L'antropologo amoroso. Ritorno in kashmir 3°

ritratto di anatto

                                                                                   GOKARNA     

     Ah Gokarna, che colpo di fulmine. Le sue strade tranquille, silenziose, ritmate dal passo indolente di piccole mucche soddisfatte, sono un balsamo per gli occhi e per l’anima. Tutte le mie aspirazioni mistiche qui le sento improvvisamente fiorire. Dietro ogni angolo compaiono templi antichissimi, che giustificano la grande sacralità che viene attribuita a questa minuscola città. All’angolo di una piazza una torre di legno nero stupisce, appoggiata su di un carro dalle ruote ciclopiche. Le antiche case dalle balaustre ricamate di legno nero si arrestano tutte davanti a una spiaggia immensa, davanti a un oceano che si rivolta instancabile. A destra il biancore della sabbia si allunga a perdita d’occhio, mentre a sinistra una collina lo interrompe; due templi ad altezze diverse sulla roccia rossa, strizzano gli occhi contro il vento costante che soffia dal mare.   

     L’hotel International è una costruzione recente ma come tutto in India ha già assunto un aspetto diciamo, vissuto e impolverato. Una camera matrimoniale costa 250 rupie per notte, (5 euro). Ed è una camera molto piacevole, con un bagno decente, e soprattutto con un balcone esposto al sole dove possiamo farci servire la colazione.    

     Dietro la collina dei templi sul mare, c’è un’altra spiaggia: “Om Beach”. Ci si arriva attraverso un lungo sentiero che taglia un altopiano di roccia rossa, un paesaggio desertico e potente. Seguo Ferooz, nel mattino inoltrato mentre il vento che spira dall’oceano mitiga un po’ il sole che cade a picco, e quando arriviamo, la spiaggia vista dall’alto sembra vibrare di luce, come la sacra sillaba che raffigura. Una frangia di bassi alberi contorti, crea una serie di ombrelli naturali al bordo della spiaggia e nella loro ombra uomini e mucche trovano riparo. Scansiamo qualche cacca secca di mucca dalla sabbia, poi stendiamo la nostra coperta. Ci spogliamo, appendiamo i vestiti ai rami sopra noi, e sospirando di piacere ci abbandoniamo all’ozio. Attorno non c’è quasi nessuno. Scatto qualche foto, scrivo, facciamo il bagno ( breve ). Mi rendo conto che la vacanza al mare così come la intendiamo noi occidentali è una cosa assolutamente estranea dalla mente di Ferooz. Io mi entusiasmo di questo caldo, che risolvo con un tuffo fra le onde, mentre il mio amico invece vorrebbe sempre restare all’ombra e giocare a carte. Sembra in vena critica oggi. Sopporta malissimo per esempio, il ritorno in albergo con la barca verso sera, e le onde piuttosto alte che siamo costretti a frangere. Una volta sulla spiaggia di Gokarna dice che non lo farà mai più. 

Dal punto dove veniamo depositati, per raggiungere il nostro albergo dobbiamo attraversare tutta la città. I templi che tanto mi attirano sfilano solenni. Portali scolpiti che si aprono sulla luce di misteriosi cortili interni. Nel mezzo di questi cortili c’è la zona più sacra; di solito un edificio ricoperto di statue che danzano come un immobile delirio. Marmi bianchi, o pietre scure, su cui può esplodere il rosso di un fiore abbandonato per devozione, le narici rapite dal profumo di sandalo, le orecchie che inseguono un canto - che strano - mi sembra di riconoscere. Tanti pellegrini, colorati e assorti. Peccato che Ferooz non voglia entrare nei templi Indù. Dice che gli Indù non entrano nelle loro moschee, così quando io vado lui resta quasi sempre fuori ad aspettarmi.   

      Come stasera, che quando esco da un tempio con l’anima leggera e il corpo rilassato, lo trovo che parla con atteggiamento galante a una bionda turista solitaria. Mi avvicino con un sorriso che lei ignora, evidentemente non sono io il fulcro del suo interesse, mentre invece sembra molto presa dal mio amico. Sta cercando dei cerotti per potersi fasciare un piede che si è scorticata con un sandalo. Ferooz, molto partecipe al problema, le suggerisce di usare una strisciolina di stoffa ricavata dalla sciarpa, visto che la farmacia adesso è chiusa. E a questo punto, i due si siedono sul marciapiede, e lui, oltre a ridurre accuratamente la stoffa in sottili fasce, gliele applica personalmente attorno alle dita dei piedi, con grande attenzione. La ragazza sta cercando un hotel per la notte, ha lasciato i suoi amici a Om Beach e ormai è troppo tardi per tornare indietro. Io e lui ci guardiamo, poi in coro come due idioti le diciamo che potrebbe provare al nostro albergo. Quando siamo alla reception c’è da aspettare, così dicendo che vado a fare la doccia li lascio. Adesso sono sul balcone, la doccia è fatta da un pezzo e Ferooz non è ancora tornato. Spero che si diverta mi dico e mi sento anche sincero. Quando entra in camera, quasi due ore dopo, ha l’occhio brillante della soddisfazione. Con fare complice mi racconta che hanno cenato assieme e adesso lei lo sta aspettando in camera… ”Vai vai”, dico io. Ma mi esce una vocetta talmente stridula che mi rivela anche a me stesso, insomma: Geloso marcio! 

Lui esplode in una grande risata, poi mi si butta addosso dicendo che si è inventato tutto. La ragazza si, ha trovato la camera, (molto più brutta della nostra), così lo ha invitato a cena al ristorante dell’hotel. Finita la cena, lui si alza dicendo che adesso deve proprio andare, perché io lo sto sicuramente aspettando.    

     Oggi Ferooz si è fatto togliere un dente. Solo che i suoi denti sono così grossi e forti che non è stato una cosa da poco. Io lo osservavo attraverso la porta aperta pregando, mentre il giovane dentista, per un tempo che mi è sembrato lunghissimo è rimasto a tirare convulsamente nella di lui bocca. E alla fine esausto, ci ha mostrato il mostro: Candido, ma minato alla radice da una vistosa carie. Ferooz lo ha ripulito con l’unghia dai brandelli di carne, e lo ha riposto con cura fra le sue cose, dicendo che sua madre dovrà seppellirlo.    

      Ho fatto un incontro straordinario stamattina: Mi sento chiamare per nome e cognome, mi giro, e vedo una ragazza che mi ricorda vagamente qualcosa. 

“Noi ci siamo conosciuti venticinque anni fa a Londra” dice. E il velo si squarcia, i suoi occhi prendono posto nella mia memoria, circondati dalla vecchia casa vittoriana che stavamo occupando, assieme a un folto gruppo di amici, in quei tempi ubriachi di giovinezza: Marcella. Ferooz sembra più contento di me di conoscerla, e la abbraccia con un calore disarmante, nonostante il dente tolto, che purtroppo lo ha lasciato gonfio e dolorante.   

     Verso sera è di nuovo dal dentista, così mi decido ad entrare con tutta calma in un tempio che da giorni progetto di visitare. È il più importante della città, dedicato a Shiva. E sono arrivato fino alla zona più santa, inaccessibile agli stranieri. Non avevo letto il cartello all’entrata, che ne vieta l’accesso ai turisti, anche perché ero sommerso da una nuvola di donne chiassose che mi tendevano dei fiori da offrire alla divinità. Ancora non sono tanto sicuro di cosa ho visto là dentro. Da principio guardavo questi fiori che tenevo in mano domandandomi cosa farne. Poi, mi metto a seguire un signore che avanza con un bimbo aggrappato ai pantaloni, chiniamo la testa, per entrare in una piccola stanza nera, e forse, è il metro di roccia che ci separa dal resto del mondo, ma questo luogo ha la stessa essenza di un grande cuore nascosto, che pulsa. Le pareti affondano in un buio così denso che neanche un neon sbilenco riesce a schiarire, al centro della stanza un Lingam, di pietra alto più di un metro si erige potente; il fallo di Shiva. La gente assorta, gira attorno a lui con una mano allungata a carezzarlo e quando passa davanti a una piccola mucca nera in un angolo, deposita i fiori con estrema devozione in un cesto davanti al suo muso. È lei la Dea, ho pensato incongruamente. Le lascio il mio regalo, mi sposto in un angolo e chiudo gli occhi. L’incenso, il silenzio che canta come un coro. Le braccia di Dio mi si chiudono attorno e mi perdo profondamente dentro di lui. E finalmente sento di averlo trovato; un posto che non mi fa provare il minimo desiderio di essere altrove. Sono appagato come nel centro dell’universo. Non so quanto tempo rimango così. Dopo aver riaperto gli occhi mi ci vuole un certo sforzo per riprendere coscienza delle mie facoltà. Esco nel cortile ricolmo di un’energia così intensa che non mi va per niente di disperderla subito per la strada. Mi siedo appoggiato a una colonna e torno dentro il buio delle mie palpebre. 

Quando tempo dopo le riapro c’è una faccia paonazza davanti alla mia. Probabilmente è già lì da un po’ ad aspettare che io mi riprenda. È un sacerdote, e con gesti inequivocabilmente nervosi mi fa capire che devo andarmene via. Capisco, tutto a un tratto. Chiedo scusa, sono confuso, mi dispiace. Ed eccomi catapultato sulla strada, nel mondo materiale di nuovo. Ma che esperienza!    

        Ed è così che entro in un appagante momento mistico. Tutti i giorni trovo un’ora o due per accucciarmi sul fresco pavimento di un tempio a meditare. Ferooz però purtroppo è sempre meno tranquillo. C’entra anche una certa gelosia per le pratiche mistiche Indù, che mi stanno allontanando da lui. Stamattina mi chiede di fissare una data per il nostro prossimo spostamento. Io resterei ancora qui, comunque, andiamo alla stazione ad informarci sulla disponibilità dei treni.

        C’è un treno. Che sale al nord fino in Rajastan, la regione che dicono più affascinante dell’India. I primi biglietti disponibili per Jaipur sono fra dodici giorni. Sono indeciso, sto così bene qui, e Feroce che pressa per comperarli mi rende nervoso e mi fa arrabbiare. Perdo il controllo due volte oggi: All’ufficio postale e alla stazione. Ed è Ferooz che mi salva in entrambi i casi, ristabilisce la calma, porta avanti le trattative e alla fine ottiene quello che vuole: due biglietti. Marcella dice che è il mio angelo custode ma sarà poi vero?

     Sono stato nervoso tutta la mattina, poi nel pomeriggio ho fatto un massaggio a Ferooz, ci siamo eccitati e abbiamo fatto l’amore, e adesso mi sento più tranquillo. Fra i miei malesseri e il suo mal di denti il sesso ultimamente lo stavamo proprio tralasciando. Anche se in realtà penso che il sesso si fa continuamente quando sei insieme a chi ti piace. È sesso il suo corpo che mi abbraccia ogni mattina, è sesso la crema per il sole che gli spalmo. L’orgasmo è solamente la fine del sesso.

    Beh, io sono la  sua seconda moglie. Scherziamo spesso su questo tono, fino a perdere il senso della realtà. Lui dice che ne ha parlato anche con la sua prima moglie: Tabisum. Racconta che l’inverno scorso in Kasmir, ci fu un momento in cui gli mancavo tremendamente, e non riusciva a nascondere il suo sconforto agli altri di casa. Tabisum si decide a chiedergli di che natura è la nostra relazione e lui risponde semplicemente che mi ama. E lei di rimando dice che pure lei mi vuole bene. Ferooz sostiene che Tabisum porta costantemente una mia foto sul cuore. Non ci capisco proprio nulla. Posso tentare di far risalire questa apertura mentale alla società gentile e tollerante dei Sufi, ma sulla quale Ferooz sembra non avere nessun commento da fare.     

   Come sempre il momento più bello arriva puntuale all’alba, quando sotto il lenzuolo lui mi si avvicina eccitato e mi stringe continuando a dormire. Di solito resto fermo, ma stamattina mi giro, lo abbraccio, e dal suo sguardo preoccupato capisco che forse era assieme ad altri fantasmi. Si alza e va in bagno. Quando torna mi volta le spalle e si riaddormenta. Io non ho più sonno, esco dal letto, mi lavo la faccia ed esco.    

 Sono seduto al ristorante da due minuti quando lo vedo calare di fronte a me, bello, stropicciato e molto in allarme. Gli dico che ho voglia di stare da solo, senza rancore, ed è la verità. Almeno fino a stasera voglio stare da solo. Non mi sembra una grande richiesta ma questa cosa sembra sconvolgerlo. Voglio andare a Om Beach, e mi incammino verso la collina alla fine della spiaggia. Lui a una certa distanza mi segue.  “Non seguirmi!” Devo gridare girandomi di scatto. Così si blocca, come una statua di sale e resta a guardarmi. Lentamente diventa un puntino lontano, lui azzurro, io bianco. Lui sulla spiaggia, io sulla collina. Due puntini. Arrivo al primo tempio dove in una grande vasca di pietra cade il getto vigoroso di una dolce sorgente. La gente ci si lava o lava gli indumenti sotto lo sguardo divertito di Ganesh: il Dio elefante. Proseguo per le scale fino alla cima della collina dove un altro piccolo tempio sembra assorto in un sogno di luce. Laggiù sulla spiaggia non riconoscerei Feroce anche se fosse ancora lì, le donne vestite fra le onde del mare sono polvere, fra le barche nere e i corvi che planano sotto di me. Sono solo. Davanti mi si stende come un tappeto rosso un altopiano di roccia, mentre sopra ho due aquile, che scivolano appoggiate sul vento costante che viene dal mare. Mi incammino seguendo il sentiero che porta a Om Beach, sperando di non incontrare un cobra.   

     Passo tutta la giornata nella mia spiaggia preferita, sotto gli alberi, a scrivere e fumare beatamente. Verso sera poi posso anche prendere la barca per tornare a Gokarna.

In camera Ferooz ha appena finito di fare il bucato, gli indumenti sono stesi ad asciugare sul balcone. Ha la faccia tirata e gli occhi lucidi di rabbia trattenuta. Si mette a raccontare con un certo affanno che disperato dalla nostra separazione, vagava per il paese come un sonnambulo, fino a quando non viene fermato da due poliziotti che gli chiedono i documenti. Nel portafoglio tiene una mia fotografia che scivola a terra e i militari vogliono sapere chi sono. Questo, nel suo stato d’animo spaventato basta per farlo esplodere. Risponde gridando che io sono il suo amante, sua moglie, suo padre, chiede loro se hanno mai sentito parlare di omosessuali… I poliziotti lo prendono probabilmente per matto, e per fortuna lo lasciano andare. Ma questa cosa mi colpisce, Ferooz che accetta formalmente di entrare nella categoria. O forse, è solo una buona carta da giocare, per non venire sospettato di terrorismo, lui Kashmiro, dalla polizia indiana.    

      Oggi è la più grande festa islamica dell’India, Festa Nazionale. E io Polireligioso come sono, nei giorni scorsi ho convinto Ferooz a portarmi con lui alla celebrazione nella Moschea. Qui a Gokarna i Musulmani sono pochissimi e c’è una sola Moschea in un villaggio di pescatori a qualche chilometro. Ci arriviamo in taxi, molto presto perché prima della cerimonia dobbiamo ottenere il permesso dal Mullah di farmi partecipare.

   Quando scendiamo dal taxi il villaggio è ancora deserto e addormentato. Scopriamo la Moschea in un edificio povero, stretto fra le altre case dietro un’inferriata che separa il cortile dalla strada. Spunta dall’interno un uomo robusto che richiamato da Ferooz viene verso di noi sorridendo. Dopo aver scambiato poche parole, apre il cancello e ci fa entrare. Lo seguiamo dentro a una stanza dove ci fa accomodare. Non mi sento più tanto sicuro di fare la cosa giusta. I due si mettono a parlare tutti seri. Parlano di me naturalmente, ma la cosa strana è che ho la netta sensazione che Ferooz gli stia dicendo che io voglio convertirmi all’Islam, desiderio che non ho mai manifestato anche se l’idea non mi spaventa. Usciamo sorridendo.Sotto a una tettoia ci laviamo i piedi, le mani, la bocca, con l’acqua che cade dentro a delle vasche basse, in fila sotto altrettanti rubinetti. In testa ci mettiamo dei cappellini rotondi che troviamo alla porta, ed entriamo in una grande stanza dal soffitto alto. Il pavimento, che è ricoperto da uno spesso strato di stuoie e freddi tappeti, arriva davanti a una parete vuota, a parte una poltrona dorata e un leggio, che sostiene il Corano aperto. Seguo Ferooz che si dirige davanti a sinistra, poi ci inginocchiamo nello spazio del nostro tappetino. La sala intanto si è velocemente riempita di uomini; persone segnate da una vita dura, ma oggi serene e fresche di bucato. E la celebrazione ha inizio.

In ginocchio davanti a un arco vuoto, entro in una profonda emozione di felicità. Mi inchino, mi prostro ad Allah, mi accarezzo il viso con la sua essenza, mentre le voci attorno fanno vibrare tutto lo spazio di energia. Quando Ferooz mi dice che possiamo andare sono sorpreso, mi è sembrato tutto così breve. Quando siamo fuori sul cortile, Ferooz incontra due ragazzi del Kashmir curiosi di noi, ed è naturale abbracciarli come fratelli. Mi chiedono cosa ho provato. “Happines” dico. Ma non so come spiegarmi, è stato, come se il mio cielo si fosse allargato. Si, il mio cielo. È stato come se immensi territori spirituali si fossero aperti davanti a me, colmi di ineffabile grazia.    

     Abbiamo preso a frequentare un ristorante sulla spiaggia, il “Paradisia”. È gestito da una ragazza Indiana, una simpatica furbetta che mi informa subito che i suoi migliori amici di Bombay sono gay. Tornavamo da lì verso sera, quando sento i pantaloni come se fossero bagnati. La sensazione persiste finché verifico con le dita: Sangue. Ho i pantaloni inzuppati. Con lo zaino cerco di mascherare il tutto ma non importa se gli inservienti all’ingresso del nostro Hotel lo hanno notato. In bagno mi metto sotto la doccia, non sento nessun dolore, e non sono nemmeno spaventato. Nemmeno Feroce dice di esserlo nonostante lo senta scalpitare fuori dalla porta. Dice che lo aveva sognato.

“Come lo avevi sognato?”. “Si” fa lui, “Qualche sera fa ho sognato di te che avevi male, e perdevi sangue con mio grande spavento, finché non è comparso il mio Guru che mi diceva di stare tranquillo, perché il sangue è solo il segnale che stai per guarire”.    

      Dal balcone dell’hotel International vedo in basso gli autisti dei rishò che scherzano, bivaccano davanti a una baracca di poche assi che vende sigarette e bibite. Ci scambiamo ogni tanto degli sguardi divertiti, ormai ci conoscono, ma non posso fissarli a lungo altrimenti ne approfitterebbero subito per attaccare discorso e organizzarci una qualche complicata gita. A volte mi manca la solitudine. Come adesso per esempio, su questo balcone, concentrato al massimo per poter scrivere nonostante la TV che sta guardando Ferooz sdraiato sul letto. Non la sopporto la TV, sono solo strilli. O forse le emorroidi, che sono tornate, odiose bastarde, e mi fanno vedere tutto nero. Chiedo a Ferooz cosa ne pensa dell’idea di andare a Dheli, cercare una clinica e farmi operare. Una soluzione all’europea insomma. Non sembra molto convinto. Ha un’idea: lo chiederà al suo Guru, e detto fatto si alza ed esce per telefonargli. Quando torna dice che secondo il maestro non bisogna operare prima di aver tentato una guarigione spirituale, una guarigione magica. “Io in Kasmir in gennaio non ci vado di sicuro” gli dico prontamente,

“Vado io”…“Tu mi puoi aspettare a Dheli”... “Prendo la medicina e torno”.

Nel mio stato di sofferenza non mi sembra un’idea malvagia. Qualche giorno da solo poi, potrebbe piacermi. Ma vedremo, diciamo spesso io e Ferooz concludendo, vedremo.    

       Siamo al “Paradisia” a mangiare. La proprietaria del locale ci racconta che paga per l’affitto del ristorante circa 30000 rupie all’anno (600 euro), ma non c’è “business”, lei lo lascia. È un locale così piacevole, con una dolce duna di sabbia che lo separa dal blu del mare. Cominciamo a fantasticare di prenderlo noi e gestirlo assieme. Potremmo fare cucina Italiana e Kasmira. Lui è favorevole ma non si entusiasma come pensavo. Dopo pranzo, fuori dal locale ci indirizziamo a destra lungo la spiaggia che va avanti per otto chilometri. Arriviamo a un villaggio di pescatori. Il legno nero di queste barche le fanno sembrare pesanti come il ferro, le vele sugli alberi storti. Le merde umane, deposte come schiaffi per turisti sulla sabbia. Alcune sfatte, altre dure come tronchi. È una lunga passeggiata, più lunga del previsto, ho male al culo. E seduti su un muretto, Ferooz prende quell’aria ufficiale che è il segnale che sta’ per raccontarmi una storia nuova: Un fatto che gli è successo da bambino, verso i nove anni.

Fu investito, schiacciato da un taxi sulla strada, sembrava spacciato; dal culo gli erano usciti gli intestini attraverso un’enorme squarcio.  Apnea generale.

Il medico che lo accoglie in ospedale è una donna, e non lascia molte speranze ai genitori prima di accingersi a operare. Eppure, l’operazione andò incredibilmente bene. E non influenzò nemmeno la sua sessualità che i medici davano sicuramente per compromessa. Centinaia i punti di sutura.    

       Ed è arrivata la mattina fatidica dell’addio a Gokarna. Lui è contentissimo. Io sofferente di questa separazione spero che non sia vero quello che ho sentito dire, che un posto desertico come il Rajastan possa anche essere molto freddo. Fa freddo anche qui stamattina. Salgo sul treno pensando che dentro si starà meglio, che scemo. Mi ero preparato all’incontro con il treno indiano, non stava andando malissimo, fino a quando non ho la bella idea di farmi una canna nel cesso.   Una canna! per amplificare le sensazioni di uno sleeping train indiano, che pazzo! La crudezza del ferro ricoperto da finta pelle sbrindellata diventa lo scheletro di una balena robotica. Il suono cupo dei ventilatori, l’odore. Svenire dev’essere una repulsione improvvisa che travolge tutto il tuo essere. Che brutta idea, fumare in questa gabbia che si infila dentro a una galleria lunghissima, mentre rallenta, rallenta, e l’aria comincia a mancare.

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ritratto di la strega

Ancora...

....nomi di luoghi familiari, per me.

Molto piaciuta questa tua descrizione, secondo me ineccepibile tranne: Ma mi esce una vocetta talmente stridula che mi rivela anche a me stesso,

Ma mi a me non piace molto, scriverei Però mi esce ecc. ma più che altro scriverei: Però mi esce una vocetta talmente stridula che rivela a me stesso, ecc. e poi Nella di lui bocca non mi piace, secondo me è meglio semplicemente: Nella sua bocca ecc.

Un abbraccio indiano

la strega

ritratto di anatto

Grazie strega

Grazie sorellina, tu sai di cosa parlo.

ritratto di Stefania Tolari

  Ti si legge che è un

 

Ti si legge che è un piacere. E, ormai, da fedele aficionada, è il caso che cominci a fare commenti costruttivi, sennò che senso ha?

Col passare del tempo e avendo accumulato varie storie nella saccoccia, riesco a riconoscere, credo, le pennellate che sono “propriamente tue”.

Una di queste sono gli splendidi incipit con le descrizioni poetiche eppure precise (un bell'ossimoro di difficile raggiungimento, questo, e che a te invece riesce, a quanto pare, naturalissimo!) che ci teletrasportano (letteralmente, vista l'incisività delle frasi) in situ. Li ammiro un sacco! Sono da manuale di innata predisposizione alla narrazione! A volte, queste descrizioni ritornano a cesellare il racconto, fanno da contrappunto, come ritocchi in un merletto o ritornelli che stemperano la tensione e creano il ritmo compassato della musica della trama.

La trama, quella, si “srotola” (mi viene questo termine anche se in realtà sto pensando ai sassolini si Pollicino, non ad un rullo continuo e lineare) in maniera sempre imprevededibile e con vari crescendo, calando e “appallottolando” di diversa intensità, a un ritmo discontinuo (e questo è quello che ti rimproveravo all'inizio e forse te lo rimprovero ancora, anche se mi ci sono abituata). Si salta da un sassolino all'altro, tra un vuoto e l'altro, e si mettono i piedi a volte su un masso saldo e consistente, altre volte su un gruppetto di ghiaia accumulata come per caso, altre volte su una pietruzza di quelle che descrivono (appunto), altre ancora su una pietra piatta su cui ci si può sedere e riposare un po'.

In generale, è come un flusso di coscienza che, invece di raccontare l'interiorità e i pensieri del protagonista, fa fluire gli eventi e i fatti di cui è partecipe, come una cinepresa di quelle antiche che vanno a scatti ma ti accompagnano con il loro rullio di sottofondo.

 

A volte, il sasso su cui si mette il piede è scivoloso e si capitombola, la cinepresa si inceppa e il rollio stride. Questo, per esempio, è uno di quei punti:

Siamo seduti sulla storia di Ferooz <<seduti su un muretto, prende quell’aria ufficiale che è il segnale che sta’ STA! per raccontarmi una storia nuova: Un fatto che gli è successo da bambino, verso i nove anni>>. Ma la storia finisce in 3 righe, neanche il tempo di riprendere fiato, siamo sui puntini sospensivi dei <<Centinaia i punti di sutura>>... ed è già <<arrivata la mattina fatidica dell’addio a Gokarna>>. Mi spiego? Capisco che tu fossi stanco di scrivere e avessi altre cose da fare, ma... un po' di rispetto per i lettori, per Dio! Non ci puoi fare così! A me mi scombussoli! Hehehehe.

Tutto ciò per dire che, soprattutto questa storia con Ferooz come protagonista, l'arrivo e il ritorno in Kashmir, meritano davvero! Sono un romanzo, se si vuole, con dei personaggi capisaldo a cui affezionarsi e un caledoscopio di informazioni e immagini che fanno venire voglia di “altro” e di “di più” e di “ancora” e che non stancano mai, forse anche perché non dai (e non TI dai) mai il tempo di attaccarti alle cose, alle persone e ai luoghi da cui ti fai sfiorare, toccare e a volte addirittura penetrare, che sempre ti lasciano qualcosa e costruiscono e danno forma alla mezza parte di te che lasci a disposizione degli “altri” e dell'“altro”, ma dai quali mai ti lasci né imprigionare né cambiare del tutto. Che, più o meno, è quello che si rispecchia in un commento che facesti a un testo mio. Diceva: <<lo sradicamento di luoghi e di affetti ti fa crescere in consapevolezza; non siamo alberi e radici non abbiamo e secondo me nemmeno dobbiamo averne, bisogna coltivare un'amichevolezza generale al posto di amicizie esclusive. Amare in generale, tutto>>. Questa tua filosofia del non-albero traspare alla perfezione (o almeno ora io la scorgo chiaramente) dal tuo modo di scrivere.

Cioa Nomade, ciao Blu.

Ste.

ritratto di anatto

Cara Stefania Tolari

Il tuo commento è estremamente importante e chiarificatore: pietre grandi da riposarci e ghiaia che sfugge, ritmo discontinuo.

Non posso darti che ragione e questa consapevolezza mi serve, mi servirà quando rivedrò tutto per proporlo a un editore.

(Un editore un editore, sembra un argomento tabù che nessuno sfiora)

Ti abbraccio spagnolita cara.

ritratto di hank88

E via con la terza parte!

E via con la terza parte! Scritto bene come al solito, in più ci ho trovato uno stato d'animo leggermente diverso, meno irrequieto. Forse proprio perchè in questo viaggio hai trovato, anche se solo momentaneamente, quello che andavi cercando, o almeno ti ci sei avvicinato. Quando prendi il treno invece quelle ombre sembrano comparire nuovamente, annebbiate dal fumo di una canna. In ogni caso mi è piaciuto, sei sempre in grado di trasportare il lettore con te. 

Buon pomeriggio

ritratto di anatto

Hank

Grazie,

Verissimo quello che hai notato, forse è stato il luogo a darmi calma e pace, infatti questi stati d'animo non dureranno, vedrai.

Buona vita.