Anna sta scendendo le scale con gli amici, sono rimasto ultimo a dare la buonanotte a Rosita. Sento che anche lei ha fatto in modo che restassimo soli. Nel suo sguardo c’è il mio stesso desiderio e, senza una parola, ci salutiamo in bocca.
Non ci conoscevamo fino poche ore fa e adesso siamo uno dentro l’altra a frugarci, lei che mi si infila in umidi luoghi che non sapevo di avere, passa tra i miei denti con la cura e la puntigliosità di un animaletto che fruga e pulisce il compagno.
Poso le mani sulle sue guance d’ambra, che meraviglia il primo contatto, e cerco la nuca tra i lunghi capelli neri, i pollici che carezzano i sui lobi inanellati. Pochi secondi poi mi faccio forza e mi ritraggo. Stempero il distacco scendendo lungo le braccia vellutate fino ai palmi delle mani, stringo le sue dita come dire -mi spiace- e mi precipito giù dai gradini verso il pianterreno e la notte.
Per fortuna non mi hanno aspettato e si sono avviati lentamente verso il ritorno senza badare a me. Anna sta chiacchierando con Davide, li seguo pian piano, senza fretta.
Sita è di Barcellona e ora è venuta ad abitare ai Giardini, una delle estremità di Venezia, l’isola verde di fronte al Lido. Anna e io invece viviamo insieme vicino a San Marco, in centro.
Normalmente ci vogliono venti minuti di camminata veneziana per percorrere la strada che ci separa da casa, ma stanotte ne serviranno almeno il doppio, se non di più. Abbiamo festeggiato l’arrivo in città della nuova amica di Davide, non so come ma lui conosce tutte le ragazze che arrivano a Venezia, e c’era di tutto: birra, vino, fumo, liquori, dischi e musica di voci, chitarre e percussioni.
Tutte cose che continuano a risuonare nella mia testa ma anche in quella di Roberto che si scontra di faccia con il gabbiotto di un’edicola e impreca mentre cerca gli occhiali schizzati via.
Sono in un bel guaio, ho appena tradito Anna e mi sento un verme, ma la cosa che mi fa davvero impazzire è che mi sto allontanando da una donna che mi affascina, che ha fatto chiaramente capire che mi desidera e che in questo momento è sola nella sua casa e non avrebbe problemi a ospitarmi e chissà…
Comincio a rallentare, è come se all’improvviso portassi un peso che aumenta a ogni passo. Non posso certo dire -Ciao Anna, torno da Rosita-. Sarebbe onesto, ma non ci riesco. In lontananza vedo la mia donna e gli amici che spariscono scendendo giù da un ponte e sembra proprio che non facciano caso alla mia assenza. Normalmente soffrirei di questa noncuranza, ma non adesso.
Accendo una sigaretta con quella che sto finendo e mi fermo ad aspettare in riva alla laguna. Nessuno mi chiama o viene a cercarmi. Fremo come se ogni atomo di me fosse una pagliuzza di ferro chiamata da una calamita.
So che il mio vero nord è altrove, ma questo è così vicino e attraente che riscrivo i punti cardinali. Ruoto sul mio asse e mi avvivo lentamente, sentendomi più leggero a ogni passo. Arrivo quasi volando sotto casa di Sita, busso senza fiato e lei mi tira dentro senza chiedere nulla.
Di lei so solo che ha un nonno musicista e compositore, una cesta di vimini piena dei suoi spartiti e che vorrebbe che io glieli suonassi. Adesso però è lei il mio strumento. Si lascia sfoderare dal vestitino nero che le fa da custodia e mi offre i segreti della sua liuteria.
Percorro curioso ogni rotondità, cerco le mie corrispondenze e comincio a intonarla, attento alle vibrazioni con cui risponde. Trovo le misure e lei produce le prime note, la sua cassa di risonanza che geme riconoscente. Le dita sono sui suoi tasti e pronte a sfiorare le corde, ma lei ora invoca il plettro.
Ce l’ho, lo estrae e lo bacia, sembra perfetto. Ne provo la consistenza ticchettandolo sulla chiara tavola piatta e poi sul battipenna scuro, così vicino alla buca. Lo posiziono, l’angolo è fondamentale, e spingo deciso. La risposta è calda, viva e accogliente.
Vibriamo in un flamenco con tutti i suoi passi di danza. Plettro su, plettro giù, su, giù, su, giù, in perfetta sincronia la musica sale, sale, sale e finalmente esplode. Tutti senza fiato, applausi. Mi inchino stendendo sul suo petto i miei lunghi capelli.
-Sei venuto?
-Oh, sì…
-Dentro?
-Sì…
-Non uso nulla…