorporata?”
Lei fece una piccola risatina a quella battuta.
“Può darsi,” rispose ironica. “Ma la realtà è che non lo so; mi succede sempre così.”
“Beata te,” commentò Sara che aveva seguito la discussione. “A proposito, non mi hai ancora detto dove abiti.”
“Ah già, che sbadata! Sto a Cavenago.”
“Allora siamo vicini di casa! Dove di preciso?”
“Via Besana, al numero 33. Sai dov’è?”
“Non è dove c’è il cimitero?” Si ricordava della via proprio per quel particolare, altrimenti non avrebbe saputo risponderle.
“Esatto, proprio al cimitero!”
“Bene, allora tempo cinque minuti e saremo a destinazione.” Superarono due rotonde mantenendo sempre la destra e imboccarono il lungo rettilineo che li avrebbe condotti ad un incrocio; una volta lì avrebbero svoltato a destra per raggiungere il centro del paese.
Sara gettò un’occhiata a Silvia che sedeva immobile, con lo sguardo fisso davanti a lei. Sembrava paralizzata. Nel vederla così comprese che aveva davvero paura e si sentì una stupida per aver alzato la voce poco prima.
“Ascoltami Silvia,” le disse appoggiandole una mano sulla gamba; era gelida. “Mi dispiace se prima mi sono arrabbiata; io…”
“Non scusarti, sono io che dovrei farlo per come mi sono comportata. Il fatto è che ho veramente paura Sara; paura che da un momento all’altro possa succedere qualcosa,” non aggiunse “a causa sua” ma glielo fece capire con gli occhi.
Christian intanto non riusciva a togliersi dalla testa il nome della giovane; continuava a ronzargli nella mente in continuazione e ora che lei gli era seduta accanto trovò finalmente la forza di chiederglielo.
“Lo sai che il tuo nome mi suona familiare?” le disse attirando la sua attenzione.
“Davvero? Intendi dire solo il nome o anche il cognome?”
“Tutto quanto; mi sembra di averlo già sentito, forse a scuola ma non mi ricordo. Può essere?”
All’improvviso il volto di Samantha divenne terreo e Christian poté giurare che non era a causa di una strana illuminazione; il mutamento era stato repentino, innaturale, come se il sangue non le arrivasse più alla testa.
“Può essere benissimo,” rispose lei con un timbro di voce che sembrava non essere nemmeno suo. “Anzi, sono sicura tu lo conosca, ma non perché l’hai sentito a scuola.”
Tutti ora erano concentrati sulle parole di Samantha e Christian si schiacciò contro la portiera cercando di allontanarsi il più possibile da lei.
“E allora p… perché?”
“Guardate!” esclamò lei spostando gli occhi sull’incrocio che c’era una cinquantina di metri più avanti. “Quel semaforo…”
Ora anche Sara e Mattia erano in preda al panico, non tanto per l’aspetto di Samantha quanto per le parole che diceva.
“Cos’ha il semaforo? Le domandò proprio Sara mentre il suo cuore rallentava drasticamente i battiti in attesa della risposta.
“E’ arancione e lampeggia…” tutti pensarono che fosse impazzita, ma non aveva ancora finito. “Proprio come sei mesi fa, quando una macchina che arrivava da Ornago ad andatura troppo veloce mi ha investito.”
Nessuno rispose. Per le loro menti il mondo si era fermato.
“E’ la prima volta che vedo il punto dove mi hanno ucciso, nessuno mi ci aveva mai portato.”
“Il mio nome l'avete letto sui giornali. Sono morta proprio qui, esattamente sei mesi fa in un terribile incidente. Ecco perchè vi sembrava di conoscerlo.”
Non ebbe ancora finito che la sua immagine iniziò a perdere di consistenza; Christian osservò la tua testa divenire sempre più sbiadita fino a quando non ci vide attraverso la figura di Mattia.
Sara e Silvia erano anch’esse voltate, ignare dell’incrocio che le attendeva dieci metri più avanti. Prima che Samantha potesse scomparire definitivamente Christian impazzì e iniziando ad urlare aprì la portiera gettandosi fuori, nonostante stessero marciando a quasi sessanta chilometri orari.
Sara incrociò per un solo istante gli occhi spettrali della ragazza; due orbite nere e vuote che fissavano il nulla. Il suo primo pensiero fu che stava sognando; nella realtà non poteva esistere niente di così terribile.
Eppure era successo.
Nel preciso istante in cui giunsero in mezzo all’incrocio Sara non capì più nulla. Le urla sue e dei suoi amici, la ragazza scomparsa, Christian che si era buttato fuori dall’auto.
Sterzò involontariamente e l’Alfa terminò la sua corsa pochi metri più avanti, schiantandosi contro un grosso palo della luce in cemento.
Cinque minuti dopo arrivò la polizia, seguita da un’ambulanza e dai pompieri. Il primo agente che giunse alla macchina per poco non si prese un infarto nel vedere le espressioni dei tre ragazzi.
Quando poi Sara e Mattia furono portati all’ospedale (per Silvia e Christian non c’era stato nulla da fare), l’uomo si rivolse al suo collega, visibilmente turbato.
“Hai visto i loro volti?” gli domandò a bassa voce, quasi con paura. “Erano terrorizzati; come se prima di schiantarsi avessero visto un fantasma!”
- Login o registrati per inviare commenti
- 355 letture
Stampa
Invia
PDF



Caro Steven..
...stavo aspettando la 2° parte per vedere come si concludeva.
Devo dire però che, seppur scritta bene, l'ho trovata un po' scontata e prevedibile (già l'accenno al fatto di cronaca della prima parte mi era sembrato un po' troppo esplicativo). Se posso permettermi un suggerimento cercherei di trovare un colpo di scena finale che ribalti la situazione, sorprendendo il lettore. Qualcosa che "spiazzi" in modo inatteso. Prendila come una critica costruttiva, naturalmente... ;-)
Ciao, Doc
di solito quando scrivo
di solito quando scrivo qualcosa parto con una certa idea per poi cambiarla in corso... questa volta no; lo immaginavo così dall'inizio e credimi, ho cercato di pensare a qualche colpo di scena ma (almeno fino ad ora:-) non mi è venuto in mente nulla.
comunque grazie del passaggio e del consiglio... vedrò di tenerlo presente per altri eventuali racconti futuri.
Ciao!
stefano
Io invece...
...devo dire che non avevo intuito nulla: idea niente male, ma come sempre rimane la sensazione che avresti potuto tirarne fuori molto di più.
esatto, avrei potuto ma non
esatto, avrei potuto ma non l'ho fatto... semplicemente perchè credo che funzioni anche così (rispetto ad esempio a "la sopravvissuta", dove ho ammesso di aver corso un pò troppo negli ultimi capitoli). E poi sentivo di non avere altro da aggiungere.
Ma sono curioso; se fossi stata al mio posto in quali punti del racconto ti saresti soffermata maggiormente, sviluppandoli di più?
Beh, non è che...
...posso costruirti io la trama mancante... :o)
Altrimenti diventerebbe una cosa "a quattro mani", esperienza nella quale personalmente non credo.
In ogni caso, ampliando magari la fase in cui alcuni degli occupanti cominciano ad intuire qualche stranezza, oppure qualche visione che lasci presagire la vicenda passata da cui tutto ha avuto origine... che so, un semaforo che vede solo Silvia magari. Insomma, volendo forse si sarebbe potuto "completarlo" maggiormente, ma nel momento in cui dici che non avevi altro da aggiungere il discorso è morto in partenza, e del resto l'autore sei tu.
ho capito... era solo per
ho capito... era solo per sapere, non che volessi cambiare il racconto. Comunque l'idea del semaforo che vede solo Silvia poteva essere davvero buona (come ha fatto a non venirmi in mente prima) :o)
Io invece penso che il finale
Io invece penso che il finale deve rimanere cosi...e' perfetto!
Non è un libro ma un racconto....
Stewen va benissimo e tu lo sai...
E' la tua creatura e non va assolutamente cambiata.
Adoro i tuoi racconti della serie "dall'oltretomba" !
UN BACIO!
:))
come sempre grazie carissima
come sempre grazie carissima amica!
sei un tesoro, non c'è che dire... racconti della serie "dall'oltretomba"? suona molto bene non trovi?:-)))
un bacio anche a te!
stefano