L'uomo nero
L’uomo nero ha sempre avuto mani vanitose, ciondolavano stanche all’inizio, stremate dalle fuliggine e dagli acidi che gli corrodevano la pelle fino alle ossa. Di notte però cambiavano, alla luce della luna gli sembravano di nuovo belle, con armoniche dita dipingere paesaggi sempre verdi, di quelli che non conoscono stagioni, se non quella che risponde ogni giorno con la vita alla morte pressante di ogni sogno colpito a morte.
Il mattino come una ruota sempre uguale ricominciava identico, i minuti scanditi da azioni meccaniche. Cominciava in bagno con l’acqua che doveva svegliarlo da un sonno troppo corto e terminava con il chiudersi in un cappotto sottile, troppo leggero da sopportare, per un freddo d’aria che lo soffocava di polvere e ghiaccio.
Aveva preso l’abitudine di contare i suoi passi, guardava le sue orme tracciare un percorso che, girata la testa, gli recava conforto: stava ancora camminando, era ancora vivo e quelle tracce erano testimoni di un esistenza vissuta nel vuoto dei fumi che macchiavano il suo volto fino a nascondergli la faccia.
Aveva tre figlie femmine, la più piccola non riusciva a guardarla, perché da sempre desiderava un figlio maschio nell’illusione di sentirsi eterno in un cognome che gli sarebbe rimasto fino alla fine dei suoi giorni.
Ma Dio non aveva mai ascoltato i suoi desideri.
Gli aveva tolto il padre in giovane età, e la sua infanzia l’aveva trascorsa sui tetti delle case a lanciare molliche di pane ai piccioni che invadevano le strade. Ricordava ancora con stupore le grandi navi che tagliavano il mare, cercando di essere un bel marinaio che silenzioso corteggiava l’unico amore possibile, il mare.
Le sue giovani mani sapevano raccogliere ogni suo dono, lo sfamavano e lo riempivano, le guardava scintillare nell’acqua forti nelle prese, audaci nei movimenti. Quanti sogni, bellissimi , perché semplici, realizzabili perché umili.
Ma il destino come cattivo antagonista lo aveva privato di ogni cosa, lasciandogli solo bocche da sfamare e un lavoro che con il tempo gli andava rubando ogni entusiasmo: l’amato tempo del passato, e i colori necessari per vivificare il suo presente.
Quando la moglie rimase incinta, aveva pregato per un figlio maschio, un piccolo ometto che lo accompagnasse nelle sue fantasie, a cui insegnare i misteri della notte ed il linguaggio silenzioso dell’acqua.
Ma quel mattino lo strillo tanto atteso fu quello di un’altra femmina, non volle vederla, strinse i pugni a trattenere la rabbia e indossando il suo solito cappotto si trascinò in fabbrica rimanendo muto alle domande insistenti dei suoi sfortunati compagni di vita.
Un giorno ne raccoglieva un altro.
Strada di sempre. Entrava dalla stessa porta macchiando qualsiasi cosa nelle sue vicinanze e la moglie lo seguiva con uno straccio, facendo smorfie fastidiose sul volto, ingrossando la sua ansia e la sua voglia di fuggire.
Per quanto tempo ancora sarebbe riuscito a far finta di non aver più desideri, di non avere più voglie, neanche quella più naturale di fare l’amore e di andare a ballare?
I suoi ricordi erano tutto ciò che aveva.
La sua insonnia rievocava l’antica voglia di vivere che come unica complice gli apriva la testa costringendolo a chiudere gli occhi. Lui ballava sui tavoli mentre i suoi amici allegri battevano le mani e poi la musica, quella musica!
Sorrideva, illuminato solo dalla luce dei lampioni che ferivano il buio della sua piccola casa.
La testa stretta tra le mani ancora sporche era diventata nel tempo così piccola,come una scatola a pressione pronta a scoppiare.
I respiri delle piccole lo svegliavano sempre da ogni illusione. Quel tempo non sarebbe mai più tornato.
Un giorno si svegliò così stanco da decidere di cambiare.
Indossò un abito pulito e in silenzio cominciò a dipingere.
La mano tracciò la sagoma di una donna con una testa di luna poggiata su un muro, come se dormisse. Tutto intorno una notte senza stelle sfumata solo da una luce naturale ma di grande intensità.
La più piccola delle figlie intanto piangeva, sua madre l’aveva immersa nella vasca e la strofinava per schiarirle la pelle. Voleva presentarla a suo marito come nuova, farla amare con il viso pulito, l’abito bianco e le scarpe lucide.
Quegli strilli gli fecero tremare le mani, sbagliò, uno scatto incise sulla tela un segno mostruoso, esasperandolo, facendogli perdere ogni controllo.
Cercò di calmarsi così si sedette su una sedia, chiuse gli occhi e si sforzò di ritornare al suo più bel ricordo: era sulla riva, una piccola radio che trasmetteva canzonette allegre, il sole gli arrossava con una carezza il volto e l’aria fresca gli entrava nelle narici mentre lo stomaco la seguiva.
Qualche minuto più tardi qualcuno alitava sul vetro della porta e delle piccole dita scrivevano messaggi, la sua bambina sorrideva, la si sentiva ridere.
Ricordava bene il suo sorriso, in un giorno di cui non ricordava più l’inizio, sua moglie lo chiamò per mostrargli una cosa.
La sua bambina dormiva e sorrideva mentre sognava. Pensò solo che era bello perché anche se appena nata riusciva a ridere dei sogni!
Spalancò la porta e la guardò negli occhi come se si stesse guardando in uno specchio.
-Perché piangevi?
-Perché non si insiste nel lucidare quello che è già pulito! .
L’uomo nero sorrise divertito.
Quella bambina era già una donna, che sollevava pesi d’anima come si sciolgono fiocchi.
-Sai ballare ?
-No!
-Allora sali sui miei piedi e tu comincia a cantare.
L’uomo nero è mio padre,
e questo, il suo sogno migliore: il mio domani.
- Login o registrati per inviare commenti
- 233 letture
Stampa
Invia
PDF



Non so,...
...personalmente mi piace interpretare il finale come un ravvedimento... ma è molto criptico, molto difficile seguire le linee guida del pensiero dell'autrice.
L'uomo nero di Miriam
mi è piaciuto.
Lo trovo "POETICO" nelle ombre e nelle luci che hai voluto descrivere.
Sarà che il bene quando si insinua nel male stupisce e..consola, un po' come la tenerezza
che esce nella "bestia", il contrario sarebbe stato invece più scontato.
monica
Scusami se mi permetto.
E' da apprezzare la tua buona volontà nel mettere sulla carta i tuoi pensieri e di svilupparli in una storia.
Però confesso che ho fatto molta fatica a leggere fino in fondo il tuo racconto.
Quello che manca è dare un'unità logica al procedere della narrazione, sono troppi gli incisi che la spezzano.
Ecco, perciò, due i consigli che mi sento in dovere di darti.
Primo, non soffermarti su frasi a effetto che di primo acchito sembrano belle e poetiche, ma che in realtà non significano nulla. Ad esempio, ... sollevava pesi d'anima come si sciolgono fiocchi. Cosa significa? Cosa volevi dire veramente?
Secondo, visto che ami scrivere e dimostri di esserci portata, frequentare una buona scuola di scrittura creativa ti servirebbe per affinare doti che hai già nel DNA.
Con sincerità e affetto.
Nicola
Grazie a tutti
Desidero ringraziare tutti per i commenti puntuali al mio testo: è sempre utile riceve delle critiche ragionate. La mia è una sperimentazione embrionale che tenta, non sempre riuscendovi, di coniugare il ritmo della prosa con l'andamento della poesia. I due ambiti, è vero, sono considerati tradizionalmente distinti e nel superare questa linea di confine codificata so bene di correre un rischio. Però il ritmo a volte forzato dei periodi, che diventa quasi ossessivo, cerca di modellare l'uniformità degli istanti dell'uomo nero, come il respiro affannoso di un'anima che aspira alla coscienza, senza riuscire mai del tutto a coglierla.
Una logica narrativa perfettamente strutturata, nei termini cioè di inizio, centro e fine del racconto avrebbe certamente salvaguardato le regole dell'arte, falsando tuttavia l'atmosfera sognante e poetica che intendevo imprimere al testo. Credo che la cifra della mia scrittura sia proprio nella scoperta meravigliata e stupefatta di quelle mani inargentate dalla luna, dentro la scorza ruvida corrosa dagli acidi della quotidianita'. Per cui la chiusa del racconto non contiene un ravvedimento, perchè i protagonisti non ritrovano qualcosa che avevano smarrito, bensì imparano l'arte di vedere il mondo come un luogo dove non bisogna insistere nel lucidare ciò che è gia' pulito.
in realtà, non so cosa contenga il mio dna, ho sempre pensato della genetica e delle scuole di scrittura cio' che i latini dicevano dell'astrologia, astra inclinant sed non necessitant. Penso però che scrivere, leggere e vivere richiedano una grande dose di umiltà: è un processo continuo di approfondimento e ricerca delle coordinate giuste. I vostri commenti mi saranno molto utili, come le stelle in mare durante la navigazione, per ora quindi continuerò a studiare il corretto funzionamento dell'astrolabio, rifuggendo le tentazioni dell'astrologia.
Grazie di cuore a tutti
miriam
Miriam
Ma ti sei accorta che hai scritto due "cose" ?.
La prima a piè pagina, e, l'altra qui sopra, una pagina di bella filosofia. L'umiltà e lo stupore, sono ingredienti necessari per migliorarsi anche sotto le spinte orrizzontali di chi ha più esperienza, "astuzia" poetica.
Credo che sei sulla buona strada!
Frà
Lo stupore
Caro Frà, grazie per le tue parole.
Non occorre l'astuzia quando si cerca di trovare la strada buona con umiltà e stupore, solo scarpe 'buone' e molto molto cammino.
Tutto è fatidico
mi piace il modo in cui hai distillato le emozioni in questo percorso dal buio alla luce. qua e là i passi appaiono incerti e traballanti, forse per il peso e la fatica del dire abusate parole giornaliere, ma come scrivi nel commento, lo stupore domina la tua prosa-poetica.
in questa sera di pioggia mi hai fatto assaporare la struggente sensazione di un racconto di magia, la via che, esotericamente, conduce dal nigredo all'albedo. Aspetterò che albeggi e lo rileggerò.
brava Miriam
Grazie Dario, sono davvero
Grazie Dario, sono davvero incuriosità dal destino di un testo. Quando si stacca dal corpo dell'autore per diventare un essere autonomo, indipendente, allora ognuno riesce a trovarci qualcosa che è sfuggito anche alla 'madre' mentre lo scriveva.
Non avevo pensato alle potenzialità iniziatiche del testo, dal nigredo all'albedo come dici tu, ma è una possibilità interessante e mi ha fatto riflettere.
Mi intrometto
per dire forse una cosa scontata.
In realtà nel tuo racconto parli dell'uomo nero che alberga in tutti noi:
non è facile conviverci e prima ancora ammetterne l' esistenza.
monica
La tua osservazione Monica
non è affatto scontata, anzi ti ringrazio. Molti leggendolo hanno subito pensato ad un testo autobiografico.
Tu, al contrario, hai colto il mio tentativo di parlare di una macchia che sporca tutti sebbene con gradazioni differenti.
Una convivenza sempre difficile, per certi aspetti necessaria: le ombre danno rilievo alle cose, che altrimenti rimarrebbero piatte.
Ma, non so che dire...
... e non vorrei apparire sempre come quello che cerca il pelo nell'uovo. Comunque, ho letto e queste sono le sensazioni che ho avuto. Il racconto è un concentrato di pensieri, anche in antitesi tra loro, che un pò confondono il lettore. Ho l'impressione di un testo nato in un modo e modificato strada facendo. Una scrittura ridotta, essenziale, a volte poetica che però si perde nel buio di una vita misera e rassegnata. Persino la paura di perdere la continuità della stirpe a causa di un nome, nemmeno fosse l'eredità di un casato. Come se quella, la dinastia del sangue, finisse a causa di un semplice gioco di sillabe. E quel ricordo che è la sensazione elementare e semplice di una giornata al mare che passa invece come il più dolce e il più agognato. O quel "cambiare" che non si capisce se non per il fatto di un vestito e di una voglia di dipingere che appare fugace e sciocca per uno che non può permettersi di perdere neppure un'ora di lavoro. Insomma, un misto di cose belle male accostate a quelle tristi e cattive di un uomo nero che, volendo, con un colpo di spugna diventa grigio.
Ma se è il risultato di un esercizio seguito allo studio di uno stile e di una volontà creativa nuova, allora il commento diventa zoppo, quasi sospeso e per questo personale e ininfluente.
Grazie Scribak
Nessun commento è ininfluente, così come nessuna parola è priva di senso, sono tutti elementi della stessa natura che appartengono al medesimo insieme comunicativo.
L'uomo nero ha sogni dimessi come i suoi abiti, sogna piccole cose:
un mio amico direbbe che ha smarrito il senso della sua superfluità.
E' un uomo che rifiuta l'idea di passare oltre senza lasciare una traccia, ricorda gli indizi che aveva disseminato da ragazzo, quando ancora costruiva la sua grandiosa visione del mondo, prima di diventare piccolo.
Ho cercato una strategia narrativa che parlasse la lingua delle immagini poetiche, quelle che tutti nascondiamo nella parte più riposta di noi e poi comunichiamo al mondo in prosa, tentando di mediare tra noi e gli altri.
Grazie Scribak per il tuo contributo,
un abbraccio Miriam