Münchhausen.
Il sussurro di Elisa, esalato nella cornetta.
«Come dici?», le ho chiesto. Poi mi ha spiegato.
Il mio capo mi osserva incuriosito, lanciandomi occhiate interrogative. Poi batte un paio di volte l’indice sul quadrante dell’orologio. Come a dire “Non metterci troppo. Ci sono anche altre persone, in linea”. Contraddizioni.
Un numero verde per persone che si sentono sole, o depresse. Parlare con quelli che non hanno nessuno con cui parlare. Ma, secondo il mio capo, non devo metterci troppo.
Teniamo compagnia, ascoltiamo preghiere, proviamo a dare consigli. Qualcosa di simile al volontariato a pagamento. O alle chiese, verso cui molti hanno perso fiducia. Ma a noi non è concesso il lusso di giudicare dei peccati.
Ora c’è Elisa in linea. Elisa e il suo problema nel trovare un’occupazione.
Münchhausen. Quando ha pronunciato questo nome, ho pensato a un castello in pietra, fatiscente, su qualche montagna innevata. Uno di quei castelli di epoca tardo medioevale, composti da grosse pietre scurite dal passare del tempo. Poi mi ha raccontato. E da castello è diventata una torre pericolante di stuzzicadenti, alle cui basi qualcuno ha appicciato un incendio.
Un lager psichico.
«Sta nella mia testa», ha detto, «forse è per questo che non riesco a trovare un lavoro normale.»
Elisa ha una voce acuta e a tratti squillante, ma sa essere anche profonda. Peccato che, il più delle volte, si limiti a sussurrare. Ha un timbro giovane di un’età indecifrabile.
Sento la sua voce ormai ogni giorno e di lei so tutto, anche se non la conosco. So tutto quello che mi ha raccontato. Parlare con lei è diverso che parlare con gli altri utenti, anche se la politica della mia ditta impone la democraticità delle orecchie. Ma è inutile, mentre ascolto Elisa il tempo scorre più rapidamente.
«Credo che l’intera faccenda si possa far risalire a mia madre», mi dice. «Mia madre mi voleva bene, a suo modo. Ma, soprattutto, non voleva bene a se stessa.» Penso alla freddezza delle sue parole che intagliano il ricordo e provo a capire.
«Mia madre soffriva di quella che, poi, è stata denominata sindrome di Münchhausen per procura. Si, insomma, era una donna con un forte bisogno di attenzione. Mi hanno detto che aveva paura che io la lasciassi.»
Münchhausen assume sempre di più le sembianze di un’alcova di brutte intenzioni. «Succedeva, quando ero molto piccola, che stessi spesso poco bene. Ero di salute cagionevole e passavo molto tempo in ospedale. Non avevo mai nulla di grave, però di certo non posso dire di aver passato l’infanzia a Disneyland. Anche se le infermiere erano simpatiche.
«Insomma, quello che intendo, è che mia mamma cercava di attirare l’attenzione, attraverso le mie più o meno false malattie. Le malattie che lei stessa mi procurava. E ora una malattia ce l’ho sul serio.»
“Quello che intendi dire”, penso, “è che tua mamma ti ha trasmesso una malattia immaginaria”.
Elisa mi ha raccontato della sua difficoltà ad inserirsi in quella che è comunemente definita società civile. Non riesce a trovare un lavoro da diverso tempo. Non ama molto la gente.
«Colpa delle pillole», mi ha detto. «Diciamo che rendono le relazioni sociali più complicate.» Non droghe, non vitamine. Pillole per la felicità, dice. O contro la tristezza, a seconda di come si sveglia la mattina.
«A forza di credere di essere sempre malata, ho finito per esserlo veramente. Mia madre sarebbe fiera di me» dice, sarcasticamente.
Usa il condizionale perché la madre l’ha lasciata, qualche anno prima. «Ero davvero in un limbo: avevo mia mamma che mi accudiva e anche le pillole. Poi mia mamma se n’è andata, e mi sono rimaste solo le medicine. Secondo il mio terapista, se fosse avvenuto il contrario, sarebbe stato anche peggio.»
Il suo terapista, ovvero quello che le prescrive i farmaci. Ho la netta impressione che appartenga alla categoria degli approfittatori.
«Ha detto che mia madre era un peso per me. Che non mi lasciava vivere la mia vita completamente. Che adesso sono libera. Alex, la verità è che ho paura. Ho paura di ciò che mi circonda. Ecco, l’ho detto.»
Alex è il nome che utilizzo al lavoro. Ci è espressamente impedito usare il nostro vero nome. Per evitare di affezionarci troppo agli utenti. Cambiandoci il nome, manteniamo una sorta di terzietà. Non siamo noi, quelli che parlano e ascoltano. Non siamo gli Alex, le Stella, i Bob, le Maria. Quelli sono attori pagati per essere gentili e comprensivi. Per essere i migliori amici di chi non ha amici. O almeno, questo è il modo in cui l’impiego andrebbe interpretato, secondo il corso formativo che uno segue la prima settimana.
«Siate seri ed educati, ma non lasciate che le emozioni prendano il sopravvento» o qualcosa del genere.
Elisa è ancora in linea.
E ha paura, così dice. Dopo un’intera vita passata stretta nel soffocante abbraccio materno; dopo essersi abbeverata per anni nell’insensato timore costante, nel timore che potesse succedere qualcosa da un momento all’altro; dopo che la fiducia in se stessa le è stata negata; dopo tutto questo, la capisco benissimo.
«Se diventassi abbastanza forte, se lasciassi perdere tutto, accetteresti di incontrarmi? Che so, di fare quattro passi? Una chiacchierata, di persona.» Elisa che pianifica il suo personalissimo addio alle armi. Le sue armi, che feriscono solo lei. Le sue armi non sembrano minacciose, anche se hanno nomi che potrebbero essere stati partoriti dalla mente di un qualche scrittore di fantascienza.
Non pesano più di qualche grammo e sono tascabili. Alcune sono colorate, altre sembrano innocue. Le sue personalissime armi contro la paura. Contro gli altri. Per essere come gli altri.
Elisa è diversa dagli altri utenti. La sua voce è in realtà piena di speranza sopita.
«È che non esco molto, ultimamente. Continuo a fare colloqui, ma “ritenta, sarai più fortunata” è l’unica cosa che passa in convento. E poi sai, mi sono stufata delle persone che possiamo definire come i miei vecchi amici. Tutti di buona famiglia, tutti con un destino già scritto. A sbatterti in faccia la loro normalità come unico hobby. A farti pesare il fatto di non essere come loro.»
Penso che abbia ragione. Ce li ho anche io, degli amici così. Amici che “ho comprato la nuova Volvo, perché me la posso permettere”. Amici “vado in vacanza in California”. Amici che non hanno più tempo per chiacchierare, come facevano una volta. Amici “muori che sprechi la mia aria”.
Le dico che si, mi farebbe piacere uscire a bere un caffè con lei, una volta o l’altra.
«Il caffè non dovrei berlo. Almeno, non secondo il mio analista.»
Fanculo l’analista, le dico, con un po’ troppa enfasi. Ora si che il mio boss mi guarda di traverso. Si avvicina alla mia postazione con tanto di cravatta a pois e camicia dalle ascelle sudate e in un attimo è da me.
«Cosa stai facendo? Sono ben venti minuti che sei al telefono con la stessa persona. Taglia corto.»
Io copro il microfono con la mano destra e poi gli dico «Ok. Sei tu il capo.»
Mi guarda, paonazzo, poi si allontana e infine mi lancia un ultimo sguardo. Non devo stargli molto simpatico. Solito indice che batte sul solito quadrante.
Ma il punto non è il nodoso indice del capo, che batte sull’orologio. Il punto è che il tempo scorre e nulla cambia.
«Scusa» dico a Elisa, «Devo proprio andare. Altre persone aspettano di parlare e sai, possiamo concedere solo quindici minuti per persona. Purtroppo..» Persona e non utenti, è importante chiamare l’ utente “persona”. Ma, per il mio capo, quindici minuti per utente sono più che sufficienti.
«Ok. Ci sentiamo domani?» mi dice, e dalla voce mi sembra stia sorridendo.
«Ci sentiamo domani. Sai dove trovarmi. Ah, il mio nome è Carlo.» Sto sorridendo anche io.
A volte il mio lavoro non è poi così male. Mi sento utile e non solo impegnato, anche se ho dovuto accettare presto il fatto di non possedere un particolare talento per niente. Mi sento speciale, così come si sentono speciali quelli che chiamano il nostro numero verde. Quelli che necessitano di attenzione, così come desiderava attenzione la mamma di Elisa. Münchhausen , e penso che il voler essere speciali ad ogni costo sia davvero una brutta infezione. La peste bubbonica della nostra epoca.
Prendo su una nuova chiamata. È Giovanni, un anziano appassionato di golf. A forza di parlare con lui, sto cominciando a capirci qualcosa anche io, di golf.
Oggi mi racconta di quando ha vinto quel torneo, sul lago di Como. In un’altra vita.
La verità è che non mi è mai piaciuto un granché parlare.
Ma con queste persone è diverso. Con alcune di esse, ascoltare è un piacere.
La loro voce arriva come un graffio dal fondo del barile e con loro puoi solo risalire. Non devi indossare maschere. Con loro puoi essere davvero te stesso.
Ho voglia di caffè e di passeggiate.