-Suo figlio è un genio, lo lasci parlare- disse il pediatra a mia mamma, probabilmente per farla tacere un po’. Fatto sta che un fondo di verità doveva esserci visto che già dall’adolescenza dimostrai una naturale propensione alle metodologie che nella storia dell’Umanità avevano fatto progredire lo studio della fisica. In particolare, senza ancora sapere chi fosse Newton, mi dedicai al fenomeno delle mele che cadono. Dove le mele, con il fatto che a Venezia non ci sono alberi da frutta, fui costretto a sostituirle con le ragazze. A parte due o tre volte in tutta la mia vita infatti non sono mai andato a coglierle dai rami, ho sempre aspettato che mi cadessero in testa, preferibilmente tra le mani.
Nel tempo compii anche diversi studi che precedettero, purtroppo senza essere pubblicati, le scoperte di Einstein riguardo alla relatività. La formula che avevo elaborato era più o meno questa: il peso di una relazione è relativo alla velocità con cui, nei momenti critici, riesci a defilarti. Inversamente proporzionale, per essere precisi. Ma anche: l’energia necessaria E per poi riuscire a liberarti, una volta che la mela t’è arrivata addosso e non la volevi proprio, è uguale a quanto sei scemo M (mona a Venezia) moltiplicato per la velocità con cui ti tocca correre C in quadrato (non ci sono calli o campi rotondi a Venezia), ovvero E=mc2. Poiché la mia M è sempre stata costantemente alta, ho sempre dovuto aspettare, poco in verità, che fossero le mie donne a innamorarsi di un altro. Anche delle stringhe, rivoluzionaria teoria di questi ultimissimi tempi, approfondii lo studio già tra i dodici e i tredici anni grazie a Roberta, come narrato nel capitolo precedente.
Tornando alle mele, non mi parve affatto strano dunque che Angela mi cadesse addosso, ci ero abituato. Con quel nome poi non poteva che arrivarmi dal cielo. Inoltre, facendo subito rapidi calcoli, risultò matematicamente chiaro che, vivendo lei dalle parti di Brescia, quindi ben lontana da Venezia, avendo poi essa un lavoro fisso come barista nel pub dove stavo suonando, cosa che la impegnava anche dieci ore al giorno, questa volta la E, ovvero l’energia eventualmente necessaria a defilarsi, sarebbe stata notevolmente più bassa del solito. Così mi feci trovare pronto sotto l’albero.
Quando mi disse durante la pausa -Perché invece di tornare a casa non ti fermi a dormire qui- lo trovai assolutamente naturale. Fin dall’inizio, appena arrivati al locale, aveva dimostrato un certo interesse per me. Non che pensassi di essere un adone, ma se guardavo gli altri elementi della band ero sicuramente il più appetibile. Max, il batterista, era un bambinone a cui potevi chiedere se aveva delle caramelle, non certo di andarci a letto. Guido, il leader della band, aveva occhiali con lenti da due centimetri, probabilmente fondi di bottiglia visto che in macchina continuava a parcheggiare addosso ai muri, i capelli sempre unti, le labbra storte come da una paresi che lo facevano biascicare in modo incomprensibile, era sordo da un orecchio e l’altro lo usava solo per ascoltare quello che si sbrodolava addosso. Il chitarrista poi sembrava quello ciccio, nero e riccio dei Cugini di campagna. Capite ora perché suonavo in questa band? Nessuna concorrenza, a confronto ero un Miguel Bosè.
Finita la serata caricai gli strumenti in macchina, tranne la mia fedele chitarra e lo zainetto. Al momento dei saluti, mentre i miei compagni si accomodavano, dissi -Ragazzi, stanotte mi fermo qui, poi mi arrangio in autostop- lasciandomi sfuggire un vanitoso ammiccamento verso Angela. Ridacchiarono, tutta invidia pensai, si accertarono che fossi abbastanza in me e sparirono nella notte.
Da qui ebbe inizio l’incubo.
La prima cosa che dovetti affrontare furono i tempi di ripristino di un locale, appena devastato dal pubblico del rock, che alla mattina deve preparare le colazioni per quelli che vanno a lavorare. I ragazzi del pub mi dissero -Beviti una birra e stai comodo- ma dopo la quarta, seduto da solo a un tavolo con le altre sedie messe sopra a gambe in su, costretto ad alzare continuamente le mie per lasciarli ramazzare, mi prese l’ansia e mi feci dare a forza un mocio con cui contribuii, forse, a guadagnare qualche secondo. Ma almeno ero occupato.
La seconda, che affrontai meno bene, fu lo sgomento che provai quando Angela mi disse che mi aveva preparato il letto nella sua stanza sopra il locale, quella dove lei dormiva in un matrimoniale con il futuro sposo, uno dei ragazzi lì presenti. Nonostante le mie innate capacità matematico-scientifiche, non avevo proprio previsto una triangolazione.
Infine, quando i due si infilarono a letto senza pensare minimamente a invitarmi, mi dovetti rendere conto che mi trovavo a duecento chilometri da casa, con due soldi in tasca, costretto a tornare in autostop qui in Italia dove ti tirano su solo se prima non riescono a tirarti sotto, vittima di uno scherzo del cazzo.
Passai la notte insonne, accovacciato sulle scale di legno che portavano giù al locale, a fumare i tre pacchetti di sigarette che ho sempre con me, per sicurezza, quando mi muovo per suonare.
Il mattino mi trovò con la schiena rotta, gli occhi iniettati di sangue e la gola arsa, con in più l'amara consapevolezza, così duramente maturata, che le risposte non stessero più nella scienza.
Mentre attendevo che Angela preparasse il caffè, dopo averle assicurato che il letto era comodissimo e che avevo dormito come un ghiro, capii che avrei potuto attenuare l’imbarazzo nei suoi confronti e l’odio che provavo per quegli stronzi dei miei compagni, solo se mi fossi distratto con qualcosa. Presi una scopa rimasta lì dalla sera prima e cominciai a ripassare il locale.
Squillò il telefono, Angela rispose, poi venne a portarmelo. Era Guido che chiedeva ridacchiando come era andata la notte. Io non sono capace di mentire: -Sto ancora scopando- dissi e buttai giù.