Un Giorno No
Anche se a dirla tutta quel giorno pareva essere partito come un giorno sì.
Svegliato senza sveglia, già un buon segno, la vicina non urla, non ho dolori particolari e i pensieri sembrano essere tenuti a bada. Provo ad alzarmi, il fisico risponde. Si sembra un giorno Sì.
Quali sono i giorni sì? Sono quelli in cui tutti gli eventi (a volte etrenta, addirittura) si susseguono perfettamente inanellati, senza che ti s’inneschino ridondanze negative.
Insomma è come camminare nel vuoto e, indipendentemente da dove metti i piedi, ti si viene a creare la giusta mattonella che non ti permette di cadere, che tu vada piano, che tu sia lineare nella giornata o tu voglia deviare all’improvviso, la magia delle mattonelle dei giorni sì ti fa camminare sereno, anche a occhi bendati.
Ma ecco, questa mattina che sembrava partita bene, che pareva essere si, sento gia' che e' uno di quei giorni in cui sai che non è proprio il caso di bendare occhi, ma stare invece un poco all’erta, perché l’epidermide comunque non manda buoni segnali. Tutto resta in un limbo non definito per un paio di ore, poi la piega negativa cala senza motivo apparente, i piccoli nervi scoperti del cervelletto cominciano a fibrillare che è un piacere e cominci a irrigidirti e guardarti intorno, a cercare di capire cosa devi affrontare, quale nemico invisibile e impalpabile devi affrontare.
Un giorno di un Luglio incantato, un giorno anche ventilato e una temperatura che ti invogliano ad uscire ed il colore del cielo su Roma è di un azzurro così intenso e particolare, che pensi che tutti i colori che stanno sopra paiono fregarsene che sotto ci sia Roma con i suoi cinque milioni di abitanti e mille milioni di macchine fumose.
Io non sono particolarmente invogliato ad uscire in questo giorno, scoprire se ci sono mattonelle magiche o no non e' propriamente nelle mie intenzioni, ma quello di oggi è il Giro Multe, e devo necessariamente trovare la forza di mettere le chiavi nella porta e le mani al portafoglio. Decreti ingiuntivi, bolli scaduti di anni dimenticati, cartelle esattoriali infuocate e multe pluritematiche che urlano vendetta (vendetta mia, non loro.) mi innescano un richiamo tale da strapparmi via dal letto e cominciare a mettermi in pasto all’improvvisata buropazzia degli uffici esattoriali, comandi di polizia e poste italiane, con zombie addormentati allo sportello a farla da padrone.
Sento che le premesse per il Giorno No ci sono tutte, ma ci sono anche soldi, tempo (forse) e voglia di sanare per potermi poi sentire per qualche tempo sano e senza pendenze. Un mix di sì e no insomma, un mix micidiale, che ti apre crepe nell’area della serenità.
La fine miserabile del giorno Sì, si manifesta all’improvviso, appena aperto lo sportello della macchina nuova (pelle ed alcantara…) e prendere atto del fatto che la macchina era già aperta e con un paio di finestrini abbassati. Avrei preferito che ne avessero approfittato ladri scalcinati o una coppia di extracomunitari ubriachi in calore a farci porcellate sopra.
Avrei preferito. Invece no.
Invece sono stati quei tre maledetti gatti della vicina ad approfittare della mia disattenzione, gatti nei confronti dei quali nutro un odio malato, dettato dal fatto che sono degli specialisti guastatori, abili mangiatori di pesci rossi della mia fontana, immondi cagatori di ogni specie di feci nel mio giardino, odiosi pisciatori di orina pestilenziale sulla mia porta di casa. Io come posso gliela faccio sempre pagare (entro i limiti consentiti dal buonsenso, ed evito comunque dettagli per non dovermi trovare a gestire rogne da parte della protezione animali), ma questa volta me l'hanno fatta pagare loro.
Trovo peli, materiale organico di ogni tipo, (erano ubriachi e avevano scopato come dei matti, ne sono certo), i sedili che piangono ancora dal dolore dei segni profondi delle unghiate partite immagino nel momento supremo dell’orgasmo felino. Bene, questo Giorno No ha avuto quindi inizio, un inizio maestoso, imperiale direi, cerco di tenerlo a bada pensando che a Natale i tre fetidi felini li offrirò agli amici più fastidiosi spacciandoli per ottimo coniglio in salmì.
Parto. Prima tappa colazione doppia al bar centrale gestito dai malviventi della zona, (sempre meglio tenere buoni contatti). Mi sento comunque a casa e protetto, pensando a cosa devo affrontare, a che altra tipologia di malviventi rilegati o in divisa dovrò affrontare.
Seconda tappa, Comando di Polizia Municipale.
«Buongiorno, sono qui per la dichiarazione/decurtazione dei punti patente, causa banale divieto di sosta, e per renderla edotta del fatto che la multa inviatami da voi tre giorni fa io l’ho già pagata mesi fa, da bravo contribuente.»
«Contribuente? Che significa? Qui si pagano multe non tasse»
«Significa che se Lei non se ne è ancora accorto, da tempo l’Italia è una Repubblica fondata sulle Sanzioni, non più sul lavoro. Sanzioni di ogni tipo, tutte riversate sul ceto medio, che stenta a difendersi e sa solo piegarsi. Quando lo vogliamo fare un bel monumento all’Autovelox e tiriamo giù quella cazzo di statua di Quintino Sella a via Venti Settembre? Ormai è obsoleta no? Che ci facciamo di un economista noi?». Ero partito in quarta…
«Senta io faccio il mio lavoro e lei faccia il suo di bravo e corretto automobilista. Mi dia la ricevuta del conto corrente pagato e chiudiamo la questione»
Quello che gli fornisco è uno stropicciatissimo scontrino del bar centrale. Quella che avevo accartocciato e buttato all’uscita del bar era la ricevuta di pagamento. Sento le vene del collo che mi si gonfiano in modo preoccupante, salivazione azzerata e voglia di strappare via gli occhi a feritoia del tipo dietro lo sportello. La chiudo e risolvo con un numero di euro che non voglio ricordare, e un paio di punti in meno sulla patente che sento di non potere per tanto tempo ancora utilizzare.
La giornata No prosegue come da copione, tra delusioni piccole e grandi imprese, ma senza tailandese. Pago quello che c’e’ da pagare, litigo e insulto se e dove lo posso fare.
I pensieri si accumulano e cominciano a scavare la vetta della paura. Provo a mettere a tacere entrambi veicolando la testa su carne e sesso, voglio sangue potente in circolo e voglio prepotentemente Silvia oggi, Silvia sulla quale egoisticamente voglio scaricare tutta una parte di me, non solo liquidi seminali. Prendo il nuovissimo Galaxy e guidando con un solo occhio e il ginocchio a tenere ben saldo il volante, le scrivo un sms che dipinge il mio stato Siffrediano in corso.
“Stasera sei da me ragazza, stasera ho voglia di strapazzarti in modo tale da lasciarti camminare sbilenca per una settimana intera”. Invio. Lei sa di cosa parlo quando dico strapazzare, e sa ancora meglio che significa camminare sbilenca.
Mi squilla il telefono. Sorrido, d’istinto mi passo una mano sulla patta, poi vedo che è mia madre che mi chiama. D’istinto sfilo subito via la mano dalla patta.
«Max, guarda che io sbilenca ci cammino già da sola da anni, senza il tuo contributo. Stai attento a chi mandi sti sms, maiale.»
Ecco il Giorno No che bussa alla porta, sempre, in un modo o nell’altro. Ora sta bussando nell’altro modo, quello che fa paura. Mi rimetto a guidare composto e il fastidio anomalo che provo, mi dice che è il caso di farsi forza e andare a ritirare il referto, inutile rimandare. Rimandare è da codardi, ma a volte da codardi si vive qualche giorno in più spensieratamente.
Certo la receptionist e’ veramente notevole, vale un paio di Silvie, verrebbe la voglia di frullare pure lei, renderla instabile, e… E alla fine arriva il dottore che apre legge e capisco che io non ho più la forza di ricominciare tutto daccapo, odio vomitare, amo stare bene, odio l’indeterminatezza quantistica dei dottori, amo bere e fumare.
Non ho voglia di ricominciare, pochi e labili orizzonti penso mi rimangano da disegnare.
Via…, esco e me ne vado a consumare un po’ di benzina per Roma, farlo senza una meta visto che io mi sento cosi a metà, un uomo a tempo, che ora ha voglia di correre un po’, quasi a volere mettere distanza tra me e la sfiga. Senza accorgermene mi sono infilato sulla Roma Fiumicino, la macchina va che è un piacere e i peli dei gatti volano per tutta la macchina, mi rendo conto che supero i duecento all’ora ma non so la sfiga a quanto va e quindi pigio ancora di più.
Pigiano anche quelli della Volante che mi sta raggiungendo, non mi ero accorto della loro presenza, il pensiero di farmi fermare, solite rogne, io sto male, è un Giorno No, cazzo, lasciatemi stare, lasciatemi andare, lasciatemi correre via lontano dalla sfiga, ma lei non si rende conto, mi dia questo e quello, io mi incazzo con loro e sento che non ce la posso fare. Fine.
No non ce la posso fare, via tutto, fine del codardo. Ora è ora di chiudere con questa serie interminabile di salite, ora la discesa me la disegno io, porca troia. Venite, venite a inseguirmi, venite a vedere che botto che vi regalo contro la spalla del ponte, io non ho paura, anzi ho paura che possano tornarmi le paure, per cui la chiudiamo qua.
La mamma l’ho pure già sentita.
Tra cinque chilometri c’e’ il mio ponte preferito, so che manca un pezzo di guard rail e la spalla del ponte e’ pronta ad accogliermi, a duecento all’ora tutto si chiude in un attimo, fanculo dottori e referti.
Mancano tre chilometri e si stanno avvicinando velocemente.
Mancano due chilometri e mi si sono attaccati al culo.
Manca un chilometro e la macchina sussulta singhiozza e poi si ferma.
In quei cazzo di Giorni No, ti scordi pure di fare benzina.
Fine