Allora vado
"Allora vado!"
Aldo non si voltò, tanto già sapeva che il suo sguardo avrebbe incontrato soltanto la sua nuca, e anche se casualmente si fosse incrociato con quello della donna in cuor suo dubitava di essere in grado di reggere quell'occhiata carica di sprezzante rammarico, temeva di non averne la forza.
Raccolse l'ultima valigia con un incredibile peso nel cuore, si avvicinò al baule aperto della station wagon e la spinse nel bagagliaio di prepotenza, non c'era più altro posto nella vettura, così come non ce ne era più nella sua vita per Claudia.
Chiuse il portellone con un tonfo senza voltarsi per guardare se lei era sulla soglia della loro casa, si mise alla guida, accese il motore che tossicchiò un paio di volte prima di andare in moto, ingranò la prima, uscì dal viale e si mise in strada, la distanza da percorrere era tanta, un'altra casa in un'altra città.
Uno strano torpore lo sorprese alla guida, i ricordi cominciarono a riaffiorare prima non invitati, poi tollerati infine cari compagni di viaggio.
Mentre ripercorreva gli avvenimenti che lo avevano condotto a quella giornata, si rese conto che quell'epilogo era ineluttabile, il sopore che aveva permeato la loro vita matrimoniale era divenuto troppo evidente, troppo marcato, per non essere notato.
Così cominciò a osservare bizzarri comportamenti in lei, strane frasi rimaste a metà e atteggiamenti eccessivamente confidenziali nei confronti di alcuni loro amici comuni, niente di preoccupante all'inizio, solo qualche battutina maliziosa, un’ammiccante occhiata, un sorriso appena accennato; poi però il radicale appannamento della sua passione nei suoi confronti divenne insostenibile.
Aldo non era geloso - non più di tanto - ma queste cose cominciarono a dargli fastidio, un tarlo prese, a scavare nel suo cervello sempre così razionale, un sospetto si fece largo prima leggero come una farfalla poi pesante come un elefante, quindi un giorno di maggio la certezza palpabile, la sua adorata Claudia lo tradiva.
La cosa che lo colpì fu che non era disturbato per l'atto materiale in sé quanto per l'essersi reso conto di aver perso il suo affetto di non essere più lui il centro dei suoi pensieri, il faro della sua quotidianità, il suo vero unico amore, qualcun altro glielo aveva strappato e lui si era rassegnato all'idea.
Dolce e amara al contempo questa sensazione permeava le sue papille gustative, letteralmente ne percepiva l'acre sapore in bocca, il gusto del fallimento di anni di vita comune, di obiettivi raggiunti e di quelli mancati, lo invecchiare insieme, tutto distrutto, tutto inutile.
Lui non aveva nulla di cui farsi perdonare in particolar modo; l'aveva sempre trattata con rispetto, è vero, litigi ce ne erano stati, alcuni anche pesanti ma poi tutto si era riaccomodato tra le sue braccia nella loro dolce alcova; ecco, ora che ci pensava erano già da parecchi mesi che non discutevano più, subito gli era parsa una bella cosa, gli sembrava il conseguimento di un’intesa perfetta, il raggiungimento dell'affinità elettiva con la sua adorata sposa ma poi il tempo ne rivelò la triste verità.
Di altre donne lui poi non ne aveva avute, non che fosse uno stinco di santo, semplicemente aveva valutato che non ne sarebbe valsa la pena, non era nella sua indole tradire e rischiare di perdere quanto costruito insieme, evidentemente per Claudia non era così, alla fine il togliersi di torno fu la scelta giusta, nessun rimorso per nessuna mancanza, solo l’incontrovertibile realtà degli eventi.
Dolore gliene aveva dato anche il fatto che la sua ex moglie aveva avuto pure il coraggio di lagnarsi della sua mancanza di voglia di lottare, come se tutto ciò che lei aveva fatto fosse stata colpa sua, sapeva bene che questa era la più classica delle scuse femminili davanti a una colpa schiacciante, come sapeva altrettanto bene che lui non aveva più voglia di sentirla, vederla, pensarla.
Un periodo era concluso ma ora qualcosa di nuovo lo stava attendendo, oscuro quanto misterioso ma comunque una sferzata di vita ai suoi lombi stanchi, sapeva che ciò che sarebbe successo da quel momento in poi sarebbe stato sotto il suo controllo, non avrebbe più permesso a nessuno di trattarlo così.
Il suo girovagare ebbe fine nell’adespoto posteggio di un altrettanto anonimo caseggiato; non aveva intenzione di impegnarsi nell’acquisto di un appartamento e per questo motivo preferì scegliere un umile affitto, aveva perso tutte le sue certezze, strappate dalla sua anima esacerbata dalle rapaci mani dell’unica donna che avesse realmente amato.
Erano già le otto di sera, sfinito per il lungo viaggio, scaricò la macchina e poggiò le valigie nell’entrata del modesto alloggio senza aprirle; da una sacca estrasse un asciugamano e una saponetta, si diresse nel bagno, si diede una veloce lavata e s’infilò sopra le coperte del letto, la serata era calda e Aldo era molto stanco, si addormentò poco dopo.
Si destò che il sole era già alto, un sonno ristoratore come non ne aveva fatto più da tanto tempo gli ridiede le energie che aveva perso, la mattinata era abbagliante, un cielo senza nubi di un celeste quasi opprimente rivestiva la sua nuova cittadina, pochi palazzi all’orizzonte, intorno ai nugoli di casette in mattoncini faccia a vista lo circondavano dando l’idea classica della periferia di una grande città, e questo a lui piaceva molto.
Con un ultimo anelito di ragione aveva scelto di abbandonare la vita precedente nel periodo delle vacanze estive, la grande ditta commerciale nella quale lavorava aveva una succursale importante proprio in quella città e il cambiamento non gli pose particolari condizioni svantaggiose d’impiego, anzi.
Cominciò quindi a pulire la nuova abitazione iniziando dalla sala, spazzò per terra e tirò lo straccio sapientemente, il buon odore di pulito che ne scaturì riuscì a metterlo di buonumore e gli rese meno pesante quel lavoro che per lui era del tutto nuovo, spolverò i pochi mobili, un tavolo rotondo vecchio di qualche anno ma ancora in ottimo stato, le quattro sedie abbinate, la credenza a corpo singolo e un ampio divano in similpelle nera.
Dopo fu la volta della stanza da letto, riassettò il giaciglio appena spiegazzato e compì le stesse operazioni fatte in precedenza, così come fece anche per il bagno.
Il posto era poco ma sufficiente, non gradiva troppo spazio intorno a sé, come se si volesse rinchiudere in un minuscolo ma comodo carapace, facile da accudire e da difendere dal mondo esterno, un posto tranquillo dove riordinare la propria esistenza.
Disfece la valigia e scaricò gli ampi borsoni pieni di cose che, solo ora se ne rendeva conto, erano per la maggior parte inutili, troppe giacche, troppe camicie o calzoni, eccessivi gingilli vari.
Si rese conto di una cosa, aveva accumulato tutti quegli oggetti negli anni, come se dovessero servire per un’ipotetica fine del mondo ma quando fu la volta che il suo universo aveva ricevuto davvero quel fragoroso sobbalzo, ebbene erano solo inutile ciarpame, il cambiamento era dentro di lui non all’esterno, dove tutto continuava il suo placido andirivieni fregandosene altamente delle sue vicissitudini.
Questa convinzione lo rese, se possibile, ancora più solo.
Eppure una reazione era necessaria, trovò nel fondo di una valigia una tuta da ginnastica, acquistata anni orsono al seguito di un’ennesima moda dettata da qualche vittoria internazionale di un ormai dimenticato sportivo.
La estrasse dalla busta di plastica che le faceva da epidermide fin dalla sua uscita di fabbrica, la guardò, ancora perfettamente piegata e stirata, la sciolse e la indossò, cercò quindi il paio di comode scarpe da jogging, anche queste intonse e, lasciando la sua magione ancora in una specie di caos primordiale uscì.
Per la prima volta l’aria sapeva di aria, ne prese un corposo respiro e cominciò a correre, dapprima lentamente poi più velocemente, ansimando sentiva i suoi polmoni espandersi, il corpo liberarsi dai legacci di anni di pigrizia, il sole scaldava la sua cute ma il sudore la raffreddava quasi immediatamente, correva e si sentiva libero, finalmente.
La resistenza cedette di schianto e si trovò, ansimante nelle vicinanze di una provvidenziale fontanella in ghisa sagomata, premette il bottone, un gorgoglio precedette la discesa di un rivolo del magico liquido, due sorsate abbondanti lenirono la sua sete, alzò il ristorato viso e vide che c’erano altre persone intente a correre, si fermò un attimo a guardarle percorrere su e giù il viale alberato e finalmente si rese conto di una cosa, finalmente aveva capito qual era il dolce sapore della libertà.
Il respiro tornò regolare, ma per non incorrere nel rischio di un accumulo di acido lattico nelle gambe riprese la strada a passo veloce, il cielo pareva spronarlo ad abbandonare i dolori, i dispiaceri parevano scivolare via ogni volta che un capannello di donne in tenuta ginnica, ridacchiando lo sorpassavano, sembravano quasi deriderlo per la sua lentezza ma almeno si accorgevano di lui, alcune più di altre, e a lui non sembrava vero.
In uno sprazzo di machismo decise di oltrepassare correndo uno di questi drappelli composto di tre amiche che camminavano chiacchierando beatamente, fece un'ottima figura che però pagò salato il giorno dopo, quando un caldo intirizzimento di carne greve sembrò imbalsamargli gli arti inferiori, ma era felice ugualmente.
Quella sera decise che non aveva voglia di improvvisarsi cuoco, si vestì in modo casuale, con un paio di jeans e un maglioncino leggero ma col collo a dolcevita perché l'aria frizzante del crepuscolo non avrebbe certamente giovato alla sua cervicale, "elegante ma con accortezza" definì il suo look quando si rimirò nel grande specchio dell'anta centrale del suo guardaroba in acero massiccio, un legno giallastro che l'incuria del tempo aveva reso di un meraviglioso tono ambra del baltico, caldo e piacevole come un vecchio amico.
La pizzeria "Da Gino" era semideserta, l'ora era troppo giovane per la torma di ragazzi che l'avrebbero riempita più tardi per poi gettarsi tra le fredde braccia di una notte che avrebbe giocato a morra cinese con le loro vite, mentre si sedeva al tavolo che il cameriere gli aveva indicato Aldo non poté fare a meno di ripensarsi giovane, a come la sua vita si fosse svolta sotto i suoi occhi senza che lui avesse avuto maniera di domarla, di controllarla, esattamente come quegli adolescenti.
Il cameriere si presentò con il menù e la lista dei vini ma non ce ne fu bisogno, ordinò subito "una margherita e una spina media di birra" la classica richiesta di quando lui e Claudia, volendo spezzare la routine quotidiana e concedersi una serata diversa, andavano in pizzeria e poi al cinema oppure a teatro Claudia, ancora lei, come la lama di un coltello, questo ricordo squarciò improvvisamente il cuore nel suo petto, e tanto fu il dolore che dovette farsi forza per ricacciarlo indietro, nell'oblio dal quale era venuto.
Intento a leccarsi le ferite non si accorse che nella pizzeria erano entrate alcune donne, il pizzaiolo doveva conoscerle bene perché distolse il pensiero dalle rotonde bontà che stavano cuocendo nel forno per sperticarsi in unti salamelecchi e umidi baciamano, indicò poi loro il tavolo che avevano prenotato ed esse sedendosi fecero partire quello strano rituale, tipico del genere femminile, di accomodarsi in coppia al bagno per le rituali abluzioni.
Aldo si era ripreso, complice una profumata margherita che s’immolò al palato dell'uomo, ogni volta che il coltello staccava un boccone dal tutto, la calda e fumante mozzarella in un eterno abbraccio tentava di trattenere quella parte di se scissa che si allontanava, allungandosi, tendendosi e assottigliandosi.
Una sorsata di birra poi spense anche la sete.
Sazio si alzò da tavolo e s’indirizzò verso il bancone per pagare la consumazione, portando con sé il foglietto in carta chimica sul quale un solerte cameriere aveva scarabocchiato segni senza apparente senso, non mancavano che pochi passi alla sua meta che una squillante voce lo distolse dai suoi pensieri:
"Aldo!" Si voltò più per istinto che per volontà, seduta assieme a numerose amiche una donna lo stava chiamando agitando al contempo la mano destra, non la riconobbe quindi il suo sguardo si spense in un fisso torpore, lei se ne accorse:
"Aldo!"Insistette.
Si avvicinò guardingo alla congrega chiassosa, nel frattempo tutte le donne si erano voltate verso di lui, cominciando un accurato esame.
Si sentì radiografato da capo a piedi, chi fissava le scarpe, chi gli occhi, chi ridacchiava sommessamente ammirando il suo giro vita fuori forma, poi un lampo attraversò le sue sinapsi in stand-by:
"Giovanna, sei proprio tu?" Era una domanda abbastanza stupida, se ne accorse appena l'ultima vocale fluì dalla sua bocca ma lei non ci fece caso più di tanto, i suoi begli occhi neri si erano accesi, un niveo quanto perfetto sorriso si stampò sulla sua bocca, circondato da carnose labbra truccate di un rosso scarlatto che era tutto un programma.
Nei pochi istanti che passarono per appropinquarsi alla donna nella testa di Aldo migliaia di immagini fluirono trascinando con sé ricordi e sensazioni, quella donna, Giovanna era stata la sua ultima fidanzata prima dell'arrivo del ciclone Claudia che gli sconvolse la sua vita in maniera drastica, lui era molto attaccato a lei, si conoscevano fin dall'infanzia ed erano stati i migliori amici l'uno dell'altra per anni, come logica conclusione di quell'antefatto si erano trovato fidanzati senza quasi sapere come, a volte vivevano un qualche periodo di distacco colpa qualche flirt truffaldino ma poi si riunivano sempre, come se fossero stati predestinati a una vita in comune, ma così non fu, le loro strade si divisero davvero da anni non l'aveva più sentita, fino a quella sera.
Le chiacchiere si sprecarono, ognuno descrisse la propria vita enfatizzando i successi e minimizzando le sconfitte, Aldo scoprì che la sua compagnia era ancora benefica e lenitiva come sempre, lo stesso evidentemente per lei che poco prima del suo commiato gli allungò un biglietto da visita strappando la promessa almeno di una chiamata.
Uscì frastornato dal locale, nulla era peggiore del chiacchierio di parecchie donne, almeno per un uomo; guardò il biglietto che teneva tra le mani, cosa avrebbe fatto? Neppure lui in quel momento lo sapeva, già era in una situazione che definire traballante era un eufemismo, l'ultima cosa che voleva era un ulteriore scossone, passando davanti ad un cassonetto d'immondizia allungò il braccio lasciandolo cadere al suo interno.
"Ad majora" Disse tra sé, quindi si diresse versa la sua nuova vita.
Le vacanze finirono prima del previsto, il dovere lo colse proprio quando gli ultimi ritocchi della casa stavano per essere ultimati, li sospese col proposito di terminarli "uno di questi fine settimana", promessa da marinaio, ne era cosciente ma non poteva lasciare i lavori a metà senza almeno una scusa, anche se banale.
La sera della domenica, prima del rientro, gli prese lo sconforto, un nuovo ambiente di lavoro, nuove persone, nuove amicizie da fare, ripartire tutto da zero era per lui troppo faticoso, il dilungarsi in spiegazioni sul perché della sua richiesta di trasferimento così lontano avrebbe potuto riaprire quella ferita che lui faticosamente tentava di cicatrizzare con l'aiuto del tempo e di una voluta amnesia sugli anni trascorsi insieme alla sua ex moglie, no, meglio una bugia, veloce e indolore, era certamente la soluzione migliore, il guaio era che lui di fantasia ne aveva sempre avuta poca e mettere insieme una menzogna credibile in così poco tempo gli parve un'impresa disperata.
Si lambiccò il cervello per ore, mentre cenava, intanto che era davanti alla televisione e anche quando si stava preparando per la notte ma nulla di buono pareva uscire dalla sua riarsa fantasia, presa a schiaffi e male parole dall’arrogante realtà, tanto sarebbe valso raccontare la verità ma già sapeva che questo lo avrebbe reso il bersaglio di risatine, frecciatine, battutine e tutto quanto di peggio che finisca in “ine” la sua mente avesse pensato:
“Vivaddio no, molto meglio una corposa e succulenta menzogna.” Pensò
Si mise a letto, sotto le coperte fresche di tintoria, la luce del lampione posto come guardiano della notte e al tratto di strada adiacente al suo appartamento elargiva anche a lui una porzione della sua preziosa luce che filtrava attraverso le persiane socchiuse, nella penombra questa decorava alcuni lati degli oggetti nella stanza con una pennellata di chiarore che ne permetteva il riconoscimento, mai Aldo aveva provato una simile sensazione, nell’elegante villetta in cui viveva prima la luce spariva durante la notte, non ci aveva mai fatto caso prima ma adesso sapeva che quella era una sensazione opprimente rispetto a quella attuale, anche perché ultimamente gli capitava spesso di svegliarsi nel cuore della notte, in preda a crisi di panico e di sentirsi affrancato dai timori e paure proprio da quello sprazzo di luce che lo riconduceva immediatamente alla calda normalità della sua stanza.
Socchiuse gli occhi, un dolce tepore avvolse il suo intero essere, la notte tiepida gli stava intonando una cantilena per favorire il suo sopore, era lì, sulla soglia tra il dormiveglia e un sonno pesante quando di scatto ebbe l’idea per risolvere la sua situazione, solo un guizzo al quale non seguì nulla, nessun movimento, rimase fisso esattamente come era prima, ma ora aveva una via di fuga, il sonno ristoratore ora poteva giungere tranquillamente.
Il mattino seguente, perfettamente sbarbato e ripulito, profumato, ben pettinato e vestito con un abito di sartoria si presentò nella hall della ditta per la quale avrebbe cominciato a lavorare quello stesso giorno, un’ampia sala con alcune poltrone in velluto e un grande bancone dietro il quale erano sedute due giovani ragazze lo accolse:
“Molto carine!” Pensò mentre, poggiando sul levigato piano di marmo nero la sua ventiquattrore, si presentò.
Una di loro, una biondina col viso innocente che contraddiceva un corpo sinuoso perfettamente fasciato da un’attillata camicetta bianca che, nonostante gli sforzi delle cuciture, non riusciva a contenere tanta prorompente femminilità alzò la cornetta di un interfono e compose un numero di tre cifre richiedendo la presenza del direttore.
Dopo un paio di minuti che a Aldo parvero mesi un raffinato signore di mezza età uscì da un elegante ascensore di legno di mogano, s’indirizzò con passo deciso verso di lui, gli tese la meno e si presentò, lo stesso fece Aldo.
“La Direzione Principale mi aveva già avvertito del suo arrivo, lo stesso vicepresidente in persona mi ha raccomandato di sfruttare al meglio le sue notevoli potenzialità, confermandomi di aver avuto una notevole fortuna ad averla con noi.”
“Grazie.” Rispose Aldo imbarazzato.
“Farò del mio meglio per non deludere né lei né il vicepresidente.”
La risposta sembrò garbare al direttore che fece un leggero cenno di approvazione col capo.
“Venga ora Aldo, le mostrerò il suo nuovo posto di lavoro e la presenterò ai suoi colleghi.”
“Con piacere, la seguo”.
Prese la valigetta che era poggiata sul bancone e non poté fare ameno di notare l’occhiata ammiccante che la ragazza bionda indirizzò verso il suo anfitrione.
“Eh, il fascino del potere” Pensò
Il suo nuovo posto di lavoro era un ufficio pessimamente arredato ma con ampie vetrate su due lati che gli fornivano quella luce dalla quale era ormai dipendente, vi era una traballante libreria in finto legno, un armadietto scompagnato in lamierino beige, su di una vecchia scrivania con cassetti nivei stretti tra una gabbia un ferro dello stesso colore e un piano di panforte laminato color ciliegio un vecchio computer e una tastiera antidiluviana facevano pessima mostra di se.
“Lo cambieremo subito.” Rassicurò il direttore, “e per quello che riguarda l’arredamento si senta libero di ordinare quello che più le piace e l’ufficio logistico glielo andrà a ritirare, ma ora venga che la presento agli altri”.
Il seguito della mattinata fu tutta strette di mani sudaticce, frasi di circostanza, convenevoli sdilinquiti e frecciatine varie che Aldo battezzò come prodotto di una latente invidia per il suo posto di lavoro, evidentemente molto ambito, nonché per la predilezione che il direttore pareva profondere a piene mani per lui.
Comunque anche questa via crucis ebbe termine al bancone dell’ufficio logistico dove il direttore consegnò ad Aldo un catalogo di arredi per l’ufficio e la raccomandazione di “usarlo con morigeratezza.”
Svolta anche la pratica di arredatore si diresse nuovamente verso il suo “loculo “, come l’aveva già soprannominato, aveva voglia di tornare al suo lavoro, l’unica cosa “vecchia e conosciuta” in mezzo a quell’oceano di novità.
Con perizia accese e configurò il suo PC con alcuni dischetti che aveva portato dal precedente ufficio, scaricò la posta elettronica che oltre a una pletora di fastidiose missive pubblicitarie non richieste aveva anche alcuni messaggi personali, tra cui quello dell’ex moglie, conscio del fatto che le pratiche legali erano già state svolte e che il giudice aveva già deliberato, non capì per quale motivo avesse dovuto leggere quella mail, quindi senza nemmeno aprirla la cestinò.
La mattinata era già passata ma Aldo era ancora intento nel suo trasloco, quando alla porta del suo ufficio si presentò lei:
“Dottore, è quasi l’una, noi andiamo a mangiare, si vuole unire a noi?”
La gentile richiesta arrivò proprio nel culmine di un tentativo iniziato quasi un’ora prima di bypassare un maledetto codice di controllo ancora attivo che gli impediva di ricevere i dati dal CED, quindi innervosito si volse verso la voce per rifiutare l’invito con fermezza.
Quando la vide però non uscì verbo, un casco di capelli ricci e neri la adornava come una corona indegna della bellezza che la portava, un viso tondo con due grandi occhi scuri e un radioso sorriso niveo circondato da due carnose labbra rosse, il fisico recluso in un tailleur che gli parve particolarmente ma inutilmente casto, era degno di una silfide, sgranò incredulo gli occhi senza riuscire a proferire parola, un vero colpo di fulmine lo trapassò.
“Allora Dottore, posso sperare che sia dei nostri?” Reiterò lei sbarazzina.
Finalmente Aldo riprese il controllo dei suoi ormoni:
“Arrivo subito, così potrà indicarmi dove è la mensa in questo edificio.” Gigioneggiò spegnendo il computer e perdendo tutto quello per cui aveva lavorato finora.
“Con piacere.” Ridacchiò lei, “Venga con me, a proposito il mio nome è Imma.”
“Piacere, Aldo, è strano, stamane non l’ho vista durante il mio giro nel reparto, e una bellezza come lei non passa inosservata.”
Non ci credeva neppure lui, stava facendo il cascamorto con una donna appena conosciuta, non era da lui, non era mai stato da lui prima ma non poteva farne a meno.
Il risolino imbarazzato di lei gli fece capire che forse si era spinto troppo oltre, quindi alzò le spalle, si impettì e la segui.
“Il cibo della mensa è tutto uguale.” Rifletté tra se quando riavviando il computer ebbe la certezza di aver perduto tutti i dati “Ma mangiare con lei l’ha reso speciale.”
Fu l’ultimo frivolo pensiero del giorno.
Tornò a casa che era quasi notte, si era fermato lungo la strada a mangiare l’hamburger di una nota catena di ristorazione ma questi ballava la samba nel suo stomaco costringendolo a promettere che quella sarebbe stata l’ultima volta, entrò nell’appartamento che ormai aveva acquistato un sapore particolare che a lui piaceva molto, quello dell’abitazione di un single, si svestì e si recò in bagno, non si lavò come era uso fare, aveva imparato, dopo che Claudia glielo aveva ripetuto dozzine di volte che non è sano mettersi sotto la doccia a stomaco pieno, quindi si sciacquò pezzo per pezzo e si preparò per la notte.
Aveva in sé sentimenti contrapposti, avrebbe voluto sentire Claudia, come stava, se si era abituata all’idea di non averlo più intorno ma al contempo ne era spaventato, avrebbe potuto sapere che già qualcun altro aveva occupato il suo posto, forse lo stesso con il quale lei lo aveva tradito.
Il dolore e l’umiliazione erano ancora troppo potenti nella sua anima, decise di lenire questa sensazione di solitudine accendendo la televisione, si sdraiò sul divano ma non spinse il bottone dell’accensione, finalmente, dopo tanto tempo la vera comprensione di quanto era successo realmente lo colpì come un fendente al cuore, il dolore finora compresso poté prepotentemente uscire dal baccello nel quale la cognizione l’aveva relegato e Aldo pianse calde lacrime, adesso si rese conto, era davvero finalmente libero.
La mattina lo trovò così, addormentato sul sofà con gli occhi arrossati e cisposi, una percezione di vuoto lo permeava, ma un vuoto positivo, piacevolmente caldo. Si lavò per bene il volto, fece colazione, si vestì e uscì, salì nella macchina posteggiata a breve distanza e si recò nuovamente al lavoro, era contento anche del fatto che avrebbe rivisto Imma ed era consapevole che questo gli avrebbe allietato e alleggerito la giornata.
Così fu, e continuò anche per i restanti giorni delle seguenti settimane, ogni volta che poteva passava del tempo con lei, ormai la comprendeva, aveva appreso che non era sposata né fidanzata, e queste notizie gli misero le ali al cuore, più la conosceva e più se ne invaghiva, e sembrava anche che lei ricambiasse questa simpatia, fu questo che gli diede un coraggio enorme quando un venerdì sera, proprio qualche minuto prima della chiusura degli uffici lui la prese da una parte e con ardimento le chiese:
“Imma, so che ci conosciamo da poco tempo ma ormai non riesco più a smettere di pensare a te, stai diventando veramente importante per me, per questo ti volevo chiedere se domani sera ti piacerebbe uscire con me, conosco un ristorante dove cucinano il pesce in modo superbo.”
Aver fatto questo per Aldo fu come aver nuotato in apnea per un chilometro, infatti, la frase venne fuori tutto di un fiato e gli lasciò addosso un respiro pesante come nell’iperventilazione, ormai sentiva le stille del sudore scendergli lungo la schiena e punzecchiargli il torace, tentò inutilmente di nascondere l’espressione di compassione che il suo volto ispirava e il tremore delle sue gambe.
“Ne sarò lieta.” Rispose lei con un sorriso smagliante.
“Allora passo a prenderti domani sera alle venti e trenta, va bene?”
“Perfetto.”
La testa gli girava, non sapeva se per l’emozione o la felicità, la salutò e si diresse verso la porta d’uscita quando lei lo richiamò con un tono di voce a metà tra il sorpreso e il divertito.
“Aldo, questo è il mio indirizzo e il mio numero telefonico”.
Avvilito per la figuraccia l’uomo tornò sui suoi passi e prese il bigliettino da visita che lei gli stava porgendo, poi, come per scusarsi le disse.
“Mi devi perdonare ma non chiedo un appuntamento a una donna da anni.”
“Capisco, non ti devi preoccupare, a domani.”
“A domani sera.”
Era sotto gli occhi di tutti ormai che un sentimento stava nascendo tra i due, con grande dolore di Fausto, un loro collega da sempre innamorato di lei che vedeva assottigliare ogni sua residua possibilità giorno dopo giorno.
Imma e Aldo sembravano due ragazzetti innamorati che scoprivano un’emozione nuova che si faceva sempre più forte ma che non avevano sufficiente esperienza per poterla gestire appieno tanto era diversa da tutto quello provato fino a quel momento, occhiatine dolci, risatine bizzarre e il primo bacio, una sera nell’ufficio di lei davanti al monitor di un computer guardone, adesso ad Aldo sembrava che nulla potesse frapporsi tra il loro amore.
Aldo e Imma avevano deciso di passare insieme la vigilia di Natale, poi lei sarebbe partita per raggiungere la sua famiglia e trascorrere con loro le feste mentre lui aveva in programma di restarsene a casa in panciolle, al massimo un fine settimana a casa della sorella che lo aveva invitato numerose volte, pochi giorni soli poi lui l'avrebbe raggiunta e festeggiato con lei l'ultimo giorno di un anno che, cominciato in maniera pessima, aveva presentato negli ultimi mesi un risvolto piacevolmente discordante.
Così, una sera di dicembre decise di uscire prima dal lavoro e di recarsi in centro, avrebbe cercato un regalo da donare a Imma per rendere appieno manifesto l'amore che provava per lei, aveva sentito parlare alcune colleghe di una gioielleria particolarmente famosa e fornita della città e decise di andarci.
Posteggiò la vettura distante visto che i parcheggi erano tutti occupati e quindi dovette fare a piedi l'intero percorso che lo divideva dalla sua meta vagando su di un lungo tratto dell'ampio viale principale, notò con piacere che era pieno zeppo di negozi, le cui vetrine erano completamente addobbate per le imminenti festività, ormai era scesa la sera e il lungo viale era totalmente sovrastato da luminarie che spandevano nel buio circostante caldi toni di luce rossa, bianca oppure azzurra, le forme erano tra le più varie ma ovviamente tutte avevano un forte richiamo con il Natale ormai alle porte, alcune raffiguravano la stella cometa, altre fiocchi di neve stilizzati e addobbi per l’albero, altre ancora invece componevano contro il cielo di un profondo blu notte i lineamenti di santa Claus, Aldo si sentiva tornato bambino quando accompagnava in quei giorni sua madre a fare le ultime spese, si sentiva bene, era felice, anche se non capiva se era colpa dell’atmosfera oppure dell’amore che si sviluppava in lui.
Fu facile trovare il negozio di gioie, si avvicinò alla vetrina cosparsa di anelli, catene, bracciali e orologi di ogni genere, ognuno sopra il proprio espositore col cartellino del prezzo in bella vista.
Lo sguardo gli cadde su di un solitario in oro bianco con un diamante che pareva godere di vita proprio da quanta luce rimandava allo sguardo di chi lo ammirava, guardò il cartellino del prezzo;
“Caspita!” Pensò tra se e se, “Sono quasi tremila euro.”
La scelta era già stata fatta, pensò quello splendido gioiello al dito della sua Imma, alla felicità e alla sorpresa nel suo sguardo quando avrebbe aperto la piccola custodia in velluto blu.
Sapeva bene anche che un simile oggetto era il simbolo della più pura delle richiesta fra due innamorati, il coronamento di un sogno d’amore che, si sperava, sarebbe durato tutta la vita, sì, perché nel momento in cui glielo avrebbe donato le avrebbe chiesto di diventare la sua fidanzata ufficiale.
Era conscio che la richiesta sarebbe potuta sembrare prematura a Imma, ma l’avrebbe convinta del suo amore e del fatto che davanti a esso sarebbe stato inutile aspettare ulteriormente, così entrò nella oreficeria e lo acquistò.
Uscì poco dopo con l’anello avvolto in un elegante pacchetto in carta dorata riposto nella sua tasca, non si sentiva più così da anni, gli pareva di essere un ragazzotto che porta alla sua prima fidanzatina il “pegno di amore eterno”, era talmente felice che non si accorse neppure di essere arrivato alla macchina.
Giunse sul pianerottolo di casa sua, seduta sull’ultimo gradino, avvolta in un pesante cappotto c’era Claudia a attenderlo, dava l’impressione di essere lì da qualche tempo, quando la vide si bloccò stupito e allo stesso tempo infastidito.
Lei allargò i suoi grandi occhi neri, un sorriso le si dipinse in volto, era contenta di vederlo ma la sua felicità durò poco, la durezza dell’espressione di lui la gelò.
“Cosa ci fai tu qui?” Chiese Aldo seccamente.
“Sono settimane, anzi mesi che cerco di mettermi in contatto con te, attraverso le e-mail o il cellulare ma tu non ti sei mai degnato di rispondermi, così sono venuta io.”
“Chi ti ha dato il mio nuovo indirizzo?”
Lei abbassò gli occhi e con un filo di voce rispose “Paolo.”
Una vampata di ira si impadronì di lui, si trattenne a stento dall’urlarle contro tutte le peggiori parole che riusciva a ricordare in quel momento e di sparire per sempre dalla sua vita, Paolo, il collega e l’amico del cuore, colui con il quale l’aveva tradito.
La sua mente si infiammò nuovamente di pensieri e ricordò l’attimo in cui li scoprì nudi e raggomitolati l’uno nell’altra proprio nel loro talamo nuziale, credeva in tutto questo tempo di avere rimosso quell’episodio, seppellito nella sua attuale routine quotidiana, con rammarico si rese conto che non era così.
“Vai via, lo dico per il tuo bene.” Esplose lui, col corpo che vibrava per la rabbia, contratto allo spasimo nel tentativo di mantenere ancora una parvenza di controllo, “Vattene!”
Lei si sedette nuovamente sul gradino guardando fisso quegli occhi iniettati di sangue, quasi a volerlo sfidare.
“NO!” Disse con un inappropriato tono risoluto.
“Vattene ti prego, non credo che riuscirò a trattenermi ancora per molto.”
“Cosa vuoi fare, picchiarmi, farmi del male? Non me ne potrai mai fare più di quanto tu me ne abbia già fatto.”.
L’ira di colpo lasciò il posto a un incredulo stupore.
“Cosa ti ho fatto io? Se non sbaglio a rotolarti nel letto col mio ex amico e concederti a lui sei stata tu, TU! Mi hai spezzato il cuore, hai fatto di me uno straccio, non tentare quindi, quantunque ne detti accorto, di rigirare la frittata, tu hai fatto la puttana, non io!”.
L’accento che portò volutamente sull’ultimo tratto della frase era intinto nell’aceto, per provocarle quanto più dolore possibile, per dimostrare il profondo disprezzo che nutriva verso di lei.
Claudia parve assorbire bene il colpo senza battere ciglio.
Lui avrebbe voluto tanto che lei si alzasse e, offesa gli mollasse un ceffone perché questo avrebbe dato la stura a una sua reazione, le avrebbe restituito con gli interessi il dolore che aveva patito ma le avrebbe anche spiegato l’orrore che gli provocava il trovarsela di fronte.
Ma lei non si mosse, tutto dava l’impressione che ciò che lei era venuta a dire fosse troppo importante per essere inquinato da ulteriori parole, di cui poi entrambi si sarebbero pentiti.
“Non ti consentirò di rovinarmi ancora la vita.” Disse l’uomo girando su se stesso e cominciando a percorrere le scale in discesa.
“Aldo!” Implorò lei “Ascoltami, ti prego, sopporta la mia presenza una volta ancora poi, se vorrai sparire del tutto non ti darò più fastidio.”
“E’ una promessa?” Disse lui continuando a scendere, “Vedi di non esser qui quando tornerò, altrimenti ti mostrerò un lato di me che ancora non conosci!”
Uscì in stato di trance, l’unica cosa che gli aveva dato la forza di non lasciarsi andare era il volto di Imma, il quale aveva in qualche modo anestetizzato le pulsioni più dure verso la sua ex consorte, decise che per darle più tempo per andarsene sarebbe restato fuori di casa almeno un’ora, così si diresse a piedi verso un bar poco distante dal suo appartamento, ora che la rabbia e il rancore stavano passando si pentì di non aver ascoltato Claudia, forse aveva qualcosa di davvero importante da dire, diversamente non si spiegava perché si fosse tanto umiliata davanti a lui, ma ormai il dado era tratto, era convinto che dopo quella sera non l’avrebbe più rivista e questo cosa non sapeva se gli piacesse o no.
Tra una birra e un caffè l’ora passò abbondantemente, scese dall’alto sgabello del bar e si avviò verso casa, era ancora pensieroso, la visita di Claudia l’aveva scosso ben di più di quello che avrebbe immaginato, però ormai quella parentesi sofferta della sua vita si era conclusa, qualcosa di nuovo l’aspettava con Imma, qualcosa di meraviglioso.
Dischiuse il portone in vetro antisfondamento dell’ingresso del suo palazzo e salì le scale, con timore girò la curva dell’ultima rampa, quella dove aveva incontrato poco prima l’ex moglie, lei non c’era più, rasserenato si avviò verso la porta del suo appartamento e la aprì.
Con sorpresa per terra vide una busta gialla, si chinò e la raccolse, evidentemente era stata infilata sotto la fessura da Claudia prima di andarsene, infatti, aveva scritto il suo nome con un pennarello nero, senza aprirla la buttò sulla piccola console dell’entrata, vicino al vuota tasche e all’apparecchio telefonico, poi si avviò in cucina.
Non aveva fame ma si sforzò di masticare qualche boccone di pizza che era avanzata dalla sera precedente, era turbato dall’arrivo di Claudia ma anche da qualcosa d’altro che non riusciva a comprendere, alcune frasi della donna gli risuonavano in testa e non era capace di cacciarle, voleva con tutte la sua forze mettere la parola “fine” a tutto quindi si alzò, prese la busta e la aprì stracciando di netto il bordo, conteneva un unico foglio bianco fittamente cosparso di parole scritte con una calligrafia che conosceva bene:
“Caro Aldo, come hai visto me ne sono andata, ma le cose che ho da dirti sono troppo importanti per essere lasciate in sospeso.
Ho sbagliato, lo so e non voglio certo negare il male che ti ho fatto, ma volevo che anche tu sapessi quello che tu hai fatto a me, vivevamo in una bella casa e non mi mancava nulla ma il prezzo di tutto questo era la tua indifferenza, lavoravi molto per farci stare meglio, questo è vero e io te ne sono sempre stata grata ma soprattutto negli ultimi anni tu mi hai dato troppo per scontata, per te io ero…”.
Stracciò la lettera in due, ancora non riusciva a darsi pace, era ancora convinta che lui ci sarebbe caduto? Era davvero certo che quello che successo non fosse stata sua unica colpa? Forse quella era stata davvero l’unica volta in cui l’aveva tradito, non ne dubitava, ma farlo a casa loro, nel loro letto aveva trasformato l’atto in un palese sfregio non solo nei suoi confronti ma in quello che avevano creato insieme.
Era furibondo, girava per la sala da pranzo come una tigre in gabbia.
“Il mio lavoro è stato la causa di questo?” Pensò incredulo. “Forse che io mi divertivo a lavorare dodici ore il giorno? A perdere giorni della mia vita che mai mi sarebbero stati resi? Per cosa, per una casa migliore per dimostrare agli altri il suo tenore di vita?
Del gioiello o della pelliccia con la quale andare in giro per farsene vanto con le amiche?”.
Offeso e anche umiliato si rimise il cappotto, aveva nuovamente voglia di uscire dall’oppressione di quelle quattro mura che lei era riuscita nuovamente ad appestare con la sua fetida presenza, odiava Claudia, anzi in quel momento odiava tutte le donne.
In corridoio la rabbia però si trasformò in qualcosa di più pregnante, più intenso, più necessario, tolse dalla tasca della sua elegante giacca in lana una piccola scarsella in velluto nero su cui erano stampigliati alcuni caratteri color oro GIOIELLERIA MOMENTI PREZIOSI, la liberò dal legaccio in cordoncino che la costringeva e ne apri le capaci fauci estraendo una piccola custodia a forma di scrigno.
La schiuse, consentendo al costoso prisma ialino imprigionato al suo interno di catturare un raggio di luce proveniente dal lampadario e di renderglielo scomposto, i colori dell’iride si irraggiarono tutti intorno, danzando come colorate silfidi sui muri di quella umile casa impreziosendola col loro balletto che era un inno al suo amore per Imma.
“E’ vero questo sentimento” pensò “oppure è solo un effimero fuoco fatuo, un momentaneo trasporto che il tempo scolorirà e spegnerà come fa un dispettoso refolo con la fiamma di un cerino?”
Lo sconforto lo colse, il dubbio gli avvinghiò il cuore, non voleva perdere Imma ma non poteva più fidarsi di nessuna donna, loro sapevano solo ferire e cospargere di sale le lacerazioni ancora aperte.
Era lì, in piedi davanti alla porta di casa a riflettere, in uno stato di torpore, quando il campanello squillò, Aldo non sapeva se aprire o no quel guscio che lo riparava dal mondo esterno; fosse stata nuovamente Claudia non era in grado di conoscere a priori la reazione che avrebbe avuto, forse violenta ma probabilmente sgradevole.
Guardò dallo spioncino, il bellissimo viso di Imma appariva delizioso, anche se leggermente deformato dalla convessità della piccola lente; mise nuovamente al sicuro l’anello e aprì, accettando l’ineluttabilità di quell’assurdo destino che crea le sue trame senza minimamente curarsi dei sentimenti umani.
“Non dovevi essere dai tuoi genitori?” Chiese.
“Non sei contento di vedermi?” Rispose lei con tono allegro “Ho voluto farti una sorpresa, non volevo che tu passassi da solo il Natale”.
Aldo la guardò fisso negli occhi, lei rispose al suo sguardo con una tenerezza che lo intenerì e sciolse tutta la rabbia che gli galleggiava nel cuore.
Adesso sapeva cosa doveva fare, concedere all’amore e a se stesso una seconda possibilità, schiudere il suo guscio lasciando che il mondo potesse nutrirsi della sua succulenta polpa, rischiare nuovamente era l’unica alternativa a una grigia esistenza fatta di rimorsi e di rimpianti, inacidito nel cuore e nella mente si vedeva vecchio e stanco ancora in quell’appartamento, pulito ma sterile.
Non attese neppure che lei chiudesse il portoncino, infilò la mano nella tasca ed estrasse la scatola, davanti allo sguardo divertito della donna si inginocchiò, non senza alcuna fatica, e porgendola verso di lei ne alzò il coperchio rivelandone il contenuto e tutto di un fiato, come se non avesse voluto darle il tempo di riflettere, declamò la classica frase:
“Imma, mi vuoi sposare?”
Lo sguardo della donna in pochi istanti passò dal divertito al sorpreso, dal meravigliato all’incredulo e dallo strabiliato all’emozionato, ben sapendo cosa questo volesse dire per lui, quale immane passo aveva compiuto, o stava per compiere, per amor suo.
Le parole le si strozzarono in gola, il riverbero della pietra altro non era che il fuoco del suo amore, sentì il viso farsi rovente e il cuore battere così velocemente che dubitava esistesse al mondo uno strumento adatto a misurarlo.
“Sì!” Urlò sottovoce “Lo voglio”.
Aldo si alzò, prese l’anello dal gancetto in velluto e lo mise al dito di Imma che, come un’adolescente, perdeva dagli occhi enormi gocce di felicità.
“Ti sta benissimo”. Aggiunse rimirandone la mano.
“Ti amo!” Disse lei con un filo di voce, poi permise al suo uomo di stringerla fortemente a se ed esplose di gioia quando le loro due labbra si unirono in un afflato di passione, il mondo, per un istante, ruotò intorno alle loro due figure avvinghiate.
Si staccarono, a fatica, e in quel momento Aldo si rese conto che finalmente il passato, coi suoi ricordi tristi, non aveva più alcun potere su di lui.
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