IL VERSO DEL GABBIANO

ritratto di luca papetti

 

 “E poi? Vai avanti!”
“E poi, e poi le misi le dita tra i capelli. Mi piacevano, erano lunghi. Il vento li aveva un po’ arruffati ma era un piacere passarci le dita e lei sembrava rilassarsi. Come un gatto. Sa quei gatti che sorprendi in una stanza chiusa, che si spaventano, soffiano, sembra che stanno per saltarti addosso e poi, magicamente, si rilassano e arrivano perfino a permetterti di accarezzarli? Ecco, lei mi sembrava un gattino che si stava finalmente lasciando andare; si fidava di me. Mi venne anche da accennare un motivetto, mentre la accarezzavo. Non mi ricordo cosa fosse, ma a lei sembrava piacere. Non piangeva più.”
 
“E allora? Poi cosa hai fatto?”
“Le ripresi a parlare; le detti l’anello e le dissi di infilarselo. Cristo santo, era l’anello di mia madre, quello che lei aveva da una vita. Mettilo, le dissi. Se non ti va all’anulare, provalo al mignolo. E lei riprese a piangere. Sotto di noi, a una cinquantina di metri, passò una barchetta con due pescatori che ci fissavano. Mi venne da mandarli a quel paese ma loro non fecero nulla. Ci fissavano e basta. E poi gabbiani dappertutto, che volteggiavano sopra di noi e si proiettavano verso i pescatori, per poi tornare sulle nostre teste con quei loro versi striduli, e i loro occhiacci vigliacchi, viscidi. Mi venne un gran mal di testa, ma intanto la barchetta s’era allontanata e io ripresi a parlare: non ti pare il giorno perfetto? Vuoi che gli telefono, al sindaco, e lo faccio venire adesso? Guarda che è un amico, il sindaco. Il prete meno. Quello da piccolo mi menava sempre con la scusa che una volta mi aveva sorpreso a rubare. Qualche spicciolo della questua, capirai.”
 
“Lascia stare la questua. Lei che ti diceva?”
“Nulla. Lei si gira di scatto. Non piangeva più. Quando le chiesi ancora del sindaco lei fece una faccia strana: sembrava interessata, ma poi vidi in lei lo stesso sguardo di tutte le altre. Mi prendeva in giro, anche lei. Mi guardava come un demente, un povero escremento che in qualche modo deve essere aggirato. Scusa, pensai, ti stai sporcando gli occhi belli con questo brutto muso che cerca di farti capire quanto ti ama! Si alzò all’improvviso e mi disse che uno di quei pescatori era suo amico e che voleva parlargli di una cosa. Fu lì che mi sentii girare la testa. La presi per i capelli e la obbligai a sedersi di nuovo. Lei fece un urlo, come quello dei gabbiani, ma più forte, ancora più stridulo e la testa mi esplose. Sentii un dolore atroce che mi attraversava la nuca e mi faceva chiudere gli occhi. Ebbi paura di perdere i sensi e fu per questo che decisi che non potevo rischiare.”
 
“Non fermarti, continua.”
“Come sempre, non posso trattenermi. Mi viene quel senso di disgusto, odio, disprezzo. Quel suo visino così perfetto, quei suoi lineamenti così puri, quel suo sguardo impaurito ma anche schifato dalla povera nullità che aveva davanti. Quando le avevo offerto i soldi per fare qualche scatto sugli scogli del Falcone mi aveva guardato con rispetto. Solo con i soldi riesco ad avere rispetto, ma non pago mai! MAI! Solo una volta acquistai dei fiori per una. Ma quella era speciale davvero, mica come questa sgualdrina.”
 
“Senti, lascia perdere le altre per adesso: come è finita con Martina?”
“L’ultima foto di Martina è sulla mia macchina fotografica. Le dissi che eravamo lì per le foto e a quel punto doveva rispettare i patti. Avremmo potuto scattare le foto di un bel matrimonio e invece, guarda cosa mi toccava fare! A quel punto le mollai un pugno, in pieno viso. Lei non fece alcun rumore, neppure un gemito. Solo l’espressione fu incredibile e mi ricordò tanto un fermo immagine di un vecchio filmato di quando ero piccolo, quello in cui mi distrassi e un deficiente mi piombò addosso con una bicicletta da corsa. Mia madre continuò a riprendere, mentre mio padre correva verso di me imprecando. Quante volte ho riguardato quel filmato e quante volte mi sono chiesto se il fatto che nel punto dell’incidente la cinepresa ballasse così tanto fosse perché mia madre stava sghignazzando dell’accaduto. Bastarda, bastarda e bastarda. Ogni volta una foto. Alla decima foto il suo cranio era più sottile del suo collo da nobile principessa. Allora presi di nuovo il masso e glielo lasciai cadere sul petto. Ma ero stanco e decisi di andarmene. A quel punto perdo la voglia di ragionare, un passo vale l’altro, quel viso ormai non mi piaceva più.”
 
“Bene Serravalle, credo che per oggi basti così. Ci vediamo domani per continuare. Appuntato, mi apra per favore. Arrivederci Serravalle.”
“Arrivederci Signor Giudice.” 
 
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ritratto di Anansi

Luca

a un certo punto s'inizia a capire dove vuoi andare a parare, si spera racconti solo un sogno, magari a un professionista, uno psicologo (gli dà del Lei), poi però c'è il riferimento al mal di testa e uff e chi visse sperando morì...  piaciuto

un sorriso

 

ritratto di luca papetti

Ciao Anansi

Grazie, mi fa piacere tu abbia gradito il racconto.

Ho cercato di mettere insieme quante più informazioni possibili in un testo piuttosto breve (una sorta di esperimento). Il riferimento alla madre non è casuale: dovrebbe, ma non so se riesco a trasmetterne il significato, fungere da elemento chiave per spiegare la follia del personaggio e la sua non troppo apparente avversità verso il genere femminile. Un tentativo un po' semplicistico, lo riconosco...

 

 

Un salutone.

Luca