Cronache dal Sella ronda bike day (CON LE FOTO DI V. MARA IN BICI SUI QUATTRO PASSI)
Cronache dal Sella ronda bike day (con foto del passaggio di vecchio Mara sui quattro mitici passi)
Greggi d’instancabili pedalatori in transumanza, scavallando quattro mitici passi vanno da una valle all’altra, girando attorno a fantasmagoriche cattedrali di roccia.
Stakanovisti della fatica che ansimano in salita, e poi come falchi si buttano in discesa, come s’usa dire fra gli adepti dell’allegra e un po’ folle congrega della pedivella: “A tomba aperta!”.
Tutto questo per il sadico piacere di conquistare, faticando, il passo, e di seguito ritemprarsi grazie all’ebbrezza del vento in faccia, e all’adrenalina dei tornanti affrontati in piega, potendo padroneggiare per un giorno almeno l’intera sede stradale, liberata dall’asfissiante presenza di moto, auto e pullman.
E’ tutto e solo questo il: Sella ronda bike day?
Potrei cavarmela rispondendo sì, oppure aggiungendo: “E’ tutto questo, e molto altro.”.
Ma se mi chiedeste cos’è il: “Molto altro.”… non saprei come rispondervi, per poterlo fare dovrei entrare nella testa dei ventimila amanti delle due ruote che quest’anno si sono dati appuntamento nel giorno fatidico nei paesi ai piedi delle cattedrali, e da lì hanno iniziato la loro avventura, dovrei cogliere le motivazioni di ognuno di loro, impresa improba, fare una sintesi che pur riempiendo le pagine di un romanzo risulterebbe per forza di cose incompleta, se non addirittura errata.
Cercherò di farvi comprendere lo spirito della tribù che affronta il Sella ronda, riassumendo brevemente la mia esperienza personale, quella di un cicloamatore che affronta il Sella ronda per la seconda volta.
Sgomberiamo subito il campo dai malintesi; il Sella ronda non è una gara agonistica, è un raduno di amanti del pedale, da zero a cento anni! Beh, cento forse son troppi, personalmente vi posso assicurare di aver pedalato per lunghi e ripidi tratti del passo Gardena accanto a un signore di settantadue anni, ma sicuramente fra i ventimila ci sarà stato qualcuno con il peso di qualche annetto in più da portare in cima ai passi, detto ciò, partiamo con la cronaca di un giorno speciale.
Alle sei del mattino, ben sveglio, riflettevo sul lungo cammino che mi aveva portato fin lì; i lunghi allenamenti nel freddo e nebbioso inverno padano, le tre, a volte quattro, ore di sella nella tiepida primavera, e ultimamente le cinque ore su e giù per le colline dell’oltre Po sotto un caldo umido e asfissiante:- è normale tutto questo? -, mi chiedevo osservando lo sguardo di chi non sa rispondersi riflesso nello specchio del bagno.
Dopo aver appurato, camminando in maglietta e calzoncini lungo il balcone, che l’aria di Ortisei alle otto del mattino è ancora bella frizzantina, decisi di uscire dal garage indossando la mantellina impermeabile che mi sarebbe tornata utile nell’affrontare le lunghe e ripide discese dei passi.
Dopo poche centinaia di metri, notai nel parcheggio accanto alla strada numerosi ciclisti intenti a scaricare le biciclette dalle automobili, e altri già pronti avviarsi indossando solo la maglietta,
allora decisi di togliere la mantellina e rimetterla in una delle tasche posteriori, già abbondantemente riempite, più che dai viveri, da due gomme di scorta, due bombolette di gas per la ricarica rapida in caso di foratura, e dalla meno tecnologica ma a vote più sicura, pompa manuale di piccole dimensioni.
In effetti, nonostante l’aria frizzante del mattino, complice la bassa velocità che il percorso fin da subito in salita ci propina, la mantellina impermeabile sarebbe risultata inutile, se non controproducente.
Sono diciassette i chilometri per arrivare al primo passo; il Sella, tutti in salita.
Dopo Selva, perla della val Gardena, inizia il tratto più duro; sono circa dieci chilometri, lì inizia a formarsi il primo gregge di ciclisti che in seguito, saldandosi con le greggi provenienti dalle altre valli, formerà il serpentone multicolore che senza soluzione di continuità, colorerà le strade e i paesi che fan da corona alle maestose cattedrali di roccia.
Ansimando come una vecchia locomotiva approdo in vetta, alzo lo sguardo sulla cima imbiancata della Marmolada, una nube dispettosa stazionando sulla cima non mi permette di godere appieno della sua magnificenza; poco male, viro con lo sguardo, lo spettacolo che mi si offre a trecentosessanta gradi è qualcosa d’indicibile, da pelle d’oca spessa un metro, da fermare in gola il poco fiato rimastomi dopo la dura ascensione.
Secondo il mio modesto parere, il panorama che si gode dal Sella, è di gran lunga il migliore di quelli già straordinari dei passi seguenti.

Dopo aver indossato la mantellina, ingurgitato un cubetto di marmellata di mele cotogne e bevuto una mezza borraccia d’acqua, mi butto nella ripida discesa.
Sono quasi le nove e mezzo, l’aria ancora fresca dei duemila metri scendendo veloci si fa sentire, non tanto sul torace protetto dalla mantellina, ma sulle gambe e, ancor di più, sulle mani nude obbligate a stringere le leve dei freni.
Al termine di ogni discesa, prima di affrontare la salita successiva, i ciclisti si fermano dando inizio al rito collettivo della svestizione delle mantelline impermeabili.
Il fruscio della catena, il gracchiare del cambio quando si alleggerisce il rapporto, l’ansimare di chi mi affianca, è parte della colonna sonora che accompagna il lento incedere verso il passo.
Capita anche di rimanere stupito, passando accanto a qualcuno che sale conversando allegramente con l’amico che lo affianca, e allora ammirato ti chiedi: “Ma dove lo vanno a prendere tutto quel fiato?”.
L’ampio spazio del passo Pordoi, quasi fosse una piazza in attesa di chissà quale evento, è un brulicare di ciclisti felici che s’immortalano l’un l’altro e tutti insieme immortalano le bellezze che li circonda.

La discesa del Pordoi con i suoi trentatré tornanti è la più spettacolare delle quattro, girando lo sguardo all’insù dopo qualche chilometro, ho potuto godere di un insolito spettacolo; i colori della natura fondersi con quelli dei ciclisti che scendendo riempivano i tornanti aggrappati alla parete rocciosa.
La discesa del Pordoi termina ad Arabba, e lì la dimensione dell’evento mi fu più chiara; mentre dalla discesa, ciclisti a getto continuo arrivavano sotto l’arco del punto di raccolta, alzando lo sguardo vidi il ripido primo tratto del passo Campolongo già invaso dal lungo e colorato serpentone.
Sul passo Campolongo, breve ma arcigno, le prime avvisaglie di stanchezza mi consigliarono di rallentare ulteriormente la già lenta andatura.
Stupefatto, osservai con sguardo incredulo un gruppetto di quattro ragazze passarmi accanto leggere chiacchierando del più e del meno, parevano lievitare sui pedali tanta era la grazia con la quale eseguivano il gesto atletico.

Dopo il passo Camplongo e la successiva picchiata su Corvara, mi rimaneva da compiere un’ultima fatica, la lunga scalata al passo Gardena.
E qui, oltre all’incontro menzionato in precedenza con il signore settantaduenne, mi colpirono altri tre avvenimenti; uno favorevolmente, gli altri due un po’ meno.
Un fenomeno, oserei dire da baraccone, non avendo ben compreso lo spirito della manifestazione, sentendosi un po’ Pantani, innervosito dal fatto di non riuscire a superare il nostro gruppetto che arrancava occupando l’intera sede stradale, pensò bene, subito dopo un tornante destrorso, di superarci sfruttando la stretta panchina in ghiaietto alla sua destra rischiando di scivolare di sotto, ricevendo come premio per la straordinaria impresa i nostri improperi conditi da qualche titolo che per carità di patria ometto di citare.
Poco più avanti, un padre pensò bene di replicare alle reiterate richieste della figlioletta, età presunta cinque, sei anni, che lo pregava di fermarsi perché aveva mal di gambe, incitandola a proseguire, mentre afferrandola per la maglietta la stava letteralmente trascinando su per il passo: “E ascoltala! Lascia per un attimo i panni di ciclista e torna in quelli di padre… fermati un attimo, e se non vuol più proseguire, torna indietro!”, avrei voluto urlargli… avrei voluto, e forse avrei dovuto farlo.
E infine, poco prima di giungere al passo, passai accanto ad una ragazza che salendo allegramente; mentre con una mano reggeva il manubrio, con l’altra teneva il cellulare appiccicato all’orecchio, e ridendo relazionava qualcuno più avanti, o forse più indietro, sul punto in cui si trovava, e sulla velocità ascensionale.

Dopo essere passato a fatica in mezzo ai ciclisti fermi sul passo Gardena, la mia piccola impresa poteva dirsi compiuta, indossai per l’ultima volta la mantellina, riempii lo sguardo delle guglie che svettavano al di sopra del passo e dei prati che planavano a valle, infine m’involai lungo l’ultima lunga discesa che mi avrebbe riportato a Ortisei.
Dopo settantasette chilometri e cinque ore trascorse a pedalare nel fantastico mondo delle cattedrali di roccia ero tornato al punto di partenza, il sogno era finito e la vita tornava preponderante a far valere le sue ragioni.
Furono cinque ore, oserei dire, allietate dalla dura fatica e dal conseguente incredibile panorama che si apriva allo sguardo nel lento salire.
Cinque ore di fuga dalla realtà, cinque ore in cui nella mente pregna della gioia di pedalare e dell’immensa bellezza che la natura ci offriva in ogni dove a piene mani, non trovarono spazio le tristezze e le miserie della vita.
Ecco, sarebbe bastata quest’ultima frase per descrivere compitamente, quel che ha rappresentato per me, e per tanti altri, il: “Sella ronda bike day".
FINE
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tempo fa
la stessa strada l'ho fatta tutta a piedi con uno zaino di circa 25 chili
è stata una fatica incredibile ma ne vale sempre la pena
in bici faccio il mio tracciato personale sulla sponda dell'Adige
50 chilometri ma a passo pardon pedale lento
(f)
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Ciao Giancarlo!
E' stata una piacevole lettura,decisamente bello il modo in cui descrivi i sentimenti provati, il paesaggio, le donne che hanno un gran fiato,il pantani di turno e la piccoloina con un padre un po' cosi.E' evidente la felicita' che provi pedalando in mezzo alla natura sopratutto in montagna, evidente!Grazie per avermi invitato a leggere questo tuo scritto meraviglioso in tutti i sensi!Ti auguro una piacevole giornata! Dimenticavo belle anche le foto.
Barbara
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Ti diro' hai ragione
Giancarlo, dal mio punto di vista, da donna,naturalmente!Noi sappiamo essere dolci e carine, ma quando serve come hai ben detto tu,sappiamo essere forti,coraggiose e tenaci,in tutti i campi della Vita.Essendo una donna, mi scuso per la modestia che ho adoperato nel descriverci : scherzo! Comunque mi fa piacere il termine diavolesse che hai usato per descrivere la grinta di quelle donne.
Ciao dalla modesta Barbara
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