L'antropologo Amoroso. Ritorno in Kashmir 4° parte

ritratto di anatto

                                                                    Jaipur.    

    Jaipur d’acchito mi fa l’effetto di una caotica polverosa città qualsiasi. Ma il mio disappunto è causato dal freddo che non mi aspettavo così intenso. Troviamo una camera decente in una vecchia Guest-house, una volta famosa e molto frequentata ma attualmente ridotta maluccio. Ci ha condotti qui un ometto con un rishò a pedali, gentile e disponibile che ci aspetta anche mentre sistemiamo i bagagli e facciamo la doccia per accompagnarci poi al ristorante. In dieci minuti di gambe veniamo depositati davanti a una porta a vetri decorata da mille lucine intermittenti, Qui il nostro autista si infagotta in una nera coperta e si mette ad aspettarci appollaiato sul suo triciclo. Il locale è silenzioso e deserto, forse è chiuso penso, quando appare impettito un anziano cameriere in divisa. Dietro di lui, seduti su una pedana rialzata scopriamo due uomini e una donna con degli strumenti musicali in mano. Qualche sorriso imbarazzato di saluti generali e la musica inizia al tocco preciso del nostro sedere con la sedia. E va avanti per tutta la lunghissima cena solo per noi due, alimentata dalla partecipazione di Ferooz che mi traduce ogni canzone. Quando usciamo siamo soddisfatti e allegri. Svegliamo il nostro autista e lui mezzo intorpidito ci riaccompagna alla nostra camera pedalando. Non so mai come comportarmi quando mi trovo a dover usufruire di queste persone che propongono servizi così pesanti, non credo che ignorandoli la loro condizione migliori più che con una buona mancia.     

     In camera, dopo una lunga discussione decidiamo che domattina Ferooz partirà per andare in Kashmir a prendere la medicina dal suo guru, mentre io resterò qui da solo. Comincerei a pensare che mi ama veramente se non avessi sempre un vago sospetto, che dietro le decisioni che alla fine prendiamo, ci possano essere anche altri motivi, suoi privati.     

     Suona la sveglia prestissimo e mi sveglio anch’io, mi tiro su a sedere nel letto e mi accendo una sigaretta ( ? ). A parte il peso delle coperte ho dormito bene, ma non sono più molto convinto di quello che stiamo per fare. Lui è nervoso, non la finisce più di dirmi di stare attento, di non fidarmi di tutti quelli che incontro. Poi viene a darmi un bacio e scompare. Io torno sotto queste coperte di pietra rabbrividendo e dormo ancora fino a tardi. 

     Quando mi sveglio qualche ora dopo, sento il bisogno urgente di espormi al sole che vedo filtrare fra le fessure delle finestre chiuse. Apro la porta e un mare di luce mi abbraccia appassionatamente. “Good morning”, sorridono due deliziosi ragazzi dai lunghi capelli biondi. Hanno appena finito di fare colazione e si accingono ad accendere una canna perfetta… Che meraviglia! Mi siedo a un tavolo vicino a loro con la confidenza che dà il buonumore e la schiena bene esposta ad assorbire tutto il sole possibile. Accetto un tiro o due per cortesia, prima di ordinare frutta, tè, biscotti. Non ho fretta, chissà quanto tempo dovrò stare qui a Jaipur. Peccato che questi due bei tipi partano proprio stasera. Con calcolata lentezza più tardi scendo in strada, salgo sul primo rishò a pedali che incontro e mi faccio portare in centro, al City Palace.    

     Eccola qui la famosa città rosa, dalle finestre traforate che sfila attorno al mio carro silenzioso. In ogni regione la dimensione delle mucche cambia, qui sono enormi, immaginatevi i tori! Non è a cuor leggero che li incontri in qualche vicolo stretto. Quante scimmie sui cornicioni delle case. Maiali che razzolano fra gli avanzi del mercato. Jaipur mi fa l’effetto di una grande stalla, ma lo dico con affetto, con tanta gratitudine per questo popolo che sa ancora riempirmi il cuore di emozioni. L’amore che hanno per gli animali, Il rispetto. Trovo siano uno dei fiori più belli della loro civiltà.    

       Stamattina, ai tavoli sul terrazzo davanti alla mia porta conosco una fanciulla: Jodie, occhi blu, Inglese. Il sorriso le si precipita sul viso quando la guardo, ma se non la guardo la immagino triste, avrà vent’anni, ed è in viaggio da più di sei mesi da sola, intenzionata a fare il giro del mondo. Squilla il mio cellulare, è Ferooz, è a Jammù, molto preoccupato di dover prendere la corriera e inerpicarsi verso l’altopiano del Kashmir. Dice che sta nevicando forte e questo sarà niente in confronto a lassù... Gli dico di lasciar perdere, di tornare indietro, ma lui non sa decidersi, vedremo. Come al solito vedremo, fino all’ultimo inesorabile secondo.    

     Nel cortile interno di un palazzo antico incontro ancora Jodie, la ragazza inglese, anche lei come me con il naso per aria, sola e sorridente. Proseguiamo assieme la passeggiata in un clima rilassato e amichevole, fra il rosa di questa città, che mi sembra più un ocra in verità. Il Palazzo dei venti compare improvvisamente dietro un angolo e noi restiamo incantati come davanti a un capolavoro immenso: Un palazzo senza porte ne finestre, ma tutto traforato, come un gigantesco strumento musicale.    

      I giornali stamattina ne parlano in prima pagina: Sulla strada per Srinagar chilometri di autoveicoli sono bloccati da ventiquattro ore nella neve, soccorsi con gli elicotteri i casi più gravi. Ci sono anche dei morti. Io ho la bella facoltà di accantonare i problemi che non posso risolvere, così, salgo nella camera sopra la mia dove abita Polo: Ventidue anni. Questo timido francesino prende lezioni di Tabla, uno strumento a percussioni che canta come un’orchestra. Il maestro viene da lui ogni giorno e i loro esercizi sono il sottofondo musicale di tutte queste pagine che ho scritto su Jaipur. Quasi ogni giorno salgo un momento, mi siedo sul pavimento di fianco a loro e resto ad osservare, ad ascoltare. Trovo che sia un’ottimo modo di impiegare il tempo, imparando con un maestro a tua completa disposizione. Quasi quasi lo faccio anch’io penso, mentre lo sguardo scivola dietro le code dei pavoni, che passano circospetti fuori dalla porta aperta. Ma quando torno in camera mia mi infilo come d’istinto fra le coperte e mi abbandono a pensare a Ferooz.    

      Mi sveglia il telefono, è lui, che chiama con il cellulare di un’altro viaggiatore: Sono ancora bloccati, senza nulla da mangiare ne da bere. Hanno passato la notte sul bus e per il momento sono ancora fermi. “Maledizione”. “Che idea del cazzo andare in Kasmir adesso”. Mi dice di stare tranquillo perché fra poche ore la strada verrà riaperta, gliel’ha detto il suo Guru, che ha chiamato prima di chiamare me. “Speriamo amore mio, speriamo, pregherò per te”. “I love you”. “anch’io”.     

      Appena sveglio mi precipito sul giornale che ogni mattina è sul tavolo della terrazza. Scopro così che i prigionieri della neve sono stati liberati ieri, verso sera. Povero il mio Ferooz che tenerezza. Jodie è seduta a un tavolo vicino e sta facendo colazione, mi invita a sedermi con lei. Le racconto le disavventure di “mio marito”, e le mie confidenze probabilmente la spingono a raccontare a sua volta che ha ricevuto una mail dalla sua migliore amica, dice che si sposa. Mi guarda triste poi aggiunge: “Tutti si sposano all’infuori di me”… “Vuoi sposarmi tu?”. “Perché no” ( Coniuge più coniuge meno ). E poi è un matrimonio destinato a durare così poco visto che Jodie parte stasera. Ma per adesso mi propone di visitare Amber, una cittadina a pochi chilometri fuori Jaipur.   

     Sull’autobus stiamo zitti, non sentiamo l’obbligo di intrattenerci, anche se io vorrei essere un po’ più brillante con questa mia nuova moglie. Prendiamo l’autobus davanti al palazzo dei venti e in mezz’ora arriviamo in questa piccola città, adagiata sul fondo di una valle affascinante e desertica. Una strada lastricata di grandi pietre consunte sale sinuosa sul fianco della montagna, per arrestarsi davanti a un portale maestoso. Per arrivare lassù ci sarebbe un servizio a dorso di elefante ma il prezzo che ci chiedono ci sembra troppo, così decidiamo di prendercela con calma e andare a piedi. Cominciamo a salire fra terrazze e giardini, lasciando la città sotto di noi che sfuma lentamente nei vapori di caldo. Attraversiamo la monumentale porta ed entriamo in un cortile brulicante di vita; sederi di elefanti parcheggiati ci salutano con la coda, grandi scimmie fra i fiori, che masticano attente a ogni avvicinamento. L’interno del palazzo è un labirinto di stanze scintillanti, intricati giochi di specchi si confondono con la luce delle finestre spalancate sul vuoto. Una nuvola di ragazze in sari colorati ci avvolge; mi chiedono il permesso di fare delle foto assieme a mia figlia, acconsento, ma preciso che Jody è mia moglie. Prima di salire sull’autobus che ci riporterà a Jaipur decido che qui devo tornare. Voglio visitare attentamente la città in basso, fitta di rovine di templi millenari che sembrano franati dalla montagna.   

     Quando siamo di nuovo alla Guest-house Jodie prende uno zaino leggero dalla sua camera ed è pronta per partire. Con l’energia della giovinezza che come un vento incessante la sospinge, la vedo solcare l’aria sotto la terrazza e scomparire dietro lo spigolo di un muro. 

     Io invece mi metto sdraiato su una poltroncina di plastica, con i piedi sul muretto e guardo le scimmie sui tetti, aspetto che Ferooz mi chiami, dovrebbe essere arrivato ormai. Fumo troppo e mi impigrisco, mentre vorrei andare in centro a fare delle foto. Ma qualsiasi paesaggio non si lascia possedere immediatamente, figuriamoci questo intersecarsi caotico di elementi eterogenei, non ne vogliono assolutamente sapere di ordinarsi dentro a una piccola cornice. Così resto sulla terrazza, un posto ottimo per osservare tanti animali.   

      Ferooz chiama. Ha già visto il suo Guru che gli ha detto che non dovrò fare l’intervento, con le medicine che gli ha consegnato io guarirò. Il problema ora è tornare qui, tutta la regione è sommersa dalla neve e le strade sono nuovamente bloccate. Mi faccio due conti in tasca e gli dico di informarsi per un volo aereo, almeno fino ai piedi delle montagne, a Jammù. Povero Feroce, quanti disagi affronta per me. Nei miei impeti di sentimento mi immagino la nostra famiglia: io, lui, Tabisum e Akif, che viviamo assieme felici in un qualche bel posto dell’India. Non nego che mi piacerebbe anche tornare in Kashmir a rivederli. Ferooz chiama dall’aeroporto qualche ora più tardi. Il primo volo disponibile è fra cinque giorni. Dopo qualche tentennamento gli dico di prenderlo.    

     Tanti uccelli qui a Jaipur ma solo volatili, e qualche prurito ogni tanto mi viene; C’è un inserviente tibetano che mi stuzzica, assomiglia in modo impressionante alla mia amata Grace Jones.   

      Sono triste, il cielo è nuvoloso, pioviggina. Allo specchio il colorito giallognolo del mio viso conferma che il mio fegato non sta affatto bene, ma nonostante questo voglio tornare ad Amber, da solo.    

     Amber. Quando ci arrivo è ancora più irreale e misteriosa così avviluppata nella nebbia. Lascio gli elefanti lucidi di pioggia fra le macchine fumanti del centro, mi inoltro in vicoli sempre più silenziosi. Sembra di stare fra gli effetti di un terremoto; rovine accatastate sulle strade, sui cortili. Le sculture decapitate dai trafficanti di antichità, fra i maiali, i gatti, le mucche. Tutto questo, che io sento come uno dei pochi regali che l’umanità si è fatta: l’Arte. Che effetto vederla sciogliersi e morire, senza lasciare tracce. Mi lascio convincere da un agitato gruppo di ragazzini a seguirli, attraversiamo un pericoloso labirinto di scale e stanzette, con le pareti dipinte e il cielo per soffitto. Osservo tutto con l’occhio del fotografo, mi stanco. Torno in centro e aspettando l’autobus provo a fermarmi molto titubante a un ristorante. Ordino panini al formaggio e panini alle verdure, ma questi ultimi sono così pieni di chilly, maledizione. Non posso mangiare nulla.   

     Nella penombra fredda della mia camera al neon mi sento un povero cristo, guardo e riguardo le foto scattate fin qui. Non so cosa mi aspetto da questa medicina che deve arrivare; da tutto a niente.    

     Le temperature sembrano in aumento. Resto sempre più tempo sul terrazzo, oppure salgo in camera di Polo quando lo sento che si esercita con le tabla. Offro una canna e resto a guardare i pavoni che passano con il loro strascico prezioso. Lancio biscotti alle scimmie sui tetti, buffe e irascibili. Su un balcone di fronte sono appese delle ciotole piene di semi, e gli uccelli; pappagalli, colombi, passeri, elaborano tutt’intorno a loro, un intricato rituale di suoni e fruscii.   

      Faccio un giro in centro ma comincio a essere stufo ormai di Jaipur. Ho comperato dell’hashish dal cameriere, un orrenda polvere grigiastra che peggio di così neanche in Italia la trovi, ma ugualmente mi accanisco a fumarla. Getto biscotti in giro, ovunque c’è qualcuno disposto a mangiarli. Con gli occhi chiusi dal sole, ascolto la cassetta di Kumar Sharma, un musicista Kasmiro. Dice Feroce che potrei conoscerlo se andassimo lì.    

    Finalmente! Eccolo il mio amore che compare sulla terrazza e corre nelle mie braccia come in un rifugio. Com’è patito. Con le labbra incrostate di piaghe, le occhiaie e una magrezza triste. Racconta di una notte terribile sulla corriera bloccata, senza nulla da mangiare. Mi colpisce che dica più volte: “La gente costretta a mangiare la neve…”, come se fosse una cosa incredibile. Subito gli chiedo del Guru. “Devi venire in Kashmir”. Poi continua, “C’è stato un equivoco, il mio maestro pensava che tu saresti venuto con me”… “Lui deve vederti per poterti guarire”. E mentre lui si sforza di sorridere io divento serio, questa faccenda non mi piace, capisco che dovrò rinunciare alla guarigione magica e che ho buttato un sacco di soldi inutilmente. “Per il momento il guru mi ha dato queste medicine per te”. Mi mostra le medicine. Sono due foglietti di carta ricoperti da una fitta scrittura obliqua, sono da infilare in una bottiglia d’acqua, di cui devo berne tre bicchieri al giorno. Poi c’è un foglietto più piccolo, che va messo all’interno di un ciondolo d’argento e portato sempre al collo.    

    No, in kasmir adesso neanche a pensarci, però indosso l’amuleto e stamattina bevo il primo bicchiere di quell’acqua, con le parole magiche che vanno sciogliendosi. Mi dispiace che Ferooz non possa vedere Jaipur e le sue meraviglie ma io sono stufo. Partiamo.

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non correre, non c'è fretta.

però mi fa piacere.

alla prossima fermata ragazzo.

ritratto di la strega

Incredibile....

...come sono rimasta indietro, ma con il mio tempo rimedierò vedrai........

Si legge che è una bellezza, assolutamente scorrevole, le descrizioni di Jaipur sono perfette, né scarne, né lunghe a mio avviso.

Tutta la storia ti prende....a rileggere le altre parti.

Belle e poetiche quelle coperte di pietra e la ragazza inglese (tua moglie!) che sparisce dietro lo spigolo (mi sembra) del muretto.

Ciaoooooooooooo

la strega

 

PS Ah vedo che ti sei sposato: AUGURI! E non fumare troppo ahahahah! (Scherzoooo!)