Il viaggio: esperienza dell’altro, formazione interiore, divertimento e divagazione, in una parola, metafora della vita.

ritratto di Jessy

 

 

 

V

iaggio di piacere e di divertimento, viaggio d’avventura, viaggio nella fantasia, viaggio nello spazio, un viaggio per conoscere nuove culture e nuove popolazioni…

Il viaggio può essere visto in numerosi aspetti ma per chiunque lo intraprende rappresenta un’ esperienza di vita, bella o brutta, che apporta dei cambiamenti interiori importanti. Dopo un viaggio ci sentiamo dotati di una nuova ricchezza che, una volta tornati a casa, influenzerà anche la nostra vita quotidiana.

L’uomo ha infatti la bellissima capacità di recepire e assimilare ciò che gli accade attorno. Lo si potrebbe definire come un cassetto aperto, capace di raccogliere al suo interno tanti “pezzetti” di vita vissuta, i frutti delle sue esperienze, e si ritroverà così un uomo “colorato”,” variopinto”, un uomo appunto più ricco.

L’uomo è propenso a viaggiare, ma chi è il viaggiatore? Tale figura è mutata nel tempo. Lo scrittore Todorov nel 1991 spiega come il turista è diventato “un visitatore frettoloso”. Se prima il viaggiatore voleva conoscere nuovi popoli, nuovi usi e costumi, nuove culture, per poi raccontare ciò che aveva visto al suo ritorno in patria; il turista di oggi ha un periodo di tempo limitato per viaggiare e si interessa alle cose, non più alle persone. Quindi si osservano i  paesaggi, i monumenti, si visitano i musei, perché ciò è meno pericoloso che osservare gli uomini.

Si ha paura del confronto con uomini “diversi” da noi, paura di mettere in discussione la nostra identità e le nostre origini. Tale paura andrebbe eliminata e il turista deve diventare coraggioso nel mettere alla prova la propria personalità e il proprio carattere.

Inoltre il viaggiatore è curioso, vuole divagare dalla sua quotidianità, calpestare suoli che non siano quelli della sua terra, fuggire dalle quattro mura di casa sua.

L’uomo è sempre stato spinto dalla sua curiosità a intraprendere viaggi d’avventura. Si parla della curiosità dell’uomo già nell’Odissea di Omero nella figura di Ulisse, che volle scoprire cosa c’era oltre le Colonne d’Ercole, il limite che era considerato invalicabile.

Il viaggio può essere un’esperienza felice ma ci può anche far soffrire. Conosciamo la sofferenza di Ugo Foscolo, costretto ad abbandonare la sua patria ed a viaggiare continuamente di Paese in Paese, così come tutti gli esiliati che provano nostalgia della loro terra. La lontananza è infatti una brutta ferita per l’uomo. Lo scrittore Soldati, a tal proposito, afferma che “La lontananza è in noi, vera condizione umana…Laggiù si sognava la patria come dalla patria si sogna l’estero”

Capiamo l’amore per il nostro paese quando lo si abbandona, notiamo quindi solo dopo un viaggio la sua importanza, ciò che rappresenta per noi.

Quindi la “professione del viaggiatore” è affascinante ed emozionante ma ha anche i suoi difetti che possono esser superati con un po’ di coraggio.

L’uomo ha bisogno di viaggiare così come dice lo scrittore C. Magris: “Oggi più che mai vivere significa viaggiare”.

Deve continuare a lasciare aperti i suoi cassetti non a chiuderli a chiave e rimanere chiuso nel suo mondo ristretto, “monocolore”, perché quando poi li aprirà e vedrà il vuoto, se ne pentirà.

 

 

Jessy 14-12-06

 

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ritratto di Max

Condivido in pieno sia

il tuo pensiero che quello espresso dagli altri, a iniziare da Todorov: "il turista è diventato un viaggiatore frettoloso".

Ci vuole uno spirito d'osservazione allenato per capire le persone nel paese che si visita. L'abbigliamento, il tono di voce nei locali pubblici, la disponibilità nel venire incontro alle nostre - a volte buffe- richieste d'informazione, il cibo, la tradizione e altro..danno un senso di percezione di come sono e si vive in quel paese.

Comunque è vero che per conoscere un popolo, ci devi vivere un bel po'. Se lo possono permettere solo coloro che si trasferiscono per lavoro o se sei giovane e non hai molti legami. Oggi giorno, trascorso un week-end in una capitale, si parla della città e del suo popolo come se ci avessi vissuto una vita...e questo è un segno dell'incomunicabilità che ci affligge, non solo linguistica.

  Un solo problema colpisce in particolar modo noi turisti italiani, e rende il girovagare per il mondo una penitenza: il mangiare, il mangiare bene. Dopo un pò di tempo senti la mancanza di un semplice piatto di pasta, anche condito con del semplice olio d'oliva, e allora vai in cerca di un ristorante italiano e ti senti di nuovo a casa: però circondato da molti stranieri.

 Ciao!