LA CAMERA ARDENTE
Guardò l'orologio: era un poco in ritardo. Dalla strada svoltò a destra ed oltrepassò un grande cancello. Nel parcheggio della clinica c'erano già molte auto. Mentre scendeva dalla macchina vide gruppi di persone dirigersi vero una palazzina grigia, isolata e bassa, che si ergeva in fondo al vialetto alberato. Alcune donne reggevano mazzi di fiori bianchi e gialli. Si incamminò cercando di raggiungere un gruppo di persone che non conosceva, ma che senza dubbio erano diretti al medesimo luogo, la camera mortuaria. L'entrata della palazzina era illuminata da luci al neon; fuori, sul piazzale si erano formati piccoli capannelli di persone che chiacchieravano sommessamente. Ogni tanto qualcuno usciva dalla Camera mortuaria, per cedere il posto ad altri che subito entravano. Il morto sarebbe stato esposto l'intera giornata nella sala ardente. Lui si soffermò all'inizio del piazzale. Si tolse gli occhiali scuri e li pulì, poi si guardò attentamente e ritenne di essere vestito in modo appropriato; indossava una giacca nera su dei jeans sportivi ma eleganti; una camicia bianca ed una cravatta blu scuro. Su di un tavolino collocato vicino all'entrata era stata messa un'urna per le donazioni a una qualche associazione; lui non ne lesse il nome. Si guardò attorno; stava arrivando ancora gente; sul piazzale c'erano circa un centinaio di persone. Una donna piangeva, con la fronte appoggiata alle spalle di un uomo, che cercava con garbo di consolarla; inclinò leggermente la testa tentando di scorgerle il viso, ma non vi riuscì. Si avvicinò all'entrata; la luce dei neon rischiarava il corridoio che immetteva alle camere ardenti; una sola era occupata; si intravedevano le corone e i velluti neri ; avvertì chiaramente il pianto mugolante dei familiari più stretti, la moglie, forse la madre. Il morto aveva quarant'anni. Pensò che sarebbe stato meglio piangere, ma non ci riuscì; molta altra gente non piangeva; sulla strada qualcuno conversando accennò anche ad un sorriso; un altro mostrava soddisfatto la propria auto rossa ad un giovane. Sì – si disse - poteva essere scambiato per uno dei tanti amici, conoscenti, parenti, presenti per il funerale. C'era però un particolare che solo lui sapeva e che avrebbe voluto dimenticare in fretta. Era stato lui a strangolare la persona che in quel momento si trovava distesa nella camera ardente. Non era stato un impulso, un accesso d'ira, come spesso capita di leggere nella cronaca nera; era stato costretto dalla malasorte a pianificare la sua morte; soffiargli quell'affare, senza alcun scrupolo, solo perchè lui aveva più liquidità; avrebbe significato essere condannato al fallimento.
“Voleva fregarmi, il maledetto!”
No, non la poteva passare liscia e così una sera gli aveva chiesto un appuntamento con una scusa qualsiasi e poi gli aveva tolto la vita. Ora era lì, in mezzo a tutta quella gente addolorata: lui che lo conosceva appena, che l'aveva visto una sola volta; quanto basta per odiarlo; era qui al suo funerale; non aveva resistito alla sfida . Come se avesse avuto bisogno di toccare con mano la morte del nemico in affari. Era stato facile far sembrare che si fosse trattato di una rapina finita male; nessuno poteva immaginare che lui e il morto si conoscessero, si erano parlati al telefono, ma non si erano mai incontrati, prima di quel giorno . Nulla, nessun testimone, nessun scritto. Prima d'ucciderlo avevo calzato i guanti: nessuna impronta. Salutò alcune persone appena uscite dalla Camera Ardente. Un uomo sorreggeva una donna che a stento camminava; era giovane , aveva occhiali neri ed un velo pure nero che le copriva i capelli e le occultava parte del viso. Vide il prete arrivare a piedi, con la tunica bianca , la stola nera e lo sguardo sprofondato nel messale semiaperto; l'incenso iniziò a spandersi e ad avvolgere i partecipanti. Ancora una notte e tutto sarebbe stato sepolto, il morto , il suo passato e quello che era stato.
Ma quella tranquilla statica rappresentazione funebre s'incrinò d'improvviso ; la sua attenzione fu attirata da un movimento alla sua destra; tra tante persone che camminavano lentamente, quasi con passo cadenzato, vide un ometto uscire quasi correndo dalla Camera Ardente ed avvicinarsi ad un altro uomo, vestito di grigio, che dava l'impressione di rivestire una qualche autorità. L'uomo si chinò per ascoltare dalle labbra dell'altro, quello che sembrava un messaggio importante e delicato. Dall'espressione che via via s'era andata formando sul viso della persona che ascoltava, si comprendeva che la notizia era sorprendente. I due si allontanarono quasi correndo. Sembrò che tutto fosse tornato alla normalità, quando la piccola folla di persone s'aprì al passaggio di due uomini che si dirigevano verso la sala mortuaria; uno aveva una piccola borsa nella mano destra; l'altro era in divisa, forse della Polizia. Si capiva che non c'entravano nulla con la persona defunta; a loro non interessava la cerimonia; erano lì per altri motivi. Lui, come un lupo che istintivamente capta ogni fruscio sospetto, li seguì con lo sguardo coperto dagli occhiali neri. Quasi senza rendersene conto si trovò vicino a due persone che parlottavano freneticamente. Fece un impercettibile passo di lato, per ascoltare meglio.
Erano un uomo ed una donna, probabilmente amici del morto. L'aspetto era insignificante.
Ora stava parlando la donna.
“ Ma sei sicuro di quello che dici ?Mi pare una cosa troppo romanzesca!”
L'uomo, quasi istintivamente si guardò attorno, poi le appoggiò una mano sulla spalla accostando le labbra' all'orecchio.
“ Ho sentito il necroforo parlarne all'uomo che è arrivato poco fa; non si sa chi sia; una specie di ispettore; ha detto che la mano sinistra del morto stringe un oggetto”.
“ Bè non se n'erano accorti prima ?”
“ A quanto pare no; non so se abbiano fatto l'autopsia; sai, immagino che al medico non sia venuto in mente di guardare nel pugno chiuso”
“ E pensano sia dell'assassino ?”
“ Bè, non ho sentito altro dal loro discorso; ma l'interesse mostrato dalla polizia sembrerebbe confermarlo; è facile che Carlo, prima d'essere sopraffatto , abbia afferrato o strappato qualcosa che era dell'assassino … che ne so un lembo di vestito, un oggetto tipo una matita, un bottone … una ciocca di capelli”
“ E non se ne sono accorti prima !? Mi sembra incredibile!; magari è un oggetto che ti può portare dritto dritto all'assassino; che fa la Polizia? ”
“ Verranno domani mattina presto a prelevare l'oggetto; l'ha detto l'uomo con la borsa di pelle, quello che è arrivato col poliziotto ”.
“ Già, vorranno evitare di turbare la cerimonia...”
“ ...o di farsi notare dall'assassino che magari ignora ogni cosa”.
“ Chi se ne è accorto”?
“ L'uomo che veste i cadaveri; poco fa ...”
Lui era lì ed aveva sentito tutto. Compreso il senso delle prime parole, aveva iniziato a sudare copiosamente, violenti crampi assalirono il ventre; le labbra gli tremavano; le gambe divennero instabili; mille pensieri s'affollarono nella mente. Grosse gocce che parevano lacrime gli rigavano la guancia; un uomo gli passò accanto e guardandolo mormorò sospirando: “ pensare, così giovane … si faccia coraggio; è andato a star meglio...”. Lui non lo sentì.
“ Maledizione! Che tu sia stramaledetto Carlo Livrani ! Che cosa nascondi in quella dannata mano? Cosa puoi avermi strappato ...? Che tu sia stramaledetto!!! calma, calma … bisogna riflettere...non tutto è perduto “.
Lo sbigottimento per quello che aveva appena udito durò un solo istante; poi nella sua testa riemersero tutte le sequenze di quel giorno; eliminò ciò che non gli interessava e si focalizzò sul momento dell'omicidio; fino a poco fa voleva a tutti i costi dimenticare, ora doveva riportare alla memoria ogni fotogramma dell'istante fatale, per capire e tentare di salvarsi. Rivide la faccia di Carlo farsi paonazza, mentre le sue mani stringevano il collo; vide le mani di Carlo frenetiche tremare convulse nell'aria, le narici dilatarsi. Poi sentì nuovamente il suo corpo premere contro il suo. Forse è stato in quell'istante, mentre moriva, con l'ultimo guizzo … sì, forse gli aveva strappato qualcosa, che aveva poi serrato nel pugno. “... Un bottone ! Ecco! Gli aveva strappato un bottone della sua giacca di velluto ...ci sarà sopra il mio DNA o le mie impronte; Dannazione!!”
Doveva impossessarsi del bottone prima che giungesse la polizia; ma in quel momento era impossibile. Si fece coraggio; cercò di ricomporsi ed iniziò a farsi largo tra la gente per raggiungere la camera ardente dove c'era la salma. Alle diciannove venivano chiusi i cancelli d'entrata; lui si sarebbe nascosto in qualche posto e poi quando fosse stato sicuro che non c'era più nessuno, avrebbe recuperato il suo bottone. Prima però doveva vedere attentamente dove si trovava il cadavere.
Percorse il lungo corridoio. Grandi fari illuminavano l'ambiente di una luce bianchissima; notò che le mura isolavano completamente l'edificio: non s'udiva alcun rumore giungere dall'esterno; le uniche finestre erano due lucernari opachi. Alla terza porta si fermò; la camera ardente era stipata di persone. Una donna era inginocchiata ai piedi del cadavere e piangeva sommessamente; accanto altre due donne l'abbracciavano. Il feretro era stato disteso su di un tavolo di marmo; il morto era coperto da un velo color grigio trasparente, che lasciava intravedere il pallore violaceo della morte. Le braccia scendevano leggermente inclinate lungo tutto il corpo ed andavano ricongiungendosi all'altezza del ventre. La mano destra era aperta; tra le dita era stata intrecciata una Coroncina azzurra; sotto c'era la mano sinistra, serrata in un pugno. Cercò di chinarsi leggermente , ma non gli riuscì di vedere nulla di più. Aveva visto abbastanza. Fece il segno della croce ed uscì. Da un necroforo seppe gli orari esatti della cerimonia: la bara sarebbe stata aperta fino a l'indomani, alle 8,00; alle 8,30 le Pompe Funebri avrebbero proceduto a piombare il feretro.
Uscì nuovamente sul piazzale; erano le 17,30, girò intorno al porticato; andò dentro e fuori dalla Camera Mortuaria tre volte; si mise a chiacchierare con altre persone, del più e del meno; nessuno aveva più fatto cenno alla questione. Qualcuno guardava l'orologio, altri camminavano col cellulare all'orecchio, due anziani discutevano per l'acquisto di un mobile. I più s'erano fatti una ragione di quella morte inaspettata.
“ Meglio così,” pensò “ nessuno noterà la mia prolungata presenza”.
Alle 18,30 erano rimaste quattro persone e due addetti delle Pompe Funebri; lui salutò e fece finta d'avviarsi verso l'uscita, poi deviò sotto il porticato, entrò nella Camera Ardente, dall'uscita di sicurezza che lui stesso aveva aperto dall'interno e infine raggiunse un ripostiglio. I cancelli d'ingresso chiudevano alle 19,00, ma il personale restava fin verso le 22,00. Attese con calma, pensando che se tutto fosse andato bene, il suo incubo sarebbe cessato con le prime luci dell'alba; uscire inosservati sarebbe stato un gioco. Lo sgabuzzino prendeva luce da una piccolissima finestra posta quasi alla sommità della parete di destra, da cui vide la sera farsi rapidamente notte; ogni tanto udiva qualche passo lungo il corridoio; silenziò il cellulare. A fatica, cercava di cambiare ogni tanto posizione; aveva chiuso la porta dall'interno. Era lo sgabuzzino del personale delle pulizie, che avrebbe iniziato il proprio lavoro non prima del primo pomeriggio di domani; si era informato. Alle 23,00 girò la chiave e dischiuse la porta; il corridoio era sepolto nell'oscurità quasi assoluta, violata unicamente dalle luci flebili dell'allarme antincendio. Iniziò ad avanzare lentamente; ogni tre passi si volgeva indietro perchè gli sembrava d'udire rumori d'altri passi: ma dietro non c'era nulla; e allora si rese conto che ciò che sentiva era l'eco dei suoi passi ; la Camera Ardente era laggiù; ne intravedeva la porta, spalancata su un antro nero. Continuò a camminare calcolando i passi che restavano; ogni passo pareva durare un'eternità; in quel momento comprese che il silenzio assoluto non esisteva; suoni impercettibili, forse lontanissimi, ronzavano nelle orecchie; improvvise correnti d'aria gli muovevano i capelli; si voltava e vedeva solo il nulla; il bianco dei marmi, del pavimento, dei neon spenti, delle porte. Accelerò il passo, per quanto poté e finalmente si trovò dinanzi alla porta; il feretro era là, in mezzo alla stanza, come l'aveva visto nel pomeriggio. Entrò: il buio si fece più denso; notava appena la sagoma nella cassa spalancata e dentro ne intuiva il cadavere; si avvicinò ed allungò la mano all'interno della cassa; sentì lo zigrinato del velo e poi il grezzo dei vestiti; cercò a tentoni la manica sinistra; ecco ! Discese giù verso la mano; le mani erano unite in una stretta di marmo. Due volte si tolse il sudore dalla fronte e dagli occhi, che ora sentiva bruciare come braci. Fece per disarticolare le dita del morto, quando un'altra mano, forte come una tenaglia gli serrò il braccio teso; lui emise un grido che subito soffocò; cercò di divincolarsi, atterrito , muto di sgomento, mentre i suoi occhi spalancati annaspavano nell'oscurità; ma la stretta era sempre più forte, tanto che lo costrinse a piegarsi in ginocchio; allora rapida un'ombra scura gli fu sopra.
“ Maledetto, maledetto; mi vuoi fottere anche dal regno dei morti, ma io ti spezzo nuovamente il collo!”.
“ Stefano Allerti lei è in arresto per l'omicidio di Carlo Livrani; tutto ciò che dirà d'ora in poi potrà essere usato contro di lei”.
Un lampo accecante: d'improvviso parvero accendersi mille fari. L'uomo che l'aveva ammanettato era il Commissario Moretti; a lato c'erano quattro agenti in borghese, con le pistole in pugno; altri agenti sopraggiunsero dal corridoio; tra loro riconobbe anche l'uomo e la donna che ore prima prima avevano parlottato tra loro, dello strano ritrovamento; vicino a lui proprio perchè potesse sentire.
Stefano Allerti rimase col capo chino e ripeteva – imbecille! Stefano sei un imbecille!; Poi con un improvviso scatto si svincolò dalla stretta dei poliziotti; questi misero la pallottola in canna e gli puntarono contro le armi; ma anziché tentare di raggiungere l'uscita, lui si butto sul feretro e si attaccò con tutte le forze alla mano del cadavere.
“ Che cazzo c'è qui in questa fottuta mano!? Che cosa m'hai strappato dannato fetente!?”
Il Commissario seguiva la scena, quasi divertito.
“ Lasci stare signor Allerti; è inutile … nel pugno non troverà nulla … sospettavamo di lei … avevamo già rilevato un DNA compatibile col suo, ma sa bene che il DNA è un indizio, non una prova; abbiamo allestito una farsa perchè lei ci potesse fornire una confessione: lei non ama Hitchcock vero? Ora se vuole che la sua posizione si alleggerisca, mi spiego meglio: se vuole evitare l'ergastolo, deve dirci perchè … perchè ha strangolato il signor Carlo Livrani. Noi lo chiamiamo movente. Siamo arrivati a lei grazie ad un capello sul paltò , già proprio come nella vecchia canzone e ad un numero di cellulare. “
Stefano Allerti era seduto, con gli occhi sbarrati fissi verso il feretro.
“ Vi dirò tutto; ma permettetemi un attimo ancora d'avvicinarmi al feretro; non avete visto come ride, come sogghigna !? M'ha fregato due volte … maledetto!!! maledetto!!! Ride … ride … ride di me ...Vedete come ride? ...ride ...ride .. è morto e ride!.”
E si alzò per buttarsi contro il feretro. Due poliziotti lo agguantarono per le braccia , bloccandolo a terra. Lo ammanettarono.
“ Portatelo via! - gridò il Commissario - assegnategli un avvocato d'ufficio se non ha quello di fiducia; io intanto chiamo il Procuratore e il dr Sensi del Manicomio Criminale, c'è lavoro anche per lui ”.
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Il titolo è accattivante par la sua attrattiva ma anche...
... suggeritore di un finale che il lettore preferirebbe scoprire con la lettura. È evidente che questo titolo suggerisce, fin troppo platealmente, un evento che scombina i piani del protagonista. Sarebbe meglio evitare di dare indicazioni che possono essere estrapolate facilmente da un titolo come questo. Specie se il genere ha un carattere di colore giallo. Detto ciò, la scrittura è di quelle che regalano al lettore una piacevole lettura. È abbastanza intuibile una certa qual dimestichezza con la scrittura descrittiva che si manifesta con una narrazione semplice, chiara e corretta. Forse un po' troppo elementare il finale, specie per gli occhi attenti e professionali dei moltissimi appassionati di questo genere. Piaciuto.
Un piccolo refuso:la luce dei neon rischiaravano la... meglio rischiarava la.
Un saluto.
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Ben scritto, lettura
Ben scritto, lettura piacevole ma... non è tanto questione di titolo come dice Scribak, qua il problema è che arrivi a un terzo della lettura, leggi di qualcosa trovato nella mano del morto e non c'è già più sorpresa, tutto si fa prevedibile, puzza di trappola della polizia lontano un miglio, parola di abituale frequentatore del genere noir, e la tensione inevitabilmente diventa zero. Quindi, piaciuto, sì, ma solo così così. Saluti.
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avvincente, tiene incollati
avvincente, tiene incollati fino all'ultima riga.
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