LA CANZONE SIGNORINELLA PALLIDA HA COMPIUTO 80 ANNI

ritratto di Baldo

 La canzone “Signorinella”, composta più di ottanta anni fa e precisamente nel 1928, è opera di un musicista (Nicola Valente) e di un poeta (Libero Bovio), entrambi napoletani, nati sul finire del 1800 e morti prima della metà del 1900.

Divenne subito celebre per il suo riferimento al tessuto umano di Napoli del primo novecento e per il suo ritmo musicalmente piacevole e avvolgente.
Nelle strofe si intreccia la vicenda di un giovane che sarebbe diventato notaio e di una ragazza che sospirava, sperando in un domani migliore.
La vita, come spesso avviene, separa i due protagonisti, ma il notaio ormai anziano ricorda con nostalgia la sua giovinezza (brindisi coi bicchieri colmi d’acqua) e l’addio della signorinella che prima di vederlo partire infilò una violetta del pensiero nell’asola della sua giacca.
Il rintocco delle campane di una chiesetta accentua la nostalgia del protagonista, che non riesce a trattenere la commozione.
Quanta differenza con le canzoni di oggi, urlate e assordanti! 
 

 
Signorinella pallida,
dolce dirimpettaia del quinto piano,
non vè una notte ch'io non sogni Napoli 
e son ventanni che ne sto lontano.
Al mio paese nevica
il campanile della chiesa è bianco,
tutta la legna è diventata cenere,
io ho sempre freddo e sono triste e stanco,
amore mio, non ti ricordi che nel dirmi addio,
mi mettesti all'occhiello una pansè,
poi mi dicesti con la voce tremula 
non ti scordar di me.
Bei tempi di baldoria
dolce felicità fatta di niente,
brindisi coi bicchieri colmi d'acqua,
al nostro amore povero e innocente,
negli occhi tuoi passavano,
una speranza un sogno una carezza,
avevi un nome che non si dimentica,
un nome lungo e breve giovinezza,
il mio piccino, in un mio vecchio libro di latino,
ha trovato indovina una pansè,
perchè negli occhi mi tremò una lacrima,
chissà chissà perchè.
E gli anni e i giorni passano,
uguali e grigi con monotonia,
le nostre foglie più non rinverdiscono,
signorinella che malinconia,
tu innamorata e pallida 
più non ricami innanzi al tuo telaio,
io quì son diventato il buon don Cesare,
porto il mantello a ruota e fò il notaio,
lenta e lontana, mentre ti penso suona la campana
della piccola chiesa del Gesù 
e nevica vedessi come nevica,
ma tu dove sei tu?
 

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