Utenti Registrati: 11815
Opere Presenti: 105882
Scontro
Quella sera non sarei dovuta uscire di casa. Mi dovevo vedere con il ragazzo che frequentavo da un po’ per una birretta nel mio appartamento. Man mano che aspettavo il messaggio di conferma del nostro appuntamento mi saliva la bile. Possibile che non trovava un minuto per avvertirmi o nella peggiore delle ipotesi inventarsi una stupidissima scusa? Verso le 22.30 il mio stato emotivo era pari a quello di un toro inferocito, trafitto dalle lance e cui sotto il naso sventolano un telo rosso. Come ogni volta che la mia arrabbiatura raggiungeva livelli tali, uscii a fare una passeggiata per la via dei negozi del mio quartiere. I-pod a palla, cellulare in tasca e uno sguardo truce che avrebbe scoraggiato il peggiore dei malintenzionati. Arrivata al punto che per me era il giro di boa, mi scontrai con colui che nella vita di ogni donna è il rimorso fatto persona. Colui con il quale hai paragonato ogni uomo che ha avuto la sfortuna di incrociare la tua strada dopo la fine di QUELLA relazione. Lui, che hai lasciato e di cui ti sei pentita fino a sentirti male. L’uomo di cui, nonostante i sette anni passati, ogni incontro casuale riusciva a non farti dormire per settimane. Nel mio caso si chiamava Fabrizio. Lui era sotto casa sua con alcuni amici in comune e m’invitò ad unirmi a loro per bere una birra in un locale poco distante, accettai senza crearmi troppi problemi, d’altronde non saremmo stati soli e poi lui era fidanzato da anni… Al pub, però, venni a sapere che si era lasciato da poco e quando il nostro amico fece una battuta tipo “ Vabbè allora la prossima volta ci esci tu da solo con Vanessa così le offri la cena” io per poco non mi strozzai con la birra. Caso volle che il nostro amico dovesse accompagnare a casa l’altra ragazza che era con noi e Fabrizio si offrì di farmi da cavaliere e accompagnarmi. Durante il tragitto parlammo tanto del più e del meno mentre spesso mi fermavo a guardarlo chiedendomi a un tratto cosa mi avesse attratto in lui. Ringraziai questo mio pensiero supponendo che forse, finalmente, mi era passata l’infatuazione (o ossessione che dir si voglia) che avevo nei suoi confronti. Non mi aspettavo però che una volta giunti sotto casa mia lui mi chiedesse di salire. Le motivazioni che mi sono data, dopo che l’idea di rifiutare mi era venuta in mente e andata via praticamente in contemporanea, mentre salivo in ascensore con lui, erano le seguenti: 1 non ho sonno, 2 sono anni che non ci vediamo sembra brutto dirgli di no e 3 tanto non succederà nulla. Saliti a casa, ci mettemmo a chiacchierare con un bicchiere di vino rosso sul letto, ed ogni minuto che passava i nostri discorsi si avvicinavano di più alla sfera personale fino a cadere alla nostra vecchia relazione, e i contatti fisici si erano fatti palesemente ambigui. Ridendo e scherzando ci accorgemmo che erano le quattro meno un quarto e io cominciavo a dare segni di squilibrio dovuti in parte all’alcool e in parte al sonno, d’altronde io il giorno dopo sarei dovuta andare a lavoro. Fabrizio mi mise di fronte a una scelta: 1 dirgli gentilmente che avevo sonno e che era arrivato il momento di andarsene (cosa che a mio parere avevo appena fatto dicendogli che era molto tardi), 2 buttarlo dalla finestra e 3 fargli un po’ di spazio a letto e dormire insieme cosicché il giorno seguente mi avrebbe accompagnato a lavoro. Vi lascio immaginare il battito del mio cuore quando mi alzai di scatto dal letto dicendo che non sarebbe stato per nulla conveniente (CONVENIENTE? Ma come mi era uscita dalla bocca quella parola?), il colpo al cuore che ebbi quando lui, da perfetto gentiluomo, si alzò chiedendomi scusa e congedandosi, e ancora lo scatto che mi fece avvicinare alla porta dicendogli in tono scherzoso che se non mi avesse stuprato avrei accettato un po’ di compagnia per la notte. Nel mentre che preparavamo il letto per dormire, lo osservavo meditando su come una serata come tante si fosse trasformata in una situazione così surreale. Nell’arco di appena qualche ora avevo incontrato il mio ex storico, eravamo andati a un pub, era salito a casa mia e ora stavo sotto le coperte insieme a lui. Mi ero scoperta di nuovo una ragazzina di quindici anni, in preda al batticuore e in mezzo ad una situazione che non riesce a gestire, anche se come una perfetta padrona di casa, gli diedi un paio di pantaloncini per la notte, una t-shirt, (è sempre comodo avere in casa ancora gli abiti dell’ex), e un asciugamano pulito. Con questi gesti almeno riuscivo a guadagnare tempo necessario a riprendermi dal torpore in cui mi trovavo, quella strana sensazione che ha chi non riesce a capire se sta vivendo un sogno o la realtà. Per il resto della notte fui bravissima, riuscii ad evitare ogni altro tipo di contatto fisico anche quando lui mi chiese il bacio della buonanotte, un velocissimo bacio sulla guancia. Ero fiera di me, non tanto perché m’interessasse non andare a letto con un ragazzo la prima volta che lo vedevo, ma perché sapevo che in quella occasione avrebbe significato la fine della mia sanità mentale. Ero riuscita a superare la depressione del distacco da lui ben due volte, ma una terza avrebbe significato mettersi un cappio al collo da sola. La mattina la sveglia del cellulare suonò la prima volta alle sette e un quarto come al solito, e come sempre la spensi e mi girai dall’altra parte, quasi spaventandomi vedendo qualcuno nel letto vicino a me. Evidentemente ero convinta che fosse stato tutto, solo, un sogno. Lui aprì gli occhi, mi diede il buongiorno con la voce ancora impastata dal sonno e girandosi verso di me buttò il suo braccio sul mio fianco. Non resistetti. Sentivo il bisogno di toccarlo, di abbracciarlo, carezzarlo e di farmi spazio sul suo petto, fra le sue braccia, di baciarlo. Nonostante nel mio cervello suonasse un allarme rosso impossibile da ignorare, decisi di seguire l’istinto. Mi avvicinai ancora di più a lui, posandogli una mano sul petto, sentivo i suoi muscoli tramite la maglietta e presi ad accarezzarlo. Il mio corpo si muoveva da solo. Ci guardammo a lungo continuando a toccarci. Io fra le sue braccia, non poteva essere reale. Lui si spostò sopra di me e si staccò leggermente, come se stesse riflettendo su come iniziare un discorso importante, respirò profondamente e disse:
- Ma … mi hai pensato in questo periodo? – Non potevo credere alle mie orecchie. Che voleva dire? E cosa gli avrei dovuto rispondere? Optai per una verità espressa con aria sufficiente.
- Si … quando ti incontravo – continuai quando lui mi incalzò con le domande – credo di averti sognato un paio di volte e tu? – Il gioco era fatto. D’altronde come poteva pensare di fare questa domanda senza che dopo venisse proposta anche a lui?
- Mi capitava a volte … la mattina quando mi svegliavo dopo che ci eravamo incontrati. – cercai di imprimermi bene a mente quelle parole per non dimenticarle mai.
Ci baciammo. Un bacio dolce, incredibilmente delicato, tutto un tratto mi ricordai della morbidezza delle sue labbra. Bagnò le mie con la punta della lingua. Sarei voluta sprofondare nell’oblio perché quella fosse l’ultima sensazione sul mio corpo. Recuperata un po’ di ragione, non riuscii ad evitare l’ osservazione che non ero mai andata a letto con lui e se era vero che da un bacio si capisce com’è un uomo a letto, allora, avevo fatto bingo. Ci accarezzammo. Lungo tutto il corpo senza malizia, la maglietta che gli avevo dato la sera precedente era a maniche corte e lasciava scoperte le braccia. Lo desideravo ma, nonostante lui fosse lì con me non riuscivo a sentirlo mio. La sveglia riprese a suonare dopo un quarto d’ora e senza staccargli gli occhi di dosso neppure un momento la spensi insieme al telefono. La mente prese a viaggiare nel tempo, quando la prima volta che eravamo stati insieme, appena diciottenni, un mese dopo la mia dichiarazione, ci ritrovammo a baciarci una mattina a casa mia, in quello stesso letto e probabilmente alla stessa ora, mentre in tv davano i puffi. Solo che all’epoca da bravi ragazzi eravamo completamente vestiti e meno maliziosi, mentre ora ci dividevano solo pochissimi strati di tessuto e il peso di qualche esperienza in più. Fu tutto molto lento, i suoi movimenti erano perfetti tanto da sembrare studiati. Ogni parte del mio corpo che lui toccava si trasformava in un punto erogeno. Zone di pelle che non conoscevo vennero percorse da miriadi di scosse e brividi. La sua bocca correva lungo le mie curve come assaporandone l’odore. Io ero immobile sotto la sua maestria, ancora scioccata dalle emozioni che provavo. Dubbi e angosce giravano vorticosamente nella mia testa. Domande sul seguito di quella giornata bussavano in continuazione al mio cuore. Per la prima volta dopo tanto tempo, staccai la spina del mio cervello e cominciai a godere solo di quello che stavo vivendo senza preoccuparmi minimamente di quello che sarebbe successo dopo. Ormai il danno era, a mio parere, fatto. Ci spogliammo. Anche se sarebbe più giusto dire che mi spogliò lui, io ero in completa trance, non so cosa stessi aspettando per fare qualcosa anch’io. Quando lui entrò nel mio corpo, sentii distintamente il mio cuore fermarsi per un nanosecondo ed esplodere. Il calore del sangue percorrere il mio petto ed espandersi a macchia d’olio. Sono certa di non aver mai provato una simile sensazione. Sapere che tutti i pregi che ti piacevano negli uomini che avevi conosciuto, uno o forse due ciascuno, erano tutti raggruppati nella persona che hai di fronte … rendersi conto che non aspettavi altro da una vita e che tutto il resto è stato solo un modo per ingannare il tempo … capire che tutto quello che hai sempre cercato ora ce l’hai di fronte … Non credo esistano parole per descriverlo. Lo sentivo scivolare nel mio piacere e bagnarsi di me. Come era improbabile che avvenisse con chiunque altro, venni nonostante fosse la nostra prima volta. Mi sentivo a mio agio ad essere nuda con lui vicino.
Ormai il lavoro era andato, mandai un messaggio ad un collega scusandomi per non presentarmi a lavoro quel giorno. Lui fu comunque di parola e la mattina mi fece compagnia per la colazione. Passammo la mattinata insieme per le strade di Roma, tutto era perfetto. Avevo scoperto cosa c’era negli altri che non andava … non erano lui. Ci salutammo con la promessa di risentirci presto … generalmente “presto” non è mai una buona cosa, pensai.
I giorni passavano e il mio cellulare non si degnava di suonare. Si era sicuramente rimesso con la ragazza, non c’era altra soluzione, o almeno questo era quello che ero costretta a dirmi per autoconvincermi a smettere di portarmi il cellulare anche al bagno … in caso suonasse. Più di una volta mi ero ritrovata a casa da sola a riflettere. Stavo tanto bene prima di rincontrarlo. Perché mi ero andata a impelagare in una situazione del genere? Poi pensai che aveva fatto tutto lui, un fulmine a ciel sereno. Io mi ero solo lasciata travolgere. Ragionai che se fossi tornata indietro nel tempo lo avrei rifatto comunque, avrei riprovato le stesse emozioni per il puro piacere di farlo, senza dover a tutti i costi raggiungere un obiettivo.
Mentre un giorno ero a lavoro sentii un ragazzo chiedere al centralino di me:
- Scusi c’è Vanessa? – il mio cuore ebbe un sobbalzo mentre la centralinista gli indicava dove trovarmi.
Mi girai piano e vidi un cliente avvicinarsi a me per confermare un preventivo. Sorrisi di me stessa e mi rimproverai di cadere ancora in questi sbagli. Era passata quasi una settimana e mi sentivo delusa, amareggiata, svuotata da ogni sorta di energia e di ottimismo. La mia amica avrebbe detto che non me lo meritavo, sorrisi nonostante non ne fossi molto convinta, in finale sette anni prima ero stata io a rovinare tutto. Non riuscivo a non sentirmi colpevole nei miei confronti per aver fatto in modo che fosse un’altra, la ragazza più importante per lui, quella con la quale aveva condiviso tante prime volte.
Era arrivata l’una così mi infilai il cappotto per andarmene a pranzo con un collega, andai a prendere la borsa nell’armadietto dietro il centralino …
- Scusi Vanessa è già andata via? –
…
- Login o registrati per inviare commenti
- 169 letture
Stampa
Invia
PDF




