AlieNazione

ritratto di il Moscone

 La filosofia e la religione e oggi l’economia, da sempre formulano delle verità assolute, ma, osservava Alessandro Manzoni, solo la letteratura - l’arte in generale –dice come e perché le persone concrete vivono quelle verità e quei fatti; come, nell’esistenza degli individui, quei dogmi universali che quelle discipline professano si mescolano alle cose piccole, minime e infime di cui si compongono le vite di singoli esseri umani posti ai margini delle società, spesso abbandonati e lasciati alla deriva da una Storia sempre più grande di loro, in cui non riescono a starci dentro.
A cominciare dall'Odissea di Omero, la letteratura ha empre difeso l’individuale, il particolare, le cose quotidiane, i colori, i sensi e il sensibile contro il falso universale che intruppa e livella gli uomini e contro le astrazioni politiche, economiche e spesso ideologiche che li rende schiavi e sterili.
Alla Storia, che pretende di incarnare e realizzare l’universale, la letteratura contrappone ciò che è rimasto ai margini del divenire sociale, dando voce e memoria a ciò che è stato rifiutato, rimosso, ghettizzato, distrutto e cancellato dalla corsa del progresso tecnologico.
La letteratura difende l’eccezione e lo scarto contro la norma e le regole disumane; essa ricorda che la totalità del mondo è infranta e che nessuna forma di autoritarismo può fingere di imporre un’immagine armoniosa e unitaria della realtà, che sarebbe una menzogna.
Come senza conflitto e dibattito non violento non c’è democrazia, così senza la Memoria degli esclusi da ogni società non c’è vero e profondo umanesimo.
Apriamo questo spazio a tutti i racconti delle amiche e degli amici di Neteditor che vogliano raccogliersi insieme a noi intorno un’idea, più che a una pubblicazione.
Vi chiediamo solo racconti in prosa su questa tema dei marginali e dintorni; se vi saranno richieste apriremo uno spazio analogo anche per la poesia.
Vi aspettiamo numerosi, per vivere e partecipare insieme a noi un’ideale:
Uriah Heep, Rubrus e Mauro il Moscone.

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ritratto di il Moscone

"MIRIAM" di URIAH HEEP

 Miriam è una di quelle arrivate col barcone. Se le chiedi com’è stato fa un gesto con la mano e non ti guarda. Ne son morti la metà, ti dice. Centimetri di pelle nera e mini in latex, divisa da amazzone d’asfalto. Miriam lavora un incrocio avanti, accanto al fioraio cingalese. Ci passo due volte al giorno, la seconda per tornare a casa. Quando la sera arrivo in bicicletta lei grida forte, si sbraccia. Mi vede ed è felice. Attraversa la strada col passo della Osiris sulle scale e mi lancia un bacio con la mano. Mi piace, Miriam. Mi piace la gente che indossa la strafottenza di chi non ha da perdere più nulla.
Dai e dai di bicicletta una sera abbiamo finito per conoscerci. Di tanto in tanto scambiamo due parole. Siamo diventati amici.
Una sera le chiedo se sia possibile fare quattro chiacchiere con calma. Miriam pensa che le stia chiedendo di scopare, il bianco degli occhi si fa incredulo, sorride. Non hai capito Miriam, parlare, solo quello, vorrei capire e scriverci qualcosa, se ti va. Crede che la sfotta, poi capisce.
Non lavoro il lunedì, mi dice. La sua pronuncia ha l’approssimazione di un timbro esotico sul passaporto.
Il pomeriggio dormo fino a tardi, scrive l’indirizzo sul retro di un biglietto usato, vieni per cena. Non riesce a credere che un uomo le chieda semplicemente di parlare.
Miriam vive in due stanze più tinello. Cucinino con tre fornelli, salotto, balcone e vasca con seduta. Penso ‘Non sembra la casa di una puttana’ e me ne vergogno subito. Penserei mai, mi chiedo, ‘Non sembra la casa di un geometra’?
L’appartamento ha una dignità compita e capisco che non è solo una casa, è anche un tempio. È il rifugio per lucciole a riposo. È un rifugio dai clienti, dalle ore passate sull’asfalto. È la tana di una creatura che non premedita vecchiaia, vacanze sulle nevi, figli al seno.
C’è un piccolo tv a colori e un paravento bianco, laccato come le sue unghie. Sulla bacheca qualche foto d’oltre mare.
Questa sono io, indica una ragazza appoggiata a un’auto senza ruote. Bella d’una bellezza immobile, la gonna è uno svolazzo candido nel pomeriggio. Questa è mia sorella Loti, ne indica una dalle caviglie sottili, fianchi larghi, neanche vent’anni. Io non domando ma capisco. Fotografate entrambe sulla strada, sorelle anche nel destino che le avrebbe prosciugate un po' alla volta.
Gli chiedo come sia successo che si è trovata a battere. Facile, risponde, a casa sua, morto suo padre, non restava molto. Nardif, la madre, ha spedito le due figlie all’estero.
Miriam sorride, ci ha mandato via per paura che diventassimo puttane, dice. Lo trova divertente.
Tua madre non lo immaginava, Miriam?
Mia madre no. Nasconde il sorriso avorio e si punta addosso un’unghia. Ma io sì.
Tu sapevi, Miriam?
Puttana là, Puttana qua. Alza le spalle.
Ci vivi?
Ah ah, fa il segno dei soldi con le dita. Meglio senza il Pappa, però.
Ordiniamo delle pizze a domicilio. Quando faccio per pagare Miriam s’offende, mette il broncio, l’ospite è sacro. Mi versa un bicchiere di rosè, le piacciono le bolle in fondo al naso. Si sistema i capelli sulla nuca. Tu non cucini, Miriam?
Dice di no. Dice che cucinare per se stessi non ha senso. Io cucino solo per il mio uomo, cucino solo se sono innamorata. Le chiedo se ha qualcuno, Miriam sospira a fondo, ci sediamo su cuscini di tartan.
Io vado bene solo orizzontale, scherza. Ride di sè con il coraggio di una creatura alla periferia dei suoi vent’anni.
Un uomo ce l’avevo, dice a un certo punto. Un ragazzo di fatica, giù all’ortomercato. Mani grandi, bello come l’alba. Veniva di nascosto dalla sua famiglia, a notte fatta, stanco nei muscoli. Portava sempre una cassetta di verdure e poi sedeva lì. Cucinavo io, si addormentava lui. Io lo guardavo zitta, il cuore un tamburo che pompava qui, si indica la gola. Lo spogliavo un pezzo alla volta, come si fa coi piccoli, così bastava. Non lo svegliava niente, solo l’odore del caffè.
Non era geloso Miriam? Degli altri uomini, non era geloso?
Scuote la testa. Quello è lavoro. È l’affitto. È la spesa all’Esselunga. Con lui erano tenerezze nel letto appena fatto.
Dov’è adesso, Miriam?
Indica una cartolina attaccata al frigorifero: Alexanderplatz, il salotto bene di Berlino est.
È partito con suo cugino, Miriam sospira, soffoca il magone, ha promesso che poi torna.
L’ingenuità di una ragazza che vede il mondo senza spigoli mi commuove sempre.
Suonano al campanello. Miriam si irrigidisce, porta il dito alle labbra. Mi fa cenno di tacere. Da un’occhiata allo spioncino. Si gira livida, un bianco d’occhi spalancato. Vai sul balcone, sussurra. Io non capisco, Miriam mi spinge. Sul balcone, ripete. Il campanello suona una seconda volta, Miriam mi lancia il pacchetto di Camel e chiude le imposte.
Dammi mezz’ora, mi dice tra gli scuri. E zitto.
Butto gli occhi nel soggiorno, osservo il mondo a strisce. Vedo Miriam che fa sparire il mio bicchiere nel lavabo e getta il cartone della pizza. Quando apre la porta entra un uomo sui quaranta, pelato a mezzaluna, ventre oltre la cinta. Indossa divisa e pistola d’ordinanza. Scambiano giusto due parole, la cortesia feroce degli estranei. Miriam mette su quell’espressione da puttana che gli ho visto mille volte. Il poliziotto piega la giacca dell’uniforme sulla sedia. Miriam gli versa due dita del rosè, lui beve, dice qualcosa, si aggrappano ai secondi che finiscono. Le posa le mani sulle spalle e capisco che è un segnale. Miriam si toglie la collana e si mette a pancia sotto. L’uomo le spinge la testa tra due cuscini e attacca a scoparla sul tappeto, neanche la sveste. Le gira la gonna sulla testa per lavorarla dietro. Non usa né preservativi né lubrificanti. Si sputa sull’uccello e glielo butta dentro.
Io non fiato. Non muovo un muscolo. Mi giro sulla strada e fumo. Non guardo. Non penso a niente. Oltre l’incrocio, Milano sbadiglia sul confine di una periferia cemento. Il vento soffia oltre il cavalcavia. Tre ragazzine attraversano la strada. Passa un tir. Capelli in una nuvola d’aria. Il cielo romba di follia centrifuga. Comincia a piovere, ma piano, come acqua che scivola sul vetro. Le tre ragazze saltano sul marciapiede e aprono le braccia. Girano tre volte su loro stesse, come fosse una magia. Come se dovessero sparire da un momento all’altro.
Passano minuti trafugati dall’asfalto, poi Miriam finisce di agitarsi. Lui sbuffa e si riveste. La violenza finisce come un temporale a luglio. Perché di questo si tratta. Anche se Miriam saluta, anche se mostra un sorriso smaltato di bianco, è di questo che si tratta. Di baciare la mano che non si può mordere.
Di sottintesi si muore, Miriam, ma questo lo penso soltanto. Lo penso e non lo dico.
Prima di riaprire le imposte corre in bagno. Scorre l’acqua. È l’illusione di tornare immacolati che ci spinge avanti Miriam, vorrei dirle.
Quando mi apre non mi guarda in faccia, si è cambiata.
Ti sei bagnato, dice, mi dispiace.
A te, dispiace, Miriam?
Osservo le abrasioni sulle sue ginocchia, lei scosta l’orlo della gonna. Non riesco a immaginare un gesto più pulito.
Le passo una delle Camel. Ferita nella carne, fa un tiro a ogni respiro. Non mi chiede se ho guardato. È l’orgoglio di una donna che va avanti senza reti sotto.
Ha il mio passaporto, dice alla fine Miriam, l’ha trovato dietro la specchiera, mesi fa.
Io non dico niente. Tremo e inzuppo il suo tappeto. Faccio per andare.
Puoi scriverlo, mi dice.
Andiamo, Miriam.
Ma parla anche di quello, dice. Indica la foto di Alexanderplatz.
Miriam.
E non farlo sembrare così brutto.
Miriam.
Esco e mi butto sulla strada. Torno a piedi. Verso casa. Ombre lunghe, stoviglie che tintinnano nei piatti. Sei chilometri di rabbia che montano piano, mareggiata di tristezza che rischia di inondare tutto.
Girano le chiavi nella toppa. Chiara mi aspetta.
Sei fradicio, mi dice, vieni che è pronto.
Ha cucinato.
Osservo i piatti in tavola. Cena per due.

a cura di Uriah Heep

ritratto di il Moscone

"ERZULIE" di RUBRUS

 Per Uriah - Heep perchè lo stesso personaggio può ispirare racconti diversi.

 
Non era bella, Ana.
Aveva natiche pesanti, troppo, in confronto al corpo esile. I denti erano un po’ storti e la pelle, intorno agli occhi ed alla bocca, mostrava le prime rughe. Quando caracollava sugli zatteroni rossi, lungo la strada che da Coreppia portava a Sesto Milanese, sembrava barcollare. Forse era un silenzioso moto di protesta, forse il segno che, alla vita, non si era ancora abituata, né lo avrebbe fatto mai.
«Come diavolo fai?» aveva chiesto Simone, stillando sudore come un pupazzo di neve sorpreso dalla canicola «Come diavolo fai?».
Aveva indicato la propria faccia pallida e le braccia esili che sbatacchiavano dentro la camiciola di cotone, punteggiate di punture di zanzare come se qualcuno gli avesse sparato con una lupara caricata ad inchiostro rosso.
«Erzulie» aveva detto Ana, allargando le palme rosate delle mani, in contrasto con la carnagione scura.
Simone aveva guardato l’edicola accanto alla quale Ana aveva appoggiato la seggiola sdrucita su cui sedeva sventagliandosi e badando a tenere le gambe ben larghe, soprattutto se c’erano auto nei paraggi.
«Erzulie» aveva ripetuto. Simone aveva guardato di nuovo l’edicola con la rozza immagine della Madonna Addolorata, seminascosta dall’ombra sottile di un pioppo. Sotto, lumini come quelli del cimitero esalavano un sottile filo di fumo nell’aria afosa.
«La Madonna Addolorata» l’aveva corretta Simone. Lei aveva sorriso. Un’espressione fugace, giocosa come i riflessi del sole sull’acqua sporca del fosso lì accanto. «Stessa cosa» aveva risposto.
Simone aveva annuito sorridendo, poi aveva mosso un passo indietro, come se lì, in quei pochi metri quadrati di ombra, stesse per accadere qualcosa di meraviglioso e terribile.
Si era allontanato quasi di corsa sotto il sole cocente, voltandosi un paio di volte come se scappasse. Ogni tanto agitava le mani, cercando di scacciare le zanzare che avevano ripreso a tormentarlo.
 
«Ti stai innamorando»
«Non dire sciocchezze, Guido» Simone aveva scolato il bicchiere, poi, per un istante, aveva guardato il fondo, come se lì si trovassero le parole che non era riuscito a dire.
«Sì, invece. È una battona, per la miseria. Uno non nota, in una battona, i ceri che accende alla Madonna. Non se non è innamorato. Non fai caso a certe cose se non sei innamorato. Maledizione… quante persone hanno notato al primo colpo che hai un occhio verde e un grigio? Tua moglie, no? Beh… è un po’ la stessa cosa».
Fissò Simone con aria inquisitoria. «Ci hai parlato. Hai parlato con quella battona, non è vero?»
«No» disse Simone. Aveva fatto cenno al barista che, con tempismo perfetto, si era voltato dall’altra parte un attimo prima di poterlo vedere.
«Ci sei stato, no? L’hai pagata, almeno. Dimmi che l’hai pagata».
«Non l’ho pagata e non ci sono stato… Hu, un altro… maledizione, mi sa che dovremo imparare il cinese se vogliamo farci servire da bere». Si era voltato verso il compagno assumendo quella che gli sembrava la passabile imitazione di un atteggiamento virile. «Sono sposato, ricordi?»
«Sicuro. E approveranno la legge per la riduzione del numero dei parlamentari». Guido aveva schioccato le dita e il barista si era voltato.
 
«Perché non funzionano più?»
«Evoluzione. Le zanzare si abituano agli insetticidi. Dovremmo installare le zanzariere, ma…».
«Sto parlando di noi, Clara. Perché le cose non funzionano più?».
Sua moglie aveva guardato Mery e Corrado. A un certo punto la bambina aveva lanciato un grido di esultanza, annunciando la sua vittoria in qualche gioco alla playstation.
«Evoluzione» aveva ripetuto sua moglie.
 
«Tu peggio» aveva detto Ana.
«È per via del divano… cioè… dormo sul divano del salotto e fa un caldo infernale così devo lasciare la finestra aperta e…».
Aveva lasciato perdere. Ana si era messa a frugare nella borsetta, aveva estratto un oggetto marroncino e sottile che sembrava un biscotto, l’aveva guardato con espressione intesa, l’aveva appoggiato sul davanzale dell’edicola, poi aveva ripreso a rovistare finché non aveva estratto un barattolo. Per tutto il tempo aveva mugolato qualcosa in una lingua incomprensibile.
«Tu fermo» aveva intinto le dita nel barattolo e aveva preso a spalmare un unguento sul viso di Simone, sempre canticchiando.
Era un tocco gentile, delicato, come se tutta la bellezza che ad Ana mancava si fosse concentrato in esso. Simone chiuse gli occhi. Avrebbe voluto… avrebbe dovuto…
Pagala – disse la voce di Guido nella sua testa.
 
«Ho paura» disse Simone. Stava seduto sul divano, chino in avanti, le mani appoggiate alle ginocchia «Ho paura» ripeté. La voce era roca, come se qualcuno gli avesse strofinato le corde vocali con la carta vetrata. Succedeva sempre, quando litigava con Clara. Quando capitava loro di stare da soli (Mery e Corrado erano dai genitori di Clara) finivano sempre per urlare fino a notte fonda. «Paura di perderti» concluse.
«Tu hai sempre vissuto nella paura, Simone» disse Clara «Paura di questo, paura di quello… adesso devi decidere se ti fa più paura cercare di rimanere con me – e accettare che le cose siano cambiate in un modo che non ti piace – oppure rimanere da solo – e accettare che possano cambiare in un modo che tu non vuoi. Forse dovresti smetterla di pensare alle tue paure ed iniziare a vivere».
Clara fissò l’orologio appeso alla parete. La lancetta dei minuti si avvicinava a quella delle ore, come una lenta, inesorabile ghigliottina che decapitasse il tempo.
«Torno da mia madre» annunciò «Terribilmente banale, lo so, ma non è tutto terribilmente banale, tra noi? Sarò qui di nuovo tra un paio di giorni. Mi dirai tu se per andare o restare».
Simone non si mosse.
«Potrai usare la camera da letto, almeno» aggiunse Clara «Sai, le zanzare… anche se mi sembra che ti lascino in pace, da un po’ di tempo in qua».
 
«Tu occhio verde, occhio grigio» Ana faceva scorrere le dita lungo la guancia di Simone. Se ci fosse stato qualcun altro, lì, oltre a loro, avrebbe detto che lo stava accarezzando.
Simone le afferrò la mano. Era calda, secca. Un isolato, labile sbuffo di vento frusciò tra i rami del pioppo. Alcune foglie marroncine si staccarono e volarono via, come un presagio d’autunno. Le fiamme accese nei ceri sotto l’immagine della Madonna tremolarono. Simone cercò di sorridere e non ci riuscì. L’altra mano, quella che non stringeva le dita di Ana, scivolò verso la tasca posteriore dei pantaloni.
«L’unguento» disse Simone. Accennò al viso. «Pomata. Zanzare» disse. Il secondo tentativo di sorridere fu anche più fallimentare del primo.
«Tua donna?» chiese Ana. Parte di una fotografia era uscita dal portafogli assieme al denaro: Simone e Clara da qualche parte. Dietro di loro un mare tranquillo.   
«Moglie, madre, bambini» disse Simone lasciando la mano di Ana. 
«Mamma, capisci… famiglia» aggiunse. 
Qualcosa passò sul viso di Ana, qualcosa di profondo e letale come una notte nella giungla. O forse era solo uno scherzo del vento e delle foglie del pioppo.
«Mamma» insistette Simone. Aveva rinunciato a sorridere. «Come Madonna». Accennò all’edicola e all’immagine dipinta. «Erzulie» disse.
«No» disse Ana «Diverso».
   
Non era bella, la Madonna Addolorata dipinta sull’edicola sotto il pioppo. Aveva gli occhi storti, la testa grossa e le mani piccole. Le proporzioni erano tutte sbagliate.
Il tempo non era stato clemente, con lei. Parti del dipinto erano scrostate e certi punti, dove si addensava il fumo, erano neri.
Anche i ceri che Ana aveva acceso sembravano neri. «Erzulie» ripeteva cantilenando mentre appoggiava pezzi di biscotto e deodoranti da quattro soldi, di quelli che trovi al supermercato, sotto l’immagine. «Erzulie».
Rare auto sfrecciavano lungo la strada.
  
«Mi si è buttata sotto senza guardare….» continuava a ripetere l’uomo, sconvolto. Fissava il sangue sull’asfalto, come incapace di credere che potesse avere quel colore. Sembrava molto più scuro che in TV, ma forse era colpa della scarsa illuminazione di Coreppia.
«Clara Leporati, 36 anni, impiegata» disse l’agente mentre si allontanava dal cadavere. Si avvicinò all’uomo accanto al maresciallo e lo fissò con astio, continuando a frugare nel portafogli. «Aveva marito e due figli. Un maschio e una femmina» aggiunse.
«Mi si è buttata sotto senza guardare….» disse ancora l’uomo, poi rivolse verso i carabinieri due occhi liquidi e smarriti, grandi come pozzanghere dopo un temporale. «Non mi crederete mai…» singhiozzò.
«Hai cambiato disco, eh delinquente?» ringhiò l’agente.
«Taci, Coviello» lo zittì il maresciallo. «Allora» disse poggiando una mano sulla spalla dell’uomo «Perché non dovremmo crederti?».
L’uomo parve rabbrividire. Spirava una leggera brezza da ovest che pareva portare nella notte una promessa di pioggia.
«Era… assalita» disse l’uomo. «Erano centinaia, migliaia. Le sciamavano tutt’intorno in una nuvola nera come se volessero sbranarla». Deglutì.
«Zanzare» concluse.
 
 NDA. Erzulie è uno spirito o una divinità familiare (Lwa o Loa in lingua originale) propria del Vodun praticato principalmente ad Haiti e in altre regioni del mondo caraibico. Erzulie è la divinità femminile per eccellenza, associata all'amore e alla bellezza, al matrimonio, al lusso e alla danza. (…) Erzulie rappresenta, in sintesi, l'essenza della femminilità e della compassione ma non le è estraneo anche un lato oscuro espresso dalla gelosia e dal vizio, degenerazione del sentimento amoroso (…) Erzulie veniva venerata inoltre -similmente alle altre divinità- attraverso il rito del sacrificio durante il quale i fedeli offrivano alla dea gioielli, profumi o anche biscotti dolci. Quando il Vodun entrò in contatto con la religione cristiana, praticata dai coloni europei che l'avevano importata nei Caraibi, si generarono naturali fenomeni di sinecismo religioso che portarono in breve, all'assimilazione degli idoli vodun con le figure fondamentali del cristianesimo. Si venne a creare così una forma di culto originale in cui Erzulie fu assimilata alla Madonna Addolorata. (Fonte: Wikipedia)
 
a cura di Rubrus

ritratto di il Moscone

"ESSO PENSA" del MOSCONE

 

 

Il noto psichiatra Franco Crisapulli si recò in visita al nuovo paziente ricoverato in reparto.
Per ora il suo nome e cognome erano “Esso pensa”.
Era stato ritrovato in strada semisvenuto per l’inedia e al risveglio in pronto soccorso, non aveva saputo fornire spiegazioni sulla sua vita e sulle sue generalità. 
Un senzatetto come tanti altri, vittima della feroce crisi economica e occupazionale che attanagliava il mondo globale da decenni. Non mangiava da quattro giorni, almeno.
Da quando si era ripreso, rifiutava qualsiasi psicofarmaco e accettava solo il cibo e l’acqua e chiedeva insistentemente un goccetto di vino la sera, richiesta che ovviamente il Crisapulli aveva negato.
Il fatto curioso e inedito di questo disagiato era che continuava a ripetere solo due frasi: “esso pensa” e “un pensiero viene quando è lui a volerlo e non quando io lo voglio”.
Lo osservò da un video collegato a una telecamera occulta posta nella sua camera.
Sembrava tranquillo e il suo volto, ora che si era finalmente rasato, trasmetteva quella profonda nobiltà che permea quelle persone che hanno molto sofferto nella vita.
Un caso umano veramente singolare.
Il prof. Crisapulli intuì dallo strano sorriso del paziente che voleva parlare.
Quello strano tizio non voleva medicine ma solo cibo, acqua e conversazione.

- E allora, Sig. Esso Pensa, come sta?
- Dammi del tu, amico, come ti chiami?
- Franco. E tu?
- Esso Pensa, Esso per gli amici…
- Esso come il distributore?
- Ahahhaah! Bravo Franco, sei simpatico per essere un medico…
- Veniamo a noi, Esso: qual è il problema?
- Bravo Franco, finalmente qualcuno che non mi tratta come un imbecille da rimpinzare con sedativi e antidepressivi…
Il problema sta nel fatto che il mio Io non è la condizione per il mio pensiero e “penso” non è il predicato condizionato da un Io che è sua causa.
Insomma Franco, ho scoperto che i miei pensieri vengono quando vogliono “loro” e non quando “Io” voglio.
E’ falso dire che “Io” è la condizione del predicato “ Penso”.
Esso Pensa! E non l’Io!
- Molto interessante, caro Esso. Mi hai fatto pensare alla grande libertà della lingua italiana nell’ordine delle parole.
Nell’italiano più elementare abbiamo di solito il Soggetto (Io) più il predicato (Penso a te – verbo più complementi -).
Ma il bello della nostra lingua, rispetto ad altre, è che possiamo giocare con le inversioni:
Complemento: “a te”, Predicato: “pensa”, Soggetto “Esso”.
A te pensa Esso. 
Di solito nella frase italiana l’elemento nuovo, l’informazione da passare all’ascoltatore o al lettore, va al secondo posto, quello del predicato:
“ Franco dice ciao a Esso”.
Ma applicando la tua geniale intuizione possiamo invertire ed esprimerci così:
“ Esso ispira a Franco di dire ciao.”
L’informazione nuova non è più ciò che si predica del soggetto ma è comunicata insieme dal soggetto e dal verbo.
- Esatto Franco. Il pensiero e il Soggetto e tutti i loro complementi non sono dati di fatto, formule fisiche o scientifiche corredate di cifre e algoritmi, ma solo delle interpretazioni del nostro mondo interiore, attori di una nostra rappresentazione teatrale.
Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo e non l’Io e non il nostro pensiero o la nostra volontà, che sono solo finzioni utili a evitare la paura dell’imprevedibile caos della vita.
Esso pensa Franco. A te pensa Esso. Capisci, è una rivoluzione e non sono ancora riuscito ad adattarmi a questo mio rovesciamento esistenziale.
Comunque tutto questo parlare, caro Franco mi ha messo sete. Per cena, non si potrebbe avere un bicchierino di Bonarda?
- Ahahhaha! Caro il mio Esso, te lo sei proprio meritato!