Bissula

ritratto di andreea

 

1. The Name Bissula

A person of this name is known from Ausonius only. In a series of poems, a Suebian

girl is described who was taken prisoner in one of Valentinian I's campaigns (perhaps in

369). The girl was given to Ausonius, who released her immediately and accomodated

her as alumna in his house. The poems devoted to her are reminiscent of the Carmina

Priapea, songs to the ithyphallic garden god. The Priapea and an introductory letter to

Ausonius's friend, Axius Paulus, reveal sexually explicit “Priapian mysteries” celebrat-

ed by Ausonius and his very young intimate. On this context, see further the studies by

Paul Dräger (‘Bissula – Eliza – Lolita: Priap als Sprachlehrer’, Göttinger Forum für

Altertumswissenschaft 4 [2001]: 187-219; esp. p. 203-205 [http://www.gfa.d-r.de/4-

01/draeger.pdf, MS p. 17-19], and Kurtrierisches Jahrbuch 41 [2001]: 73–107 with full

bibliographical references.

Due to her Suebian origin, the name Bissula has long been explained as Old Germa-

nic (cf. Old High German Biso, Piso etc.), but recent research is more reserved in this

regard. Hermann Reichert (LAGN 142) is hesitant as to a Germanic origin (“möglicher-

weise Germanisch”), and similar names as Bisae (gen.) and Bisinus are not taken to be

undisputedly Germanic either. A more convincing alternative is a derivation from

Gaulish (Celtic) *biss- ‘finger, cone, twig’, with a hypocoristic ending -ula. Gaulish

shows different stem formations bisso-, bissu-, and bissi- (DLG 76), cf. also Welsh bys,

Old Cornish bis, bes, Breton biz, (all:) ‘finger’ and bizou, whence French bijou, ‘finger

ring’, Middle Irish biss ega ‘icicle’, cf. further Old Norse kvistr ‘little twig’, from Indo-

European *gwis-ti- (LEIA B–53, s.v. *biss). The meaning of the name may be taken

literally, ‘little finger’, referring to the slim figure of the teenage girl, or ‘cone’ may be

taken as an obscene reference in the Priapian context.

One of the poems (carmen 4) suggests that Ausonius himself gave the name Bissula

to her, which is beyond the comprehension of a non-Gaul.

 

Two Examples of Intercultural Names in Fourth Century Gaul, Jurgen Zeidler, 2003

 

 

Quella sera - l’indomani sarei partito per ritornare a Roma -  Settimio era venuto a presentarmi il dono dell’Imperatore.

Quando uscii dalla tenda vidi cinque schiavi immobili sotto una pioggia che cadeva con un’intensità mai vista, tanto da parere uno specchio d’acqua, un torrente verticale.

Quante volte, negli anni che seguirono, avrò pensato che che quel velo d’acqua non era che il fiume del tempo, che scorre dal passato più lontano all’impensabile futuro, dal cielo alla terra e dove ogni forma si fissa, unica e irripetibile, nell’istante delle nostre vite.

Lì stava lei,  la donna che avrei chiamato Bissula.

Era vestita di una lunga tonaca scura.

I suoi piedi nudi, sporchi e immersi nel fango della terra mi parvero bellissimi, evangelo nella carne di tutto ciò che avrei poi saputo e conosciuto.

Guardai nei suoi occhi e la riconobbi, mi parve di cadere all’indietro, dovetti toccare uno dei piedritti che reggevano il vestibolo della tenda.

Eppure non era che una barbara terrorizzata mentre io, Ausonio Decimo Magno, un illustre cittadino di Roma, il precettore del figlio dell’Imperatore Valentiniano.

Il mattino successivo lei e gli altri furono parte del mio seguito.

Avevo terminato di servire l’Aquila dell’Impero nella campagna contro gli Alamanni e potevo ritornare alla mia casa sul Palatino, ai miei versi, all’istruzione di Graziano che un giorno avrebbe guidato l’Impero.

Destinai quella donna alla mia cura personale.

Ordinai che le fossero fornite vesti adatte, che i lunghi capelli biondi le venissero acconciati al modo delle donne romane, che le fossero impartiti i rudimenti della nostra lingua.

Io avrei provveduto al resto.

Dapprima iniziò ad occuparsi della mia casa, delle cose materiali, che parevano rispondere al potere delle sue mani: i vasi di albastro, le tavole di cera incise, i tessuti, le onde stesse del fuoco davanti ai Lari.

Avevo cinquantotto anni, lei poco più di venti.

Nel tempo - non avevo moglie - sarebbe diventata una compagna, avrebbe ordinato alle ancelle della casa, ricevuto  i messaggi dei Senatori.

Subito, iniziai  a sognare.

Nelle notti, in un altrove dello spazio e del tempo, la ritrovavo.

La nostra pelle era scura, la luce del sole incendiava distese infinite di sabbia.

Templi.

Lei era la regina, la sacerdotessa del dio, io lo scriba, colui che riceveva dalle sue labbra la Parola per inciderla sulle tavole.

Quando usciva sul largo terrazzo di pietra, sopra Luxor o Babilonia e sotto un cielo di zaffiro, il suo sguardo toccava tutto il mondo e poi incontrava il mio.

Era tutto: tempi sacri in cui l’uomo e la donna baciavano il loro essere senza sfiorare i corpi.

Tanto diversamente prendevo, con furia, come un cibo per la mia vita, il corpo di Bissula, ma eravamo ancora noi.

Guardandola poi nel suo sonno barbaro, limpido e senza tremori, mi chiedevo in quale altra vita del futuro ci saremmo incontrati di nuovo.

L’Impero sarebbe caduto, l’Aquila di Roma era ancora intera nella sua forma gloriosa, le ali aperte sul mondo, ma stava crollando al suolo.

Presto non ne sarebbero rimasti che macigni sconvolti, a terra.

Cosa riservava la storia? Tra cento, mille anni?

Dove, in quale gora delle acque misteriose del tempo l’avrei ritrovata?

Fu per questo che la chiamai così, pensando alla sacerdotessa e al suo scriba, poi alla schiava sveva di Ausonio Decimo Magno, che moriva prima di lei: Bissula.

Due occasioni. Ancora, ancora.

Riconoscevo la sua figura chiara e sottile nella casa, aldilà delle grandi tende bianche mosse dal vento mentre io trascorrevo le giornate sul divano  nel portico, malato di visceri e di tempo.

Mi vegliava, rassicurava gli amici che venivano a chiedere delle mie condizioni.

Iniziai a non vedere che ombre vaghe, sentivo, vicina,  la sua voce ripetere: “Semper tecum  semper tecum  semper tecum…”.

Nel suo latino di barbara le sillabe vibravano nell’aria, lontane, ora alte ora gravi, ogni volta nuove, suoni di cembalo che offrivano una musica per me, per il mio passaggio nell’Ade, per il mio vedere.

Lei teneva la mia mano.

Bissula.

 

 

 

 

 

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ritratto di andreea

Bissula

Ciao raconto importante chè oniuno ha la sua Bissula o Bissulo. Vita dopo vita. Isempio se fai Cerchi di Luce NiuAge prosima vita tuo Bisulo eletricista. Così via. Autore o autrice di Net se insiste scrivere cazate questa vita prosima vita a Bisula  o Bisulo che e vincitore di 67° Concorso poetico Badia Polesine "Poisia:  voce del cuore umano." Omini di cualita ano Bisule di cualita che segue vita dopo vita apunto. No rabiarti che io sto pegio di te. Mia Bisula è Maria pilipina bruta vita dopo vita cambia nome magari no Maria no pilipina ma sempre racchia. Porcaputana no puo una volta Dio grande sbaliare divisione Bissule e mandare a me dona belisima? Ciao CLG Kore cuando hai finito cucina meti novamente la Von Otter che canta Marietta canzone già ai meso una volta. guardate a 1.35 la Bissula del mondo che benedice con sguardo tuti anche noi povereti. scolta due punti TEMPI SACRI IN CUI L 'UOMO E LA DONNA BACIAVANO IL LORO ESSERE SENZA SFIORARE I CORPI (bela frase cuanto invidio a Padrone Emilio, cazzo)

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