PNEUMOLOGIA,ORE 18(PARTE1 DI 2)

ritratto di Prevy

 

PNEUMOLOGIA, ORE 18
 
   Marco rigirò tra le dita il foglietto sgualcito.
   Cominciava a credere che non fosse stata una buona idea. Le diciotto erano passate da un bel po’ e nessuno, tra medici ed infermieri, si era ancora preso la briga di chiedergli il nominativo, o il motivo della sua presenza.
   Se ne stava seduto su una scomoda seggiola di plastica grigio pallido da circa mezz’ora, a rimuginare sul perché si trovasse in quel posto squallido, invece che essere a casa a preparare la cena o a farsi una partita ai videogiochi.
   Non era del tutto convinto che stesse facendo la cosa giusta, ma non aveva il coraggio di tirarsi indietro. Sperava che il colloquio, fissato telefonicamente con la Dottoressa Rosatelli, potesse sciogliere i dubbi e spingerlo a prendere una decisione.
   Non fosse stato per Andrea, il suo collega e vicino di scrivania in ufficio, non si sarebbe trovato in quella situazione e, per un istante, lo maledì.
   Sì, perché era stato Andrea che, invece di farsi gli affari suoi, lo aveva esortato ad informarsi presso l’ospedale della sua zona per partecipare ad un’iniziativa contro il tabagismo, porgendogli tanto di opuscoletto che illustrava le varie attività ed i metodi più curiosi per raggiungere un unico obbiettivo: smettere di fumare.
   In realtà aveva accolto l’interessamento di Andrea nei suoi riguardi con riconoscenza, ma mezz’ora di supplizio su quella maledetta seggiola lo aveva innervosito e non era più in vena di buoni sentimenti. Che andassero a quel paese Andrea e tutti i non-fumatori al seguito!
   Comunque aveva accettato, anche perché era cosciente del fatto che, senza un aiuto competente, non sarebbe stata una passeggiata togliersi il vizio del fumo e Marco, in cuor suo, desiderava riuscirci.
   Nonostante avesse solo trent’anni e non accusasse nessun sintomo particolare, nemmeno un filo di tosse, era già da qualche tempo che pensava di fumarsi l’ultima sigaretta e dire basta. Acquistava un solo pacchetto per volta, lasciando aperta la possibilità, una volta esaurito, di non comprarne più. Il giorno seguente, invece, era di nuovo nella tabaccheria sotto casa, facendo tintinnare le monete in attesa che toccasse a lui.
   C’erano vari aspetti che lo spingevano a smettere di fumare.
   L’aspetto economico era il più convincente, dal momento che si mangiava quasi un quinto della busta paga per mantenere la sua abitudine, rinunciando ad altre cose più importanti.
   Il secondo aspetto riguardava la paura per il futuro. Si rendeva conto di non riuscire ad arginare né tantomeno a limitare questo vizio. Quando aveva cominciato, circa una decina d’anni prima, fumava otto sigarette al giorno e gli bastava. Ora aveva raggiunto e superato quota venti e temeva di ritoccare ulteriormente il suo record negativo negli anni a venire. Non voleva trascorrere gli ultimi anni della sua vita in un posto come quello in cui si trovava in quel momento, con l’odore di disinfettante che gli bruciava le narici e i muri dalle tinte smorte come unico paesaggio.
   Il terzo aspetto riguardava Giada. Marco si riprometteva continuamente di fumare sul balcone, ma, immancabilmente, non manteneva la promessa e il loro piccolo appartamento era costantemente avvolto in una nebbia sottile che permeava l’ambiente di un odore nauseabondo. Spesso si rendeva conto di comportarsi da egoista nei confronti di Giada, dato che la obbligava a sorbirsi il suo fumo, ma i buoni propositi finivano nel cesso ogni volta che lo prendeva la voglia di farsi una sigaretta davanti ad una partita di calcio, o mentre guardavano un film insieme.
   Vi erano poi altri aspetti secondari, ma comunque importanti, che lo indirizzavano verso la scelta di interrompere quella sua abitudine.
   Ad esempio, desiderava ricominciare a fare un po’ di esercizio fisico senza doversi fermare ogni cinque minuti con il volto cianotico e il respiro corto e affannato, anche perché, da quando avevano deciso di convivere, sembrava che ogni cosa che passasse attraverso il suo apparato digerente dovesse lasciare un piccolo deposito sul suo girovita. Insomma, gli era cresciuta un po’ di pancetta.
 
 
   E poi mille altre motivi per cui valeva la pena smettere di fumare, che, ad elencarli tutti, ci avrebbe tenuto lui una lezione in un centro anti-fumo.
   Tutto bello, tutto giusto, non fosse stato che fumare lo faceva stare bene.
   Quando arrivava in ufficio, alle otto del mattino, la prima cosa che gli premeva fare era bersi un caffè e fumarsi una sigaretta, solitamente in quest’ordine. Un piccolo rito propiziatorio per la giornata che stava per cominciare.
   Quando, invece, usciva a farsi una sigaretta verso le cinque del pomeriggio, con la giornata lavorativa ormai alle spalle, provava un senso di pace interiore che lo rasserenava e gli sembrava che ogni cosa, nel mondo, fosse al suo posto.
   La sigaretta era diventata la sua valvola di sfogo, l’amico con cui confidarsi quando aveva i nervi a fior di pelle, l’amante dal piacere veloce, ma intenso. Poco gli importava che sarebbe stata la sua condanna, in futuro. Per ora lo faceva stare bene, gli stava accanto quando le cose non funzionavano e lo aiutava a reggere la tensione.
   Si era convinto di essere il tipo di persona che non deve avvicinarsi ad alcun genere di vizio, perché non ne uscirebbe più. Ecco perché, dopo esserci caduto con il fumo, non aveva più accettato altre abitudini. Niente alcolici, niente droghe. La sigaretta gli aveva fatto scoprire lati del suo carattere che non sapeva di avere. Aveva messo in luce i suoi punti deboli, le sue insicurezze, e aveva colmato quei vuoti . Per questo gli risultava così difficile separarsene.
   L’astinenza fisica da nicotina non lo spaventava. Poteva essere dura, non lo metteva in dubbio, ma, con un po’ di volontà, sapeva di essere in grado di vincerla.
   La sua condanna era solo psicologica. Separarsi dal gesto di accendersi una sigaretta quando tutti ti girano le spalle e poter dire “chi se ne frega”. Quello gli sarebbe mancato come l’ossigeno.
   Comunque ormai era lì, reparto di pneumologia ore 18, come aveva scritto sul foglietto sgualcito e ormai sbiadito dal sudore delle mani che continuava a rigirarsi tra le dita.
   Diede un’altra occhiata -l’ennesima- all’orologio appeso. Quasi le diciotto e venti.
   L’orologio era in sintonia con l’ambiente, con il vetro crepato rattoppato qua e là da pezzi di nastro adesivo arricciato e il quadrante ingiallito, itterico.
   Ogni tanto si apriva una porta e ne uscivano dottori e infermieri parlottanti tra loro. Da una porta uscirono un dottore sulla cinquantina, capelli neri con una spolverata di bianco, e una giovane infermiera che faceva venir voglia di studiare anatomia. Marco pensò subito al classico stereotipo del primario che si fa l’infermiera su una barella.
   Sbuffò, guardò nuovamente l’orologio e si mise a giocare col cellulare.
   Sentì dei passi rimbombare tra le pareti color cachi del corridoio e vide un paio di zoccoli da personale ospedaliero fermarsi proprio sotto il suo sguardo. Alzò gli occhi e vide una donna in camice bianco che lo fissava.
   “Lei è…” abbassò lo sguardo su una cartelletta che teneva in mano, come la presentatrice di un quiz televisivo “ il signor Serra?”
   “Sì…Marco Serra.”
   “Buonasera…uff…scusi il ritardo, ma stasera è la serata degli imprevisti” disse la donna svendendo un sorriso che le avresti perdonato qualunque cosa, anche se fosse stata lei a sganciare la bomba su Hiroshima.
   “Non c’è problema” le rispose Marco con cortesia.
   “Comunque sono la Dottoressa Rosatelli, ci siamo sentiti al telefono” proseguì lei con tono professionale, ma accomodante al tempo stesso, porgendogli la mano.
   Marco si alzò dalla seggiola che sembrava aver impresso la forma alle sue natiche e porse la mano alla dottoressa.
   Era una donna affascinante. Poteva aver passato i quaranta, ma non aveva perso un grammo del fascino che poteva aver avuto a trent’anni; anzi, forse era cresciuto col passare del tempo. Aveva capelli morbidi che si rigiravano sinuosi per ricadere dolcemente sulle spalle, di un rosso rubino che, con tutta probabilità, non era il suo colore originale, ma poco importava.
   Nonostante sul viso cominciassero ad affacciarsi le prime rughe, aveva occhi scuri tagliati all’insù che le conferivano uno sguardo aggressivo e sensuale.
   Il camice lasciava appena intravedere le forme di un corpo slanciato e rotondo nei punti giusti.
   “Mi segue?” disse lei.
   Marco si accorse di essere stato assente per qualche istante e cercò di darsi un contegno.
   “Certo…” le rispose – l’avrebbe seguita in capo al mondo.
   Entrarono in una piccola saletta ancora buia.
   La luce al neon traballò per qualche secondo, poi si fece coraggio e si accese definitivamente.
   La saletta era piccola, angusta, permeata da un odore di disinfettante misto a urina. Al centro c’era una piccola scrivania ingombra di scartoffie e cartelle mediche, accatastate intorno ad un monitor lcd e ad una tastiera da pc. Accanto alla scrivania sostava un piccolo carrello d’acciaio che portava una vaschetta , anch’essa in acciaio, coperta da uno strato di garza per medicazioni. In un angolo, appoggiata contro il muro scrostato, c’era una barella coperta da un foglio di carta che faceva da lenzuolo. Sulla parete alla loro sinistra era posizionato un vecchio armadio con le ante a vetro che lasciavano intravedere al suo interno una fila di tomi ingialliti, con tutta probabilità testi di medicina.
   La luce al neon, l’odore di disinfettante e il decadimento generale della saletta davano a Marco un senso di morte. Quel posto lo metteva a disagio.
   E poi c’era quella vaschetta d’acciaio, appoggiata sul piccolo carrello. Aveva attirato la sua attenzione da quando era entrato. Non capiva perché, ma gli faceva ribrezzo. Continuava a domandarsi quale genere di schifezza organica potesse contenere.
   “Scusi il disordine, ma l’attività che svolgiamo per il fumo è prevista solo un paio di giorni alla settimana, per cui gli altri giorni questa saletta rimane chiusa.”
   “Oh, non si preoccupi…” rispose lui.
   “Si accomodi pure su quella sedia” lo invitò la dottoressa indicando con la mano.
   La sedia su cui si sarebbe dovuto “accomodare” era un fac-simile di quella nel corridoio. Marco alzò lo sguardo implorando pietà, ma niente da fare. Le sue chiappe dovevano farsi un’altra mezz’oretta di tortura cinese.
   “Allora…” disse lei con un filo di voce.
   Poi cominciò a scartabellare una serie di fogli, disponendoli sul tavolino come un’esperta giocatrice di poker.
    “Bhe…direi di iniziare…i suoi dati sono già inseriti, perché, se non ricordo male, me li ha confermati quando ci siamo sentiti al telefono”
   “Sì…” rispose Marco timidamente.
   “Da quanto tempo fuma?”
   “Bhe…sono circa…una decina d’anni direi”disse guardando altrove, come cercando un suggerimento sui cartelloni affissi alle pareti, poi con decisione “sì, dieci anni”
   Non ricordava mai con precisione quanti anni fossero passati dalla prima sigaretta, come non sapeva rispondere alla domanda “quante sigarette fumi al giorno”, perché non era mai un numero fisso.
   “Eh…quante ne fuma al giorno?”
   Appunto.
   “Mah…più di venti nei giorni lavorativi, circa trenta nei fine settimana.”
   “Ah!” disse lei sottolineando l’affermazione con un cenno del capo “non si fa mancare niente!”
   Marco sbuffò un sorriso imbarazzato.
   “Va bene…allora, le spiego in breve l’attività che andremo a svolgere…”
   Marco aggiustò la sua posizione sulla sedia. Sentiva il fondoschiena indolenzito.
   “Innanzitutto il nostro centro da un supporto psicologico, anche telefonicamente, ai pazienti che si rivolgono a noi per risolvere il problema del fumo…quindi, la prima cosa che andremo a fare è un colloquio per capire i momenti critici in cui lei, una volta che avrà smesso di fumare, potrebbe trovarsi in maggiore difficoltà. In seguito, in base ai dati che salteranno fuori durante la nostra chiacchierata, si procederà a decidere, naturalmente coinvolgendo anche lei, la cura più consona alle sue esigenze. Ci tengo a sottolineare che non prescriviamo cure di tipo “alternativo”, né di genere omeopatico. Per qualche paziente siamo ricorsi all’agopuntura, ma preferiamo evitare quel genere di trattamento, come anche altri trattamenti come l’ipnosi. Solitamente prescriviamo terapie di tipo farmacologico. Per chi fuma meno di dieci sigarette al giorno accettiamo anche i prodotti commerciali, come cerotti antifumo e gomme da masticare alla nicotina, ma direi che non è il suo caso.”
   “Direi proprio di no…” fece Marco sconsolato.
   “Non si deve preoccupare…già il fatto di trovarsi qui è un segno positivo” disse la dottoressa con un sorriso materno.
   “Allora…direi che, per cominciare, potrei farle qualche domanda…”
   La porta si aprì di scatto spostando un muro d’aria che fece tremare i vetri della finestra.
   Marco si voltò verso la porta alle sue spalle.
   “Ops, scusate!” disse sonoramente la giovane infermiera che era apparsa nel vano della porta.
   “Ciao Clara, dimmi pure…” disse la dottoressa.
   “Ciao…niente, volevo solo dirti che io e Luca andiamo a farci un boccone nel bar all’angolo…vuoi venire con noi?” disse la ragazza con tono cantilenante.
   “Mmm…ti spiace se te lo dico dopo?”
   “No, no! Noi stacchiamo tra un po’. Ti aspettiamo…”
   Sembrava sul punto di andarsene, poi si fermò sull’uscio osservando incuriosita.
   “Cosa fate?” domandò insistente.
   L’infermiera sparava parole a ripetizione con tono petulante e Marco non vedeva l’ora che togliesse il disturbo.
   “E’ la terapia antifumo…” rispose la Rosatelli con garbo.
   “Ahhhh giàààà, oggi è Mercoledì…” disse platealmente trascinando le vocali in modo fastidioso.
   Era come avere un fischio nell’orecchio.
   Poi, rivolta a Marco: “ Stai tranquillo, che non ti mangiano…Tanti sono riusciti a smettere con la terapia…non ti preoccupare, capito?”
   “D’accordo” le rispose Marco spalancando un sorriso falso come Giuda.
   “Ok…io me ne vado… mi raccomando Laura, facci sapere qualcosa!”
   “Va bene” rispose la Rosatelli assecondando la collega.
   La porta si richiuse senza la minima delicatezza. Tutti e due sembrarono sollevati.
   “Scusi l’interruzione” disse la dottoressa con un’espressione ironica di compatimento.
   “Ci mancherebbe” rispose Marco con un sorriso complice.
   “Allora, se non sbaglio eravamo rimasti al questionario per definire il suo profilo di fumatore…”
   “Sì…” rispose Marco, poi si bloccò.
   Qualcosa ai margini del suo campo visivo aveva attirato la sua attenzione. Gli sembrò di aver visto un movimento impercettibile della garza che copriva la vaschetta d’acciaio, come se si gonfiasse.
   Marco pensò che potesse trattarsi di uno spiffero d’aria, nonostante porta e finestra fossero chiuse. Era pur vero che gli infissi di quella saletta, piuttosto malconci, non sembravano particolarmente ermetici. Comunque non era una questione di vitale importanza.
   “Ecco, come prima domanda… quali sono i momenti ,durante l’arco della giornata, in cui pensa di avere più bisogno di fumare?” chiese la dottoressa preparando le dita sulla tastiera del pc.
   “Mah, direi dopo il caffè…” rispose prontamente.
   “E quanti caffè prende al giorno?”
   “Quattro, cinque…”
   La garza si mosse di nuovo, come se respirasse.
   Questa volta aveva visto con chiarezza la parte centrale della garza gonfiarsi e sgonfiarsi subito dopo. Dava l’impressione che sotto ci fosse qualcosa di vivo.
   Inoltre si intravedeva una piccola macchia scura al centro, mentre prima era certo che fosse candida come un lenzuolo. Una macchiolina rosso scuro, simile a sangue vecchio.
   La dottoressa sembrava non essersi accorta di nulla. Batteva velocemente sui tasti, intenta a compilare il questionario con gli occhi stretti nello sforzo di leggere quello che appariva sullo schermo.
   Che diavolo poteva esserci in quella vaschetta?
   Sembrava il genere di vaschetta che aveva visto in molti film “ospedalieri”, quella dove i chirurghi posano i ferri sporchi di sangue e particelle organiche durante un’operazione, oppure dove gettano organi, appendici, budella in generale.
   Lo attraversò l’idea che potesse contenere un polmone di un fumatore, annerito e ricoperto di piccoli tumori e ulcere, come monito per i pazienti a smetterla con quella robaccia.
   Non credeva fosse possibile. Sarebbe stato di cattivo gusto, per di più se mostrato a persone che si erano presentate già con l’idea di smettere.
   Aveva già visto fotografie e filmati in merito, ma non gli era ancora capitato che gli mettessero sotto il naso il polmone di una persona morta e sperava vivamente che non dovesse capitare proprio quella sera, in quell’angusta e maleodorante saletta di ospedale, se no avrebbe potuto anche dire addio alla cena.
   No, non poteva essere.
   Fatto sta che la garza si era mossa, o almeno così credeva d’aver visto. E c’era quella piccola macchia color sangue, che prima non c’era.
    Diede un ulteriore sguardo alla vaschetta e notò che la macchiolina si stava espandendo. Adesso era grande quanto un pollice e sembrava che nella saletta fosse comparso un odore dolciastro, appena percettibile sotto quello di disinfettante. 
   La dottoressa gli aveva rivolto una nuova domanda, ma Marco se l’era persa. Era troppo preso nell’osservare quella maledetta vaschetta d’acciaio.
   “Come scusi?”
   “Dicevo, in che orari è solito prendere questi caffè?” chiese lei pazientemente.
   “Uno alle otto, uno dopo pranzo, uno nel pomeriggio e uno dopo cena. Qualche volta capita che ne prenda anche uno a metà mattina, ma non tutti i giorni.”
   La dottoressa tornò a battere sulla tastiera del computer, con il volto illuminato dalla luce glaciale del monitor che la invecchiava di una decina d’anni.
   Lo sguardo di Marco tornò alla vaschetta.
   La macchia era cresciuta e, attraverso le maglie della garza, sembrava affiorare del liquido.
   La saletta era sempre più permeata da quell’odore dolciastro, nauseabondo, che stava vincendo la sua battaglia contro l’odore di disinfettante. Per ora erano alla pari, ma Marco era certo che presto avrebbe percepito solamente il primo, intenso e stomachevole.
   La garza ebbe un sussulto, si gonfiò e si sgonfiò in un tremito.
   Marco si accorse di sudare freddo.
Gradimento

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Molto

ben scritto, come gli altri del resto.

Aspetto il seguito.

A presto

ritratto di Prevy

Grazie mille!Non tarderò a

Grazie mille!Non tarderò a pubblicare il seguito.Spero non ti deluda...grazie ancora del bel commento