L’uomo nel parco

ritratto di Rubrus

 

Ho sempre cercato di fare le cose come si deve, di comportarmi per bene, ma ho sempre saputo che avrei fallito chissà quante volte.
Sono una persona normale. Uno di quelli cui capitano le cose che capitano a tutti: gioie, disgrazie. Anche di fallire.
Quando mi sono trovato senza lavoro e senza famiglia ho fatto del mio meglio. E mi sono ripetuto chissà quante volte che sono cose che capitano.
Ho un po’ di soldi da parte e la possibilità di qualche consulenza a richiesta da alcune ditte del settore in cui ho lavorato per vent’anni. Job on call, lo chiamano. Un’espressione che mi ha sempre ricordato lo squillo del campanello per il lacchè. Uno di quei campanelli d’argento, scossi da una lady impaziente e annoiata.
È un lavoro che mi lascia un sacco di tempo libero.
C’è un parco, vicino a casa mia. Ci sono aiuole recintate da basse ringhiere di plastica, spazi per i cani, giochi per i bambini, vialetti in terra battuta. Ippocastani, platani e tigli cambiano colore secondo la stagione, mentre le siepi non lo cambiano mai. Le mamme portano a spasso i bambini e gl’impiegati comunali puliscono pigramente viali e panchine.
Una di quelle panchine è diventata la mia.
L’ho scelta perché è di fronte ad una scuola elementare.
È cinta da un basso muretto, sormontato da una ringhiera in ferro battuto. È nuova, molto ben curata. Sopra ci sono delle telecamere. Ai miei tempi le scuole non avevano bisogno di telecamere, ma i tempi sono cambiati.   
Mi siedo sulla panchina col giornale in tasca e il cellulare acceso, in attesa della chiamata. Ho scelto una suoneria che ricorda il trillo di un campanello.
La gente ha imparato a conoscermi. I frequentatori abituali mi salutano alzando la mano, quando non sono impegnato al telefono o non sto leggendo. Qualcuno fa anche conversazione. So a che squadra tiene il vecchio col bastone e quali sono le opinioni politiche della signora col carlino. So che la ragazza vestita di nero sta cercando lavoro e che ha problemi col fidanzato. Non me l’ha detto, ma non ce n’è stato bisogno.
Anche i passeri si sono abituati a me. Zampettano tra le mie gambe, ma senza troppa convinzione, sapendo che difficilmente lascio cadere qualcosa. È come se lo facessero per abitudine, o per compiere un dovere.
Sono diventato l’uomo del parco.
Non sono solo, però. Da un po’ di tempo c’è n’è un altro.
È uno di quei tizi oltre la mezza età che non si rassegna al passare del tempo; uno coi capelli troppo scuri per non essere tinti, le camicie sgargianti, i pantaloni dai colori improbabili. È abbronzato, ma le mani sono pallide, segno che la sua è un’abbronzatura da lampada, non da vita all’aria aperta. Quando passa qualche bella ragazza tira indietro la pancia.
Si siede sulla panchina dirimpetto alla mia, anche se è sotto un ippocastano e, prima di accomodarsi, deve spazzar via le foglie.
Anche lui, da dove si trova, può guardare la scuola, ma, dato che la sua panchina è all’ombra, è più difficile notarlo.
Ha con sé un libro, ma non lo legge mai. Anzi, lo appoggia aperto e capovolto, anche se, così, si rovina la rilegatura.
A poco a poco, è diventato pure lui parte del paesaggio.
È l’altro uomo nel parco.
Mi è antipatico.
Ho cominciato ad osservarlo. Quando c’è l’uscita da scuola trova qualche scusa per alzarsi: va a bere alla fontanella, si dirige verso il chiosco dei gelati, oppure passeggia indolente.
E intanto osserva le mamme e i bambini.
Loro non se ne accorgono, ma io sì.
Li fissa di sbieco, a volte camminando, per qualche secondo, girato di tre quarti.
A furia di fare avanti e indietro, l’altro uomo nel parco è diventato popolare, anche più di me.
Le mamme si fermano a scambiare quattro chiacchiere con lui, gli sorridono. L’ho visto regalare caramelle e palloncini ad alcuni bambini. Qualcuno lo chiama “nonnino”.
Anche la ragazza vestita di nero gli è diventata amica.  
Un mese fa ha cominciato a sedersi accanto a lui, parlando fitto fitto. Ogni tanto lui le metteva una mano sulla spalla.
Quindici giorni fa sono passati davanti a me, camminando vicini, dirigendosi verso la fontanella.
Quando mi sono stati di fronte, lui ha fatto scivolare la mano lungo la vita di lei, fino alle natiche, e le ha dato una bella palpata. Lei non ha reagito. Li ho visti allontanarsi appaiati.
Il giorno dopo l’altro uomo nel parco era solo. A un certo punto si è alzato e si è diretto al chiosco dei gelati. Quando è tornato indietro giurerei che mi ha fatto l’occhiolino.
Da allora non ho più visto la ragazza in nero.
Ho cominciato a spiarlo. Lo guardo da dietro le pagine del giornale, o mentre faccio finta di armeggiare col cellulare.
Tre giorni fa l’ho seguito.
Prende la metropolitana all’ora di punta, nella stazione più affollata. Per salire, sceglie sempre le carrozze centrali, le più piene, e sono sicuro che ne approfitti per allungare le mani. Ho visto più di una ragazza guardarlo storto, anche se lui ha fatto finta di niente o ha alzato le spalle come dire «che ci posso fare?». Gli piacciono giovani, molto giovani. Una di loro si è messa a ridere, come se trovasse la faccenda divertente o fosse un’esperienza nuova e gratificante.
All’improvviso il cellulare si è messo a squillare. Quella maledetta suoneria che ricorda il trillo di un campanello. Lui la conosce perché l’ha sentita più volte, al parco, e si è girato, ma non deve avermi visto perché c’era troppa gente e io non sono molto alto.
Ho spento il telefonino e, da allora, non l’ho più riacceso.
Il giorno dopo, ieri, è stato tutto come al solito. Quasi.
L’altro uomo nel parco si è messo a parlare con la mamma di una bambina bionda, sui sette anni. Li ho visti insieme più volte. Lei non ha un aspetto molto perbene… ma forse è solo un’impressione. Magari dipende dal fatto che parla con lui, e lui mi è antipatico. Ad ogni modo, ad un certo punto, lui ha carezzato la testa della bambina e le ha scompigliato i capelli. Mi è venuta in mente la ragazza vestita di nero e l’altra ragazza in metropolitana.
Ma non devo correre alle conclusioni. In fondo non ho visto niente, non ho sentito niente, non so niente.
Magari l’altro uomo nel parco e la mamma della bambina bionda sono parenti, o amici, o vicini di casa. Magari si conoscono da tempo. E magari no.
La maggior parte delle persone che ho conosciuto sono persone normali. Hanno passato l’intera vita senza fare del male al prossimo. Non troppo almeno. Anche io sono così.
Seguo le regole. Non posso emettere sentenze troppo in fretta, né eseguirle. Non è così che si fa. E io ho sempre cercato di fare le cose come si deve.
Così, stamattina, ho seguito ancora l’altro uomo nel parco fin laggiù, nella metropolitana.
C’era ressa, come al solito. Gente che si accalca, preme, spinge.
Sì. È così facile, spingere. Spingere qualcuno giù mentre arriva il treno.
Sono una persona normale e le persone normali passano l’intera vita cercando di non far male al prossimo. Ma qualche volta falliscono.
Io ho fallito.
Ho ucciso l’uomo nel parco.
Forse tutti e due.  
 
 

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ritratto di Giulia75

Rù,

direi che con quella frase finale hai ribaltato ogni mia previsione e mi hai insinuato il dubbio. :-)

Credo fosse questo l'effetto desiderato quindi .... che dire ... ci sarà un motivo se ti leggo, il motivo è tutto lì. :-)

Ciao

ritratto di Rubrus

***

e sì... era l'effetto desiderato. Scopo raggiunto, quindi.

ritratto di Ottawa

 Mmm...nutro forti dubbi sul

 Mmm...nutro forti dubbi sul fatto che fossero due..penso più ad un caso di schizofrenia. Comunque sia il pezzo fila via e ti prende fino alla fine, che poi non e' una fine perché ti chiedi chissà che fine avrà fatto l'uomo del parco. 

ritratto di Rubrus

***

era uno solo, a dire il vero. Mi rendo conto che può dare l'impressione di un racconto che parla di schizofrenia (non volevo che così fosse, a dire il vero, se non altro perchè un racconto precedente ne parla) e quindi, da questo punto di vista, il racconto ha fallito il bersaglio.

Però avvince, mi hai detto e questo mi basta.

ritratto di monidol

L'ozio non partorisce virtù

io lo prendo così com'è, lo trovo completo. Ovvio che chi diventa un assassino uccide prima se stesso che il prossimo... soprattutto se il movente è dato da ipotesi e non da prove... o forse era uno solo ma non importa, non cambia il risultato.Mi piace questa duble face, in cui una faccia non smentisce ma conferma l'altra.

Gran bel pezzo.

monica

 

ritratto di Rubrus

***

in effetti volevo proprio che il lettore si chiedesse se fidarsi o no della versione dei fatti proposta dalla voce narrante - il cui giudizio è dettato dall'antipatia (apertamente confessata) verso l'altro uomo, antipatia, forse, dettata da altre e più profonde ragioni  .  

ritratto di Blue

Sì, ma tu...

...non puoi terminare tutti i tuoi racconti con un finale "aperto", o passibile (si dice così?) di qualsiasi interpretazione...
eh no, troppo comodo. Devi scegliere da che parte stare, qualche volta...
Niente male davvero, avvince fino alla fine, che poi è lo scopo principale. Speriamo solo che sia finito sotto il treno quello giusto...

ritratto di Rubrus

***

sì si dice "passibile", ma se è "passabile", il racconto, va benone ehhe.

Comodo, comodo... già star seduti in metrò è dura. Almeno nei racconti...

ritratto di hank88

 Incalzante, mi piace molto

 Incalzante, mi piace molto il modo in cui è scritto questo racconto, possiede un ottimo ritmo. Il narratore parte parlando di sé, senza darci troppe spiegazioni. Poi l'attenzione è spostata sull'altro uomo del parco, che diventa quasi, attraverso gli occhi di chi parla, il vero soggetto principale del racconto.Anche di lui non ci è dato sapere troppo, solo quanto basta a incuriosire. Quindi si procede. Ma attenzione, già la prima frase contiene un grosso indizio: solo che non lo si scopre fino alla fine ehehe. Molto bello, un'ottima lettura.

 

ritratto di Rubrus

***

ti ringrazio.

Molti racconti di suspence hanno una struttura "circolare". Tizio ha paura di qualcosa ed ha dannatamente ragione. Se ci pensi, anche il tuo, con la morale all'inizio e poi il "quod era demonstrandum" che lo chiude, potrebbe rientrare in questa tecnica. 

A volte funziona - nel tuo caso sì - a volte no e si cade nel predicozzo. Ti ringrazio.

 

 All'inizio inciampo un poco

 All'inizio inciampo un poco tra quegli  "ho sempre" e "sono". Poi parte  come quando si scala di marce per lo slancio in un sorpasso. Hai dimenticato il verbo dopo "non è così che si fa".

Sei bravo.

ritratto di Rubrus

***

le ripetizioni (inutile che faccio il finto tonto e le chiamo anafore: sono ripetizioni) sono la mia bestia nera. Quella iniziale è voluta (i due "sempre") perchè introduce il tema dell'ossessione. Le altre ehmmm... no hahaha.

Ti ringrazio.

ritratto di francaf

roberto

un uomo ed il suo dopplengänger: in genere, quando lo si incontra, è un presagio di morte, ma per chi? questa è la fantstica domanda che chiude il tuo racconto, e che non poteva essere altro. 

perturbante quanto basta, incipit fantastico: davvero un bel lavoro.

complimenti e un bacio,

franca

 

ritratto di Rubrus

***

ehehe anche tu propendi per la tesi "psichiatrica" - a dire il vero non a quella pensavo, ma, se il lettore la legge,  beh allora si può leggere, no?

ti ringrazio

ritratto di francaf

rob

più 'fantastica' che psichiatrica: il dopplenganger nel senso del 'double walker', il doppio paranormale di una persona... 

ma tu, a che pensavi? :)))

ritratto di Rubrus

***

giusto, giusto. Non "psichiatrica", ma "fantastica" esatto. Sbagliato io (e sul doppelganger pure!).

Io pensavo ad una persona reale che sta antipatica alla persona sbagliata - ma la persona sbagliata è una persona comune e allora siamo tutti sbagliati - oppure, alternativamente, alla persona comune che vede quanto possa essere sbagliata una persona apparentemente normale e quindi prende provvedimenti (sbagliati?) 

Insomma un pasticcio :-)

A parte le battute. Il punto del racconto sarebbe quanto opinabii possano essere i nostri giudizi e, in definitiva, noi stessi.

 

ritratto di grifabio

ma qualche volta falliscono

 Ancora il tema del doppio, Bob, della metà oscura?!

Spesso le cosidette “persone per bene” censurano negli altri ciò che odiano della propria personalità; ed è per questo, forse, che le ultime tre righe mi paiono superflue... Perlomeno, nella misura in cui complicano inutilmente la vicenda.
Tolte quelle, per me il racconto è ottimo.
 

ritratto di Rubrus

***

ehm... no, non è il tema del doppio se non di sguincio.

Basta leggere le ultime tre righe come se il narratore sia in procinto di gettare l'altro uomo nel parco sotto il treno.

Il solo fatto di pensarlo non lo rende più una persona "normale" (o forse sì?).

In realtà l'ambiguità è voluta. 

ritratto di maria elisa

ciao Rubrus***

Non credo che la fine  abbia un senso.

Mi sta bene così, perchè hai condotto tutto il racconto con mano felice.  Hai portato il lettore dove hai voluto.

Sei riuscito a dargli un ritmo incredibile.

Bravo

 

ritratto di Rubrus

***

il senso della fine è che l'idea di progettare un omicidio ci allontana dalla normalità. Uccide l'uomo normale che pensiamo di essere. Forse. Perchè forse desiderare la morte altrui per una semplice antipatia, per semplici sospetti è "normale". Da questo punto di vista, che poi l'assassinio venga materialmente commesso è irrilevante.

Come dico sopra, hai colto esattamente quel che volevo dire.

 

ritratto di il Moscone

Un altro gioiello perfetto, Roberto

 che avrebbe meritato più pagine, non ci trovassimo tutti in mezzo al guado tra ottocento e Net Art.

L'inizio e il finale sono semplicemente eccezionali, capolavori da studiare e imitare. Ritengo che nei tuoi racconti brevi litweb lavori molto sull'incipit e il finale, asciugando con la tua capacità prodigiosa di sintesi lo svolgimento, e il risultato si vede.

Continua la tua diffidenza per le immagini e un carattere più grosso (Roby se scrivi dei brevi usa almeno il medium!), ma rispetto il tuo profondo ancoramento alla carta stampata.

Il noir è un genere caratterizzato dall'indagine degli aspetti più crudeli e oscuri della vita e di quelli più degradati dela società, indugia su tutto ciò che desta le nostre paure e nelle storie più riuscite, contemporaneamente le esorcizza.

Caratteristica essenziale nel noir è l'AMBIGUITA', la doppiezza e anche triplezza dei personaggi e di tutta la storia che li contiene.

Più che di schizofrenia parlerei di ALIENAZIONE per questo racconto; il personaggio fa parte di una società pur essendo completamente scollegato dalla stessa.

Osserva da una panchina senza interagire, passivamente, reattivamente: potrebbe essere un mistico che medita come un maniaco che sta pianificando un crimine...quast'ambiguità è stata resa in modo perfetto, anonimo, quotidiano, e quindi inquietante, perturbante al massimo grado: nella nostra anima la distanza tra Dio e Satana è come il diametro di un capello fine, facile passare da un versante all'altro, basta solo una spinta, uno scatto, una palpatina...

ritratto di Rubrus

***

vero, lavoro molto su incipit e finale. Del resto alcuni editori che leggono per professione (e non possono leggere tutto quello che viene loro dato da leggere, è umanamente impossibile) affermano che, per giudicare un libro leggono inizio, alcune parti in mezzo scelte a caso e finale. Se il libro "passa l'esame" allora passano ad una lettura più approfondita. 

Direi che hai centrato - come anche monidol adele e mariaelisa - l'idea che secondo me è centrale (non avevo in mente il tema del doppio, ma molti l'hanno colto e quindi evidentemente è contenuto nel testo in maniera molto più incisiva di quanto volessi) ossia che basta un niente per far diventare un uomo comune, un uomo nel parco, un assassino. E forse basta un nulla - magari anche solo il proposito di un delitto - per allontanarlo per sempre dalle persone normali. Forse.    

ritratto di adele

quella confusione finale

quella confusione finale inuce a pensare che giustizia non è stata fatta e che, se la storia continuasse, se ne vedrebebro ancora delel belle

è così, non ci si sbarazza facilemnete dela aprte non accolta di sè

bel racconto, spiazzamte: io , mentre leggevo, me ne andavo da tutt'altra parte con le previsoni.

ritratto di Rubrus

***

l'idea è che un uomo "normale" si scopre un omicida - almeno potenziale.

Inizialmente avevo pensato di chiudere con la frase "Forse tutti e due" e magari lo farò - anche se, così facendo, tolgo ogni dubbio sul destino dell'altro uomo nel parco (che è reale) mentre preferivo mantenere l'ambiguità di fondo perchè nella vita quotidiana quanto volte ci capita di pensare "lo vorrei morto" e tra atto e potenza non c'è una gran distanza. Solo quella che una semplice spinta potrebbe colmare.     

ritratto di Antonino R. Giuffré

... novelli Vladimir ed Estragon...

... caduti nel vortice della monotonia quotidiana o psicoastenico W. Wilson alla maniera di Poe? Due facce distinte di uno stesso principio di'insoddisfazione o un problematico sdoppiamento di un'unica fobia?

L'atmosfera è quella di certi drammi di T. Wilder: la visione di una vita che si ripete stancamente nei suoi episodi essenziali (i bambinetti felici, i vecchi, il leggere, o, in questo caso, il far finta di leggere.) Credo che tu abbia reso credibile l'incredibile, dal momento che tutto viene presentato con sobrietà e scioltezza.

Trovo però che il finale sia troppo drastico e spiazzante. Avrei preferito che approfondissi un poco l'ultima sequenza narrativa. E forse avrei fatto dialogare maggiormente questo tipo tanto misterioso.

Ps. C'è un refuso: Da un po' di tempo...


ritratto di Rubrus

***

hai probabilmente ragione sulla opportunità di far dire qualcosa all'altro uomo nel parco. ciò fugherebbe, penso, i dubbi sulla sua esistenza perchè non pensavo che l'ambiguità del racconto si potesse spingere ad un punto tale da far pensare così tanti ad un caso di sdoppiamento della personalità.

Volevo, in realtà, che si pensasse tutt'al più a quante volte diciamo "lo vorrei morto" (o lo pensiamo), magari per un istante, magari per una semplice antipatia (le ragioni razionali le troviamo dopo, a posteriori).

Ci vuole niente per mettere in atto il nostro proposito e morire a noi stessi. MA forse siamo tutti mostri. 

Se però il racconto fa pensare a casi di sdoppiamento - che è un'interpretazione possibile, anche se non mi aspettavo che così tanti la adottassero - allora forse, benchè il testo non mi dispiaccia, non ha centrato del tutto il bersaglio.  

 

ritratto di Full

**

Pur non essendomi ancora appossionato ai noir, nonostante voi specialisti, riconosco che il genere consente di spaziare e penetrare in ogni direzione soprattutto nei meandri della psiche. In particolare i tuoi noir. Qui, ad esempio, arrivato all'ultima riga ho dovuto, ribaltare, rivedere, riconsiderare... eheheh! Sei bravo negli inghippi.

Ciao Roberto

ritratto di Rubrus

***

i racconti d'amore parlano soprattutto d'amore, i racconti neri (nel mucchio metto horror, noir etc.) soprattutto di morte. In realtà credo che, gratta gratta, tutto quello che si scrive sia riconducibili a questi due temi.   Ci sono però infinite sfumature e meticciamenti e lì, credo, se la gioca chi scrive. 

Un caro aluto.

ritratto di Uriah Heep

 è il motivo per cui, tanto

 è il motivo per cui, tanto per non saper né leggere né scrivere, sulle banchine sto rasente ai muri fino a che il treno non è fermo.
La gratuità del male è spesso legato al capriccio altrui. è questa la vera vertigine: non sapere né il posto né l'ora.
è la variabile indipendente che spingerebbe molti a chiedersi, potendo: 'perchè a me?'.
e qui finisce la hola. 

ritratto di Rubrus

***

stare rasente ai muri della metrò è una saggia decisione. Il tintore da cui vado di solito te lo può confermare. 

Non sappiamo l'ora nè il giorno e non c'è organizer che tenga...

ritratto di DoctorWho

Torno a leggerti...

... dopo molto tempo (purtroppo) e subito trovo un brano avvicente, scritto in prima persona (sono quelli che preferisco), dal ritmo serrato e finale inquietante nonché aperto (ma mica troppo).

Ottimo! :-)

Ciao

 

ritratto di Rubrus

***

in verità sulla frase finale, dopo che ha dato adito a più interpretazioni, to meditando un aggiustamento.

In ogni caso mi fa paicere che ti piaccia il racconto.

ritratto di Stefania Tolari

Io l'ho interpretato come la

Io l'ho interpretato come la scissione iteriore della parte inquietante che risiede dentro la ormalità di ognuno di noi. Non so se era il senso. Il fatto è che, a prescindere dal ribaltone finale che apre tutte le interpretazioni possibili o chiude le porte a tutte quante con il <<mi sa che non ho capito na mazza>>, tutta la lettura è un gioiellino.

ritratto di Rubrus

***

per me che l'ho scritto il senso è "genesi di un assassino" + "normalità di un assassino".

Era un pedofilo, l'altro uomo nel parco? oppure era solo antipatico al protagonista, che sottoposto ad un fattore di stress, è diventa un omicida? Certo è che diventare un killer è stato straordinariamente facile, per il nostro normalissimo protagonista. E' bastata una spintarella.  

Molti ci hanno letto anche il tema del doppio e, se ce lo hanno letto, anche al di là delle mie intenzioni, va bene.

ritratto di Massimo Bianco

Un buon noir che si legge

Un buon noir che si legge d'un fiato. E il cui finale io avevo interpetato diversamente dagli altri di cui ho letto il commento. In effetti non avevo pensato che l'uomo del parco fosse una persona sola e dunque uno schizofrenico, ma che con la frase finale egli intendesse dire che per l'aver commesso un omicidio non si sentiva più lo stesso uomo di prima e cioè che in un certo senso uccidendo l'uno aveva anche ucciso se stesso, perchè con un omicidio sulla coscienza, seppur commesso per motivi aaltruistici (fermare chi riteneva un maniaco), non avrebbe mai più potuto essere la stessa persona di prima. Che ne dici? Ciò detto aggiungo solo che mi è piaciuto. Ciao.

ritratto di Rubrus

***

dico che è esattamente quello che intendevo io quando l'ho scritto - con l'aggiunta che il protagonista ha il dubbio che i suoi sospetti siano minati dall'antipatia che prova verso l'altro.

Moltissimi hanno pensato al tema del doppio, e quindi vuol dire che chi si può pensare, ma sinceramente, non era affatto quello che avevo in mente - avevo in mente, piuttosto, di descrivere come una persona "normale" può - e con quale facilità - diventare un assassino.

ritratto di scribak

Molto bello questo tuo brano. C'è una specie di ...

... introspezione che rovescia la personalità dell'io narrante seducendo il lettore fino alla riga finale che rimette in gioco tutte le alternative. Compreso il non senso. Insomma ognuno ci vede quello che vuole. E qui il discorso si complica perché ne viene fuori un racconto che racchiude in sè le varie facce della virtualità: l'uccisione di un assassino, un suicidio, la finzione, il sogno di un gesto eroico. Sì, credo che l'ultima riga sia stata una voglia di troppo che non hai saputo trattenere. Ciò detto, un gran bel pezzo.

Un caro saluto. 

ritratto di Rubrus

***

ti ringrazio.

Effettivamente non ho saputo trattenermi dallo scrivere l'ultirma riga, ma la molteplicità delle intepretazioni da parte dei lettori è andata oltre alle mie previsioni.. oh beh... se nel complesso è piaciuto vuol dire che non è male, ciò nonostante.

ritratto di 90Peppe90

 Be', che dire? Fantastico,

 Be', che dire? Fantastico, come al solito sei in grado di farmi finire - sin dal primo rigo - dentro la storia. Non riesco più a finire di leggere i tuoi racconti. Anzi, non voglio finire di farlo!

Stile inconfondibile e coinvolgente, come al solito. 



p.s.: credo che al nono rigo, partendo dal basso, hai tralasciato un "ho". Te lo segnalo nel caso volessi correggerlo. ;)

Ovviamente, piaciuto anche questo racconto.

ritratto di Rubrus

***

aahh! ecco dov'era quel dannato refuso che mi avevano già segnalato e che non riuscivo a trovare! grazie!

Ti ringrazio. Il mio scopo sarebbe evitare che il lettore abbandoni la lettura a metà e, se ci riesco, ho raggiunto il mio scopo.