L’EDUCAZIONE E LA FORMAZIONE DELLE RISORSE UMANE COME ELEMENTO STRATEGICO PER LA CRESCITA DI OGNI NAZIONE

 Introduzione

Viviamo in un’epoca di dissoluzione di tutti i valori. “Dio è morto” affermava Nietzsche all’inizio del XX secolo. Noi, uomini che abbiamo intrapreso il secondo decennio del XXI secolo, possiamo proclamare non solo la morte di Dio, ma la totale distruzione di ogni credenza e valore. La Fede ci ha abbandonati e noi abbiamo rinunciato a cercarla. Abbiamo abbandonato ogni etica della responsabilità, abbiamo, cioè, rinunciato a valutare le nostre azioni in base alle conseguenze cui queste possono portare non solo nei confronti di chi ci sta più vicino ma anche nei confronti di chi è ancora di là da venire, e non ci preoccupiamo nemmeno di provare  a giustificare il nostro atteggiamento.

È totale il disincanto di fronte a questo panorama che ci pone innanzi a un profondo baratro. Come recuperare il senso vero della nostra esistenza?

Come è possibile trovare nuova fiducia e salvare il nostro mondo che viaggia verso la totale disgregazione a un ritmo in costante accelerazione? 

Bisogna riconoscere la necessità di fare un passo indietro, quel tanto che basta per non sprofondare in quella voragine che tenta di inghiottirci inesorabilmente. Ma per farlo occorre tanto coraggio, occorre trovare la forza di guardarci dentro e porci le giuste domande. È necessario non continuare a coltivare il proprio piccolo particolare ma pensare in una prospettiva in cui l’Altro non è colui dal quale mi devo difendere ma colui al quale accordare fiducia per costruire un nuovo modello di società.

Abbiamo perso la dimensione del sociale[1] ed è nostro dovere morale fare il possibile per  recuperarla.

Cosa fare affinché questa non rimanga un’utopia?

È necessario mettere in atto un processo di ri-educazione per riconquistare il senso autentico del nostro vivere; è necessario educare le nuove generazioni all’ascolto, di sé e del prossimo, per aiutarle a prendere coscienza della realtà che gli appartiene; è necessario che anche il governo si ponga in condizione di ascolto per poter meglio affrontare le sfide che il presente propone e per poter dare delle risposte adeguate alla sempre più pressante richiesta di soluzioni da parte dei cittadini.

 

 

1. Due facce della stessa medaglia: educare …

Scriveva Mazzini nella seconda metà dell’Ottocento: «La questione vitale che si agita nel nostro secolo è una questione di educazione»[2]. Anche il nostro secolo deve affrontare in modo serio la medesima questione, ovvero deve porsi il problema di restituire centralità all’educazione quale motore di crescita individuale e sociale.

L’educazione deve consentire alle nuove generazioni di crescere forti, di diventare protagoniste del loro destino e dunque consapevoli dei limiti e delle possibilità insite nel loro essere. Essa è frutto del connubio tra l’azione della famiglia[3], che per prima si preoccupa di garantire alla prole i mezzi necessari per operare nella società, e l’azione della scuola che si preoccupa troppo spesso di trasmettere conoscenze dimentica, però, del ruolo educativo che ricopre.

Famiglia e scuola, insieme, devono trovare la strada giusta per accompagnare gli uomini del domani nel loro cammino; tuttavia, perché la loro azione possa essere efficace, genitori e insegnanti devono per primi ri-educarsi a educare, devono cioè aver chiara la missione che è stata loro affidata.

E qual è la loro missione?

L’educatore deve realizzare la crescita della persona. Scegliere di diventare educatori vuol dire assumersi l’impegno non solo per se stessi ma anche per gli altri, significa aver cura della Persona intesa come valore da coltivare giorno per giorno. La responsabilità grava su genitori e insegnanti ma non solo: lo Stato, per sua parte, deve garantire i mezzi necessari a tradurre in atto le potenzialità che gli educandi esprimono.

 

… e formare

L’educazione presuppone delle potenzialità da esprimere. Il termine educare, infatti, proviene dal latinoeducere che significa “tirar fuori”. Complementare all’educazione è la formazione ovvero ciò che deve dar forma a quelle potenzialità. Potremmo dire, rielaborando una celebre frase kantiana, che l’educazione senza formazione è cieca, e che la formazione senza l’educazione è vuota: l’educazione implica il mettere in atto le capacità che altrimenti rimarrebbero inespresse (cieche); d’altro canto com’è possibile formare qualcuno se non a partire da quelle che sono le sue attitudini?

La formazione richiede una comprensione piena dell’essere che noi siamo, che ci appartiene. Nell’ultimo decennio questo non è avvenuto e la formazione si è identificata sempre più con il conseguimento di un titolo universitario, a tutti i costi. Le famiglie sono state le prime responsabili di questo atteggiamento ormai largamente diffuso: andare all’università è diventata prerogativa di tutti. Chi vuol più fare il meccanico, il giardiniere, l’imbianchino? Tutti vogliono diventare Dottori e se poi il lavoro non c’è, che importa! Ci si è prefissati un obiettivo e lo si è raggiunto. Dopo 10 anni? E che importa! Tanto i genitori pur di potersi vantare con amici e parenti sono disposti ad elargire i risparmi di una vita, perché certamente questi giovani che auspicano al, per nulla agognato, titolo accademico, non si sforzano nemmeno di gravar meno sulle spalle della famiglia trovandosi un lavoretto part-time. Già, dimenticavo … il lavoro non c’è.

 

 

2. Le grandi imprese non si compiono da soli.

Una frase letta da bambina in un quaderno di Lupo Alberto recitava: «Il lavoro è fatica, la fatica è sudore e sudare fa male. Allora chi ce lo fa fare?». Noi siamo la generazione che incarna pienamente il senso della frase: lavorare è faticoso. Ecco perché ci siamo rifugiati tutti all’interno delle Università[4], rimandando il tempo in cui avremmo dovuto finalmente sbracciarci le maniche e cominciare a sudare.

Se la scuola ci avesse ricordato più spesso che il lavoro nobilita, che raggiungere l’indipendenza è l’obiettivo fondamentale di qualunque uomo, non saremmo tutti in trepidante attesa di una risposta da parte delle istituzioni. Se è vero che il governo deve metterci in condizione di poter scegliere la strada da intraprendere, e quindi fornire al Paese un incremento delle opportunità di lavoro, d’altro canto anche noi, insieme ai nostri educatori, dobbiamo cominciare ad ascoltare e ad operare per il bene sociale che è il nostro Bene.

Non possiamo essere tutti medici, avvocati, architetti o ingegneri: l’aver intrapreso tutti la stessa strada di necessità ha condotto alla saturazione del mercato cosa che ha prodotto, come conseguenza, l’incremento del numero di disoccupati nel nostro paese. L’università ad ogni costo ha inoltre prodotto una scarsa qualità degli operatori che sforna: migliaia di laureati, ma quanti con buone competenze?

I giovani potranno essere protagonisti del proprio tempo solo nel momento in cui la qualità del loro operato sarà tale da consentire un reale sviluppo del nostro paese. L’ex ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini ha affermato che «il superamento della disoccupazione passa dal garantire profili professionali di competenze sempre più elevati», e perché ciò diventi possibile è necessario «uno sforzo comune».

 

 

3. Sforzo comune e comunione di intenti.

Educandi ed Educatori vivono in una relazione simbiotica, in cui il miglior benessere dell’uno dipende dalla qualità della trasmissione valoriale dell’altro. Entrambi i termini della relazione devono evolversi continuamente per raggiungere gli obiettivi di crescita che sono presupposti nel processo educativo. Perché la crescita si realizzi occorre mettere i giovani «nelle condizioni di fare scelte consapevoli sia con riferimento alle inclinazioni personali che alle opportunità di lavoro» [Mariastella Gelmini]. Ecco il motivo per cui la scuola deve fare il possibile, con l’aiuto del governo, per essere sempre più vicina al mondo del lavoro, offrendo l’opportunità ai giovani di confrontarsi con una realtà diversa da quella con cui sono soliti relazionarsi quotidianamente  e in modo da garantire quella fantomatica esperienza che tutte le aziende cercano dai neo-diplomati o neo-laureati.

Il sistema a partire dal quale vengono create le fondamenta di tutta la vita futura è la scuola: è dunque essa che deve essere in grado di fornire gli strumenti adeguati per affrontare il mondo. Questo implica che il ruolo degli educatori non può essere ridotto al mero trasferimento di informazioni e conoscenze. Un buon educatore non è semplicemente colui che sa, ma colui che sapendo è in grado, con amore e pazienza, di far comprendere l’importanza del sapere. L’educatore deve amare ciò che fa più di ogni altro[5] perché ha nelle sue mani il destino dell’umanità. Non basta quindi il solo titolo a certificare l’idoneità al ruolo che deve essere ricoperto: per educare e formare occorre amare e saper ascoltare la natura umana ed avere la bontà di prendersi cura dell’Altro. Ognuno di noi ha un talento. L’educatore è colui che, attraverso un’osservazione vigile e un ascolto interessato, riesce a individuare il talento e a indirizzarlo verso il corretto percorso.

Una Nazione può crescere sana e vigorosa solo se coloro i quali sono deputati all’educazione se ne assumono l’impegno e la responsabilità in maniera consapevole e ragionata perché essa è il fondamento di ogni società: è ciò che permette di discernere il giusto dall’ingiusto, il bene dal male.

Educare è un dovere, ed essere educati è un diritto che non può essere negato a nessuno. Dobbiamo riconoscere il valore della relazione educando-educatore come elemento cardine del futuro delle Nazioni, perché solo da un sano e non corrotto rapporto tra questi due elementi può sorgere una più vigorosa classe dirigente.

 

 

Conclusione

Il mondo è in crisi: crisi economica, politica ma soprattutto morale. Ed è proprio nei periodi di profonda crisi che l’uomo deve riuscire a dare il meglio di sé facendo emergere il lato virtuoso del suo carattere[6].

È Dio ad essere morto o siamo noi a non voler riconoscere che se dopo ogni caduta riusciamo a risollevarci è perché nella mano dell’uomo che aiuta a risollevarci si manifesta lo spirito di Dio?  Per noi, uomini del XXI secolo, un imprescindibile imperativo categorico è quello di ritrovare la dimensione fideistica, di recuperare il senso della responsabilità che ci investe in quanto uomini.

Responsabilità è impegno, impegno a realizzare le potenzialità proprie di ciascuno di noi in accordo con la società in cui viviamo.  La responsabilità richiede una scelta: può essere responsabile solo chi è libero di scegliere il cammino. Gli educatori (maestri, genitori e, per chi crede, i sacerdoti) ci indicano la strada da percorrere in base a quelle che sono le nostre capacità; a noi spetta la responsabilità di seguire il percorso indicato o cambiare strada, se lo riteniamo opportuno.

Papa Benedetto XVI nella Lettera sull’Educazione scritta per la diocesi e la città di Roma ha affermato che «nell'educazione è decisivo il senso di responsabilità»[7]. La responsabilità ci obbliga a riflettere su ciò che è bene per noi e per il nostro Paese: ci consente di porci, nei confronti della società intera, non come semplici spettatori inermi ma come attori che recitano un ruolo fondamentale nel decidere del futuro della Nazione.

La classe dirigente di domani affonda le sue radici nel modo in cui oggi intendiamo mettere in atto i processi educativi. È necessario tenere a mente che, come diceva Mazzini, «l’educazione è il pane dell’anima»[8] ed è l’anima di ognuno di noi a dar vita alla nostra Nazione.

 

 

Verso il domani*

Giovani uomini rivolti al domani,

non dubitate del nostro paese

che sembra lodare solo i ruffiani;

piuttosto, prendetene le difese!

 

Giovani uomini della Nazione

anche se il compito sembra gravoso

il vostro essere non è ancora corroso

dal tempo passato!

Pensate all’educazione

di chi non è ancora nato.

Il vostro spirito di abnegazione

sarà certamente premiato.

 

Giovani uomini che pensate al futuro,

il premio agognato

arriverà quando il tempo sarà maturo

per raccogliere i frutti

di ciò che è stato seminato

da tutti.

 

Quando i semi saran pronti a fiorire,

spetterà a noi l’ardire

di portare a compimento

la loro evoluzione.

E con l’aiuto del Parlamento

migliorar la Formazione.

 

 

[1] La dimensione del sociale è il Noi. Il professore Salonia, nel corso della sua relazione, ha affermato che il Noi va inteso in senso inclusivo (“ognuno ha diritto ad esserci”) e non come opposto a un Altro.

 

[2] Mazzini, Doveri dell’uomo, Cap. I [tratto da http://it.wikisource.org/wiki/Doveri_dell%27uomo]

 

[3] La famiglia, come sancito dalla nostra Costituzione, ha il dovere e il diritto di istruire ed educare i figli.

 

[4] Anche l’Università richiede impegno costante e fatica, ma solo per coloro che hanno intrapreso questo percorso con coscienza e consapevolezza.

 

[5]Qualunque attività venga intrapresa nella vita, solo se fatta con amore porterà buoni frutti.

 

[6] Penso inevitabilmente a quanto recentemente accaduto in Emilia e alla forza e al coraggio delle migliaia di persone che pur avendo perso tutto non si lasciano abbattere e cercano con tutte le loro forze di ricominciare. Penso alle tantissime persone che in situazioni come questa, di estrema gravità, si prodigano in azioni di volontariato per migliorare la qualità della vita di chi soffre.

 

[7] «Nell'educazione è decisivo il senso di responsabilità: responsabilità dell'educatore, certamente, ma anche, e in misura che cresce con l'età, responsabilità del figlio, dell'alunno, del giovane che entra nel mondo del lavoro. E' responsabile chi sa rispondere a se stesso e agli altri. Chi crede cerca inoltre, e anzitutto, di rispondere a Dio che lo ha amato per primo. La responsabilità è in primo luogo personale, ma c'è anche una responsabilità che condividiamo insieme, come cittadini di una stessa città e di una nazione, come membri della famiglia umana e, se siamo credenti, come figli di un unico Dio e membri della Chiesa. Di fatto le idee, gli stili di vita, le leggi, gli orientamenti complessivi della società in cui viviamo, e l'immagine che essa dà di se stessa attraverso i mezzi di comunicazione, esercitano un grande influsso sulla formazione delle nuove generazioni, per il bene ma spesso anche per il male. La società però non è un'astrazione; alla fine siamo noi stessi, tutti insieme, con gli orientamenti, le regole e i rappresentanti che ci diamo, sebbene siano diversi i ruoli e le responsabilità di ciascuno. C'è bisogno dunque del contributo di ognuno di noi, di ogni persona, famiglia o gruppo sociale, perché la società, a cominciare da questa nostra città di Roma, diventi un ambiente più favorevole all'educazione». [Tratto da http://www.gesuama.it/portal/insegnamenti/altri-insegnamenti/161-lettera-sulleducazione-di-papa-benedetto-vi.html]

 

[8] Mazzini, Doveri dell’uomo, Cap. IX

 

* di Maria Manuela Brinno

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