Maria voleva le ali - cap.16 - Sfollati
MARIA VOLEVA LE ALI Cap. 16 Sfollati
L’abitazione dei nuovi parenti di Maria, immersa nella bassa campagna modenese, era situata tra il Secchia e il Panaro, fiumi a carattere torrentizio, affluenti di destra del Po. Spesso il Panaro in piena straripando esondava la vasta campagna, mettendo in serio pericolo la vita degli abitanti, che oltre ad avere la casa sommersa, perdevano animali e masserizie. Per questo motivo i fratelli di Adolfo avevano tardato tanto all’appuntamento di Chioggia. La loro casa faceva parte di un agglomerato isolato. La cascina era inserita in un tipico borgo rustico della bassa padana. I vari caseggiati, contornavano un ampio cortile chiuso, sembravano far parte di una minuscola fortezza. Un piccolo mondo variegato ruotava al suo interno. Due gruppi famigliari, compreso quello dei suoi ospiti, lavoravano la terra come braccianti agricoli e venivano pagati a giornata. Nel Veneto questo modo di lavorare non s’usava molto, e gli altri abitanti? Piccoli artigiani con i laboratori siti al pianoterra e, quando non pioveva e non faceva troppo freddo portavano i loro ferri del mestiere nel grande cortile, che a tempo debito, diventava aia o balera.
Pina e Nino, sin dal loro arrivo, attratti da questo nuovo mondo, e liberi di giocare con i nuovi compagni, si erano inseriti nella comunità.
Si erano affezionati, a differenza della madre, ai vari componenti della nuova famiglia; lei invece, schiva e ombrosa come sempre non era stata capace di accettare questo modo di vivere così parco e godereccio.
Nei primi tempi, prima di far comunella con gli altri bambini, i due si divertirono a curiosare, passando dal cardatore di lana che come per magia, attraverso punte di ferro sovrapposte, fatte scivolare fra loro a mo’ di culla dondolante, inseriva strani bottoni biancastri e con una passata veloce faceva volare bioccoli di lana che si deponevano sul grande telo disteso per terra per non sporcarli: erano così morbidi al tatto! I due si tenevano a debita distanza dal maniscalco quando ferrava i cavalli, un calcio poteva arrivare, e quando lavorava con la forgia il maglio e l’incudine; avevano paura di prendere fuoco con le scintille. Dal ciabattino si facevano regalare le brocche d’ottone che servivano a fissare le tomaie di cuoio sugli zoccoli, erano così lucide che sembravano d’oro. Erano attratti dal bottaio che oltre ad incurvare le doghe per i tini, faceva anche lavori d’intaglio per le casse da morto e, si fa per dire, a tempo perso restaurava mobili.
Il piccolo complesso era di proprietà di un grande latifondista del luogo.
Le famiglie che da generazioni convivevano in questo piccolo borgo fuori mano, non si lamentavano, erano abituate da secoli a dipendere dagli intendenti. Maria trovava le donne e gli uomini petulanti, curiosi e ciarlieri, abbastanza liberi nei costumi, forse troppo per lei, ma soprattutto schietti. Non come i suoi nel Veneto, abili nei sotterfugi e con sapienza grandi taglitabarri1.
Erano nel mezzo di grandi distese di campi di grano contornate dagli Appennini e a chilometri di vigneti che danno un tipico vino frizzante e leggero, il Lambrusco, che oltre a dar l’allegria, e a causa di gran bevute - faceva anche digerire - tutti amici e buontemponi con tanta voglia di divertirsi.
Vecchi e giovani sapevano suonare uno strumento e spesso al sabato sera si ballava. Un posto si trovava sempre. I gruppi compatti – i vecchi muniti di sedile - si trasferivano nelle aie di altre cascine approntate a balere. Mancavano i giovani del posto, tutti in guerra, solo i figli dei proprietari terrieri si facevano vedere, qualche bella figliola in fiore li attirava. In quel periodo c’era in giro qualche guarnigione e i soldati erano spesso della partita.
Era trascorso un anno e Maria non si era ancora abituata al nuovo sistema di vita, dentro di sé trovava da ridere su tutto. Solo la presenza di Adolfo le aveva fatto dimenticare il suo nuovo stato, ma dopo il loro matrimonio celebrato in tutta fretta a Modena - città che ospitava in quel tempo una parte degli uffici pubblici sfollati di Treviso, gli uffici del Comune erano stati dislocati a Pistoia - aveva dovuto rinunciare alla sua presenza. Ricordava i pochi giorni felici di licenza matrimoniale e gli attimi intimi rubati nella promiscuità, le fughe negli orti e gli amplessi sotto qualche solitario albero che troneggiava fra le bionde spighe, posto di ristoro per i lavoratori della campagna. Divorata dalla passione viveva solo per averne degli altri, ma quando?
Non riusciva a comprendere i parenti del nuovo marito, spesso senza un becco di un quattrino, ma l’allegria e il divertimento a loro non mancavano mai. Non capiva i loro dialoghi perché parlavano quel dialetto per lei incomprensibile. Intuiva di essere trattata come una signora, perché li aveva mantenuti e strapagati per la forzata ospitalità. L’unica cosa positiva, mancando due fratelli di Adolfo, partiti anche loro per servire la Patria, era d’aver avuto una stanza per sé e per i bambini.
Per fortuna Nino e Pina si erano affezionati a questa nuova famiglia godereccia e piena di marmocchi. Uno di loro, il Baciccia era coetaneo della bimba. I due fratelli ormai parlavano il dialetto emiliano come dei nativi e molte volte si prestavano a far da traduttori alla madre, con grandi risate di tutti: fuorché le sue. A Maria scappava un sorriso vedendo i nuovi parenti mangiare la polenta bianca con gli occhiali da sole .Ella, formica previdente, aveva mandato dei sacchi di granone bianco con le altre vettovaglie. Maria non conosceva la farina gialla. Nel desco, al posto del solito sole giallo del loro mais, faceva mostra di se una pallida luna.
La donna aveva due grandi crucci. I figli frequentavano la scuola allegramente: un giorno sì e tre no, e non per causa sua. Per questa famiglia veniva prima il lavoro dei campi; se avanzava tempo e quando si aveva l’occasione di recarsi al paese per altre incombenze: dodici chilometri non erano pochi, qualcuno portava sul carro tutti i marmocchi fino alla scuola pubblica.
Per gli adulti l’istruzione non serviva. Maria capì solo allora perché Adolfo non sapesse scrivere. L’altro grosso problema era l'ostinato silenzio da parte di tutti i suoi parenti. Aveva capito da sola che la notizia del suo nuovo stato non era stata accolta favorevolmente, perché gli altri sfollati saltuariamente ricevevano notizie; non sempre buone – la maledetta guerra che non voleva finire– ma erano sempre contatti
*
Maria, era sempre alla ricerca della solitudine. Anche ora si trovava a spaccar legna nella vicina legnaia, il suo vecchio scialle nero era diventato inservibile, a guardarlo in controluce sembrava una ragnatela, ma lei ostinata lo portava sopra un ampio scialle che si era fatta. Aveva barattato dei vestiti per delle lane colorate. Per tutta la sua vita avrebbe ricordato, non quei giorni, ma il freddo patito. L’inverno era alle porte e anche quest’anno non si presagiva niente di buono, le piogge intense dei giorni scorsi avevano alzato le acque del fiume. La donna guardò il cielo, ricordava un tramonto rosso di un tempo lontano, la sua casa, la sua mamma…il suo mondo scomparso. Avrebbe voluto tornar bimba e lasciarsi andare nel nulla. “Maria, basta sognare,” si disse, “hai i bambini da allevare.” Un sospiro tremulo le uscì, e le venne una voglia matta di piangere, che trattenne a stento. Prese una cesta e mentre stava raccogliendo i pezzi di legna il silenzio si ruppe, dalla strada giunsero grida e rumori di ruote sullo sterrato, dalla casa uscirono tutti, non si capiva il perché di tutto quel fracasso. Ma le voci festanti si fecero più chiare: “Abbiamo vinto la guerra, la guerra è finita”.
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Rileggerlo qua
capitolo per capitolo ha permesso una "digestione" più profonda. Bello lo si dovrebbe fare con ogni libro che ci è piaciuto.
Quel grido "la guerra è finita" nonostante non l'abbia vissuto credo faccia parte del nostro dna, come anche i dolori della guerra.
Ciao cara, spero tutto ok
moni
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Atmosfere
che in qualche modo "m'appartengono", leggendoti ho rivissuto ambienti e personaggi del tempo che fu con una certa commozione, succede: questo tuo capitolo è quello che (per ora) ho sentito di più, credo di avertelo detto anche per un altro capitolo, ma non avevo ancora letto questo! Speriamo che la Maria...si sciolga un po'! Intanto è finita la guerra, e questo è già un gran bel motivo per...sciogliersi, che dici? Un leggerti piacevolissimo M.Elisa, nonostante il periodo, ma i periodi non c'entrano col saper scrivere! Mi dici dove hai trovato quell'arnese che si usava un tempo per rifare i materassi e cardare la lana? Bravissima anche nei dettagli, grazie. Ciao M.Elisa, dora.
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Maria Elisa, anche questo
Maria Elisa, anche questo capitolo mi è piaciuto molto. Ho condiviso, leggendo, i momenti felici dei piccoli, gli aspetti positivi di un vita diversa ... Mi è sfuggito un sorriso per quel mangiare la polenta bianca con gli occhiali da sole per far si che sembrasse gialla ... L'allegria delle voci festanti che gridavano " Abbiamo vinto la guerra, la guerra è finita", ma, è tutto il capitolo che trovo molto interessante!
Grazie Maria Elisa, attendo il prossimo capitolo.
Un caro saluto.
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Maria Elisa
Ci hai descritto la vita delle generazioni precedenti, ancorate all'agricoltura ed all'artigianato. Hai fato rivedere, fra le tante, la figura del cardatore, col suo arnese chiodato montato sul cavaleltto di legno. Settantacinque anni fa c'erano ancora quegli artigiani. Io ho fatto in tempo a vedere la bicicletta con la ruota anteriore grandissima (Quando mio nonno, per baciare la sua mano, non usava la scaletta ma la bicicletta fino al primo piano). Quell'immagine si è depositata nella mente e lì è rimasta. Ciao! Baldo
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la vicenda sfortunata della
la vicenda sfortunata della caparbia Maria cambia location, ma la capacità di descrivere la culrtura contadina e gli stati d'animo dell'autrice non mutano. Davvero un bel lavoro, Maria Elisa
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melissa
cara melisa
esondare mi risulta intransitivo
ma forse mme sbajio.
:)
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Molto bello questo capitolo,
Molto bello questo capitolo, trovo interessante la descrizione del borgo rustico della bassa padana
e di quel piccolo mondo varigato...Sei straordinaria nei dettagli
Spero che Maria trovi un pò di serenità visto che la guerra ormai è finita!
Buona domenica, un saluto affettuoso, Mmatilda
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Perbacco, se si fa leggere!
Aspetto impaziente il seguito.
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Neh... Signora sul Sile ma
Neh... Signora sul Sile
ma quando finisce 'sto romanzo?
Bestia che roba, è più lungo del Mulino del Po ah ha ha ha ha ha
Dai che scherzavo, dai che quasi ce l'hai fatta,
però alla fine devi pagare da bere
a tutti quelli che ti hanno seguito, se lo meritano neh
A me paghi pure da mangiare, perchè lo sto leggendo per la seconda volta...
ciao
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Brava, non mi stanco di
Brava, non mi stanco di scriverlo, che meravilgiose immagini sai creare!
Sembra di camminarci dentro, mentre proseguo nella lettura con sincero interesse.
A presto, un caro saluto,
Matilde
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che la
guerra sia finita è un sollievo per Maria ma pure per me! :-)))
Nei miei incubi c'è sempre stata e insieme a te e a Maria l'ho vissuta un pò.
E' spaventosa.
Stavolta ti ho stampato eh eh Avevo da recuperare ....
Ciao
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Questo capitolo mi ha
Questo capitolo mi ha indotto a rileggerlo ... io lo faccio spesso,
quando qualcosa mi avvince. A Maria non soddisfa il luogo e cercare la solitudine
è anche motivo di sentirsi vicina a chi ama con il pensiero.
Le mancano quei momenti così belli fatti di passione, e ritengo che sia davvero
desolante avvertire il desiderio, ahimè ... inappagato. I bambini si sono ambientati e naturalmente
è positivo. La guerra è finità con un grido di sfogo ... ma quanto avrà lasciato dietro di sè?
Maria Elisa, non prenderlo per complimento ... io leggo romanzi, specie ora che sono in vacanza,
voglio dirti, questo è un vero capolavoro, la tua penna è Maestra di scrittura, è così.
Grazie di questo dono che ci fai. Buona mattinata. Perla
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