Emil Cioran- Al culmine della disperazione

Emil Cioran  

                                   

 

                                       Al culmine della disperazione

 

 Avete mai provato la bestiale e stupefacente soddisfazione di guardarvi in uno specchio dopo

innumerevoli notti bianche? Avete mai subìto la tortura dell'insonnia, quando si avverte ogni

istante della notte, quando esistete solo voi al mondo, e il vostro dramma diventa il più

importante della storia, di una storia ormai svuotata di senso, e che neppure più esiste, giacché

sentite levarsi in voi le fiamme più spaventose, e la vostra esistenza vi appare come unica e

sola in un mondo nato soltanto per portare a termine la vostra agonia – avete conosciuto questi

innumerevoli momenti, infiniti come la sofferenza, per vedere poi riflessa, quando vi guardate,

l'immagine del grottesco?

•     Che cosa succederebbe se il volto umano esprimesse fedelmente tutta la sofferenza di dentro,

se l'espressione traducesse tutto il tormento interiore? Riusciremmo ancora a conversare? Non

dovremmo parlare nascondendoci il volto con le mani? La vita diventerebbe decisamente

impossibile se i nostri tratti palesassero l'intensità dei nostri sentimenti. Nessuno avrebbe più il

coraggio di guardarsi allo specchio, perché un'immagine insieme grottesca e tragica

mescolerebbe ai contorni della fisionomia macchie di sangue, piaghe sempre aperte e rivoli di

lacrime irrefrenabili. 

•     Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del

mondo. Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell'abbandono

può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale. In tal caso interessa unicamente la

propria inquietudine. Sentirti proiettato e sospeso in questo mondo, incapace di adattarti ad

esso, consumato in te stesso, distrutto dalle tue deficienze o esaltazioni, tormentato dalle tue

insufficienze, indifferente agli aspetti esteriori – luminosi o cupi che siano –, rimanendo nel tuo

dramma interiore: ecco ciò che significa la solitudine individuale. Il sentimento di solitudine

cosmica deriva invece non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla

sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il

mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un

cimitero. Sono in molti a sentirsi torturati dalla visione di un mondo derelitto,

irrimediabilmente abbandonato ad una solitudine glaciale, che neppure i deboli riflessi di un

chiarore crepuscolare riescono a raggiungere. Chi sono dunque i più infelici: coloro che

sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all'esterno? Impossibile rispondere. E

poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è

già abbastanza?

•     L'insonnia è una vertiginosa lucidità che riuscirebbe a trasformare il Paradiso stesso in un

luogo di tortura. Qualsiasi cosa è preferibile a questo allerta permanente, a questa criminale

assenza di oblio. È durante quelle notti infernali che ho capito la futilità della filosofia. Le ore

di veglia sono, in sostanza, un'interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero, è la

coscienza esasperata da se stessa, una dichiarazione di guerra, un infernale ultimatum della

mente a se medesima. Camminare vi impedisce di lambiccarvi con interrogativi senza risposta,

mentre a letto si rimugina l'insolubile fino alla vertigine. 

•     La bestialità della vita mi ha calpestato e schiacciato, mi ha tagliato le ali in pieno volo e

derubato di tutte le gioie cui avevo diritto. 

•     Pur continuando a respirare e a mangiare, ho perso tutto ciò che ho mai potuto aggiungere alle

mie funzioni biologiche. Non è che una morte approssimativa.  •     Se la melanconia è uno stato di trasognamento diffuso che non giunge mai a una grande

profondità né ad un'intensa concentrazione, la tristezza presenta, al contrario, una serietà

ripiegata su se stessa e un'interiorizzazione dolorosa. Si può essere tristi da qualsiasi parte; ma

mentre gli spazi aperti acuiscono la melanconia, quelli chiusi fanno aumentare la tristezza.

Nella tristezza la concentrazione deriva dal fatto che essa ha quasi sempre una ragione precisa,

mentre per la melanconia la coscienza non saprebbe individuare nessuna causa esterna. So

perché sono triste, ma non saprei dire perché sono melanconico. Prolungandosi nel tempo

senza mai raggiungere un'intensità particolare, gli stati melanconici cancellano dalla coscienza

ogni motivo iniziale, presente invece nella tristezza. 

•     Se non c'è salvezza attraverso la follia, è perché non c'è nessuno che non ne tema gli sprazzi di

lucidità. Si desidererebbe il caos, ma si ha paura delle sue luci. 

•     Tutti quelli che nell'ora suprema vogliono circondarsi di amici lo fanno per paura e per

incapacità di affrontare i loro ultimi istanti. Cercano di dimenticare, nel momento capitale, la

propria morte. 

•     Una constatazione che verifico, con mio grande rammarico, a ogni istante: sono felici solo

coloro che non pensano mai, vale a dire coloro che pensano giusto il poco che basta per vivere. 

•     Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso. 

•     Vivo perché le montagne non sanno ridere né i vermi cantare.

•     Vorrei perdere la ragione a un unico patto: essere sicuro di diventare un pazzo allegro, brioso

ed eternamente di buon umore, senza problemi né ossessioni, che ride senza motivo dalla

mattina alla sera. 

Sommario di decomposizione

•     L'amore – un incontro di due salive... Tutti i sentimenti attingono il loro assoluto dalla miseria

delle ghiandole. 

•     Il fanatico […] è incorruttibile: se per un'idea è capace di uccidere, allo stesso modo può farsi

uccidere per essa; in entrambi i casi, sia egli tiranno o martire, è un mostro. Non esistono esseri

più pericolosi di quelli che hanno sofferto per una convinzione: i grandi persecutori si

reclutano tra i martiri ai quali non è stata tagliata la testa. 

•     L'origine dei nostri atti sta nella propensione inconscia a ritenerci il centro, la ragione e l'esito

del tempo. I nostri riflessi e il nostro orgoglio trasformano in pianeta la briciola di carne e di

coscienza che noi siamo. Se avessimo il giusto senso della nostra posizione nel mondo, se

confrontare fosse inseparabile dal vivere, la rivelazione della nostra infima presenza ci

schiaccerebbe. Ma vivere significa ingannarsi sulle proprie dimensioni…

•     Noi moriamo in proporzione alle parole che spargiamo intorno a noi…

•     In un mondo di sofferenze, ciascuna di esse è solipsistica rispetto a tutte le altre.

•     La forza che abbiamo ci viene dai nostri oblii e dalla nostra incapacità di rappresentarci la

pluralità dei destini simultanei. Nessuno potrebbe sopravvivere alla comprensione istantanea

del dolore universale, dato che ogni cuore è fatto solo per una certa quantità di sofferenze. 

•     Si è «civilizzati» nella misura in cui non si esibisce la propria lebbra e si porta rispetto

all'elegante falsità costruita dai secoli.

•     Non si può eludere l'esistenza con le spiegazioni, si può solo subirla, amarla o detestarla,

adorarla o temerla, in quell'alternanza di felicità e di orrore che esprime il ritmo stesso

dell'essere, le sue oscillazioni e le sue dissonanze, le sue veemenze amare o allegre. 

•     Non cominciamo a vivere realmente se non una volta giunti in fondo alla filosofia, sulla sua

rovina, quando abbiamo capito sia la sua terribile insignificanza sia l'inutilità del farvi ricorso,

in quanto non è di alcun aiuto. 

•     Se tutti coloro che abbiamo ucciso col pensiero scomparissero davvero, la terra non avrebbe

più abitanti. 

•     Possiamo vivere come vivono gli altri e tuttavia nascondere un no più grande del mondo: è

l'infinito della malinconia…•     Il fatto è che tutti gli uomini che gettano uno sguardo sulle loro rovine passate credono – per

evitare le rovine future – che sia in loro potere ricominciare qualche cosa di radicalmente

nuovo. Fanno a se stessi una promessa solenne e attendono un miracolo che li tiri fuori dal

baratro mediocre in cui il destino li ha sprofondati. Ma non accade nulla. Tutti continuano a

essere gli stessi, modificati soltanto dall'accentuarsi di quella tendenza a decadere che è il loro

marchio. 

•     Colui che propone una fede nuova è perseguitato, in attesa di diventare a sua volta persecutore:

le verità cominciano da un conflitto con la polizia e finiscono col farsi sostenere da essa […]

•     Sacrificherei l'impero del mondo per un solo istante in cui le mie mani giunte implorassero il

grande Responsabile dei nostri enigmi e delle nostre banalità. 

•     Ogni civiltà configura una risposta alle domande che l'universo suscita; ma il mistero rimane

intatto: altre civiltà, con nuove curiosità, vi si cimenteranno, altrettanto vanamente, dato che

ciascuna è soltanto un sistema di errori…

•     […] se cerco la data più mortificante per l'orgoglio dello spirito, se scorro l'inventario delle

intolleranze, non trovo niente di paragonabile a quell'anno 529 in cui, per ordine di

Giustiniano, fu chiusa la Scuola di Atene. Soppresso ufficialmente il diritto alla decadenza,

credere diventa un obbligo… È il momento più doloroso nella Storia del Dubbio. 

•     L'idea che ho potuto – come tutti – essere sinceramente cristiano, fosse anche per un solo

secondo, mi getta nello smarrimento. Il Salvatore mi annoia. Sogno un universo immune da

intossicazioni celesti, un universo senza croce né fede. 

•     La teologia, la morale, la storia e l'esperienza di tutti i giorni insegnano che, per raggiungere

l'equilibrio, non c'è un'infinità di segreti – ce n'è uno solo: sottomettersi. «Accettate un giogo»

esse ci ripetono «e sarete felici; siate qualche cosa e verrete liberati dalle vostre pene». 

Confessioni e anatemi

•     Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel

cimitero più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove.

Un rimedio miracoloso, per una volta. 

•     Bisogna che una sensazione sia caduta bene in basso perché si degni di mutarsi in idea. 

•     Ciò che non è straziante è superfluo, almeno in musica. 

•     Di tutto ciò che si prova, niente dà tanto l'impressione di essere al cuore stesso del vero quanto

gli accessi di disperazione senza ragione: a paragone, tutto sembra frivolo, sofisticato, privo di

sostanza e d'interesse. 

•     Divorare una biografia dopo l'altra per persuadersi meglio dell'inutilità di qualsiasi impresa, di

qualunque destino. 

•     È l'umanità tarata a costituire la materia della letteratura. Lo scrittore si rallegra della

perversione di Adamo, e prospera solo in quanto ciascuno di noi la assume e la rinnova. 

•     Il fatto che la vita non abbia alcun senso è una ragione di vivere – la sola, del resto. 

•     Il miglior mezzo per sbarazzarsi di un nemico è dirne bene ovunque. Glielo riferiranno, e lui

non avrà più la forza di nuocervi: avete spezzato la sua molla... Sarà sempre in guerra contro di

voi ma senza vigore né costanza, giacché inconsciamente avrà smesso di odiarvi. È vinto, e

ignora la propria disfatta. 

•     La conversazione con lui era convenzionale come quella con un agonizzante. 

•     La meditazione è uno stato di veglia mantenuto per via di un'oscura turba, che è insieme

devastazione e benedizione. 

•     La musica esiste solo fintantoché dura l'ascolto, come Dio finché dura l'estasi. L'arte suprema e

l'essere supremo hanno questo in comune: dipendono interamente da noi. 

•     Non aver realizzato nulla, e morire sfiniti. 

•     Non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza, e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere

una marionetta. 

•     Non so quale sete diabolica m'impedisca di denunciare il patto col mio respiro.  •     Perdere il sonno e cambiare lingua. Due prove, l'una indipendente da sé stessi, l'altra deliberata.

Da soli, faccia a faccia con le notti e con le parole. 

•     Più si è sofferto, meno si rivendica. Protestare è segno che non si è attraversato alcun inferno.

•     Pubblicare un libro comporta lo stesso genere di noie di un matrimonio o di un funerale. 

•     Quale sollievo gettare nella pattumiera un manoscritto, testimone di una recrudescenza di

febbre, di frenesia costante!

•     Quei figli che non ho voluto, sapessero la felicità che mi debbono!

•     Se obbedissi al primo impulso, passerei le giornate a scrivere lettere di ingiurie e di addio. 

•     Si insiste sulle malattie della volontà, e si dimentica che la volontà come tale è sospetta, e che

non è normale volere. 

•     Sono talmente appagato dalla solitudine che il minimo appuntamento è per me una

crocifissione. 

•     Un silenzio improvviso nel mezzo di una conversazione ci riporta d'un tratto all'essenziale: ci

rivela a quale prezzo dobbiamo pagare l'invenzione della parola. 

Il funesto demiurgo

•     Che il rimpianto sia un segno d'invecchiamento precoce? Se è vero, io sono senile fin dalla

nascita. 

•     Chi non ha mai immaginato di uccidersi si deciderà a farlo più prontamente di chi non smette

di pensarci. Poiché ogni atto cruciale è più facile da compiersi per assenza di riflessione che

per esame, lo spirito vergine di suicidio, non appena vi si senta sospinto, sarà senza difesa

contro la pulsione subitanea, sarà accecato e scosso dalla rivelazione di una via d'uscita

definitiva, mai considerata fino a quel momento; l'altro, invece, potrà sempre ritardare un gesto

indefinitamente pesato e soppesato, un gesto ch'egli conosce a fondo, al quale si deciderà senza

passione – se mai si deciderà. 

•     Chiunque non sia morto giovane merita di morire. 

•     Durante l'insonnia mi ripeto, a mo' di consolazione, che quelle ore di cui prendo coscienza le

strappo al nulla, che se dormissi non mi sarebbero mai appartenute, anzi non sarebbero mai

esistite. 

•     È semplice chiacchiera ogni conversazione con chi non ha sofferto.

•     Forse la follia è soltanto un dispiacere che abbia smesso di evolversi. 

•     Il male [...] possiede il duplice privilegio d'essere fascinatore e contagioso. 

•     Il ruolo dell'insonnia nella storia: da Caligola a Hitler. L'impossibilità di dormire è causa o

conseguenza della crudeltà? Il tiranno vigila – è ciò che propriamente lo definisce. 

•     Il tormento è per certuni un bisogno, un appetito, e un compimento. 

•     L'ossessione del suicidio è propria di colui che non può né vivere né morire, e la cui attenzione

non si allontana mai da questa duplice impossibilità. 

•     La differenza fra il teorico della fede e il credente è grande quanto quella fra lo psichiatra e il

matto. 

•     La dolcezza di prima della nascita, la luce della pura anteriorità. 

•     La felicità spinge al suicidio quanto l'infelicità, anzi ancora di più perché amorfa, improbabile,

esige uno sforzo di adattamento estenuante, mentre l'infelicità offre la sicurezza e il rigore del

rito. 

•     La parola e il silenzio. Ci si sente più al sicuro vicino a un pazzo che parla, che a un pazzo

incapace di aprire bocca. 

•     La psicanalisi sarà un giorno totalmente screditata, su questo non c'è dubbio. Eppure, avrà

distrutto i nostri ultimi resti d'ingenuità. Dopo la psicanalisi, non si potrà mai più essere

innocenti. 

•     La sola funzione della memoria è di aiutarci a rimpiangere. 

•     La sorte di chi si è ribellato troppo è di non aver più energie se non per la delusione.

•     L'uomo non fu creato per rimanere inchiodato a una sedia. Ma forse non meritava di meglio.  •     Nella divinità è più importante ritrovare i nostri vizi che le nostre virtù.

•     Non esiste un mezzo per dimostrare che è preferibile essere piuttosto che non essere. 

•     Non si chiede libertà, ma qualche apparenza di libertà. È per questi simulacri che l'uomo si

agita tanto, da sempre. Del resto, se la libertà è, com'è stato detto, solo una sensazione, che

differenza c'è tra essere e credersi libero?

•     Ogni inizio di idea corrisponde a un'impercettibile lesione della mente. 

•     Precipitato fuori dal sonno dalla domanda: "Dove va, questo attimo?". "Alla morte", fu la mia

risposta. E subito tornai a dormire. 

•     Proprio perché non riesce più a detestare le altre religioni, perché le comprende, il

cristianesimo è finito: manca sempre più di quella vitalità da cui procede l'intolleranza. E

l'intolleranza era la sua ragione d'essere. Per sua disgrazia ha cessato di essere mostruoso. 

•     Quando si sa che ogni problema è soltanto un falso problema, si è pericolosamente vicini alla

salvezza. 

•     Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l'uomo non è propenso al bene: quale dio ve lo

spingerebbe? È costretto a vincersi, a farsi violenza, per poter compiere il sia pur minimo atto

non inquinato dal male. 

•     Secondo la Bhagavadgītā, è perduto, per questo mondo e per l'altro, colui che è «preda del

dubbio», quello stesso dubbio che il buddismo da parte sua cita fra i cinque ostacoli alla

salvezza. Perché il dubbio non è approfondimento, bensì ristagno, vertigine del ristagno... 

•     Si crede veramente fino a quando non si sa chi implorare. Una religione è viva solo prima

dell'elaborazione delle sue preghiere. 

•     Si distrugge una civiltà soltanto quando si distruggono i suoi dèi. 

•     Siamo stati felici soltanto nelle epoche in cui, avidi di annientamento, con entusiasmo

accettavamo il nostro niente. 

•     Siamo tutti in fondo a un inferno, dove ogni attimo è un miracolo. 

•     Soffrire è produrre conoscenza. 

•     Tutto ha l'aria di esistere, e non c'è niente che esista.

L'inconveniente di essere nati

•     Abbiamo perduto nascendo quanto perderemo morendo. Tutto. 

•     A differenza di Giobbe non ho maledetto il giorno della mia nascita;

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gli altri giorni, in

compenso, li ho coperti tutti di anatemi. 

•     Anche quando disertano l'inferno, gli uomini lo fanno solo per ricostituirlo altrove. 

•     Aspirare, nel più profondo di sé, a essere tanto spossessati, tanto miserabili quanto lo è Dio. 

•     Aver commesso tutti i crimini, tranne quello di essere padre. 

•     Bisogno fisico di disonore. Mi sarebbe piaciuto essere figlio di boia. 

•     C'è un dio al principio, se non alla fine, di ogni gioia. 

•     Che misera cosa una sensazione! L'estasi stessa non è, forse, niente di più.

•     Ci ripugna, certo, considerare la nascita un flagello: non ci è stato forse inculcato che era il

bene supremo, che il peggio era posto alla fine e non all'inizio della nostra traiettoria? Il male,

il vero male, è però dietro, non davanti a noi. E quanto è sfuggito al Cristo, è quanto ha invece

colto il Buddha: «Se tre cose non esistessero al mondo, o discepoli, il Perfetto non apparirebbe

nel mondo...». E, alla vecchiezza e alla morte, antepone il fatto di nascere, fonte di tutte le

infermità e di tutti i disastri. 

•     Ciò di cui non possiamo più impietosirci non conta e non esiste più. Si capisce perché il nostro

passato cessi così presto di appartenerci per prendere forma di storia: di qualcosa che non

riguarda più nessuno. 

•     Con che diritto vi mettete a pregare per me? Non ho bisogno di intercessori, me la caverò da

solo. Da parte di un miserabile forse lo accetterei, ma da nessun altro, foss'anche un santo. Non

posso tollerare che ci si preoccupi della mia salvezza. Poiché la pavento e la fuggo, che

indiscrezione le vostre preghiere! Orientatele altrove; in ogni modo, non siamo al servizio degli stessi dèi. Se i miei sono impotenti, ho tutte le ragioni di credere che i vostri non lo siano

meno. Anche supponendo che siano quali voi li immaginate, mancherebbe comunque loro il

potere di guarirmi da un orrore più antico della mia memoria. 

•     «Da quando sono al mondo» – quel da quando mi pare gravato di un significato così

spaventoso da diventare insostenibile. 

•     Di norma, gli uomini aspettano la delusione: sanno che non devono spazientirsi, che presto o

tardi verrà, che accorderà loro la dilazione necessaria perché possano dedicarsi alle

occupazioni del momento. Diverso è il caso del disingannato: per lui la delusione sopraggiunge

contemporaneamente all'atto; non ha bisogno di spiarne l'arrivo, essa è presente. Affrancandosi

dalla successione, egli ha divorato il possibile e reso superfluo il futuro. «Non posso

incontrarvi nel vostro futuro» dice agli altri. «Non abbiamo un solo istante che ci sia comune».

Perché per lui l'insieme del futuro è già qui. 

•     Di solito sono così sicuro che tutto sia privo di consistenza, di fondamento, di giustificazione,

che chi osasse contraddirmi, foss'anche l'uomo che stimo di più, mi apparirebbe come un

ciarlatano o un rimbambito. 

•     Disfare, de-creare, è il solo compito che l'uomo possa assegnarsi, se aspira, come tutto lascia

supporre, a distinguersi dal Creatore. 

•     Dio: una malattia dalla quale ci si crede guariti perché non ne muore più nessuno.

•     Due generi di spiriti: diurni e notturni. Non hanno né lo stesso metodo, né la stessa etica. In

pieno giorno ci si sorveglia; al buio si dice tutto. Le conseguenze, salutari o nefaste, di ciò che

pensa importano poco a chi si interroga nelle ore in cui gli altri sono in preda al sonno. Perciò

rimugina sulla disdetta di essere nato senza preoccuparsi del male che può fare ad altri o a se

stesso. Dopo mezzanotte comincia l'ubriacatura delle verità perniciose. 

•     Esiste una conoscenza che toglie peso e portata a quello che si fa – e per la quale tutto è privo

di fondamento tranne essa medesima. Pura al punto da aborrire perfino l'idea di oggetto,

traduce quel sapere estremo secondo il quale fare o non fare un atto è la stessa cosa, e a cui si

associa una soddisfazione altrettanto estrema: il poter ripetere, a ogni incontro, che nessuno dei

gesti da noi compiuti merita la nostra adesione, che niente è avvalorato da una qualche traccia

di sostanza, che la «realtà» è dell'ordine dell'insensato. Una tale conoscenza meriterebbe di

essere definita postuma: opera infatti come se chi conosce fosse vivo e non vivo, essere e

memoria di essere. «È già passato» dice costui di tutto ciò che compie, nell'istante stesso

dell'atto, che viene così destituito per sempre di presente. 

•     Essere in vita – improvvisamente sono colpito dalla stranezza di questa espressione, come se

essa non si applicasse a nessuno. 

•     Fin dall'infanzia percepivo lo scorrere delle ore indipendente da ogni riferimento, da ogni atto e

da ogni evento, la disgiunzione del tempo da ciò che tempo non era, la sua esistenza autonoma,

il suo statuto singolare, il suo imperio, la sua tirannia. Ricordo con estrema chiarezza quel

pomeriggio in cui, per la prima volta, di fronte all'universo vacante, non ero più che fuga di

istanti ribelli ad adempiere ancora la loro particolare funzione. Il tempo si separava dall'essere

a mie spese. 

•     Giorni miracolosamente colpiti da sterilità. Invece di rallegrarmene, di gridare vittoria, di

convertire quell'aridità in festa, di vederli come un punto d'arrivo e come una prova della mia

maturità, insomma del mio distacco, mi lascio pervadere dalla stizza e dal cattivo umore: tanto

è tenace in noi il vecchio uomo, la canaglia smaniosa incapace di scomparire. 

•     Il pensiero della precarietà mi accompagna in ogni circostanza: stamane, imbucando una

lettera, mi dicevo che era indirizzata a un mortale. 

•     Il Progresso è l'ingiustizia che ogni generazione commette nei confronti di quella che l'ha

preceduta. 

•     Il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l'apparente non-

comunicazione, con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera

interiore.  •     In piedi, a notte fonda, giravo per la camera con la certezza di essere un eletto e uno scellerato,

doppio privilegio, naturale per chi veglia, rivoltante o incomprensibile per i prigionieri della

logica diurna. 

•     Insorgere contro l'ereditarietà è insorgere contro miliardi di anni, contro la prima cellula. 

•     L'unico modo di salvaguardare la propria solitudine è ferire tutti, a cominciare da quelli che

amiamo. 

•     La coscienza è molto più della scheggia, è il pugnale nella carne. 

•     La lucidità non estirpa il desiderio di vivere, tutt'altro, rende solo inadatti alla vita.

•     La mia facoltà di essere deluso oltrepassa l'intendimento. Essa, che mi fa capire il Buddha, è la

medesima che mi impedisce di seguirlo. 

•     La passione per la musica è già da sola una confessione. Sappiamo di più su uno sconosciuto

appassionato di musica che su qualcuno che alla musica è insensibile e che incontriamo ogni

giorno. 

•     La prova migliore di quanto l'umanità stia regredendo è l'impossibilità di trovare un solo

popolo, una sola tribù, in cui la nascita provochi ancora lutto e lamenti.

•     La sofferenza apre gli occhi, aiuta a vedere le cose che non si sarebbero percepite altrimenti.

Quindi non è utile che alla conoscenza, e, all'infuori di essa, serve solo ad avvelenare

l'esistenza. Il che, sia detto di sfuggita, favorisce ancora la conoscenza. "Ha sofferto, dunque ha

capito". È tutto quello che si può dire di una vittima della malattia, dell'ingiustizia, o di

qualunque altra varietà di sventura. La sofferenza non migliora nessuno (tranne quelli che

erano già buoni), e viene dimenticata come viene dimenticata ogni cosa, non entra nel

"patrimonio dell'umanità", né si conserva in alcun modo, ma si perde come si perde ogni altra

cosa. Ancora una volta, serve solo ad aprire gli occhi. 

•     La vera, unica sfortuna: quella di venire alla luce. Risale all'aggressività, al principio di

espansione e di rabbia annidato nelle origini, allo slancio verso il peggio che le squassò. 

•     Le notti in cui abbiamo dormito è come se non fossero mai esistite. Restano nella memoria solo

quelle in cui non abbiamo chiuso occhio: notte vuol dire notte insonne. 

•     Le tre del mattino. Percepisco questo secondo, e poi quest'altro, faccio il bilancio di ogni

minuto. Perché tutto questo? – Perché sono nato. È da un tipo speciale di veglia che deriva la

messa in discussione della nascita. 

•     Mentre agiamo abbiamo uno scopo; ma l'azione, una volta conclusa, non ha per noi maggiore

realtà dello scopo che perseguivamo. Non c'era dunque nulla di veramente consistente in tutto

ciò, era solo gioco. Ma ci sono alcuni che hanno coscienza di questo gioco durante l'azione

stessa: vivono la conclusione nelle premesse, il realizzato nel virtuale, minano la serietà con il

fatto stesso di esistere. 

•     Mi piacerebbe essere libero, perdutamente libero. Libero come un nato morto. 

•     Mi svincolo dalle apparenze e ciò nondimeno vi rimango impastoiato; o meglio: sono a mezza

strada fra quelle apparenze e questa cosa che le infirma, questa cosa che non ha né nome né

contenuto, questa cosa che è niente ed è tutto. Il passo decisivo fuori dalle apparenze non lo

farò mai. La mia natura mi obbliga a ondeggiare, a perpetuarmi nell'equivoco, e se tentassi di

decidere in un senso o nell'altro perirei della mia stessa salvezza. 

•     Noi non corriamo, verso la morte, fuggiamo la catastrofe della nascita, ci affanniamo, superstiti

che cercano di dimenticarla. La paura della morte è solo la proiezione nel futuro di una paura

che risale al nostro primo istante. 

•     Non bisogna costringersi a un'opera, bisogna solo dire qualcosa che si possa bisbigliare

all'orecchio di un ubriaco o di un morente. 

•     Non esiste una sofferenza limite. 

•     Non faccio niente, d'accordo. Ma vedo passare le ore – e questo è meglio che cercare di

riempirle. 

•     Non sono mai a mio agio nell'immediato, mi seduce solo quello che mi precede, quello che mi

allontana da qui, gli istanti innumerabili in cui non fui: il non-nato. 

•     Occorre pure una visione di ricambio, quando quella del Giudizio non accontenta più nessuno.  •     Ogni pensiero deriva da una sensazione cha abbiamo ostacolato. 

•     Ogni volta che le cose non vanno e ho pietà del mio cervello, sono colto da una voglia

irresistibile di proclamare. Proprio allora intuisco da quali baratri i meschini sorgano

riformatori, profeti e salvatori. 

•     Permettendo l'uomo, la natura ha commesso molto più che un errore di calcolo: ha commesso

un attentato contro se stessa. 

•     Quando due persone si rivedono dopo molti anni dovrebbero sedersi l'una di fronte all'altra e

non dirsi niente per ore ed ore, affinché con il favore del silenzio la costernazione possa

assaporare se stessa. 

•     Quando si scorge la fine nel principio si va più in fretta del tempo. L'illuminazione, delusione

folgorante, dispensa una certezza che trasforma il disingannato in liberato. 

•     Quello che so a sessant'anni lo sapevo altrettanto bene a venti. Quarant'anni di un lungo,

superfluo lavoro di verifica... 

•     Rari sono i giorni in cui, proiettato nella post-storia, io non assista all'ilarità degli dèi al termine

dell'episodio umano. 

•     Se la morte avesse solo lati negativi, morire sarebbe un atto impraticabile. 

•     Se potessimo vederci con gli occhi degli altri, scompariremmo all'istante. 

•     Se tanta ambiguità e tanto turbamento sono parte integrante della lucidità, è perché essa è il

risultato del cattivo uso che abbiamo fatto delle nostre veglie. 

•     Si può sopportare qualsiasi verità, per quanto distruttrice sia, purché surroghi tutto, e abbia la

stessa vitalità della speranza alla quale si è sostituita.

•     So che la mia nascita è un caso, un incidente risibile, eppure, appena mi lascio andare, mi

comporto come se fosse un evento capitale, indispensabile al funzionamento e all'equilibrio del

mondo. 

•     Sono attratto dalla filosofia indù, il cui proposito essenziale è il superamento dell'io; eppure

tutto quello che faccio e tutto quello che penso è solo io e disgrazie dell'io. 

•     Su quella costa normanna, a un'ora così mattutina, non avevo bisogno di nessuno. La presenza

dei gabbiani mi disturbava: li feci fuggire a sassate. E udendo i loro gridi, di uno stridore

soprannaturale, capii che proprio quello mi occorreva, che solo il sinistro poteva calmarmi, e

che proprio per incontrarlo mi ero alzato prima dell'alba. 

•     Trasportandoci al di qua del nostro passato, l'ossessione della nascita ci fa perdere il gusto del

futuro, del presente, e del passato stesso. 

•     Tutto è; niente è. L'una e l'altra formula arrecano uguale serenità. L'ansioso, per sua disgrazia,

rimane a mezza strada, tremebondo e perplesso, sempre alla mercé di una sfumatura, incapace

di insediarsi nella sicurezza dell'essere o dell'assenza di essere. 

•     Un'idea, un essere, qualsiasi cosa si incarni perde il suo volto, tende al grottesco. Frustrazione

del compimento. Non evadere mai dal possibile, lasciarsi andare, da eterno velleitario,

dimenticare di nascere. 

La caduta nel tempo

•     La vera vertigine è l'assenza della follia. 

•     Nessuno si rimette dal male di nascere, piaga capitale se mai ve ne furono. 

•     Non vi è che questo pullulare di moribondi affetti da longevità, tanto più detestabili in quanto

sanno organizzare così bene la loro agonia. 

•     Una civiltà esordisce col mito e termina nel dubbio; dubbio teorico che diventa dubbio pratico,

quando lo rivolge contro se stessa. Essa non può cominciare col mettere in questione valori che

non ha ancora creato; una volta che li ha prodotti, se ne stanca e se ne distacca, li esamina e li

soppesa con un'obiettività devastante. 

•     Infeudarsi, assoggettarsi, ecco l'occupazione principale di tutti. E proprio questo lo scettico

rifiuta. Eppure sa che decidersi a servire equivale a salvarsi, perché significa aver fatto una

scelta; e ogni scelta è una sfida al vago, alla maledizione, all'infinito. Gli uomini hanno bisogno di punti d'appoggio, vogliono la certezza a ogni costo, anche a spese della verità. Poiché essa è

corroborante, e loro non possono farne a meno anche quando sanno che è menzognera, non ci

sarà scrupolo capace di trattenerli dallo sforzo di procurarsela. 

•     Niente di ciò che è fecondo e vero è interamente luminoso e interamente onorevole.

•     In apparenza, ognuno è contento di sé; in realtà, nessuno lo è. […] A tal punto il dubbio su di

sé travaglia gli esseri che questi, per porvi rimedio, hanno inventato l'amore, tacito patto fra

due infelici per sopravvalutarsi, per incensarsi spudoratamente. 

•     Il paradiso è assenza dell'uomo. Più ce ne rendiamo conto, meno giustifichiamo il gesto di

Adamo: attorniato da animali, che cos'altro poteva desiderare? E come ha potuto misconoscere

la fortuna di non dover affrontare, a ogni momento, quest'ignobile maledizione impressa nei

nostri volti?

•     Ognuno di noi è il prodotto dei suoi mali passati e, se è ansioso, dei suoi mali futuri. Alla

malattia vaga, indeterminata, di essere uomo, se ne aggiungono altre, molteplici e precise, che

insorgono tutte per avvertirci che la vita è uno stato assoluto di insicurezza, che è provvisoria

per definizione, che rappresenta un modo di esistenza accidentale. 

•     […] la vita, non appena si sia ossessionati dal significato che può avere, si disgrega, si sgretola:

e questo getta luce su quello che essa è, su quello che vale, sulla sua sostanza gracile e

improbabile. 

•     C'è innegabilmente un elemento di felicità in ogni voltafaccia; vi si attinge perfino un

supplemento di vigore: rinnegare ringiovanisce. Poiché la nostra forza si misura sulla quantità

delle credenze che abbiamo abiurato, ognuno di noi dovrebbe concludere la propria carriera

come disertore di tutte le cause. 

•     Vi è qualcosa di sacro in ogni essere che non sa di esistere, in ogni forma di vita indenne da

coscienza. 

•     Sapere che si è mortali significa in realtà morire due volte, anzi, tutte le volte che si sa di dover

morire. 

La tentazione di esistere

•     Ce l'ho col nostro secolo per averci soggiogati fino al punto di ossessionarci anche quando ce

ne distacchiamo. 

•     Come si può essere Rumeno? A questa domanda potevo rispondere soltanto con una incessante

mortificazione. Odiando i miei, il mio paese, i suoi contadini fuori del tempo, irretiti dal loro

torpore e come sprizzanti ebetudine, arrossivo d'esserne l'erede, li rinnegavo, mi ritraevo dalla

loro sub-eternità, dalle loro certezze di larve pietrificate, dalle loro fantasticherie geologiche. 

•     Io mi levo contro il propagandarsi della menzogna, contro coloro che fanno sfoggio della loro

pretesa «salvezza» e la puntellano con una dottrina che non proviene dal loro intimo.

Smascherarli, farli scendere dal piedistallo dove si sono issati, metterli alla gogna, è questo un

compito cui nessuno dovrebbe restare indifferente. 

•     La vitalità ci proviene dalle nostre risorse di insensato.

•     Maestri nell'arte del pensare contro se stessi, Nietzsche, Baudelaire e Dostoevskij ci hanno

insegnato a puntare sui nostri pericoli, ad ampliare la sfera dei nostri mali, ad acquistare

esistenza separandoci dal nostro essere. 

•     Noi respiriamo troppo velocemente per poter cogliere le cose in se stesse o denunciarne la

fragilità. 

•     Non senza rischio si abusa della propria facoltà di dubitare. Lo scettico, quando non trae più

alcun principio attivo dai suoi problemi e interrogativi si avvicina al proprio epilogo, anzi lo

cerca, gli corre incontro: qualcun altro tronchi le sue incertezze, qualcun altro lo aiuti a

soccombere. 

•     Non si abdica da un giorno all'altro: è necessaria un'atmosfera di distacco, accuratamente

predisposta, una leggenda della disfatta.  •     Per alcuni la felicità è una sensazione cosi insolita che appena la provano, si allarmano e

s'interrogano su questo nuovo stato; nulla di simile nel loro passato: è la prima volta che si

avventurano fuori della sicurezza del peggio. 

•     Per quasi tutte le nostre scoperte siamo debitori alle nostre violenze, all'esacerbarsi del nostro

squilibrio. 

•     Poiché la sfera della coscienza si restringe nell'azione, chi agisce non può pretendere

all'universale: l'agire è un aggrapparsi alle proprietà dell'essere a detrimento dell'essere, a una

forma di realtà a scapito della realtà.

•     Un minimo d'incoscienza è necessaria se ci si vuole mantenere nella storia. Agire è ua cosa;

sapere di agire è un'altra. Quando la chiaroveggenza investe l'atto e vi si insinua, l'atto si disfa e

con esso il pregiudizio, la cui funzione consiste appunto nel subordinare, nell'asservire la

coscienza dell'atto.. Colui che smaschera le proprie finzioni, rinuncia alle proprie energie e

quasi a se stesso. 

•     Vivere immediatamente l'eternità significa vivere giorno per giorno.

Lacrime e santi

•     Avere sempre amato le lacrime, l'innocenza e il nichilismo. Gli esseri che sanno tutto e quelli

che non sanno niente. I falliti e i bambini. 

•     Disprezzo il cristiano perché è capace di amare i suoi simili da vicino. A me, per riscoprire

l'uomo ci vorrebbe il Sahara. 

•     "La sofferenza è la causa unica e sola della coscienza" (Dostoevskij).

[2]

Gli uomini si dividono

in due categorie: quelli che lo hanno capito, e gli altri. 

•     "Non posso fare distinzione tra la musica e le lacrime" (Nietzsche).

[3]

Chi non lo capisce

istantaneamente non è mai vissuto nell'intimità della musica. Ogni vera musica è sgorgata dalle

lacrime, nata com'è dal rimpianto del Paradiso. 

•     Questo bisogno di profanare le tombe, di animare i cimiteri, in un'apocalisse primaverile! Solo

la vita esiste, a dispetto dell'assoluto della morte! Lo sanno i contadini, che si accoppiano nei

cimiteri, offendendo con i loro sospiri il silenzio aggressivo della morte. La voluttà sopra una

pietra tombale, che trionfo!

•     Soltanto il paradiso o il mare potrebbero farmi rinunciare alla musica. 

•     Ogni forma di estasi sostituisce la sessualità, che non avrebbe alcun significato senza la

mediocrità delle creature. Ma dato che queste non hanno altro mezzo per uscire da sé, la

sessualità provvisoriamente le salva. L'atto in questione va al di là del suo significato

elementare – è un trionfo sull'animalità, perché a livello fisiologico la sessualità è l'unica porta

aperta sul cielo. (pp. 20-21)

•     Signore, sei tu nient'altro che un errore del cuore, come il mondo è un errore della mente?

•     Quando, dopo aver inghiottito il mondo, restiamo soli, fieri della nostra impresa, Dio, rivale del

Niente, ci appare come un'ultima tentazione. 

•     Un filosofo sfugge alla mediocrità solo grazie allo scetticismo o alla mistica – le due forme

della disperazione di fronte alla conoscenza. La mistica è un'evasione dalla conoscenza, lo

scetticismo una conoscenza priva di speranza. Due modi di dire che il mondo non è una

soluzione. 

•     Dio ha creato il mondo per paura della solitudine; è questa l'unica spiegazione possibile della

Creazione. La sola ragion d'essere di noi creature è di distrarre il Creatore. Poveri buffoni,

dimentichiamo che stiamo vivendo i nostri drammi per divertire uno spettatore di cui finora

nessuno al mondo ha sentito gli applausi. E se Dio ha inventato i santi – come pretesti di

dialogo – lo ha fatto per alleggerire un po' di più il peso del suo isolamento. Quanto a me, la

mia dignità esige che io gli opponga altre solitudini, altrimenti non sarei che un giullare in più. 

•     Cominciamo a sapere che cosa sia la solitudine quando ascoltiamo il silenzio delle cose.

Capiamo allora il segreto sepolto nella pietra e ridestato nella pianta, il ritmo celato o invisibile

dell'intera natura. Il mistero della solitudine deriva dal fatto che per questa non esistono creature inanimate. Ogni oggetto ha un suo linguaggio, che ci è dato decifrare col favore di un

silenzio senza eguali. 

•     Dio si insedia nei vuoti dell'anima. Sbircia i deserti interiori, perché a somiglianza della

malattia egli predilige occupare i punti di minor resistenza. Una creatura armoniosa non può

credere in Lui. Sono stati i poveri e gli infermi a «lanciarlo», ad uso e consumo di chi si

tormenta e dispera. 

•     Se la verità non fosse così tediosa, la scienza avrebbe fatto presto a mettere da canto Dio. Ma

Dio, come i santi, è un'occasione per sfuggire all'opprimente banalità del vero.

•     Che non ci sia abbastanza sofferenza, quaggiù? Così si direbbe, a giudicare dallo zelo dei santi,

esperti nell'arte dell'autoflagellazione. Non vi è santità senza una voluttà della sofferenza e

senza una raffinatezza sospetta. La santità è una perversione senza eguali, un vizio del cielo. 

•     Tutto è niente – questa la rivelazione iniziale dei conventi. Così inizia la mistica. Tra il niente e

Dio c'è meno di un passo, perché Dio è l'espressione positiva del niente. 

•     Perché si pensa così di rado ai cinici? Non sarà perché hanno saputo tutto, e hanno tratto tutte

le conseguenze di questa suprema indiscrezione? Forse è più comodo dimenticarli. Perché la

loro mancanza di riguardi per l'illusione ne fa delle menti avide di insolubile. 

•     La religione è un sorriso che plana sopra un non-senso generale, un profumo residuo sopra

un'onda di nulla. È per questo che, quando è a corto di argomenti, la religione ripiega sulle

lacrime. Esse sole possono, a questo punto, assicurare, sia pure di poco, l'equilibrio

dell'universo e l'esistenza di Dio. Una volta esaurite le lacrime, anche il desiderio di Dio

scomparirà. 

•     In fondo ci siamo solo Lui e io. Però il silenzio ci invalida entrambi. Può anche darsi che non

sia mai esistito niente. 

•     Posso morire con la coscienza tranquilla, perché da Lui non mi aspetto più niente. Il nostro

incontro ha aumentato il nostro isolamento. Ogni esistenza è una prova supplementare del nulla

di Dio. 

•     Senza la colpa, nessuna coscienza dell'esistenza divina. Perciò è raro trovare Dio in una

coscienza che ignori i tormenti del peccato. 

•     L'ossessione divina espelle l'amore terrestre. Non si può amare appassionatamente una donna e

Dio nello stesso tempo. La mescolanza di due erotiche irriducibili crea un'oscillazione

interminabile. Una donna può salvarci da Dio, come Dio ci può liberare da tutte le donne. 

•     Tutto manca di sostanza, e la vita è soltanto una piroetta nel vuoto. (p. 58)

•     Dopo aver letto tutti i filosofi più profondi sentiamo il bisogno di ricominciare da zero.

Soltanto la musica ci dà risposte definitive.

•     Il dovere di un uomo solo è di essere ancora più solo.

•     Impossibile amare Dio altrimenti che odiandolo! Se in un processo senza precedenti venisse

provata e messa a verbale la sua inesistenza, nulla mai potrebbe sopprimere la rabbia – un

miscuglio di lucidità e di demenza – di chi ha bisogno di Dio per estinguere la propria sete

d'amore e più spesso di odio. Che cosa è Dio, se non un momento sul limitare della nostra

distruzione? E che cosa importa se esiste o no, se per mezzo suo la nostra lucidità e la nostra

follia si bilanciano e noi ci plachiamo avvinghiandoci a lui con passione assassina?

•     Quel timore improvviso, venuto dal nulla, che cresce in noi a conferma del nostro

sradicamento, non è «psicologico»; solo in ultima istanza appartiene a ciò che diciamo anima.

In esso risuonano i tormenti della individuazione, la vecchia lotta del caos contro la forma. Non

posso dimenticare gli istanti in cui la materia resisteva all'Onnipotente. 

•     Chi potrebbe sopportare la vita, se fosse reale? Sogno, essa è mescolanza di terrore e di

incantamento alla quale si cede. 

•     Né abbastanza infelice per essere poeta, né abbastanza indifferente per essere filosofo, io sono

soltanto lucido, abbastanza però per essere condannato. Come capisco Michelangelo quando

dice: «Io vivo di ciò di cui muoiono gli altri»! Non c'è altro da aggiungere sulla solitudine…

(p. 80)

•     Credo di non avere mai perso un'occasione di essere triste. (La mia vocazione d'uomo).  •     Gli asceti cristiani pensavano che solo il deserto fosse senza peccato, e lo paragonavano agli

angeli. In altre parole, non c'è purezza se non là dove non nasce nulla. 

•     L'imbarazzo che proviamo davanti agli infelici è l'espressione della nostra certezza che la

sofferenza costituisce il segno distintivo di un essere, la sua originalità. Non si diventa, infatti,

uomo grazie alla scienza, all'arte o alla religione, ma grazie al rifiuto lucido della felicità, alla

nostra fondamentale incapacità di essere felici. 

•     Funzione del nostro disperare, Dio dovrebbe continuare a esistere anche davanti a prove

irrefutabili della sua inesistenza. A dire la verità, tutto depone per lui e contro di lui al tempo

stesso, perché tutto ciò che è lo smentisce e lo convalida. Anche la bestemmia e la preghiera si

giustificano nello stesso istante. Quando le proferite insieme, vi avvicinate al rappresentante

supremo dell'Equivoco. 

Sillogismi dell'amarezza

•     Abbiamo perduto l'arte di suicidarci a sangue freddo. 

•     All'interno di ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio. 

•     Appena adolescente, la prospettiva della morte mi gettava nell'angoscia; per sfuggirvi mi

precipitavo al bordello o invocavo gli angeli. Ma, con l'età, ci si abitua ai propri terrori, non si

fa più niente per liberarsene, ci si imborghesisce nell'Abisso. – E se ci fu un tempo in cui

invidiavo quei monaci egiziani che scavavano le loro tombe per versarvi lacrime, oggi scaverei

la mia per non lasciarvi cadere altro che cicche. 

•     Approfondire un'idea è farle oltraggio, toglierne il fascino... anzi la vita.

•     Che lo vogliamo o no, siamo tutti psicoanalisti, amanti dei misteri del cuore e della mutanda,

palombari degli orrori. Guai allo spirito dagli abissi chiari!

•     Chi si consumerebbe nella sessualità se non sperasse di perdervi la ragione per un po' più che

un secondo – per il resto dei suoi giorni?

•     Chi si uccide per una puttana fa un'esperienza più completa e più profonda dell'eroe che mette

a soqquadro il mondo. 

•     Dopo le metafore, la farmacia. Così si sgretolano i grandi sentimenti.

•     È facile essere "profondi"; basta lasciarsi sommergere dalle proprie tare.

•     Fallire la propria vita significa accedere alla poesia – senza il talento del genio. 

•     Gli zingari, popolo autenticamente eletto, non portano la responsabilità di alcun evento e di

alcuna istituzione. Essi hanno trionfato sulla terra per la loro attenzione di non fondarvi niente. 

•     Il Divenire: un'agonia senza epilogo. 

•     Il pallore ci mostra fino a che punto il corpo può capire l'anima.

•     In questo universo, i nostri assiomi hanno solo un valore di cronaca. 

•     In un mondo senza malinconia gli usignoli si metterebbero a ruttare. 

•     Invano l'Occidente cerca per sé una forma di agonia degna del proprio passato. 

•     Il cristianesimo si è servito del rigore giuridico dei Romani e delle acrobazie filosofiche dei

Greci, non per affrancare lo spirito ma per incatenarlo. 

•     Il politeismo corrisponde meglio alla diversità delle nostre tendenze e dei nostri impulsi, cui

offre la possibilità di esercitarsi, di manifestarsi: libero ognuno di propendere, secondo la

propria natura, verso il dio che gli si confà in quel preciso momento. 

•     L'ora del crimine non suona nello stesso momento per tutti i popoli. Così si spiega il

permanere della storia. 

•     La libertà è il bene supremo solo per quelli che sono animati dalla volontà di essere eretici. 

•     La noia è un'angoscia larvale, un umor nero, un odio sognante. 

•     La psicoanalisi, tecnica che pratichiamo a nostre spese, degrada i nostri rischi, i nostri pericoli,

i nostri abissi; essa ci spoglia di tutte le nostre impurità, di tutto ciò che ci faceva curiosi di noi

stessi. 

•     La carne è incompatibile con la carità: l'orgasmo trasformerebbe un santo in lupo. 

•     La tristezza: un appetito che nessun dolore sazia.  •     Lo spermatozoo è il bandito allo stato puro. 

•     Migliaia di volte mi sono ritirato in quel ripostiglio che è il cielo; migliaia di volte ho ceduto al

desiderio di soffocarmi in dio. 

•     Nella mia infanzia, ci divertivamo, i miei compagni ed io, ad osservare il becchino al lavoro. A

volte ci passava un cranio con cui giocavamo a pallone. Era per noi una gioia che nessun

pensiero funereo veniva a offuscare. Per molti anni ho vissuto in mezzo a preti che al loro

attivo avevano migliaia e migliaia di estreme unzioni, eppure non ne ho conosciuto nessuno

che fosse incuriosito dalla Morte. Più tardi avrei capito che l'unico cadavere da cui possiamo

trarre qualche profitto è quello che in noi si prepara. 

•     Nella ricerca del tormento, nell'accanimento alla sofferenza, solo il geloso può competere con

il martire. Eppure, si canonizza l'uno e si ridicolizza l'altro. 

•     Nelle prove cruciali la sigaretta è un aiuto più efficace dei Vangeli.

•     Niente inaridisce una mente quanto la ripugnanza a concepire idee oscure. 

•     Obiezione contro la scienza: questo mondo non merita di essere conosciuto. 

•     Ogni occidentale tormentato fa pensare ad un eroe dostoevskiano con un conto in banca. 

•     Onan, Sade, Masoch – che fortunati! I loro nomi, al pari delle loro imprese, non tramonteranno

mai. 

•     Per non aver saputo celebrare l'aborto o legalizzare il cannibalismo, le società moderne

dovranno risolvere le loro difficoltà con procedimenti ben più sbrigativi. 

•     Perché frequentare Platone, quando un sassofono può farci intravedere altrettanto bene un altro

mondo?

•     Più uno spirito corre dei pericoli, più sente il bisogno di apparire superficiale, di darsi un'aria

frivola e di moltiplicare i malintesi sul proprio conto. 

•     Prendo una risoluzione in piedi; mi sdraio – e l'anullo. 

•     Quando la feccia sposa un mito, preparatevi a un massacro o, peggio ancora, a una nuova

religione. 

•     Quant'è colpevole il cristianesimo di aver corrotto lo scetticismo! Un greco non avrebbe mai

associato il lamento al dubbio. Arretrerebbe pieno di orrore davanti a Pascal e, ancor più,

davanti a quell'inflazione dell'anima che, a partire dalla Croce, deprezza lo spirito. 

•     Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro, non c'è alcun dubbio che si sarebbe fatto

colare a picco. 

•     Se una sola volta fosti triste senza motivo, lo sei stato tutta la vita senza saperlo. 

•     Senza l'idea del suicidio, mi sarei ucciso subito. 

•     Signore, abbi pietà del mio sangue, della mia anemia in fiamme!

•     Solo le nature erotiche sacrificano alla noia, deluse in anticipo dall'amore. 

•     Soltanto le passioni simulate, i deliri finti hanno qualcosa a che fare con lo spirito, e con il

rispetto di noi stessi; i sentimenti sinceri presuppongono una mancanza di riguardo verso di sé. 

•     Sperare significa smentire l'avvenire. 

•     Tante volte mi ha fatto morire la mia avidità di agonie che mi sembra indecente abusare ancora

di un cadavere dal quale non posso ricavare più niente. 

•     Via via che liquidiamo le nostre ignominie gettiamo anche le nostre maschere. Viene il giorno

in cui il gioco finisce; niente più ignominie, niente più maschere. E niente più pubblico.

Abbiamo presunto troppo dai nostri segreti, dalla vitalità delle nostre miserie.  

•     Vivo attraverso i giorni come una puttana in un mondo senza marciapiedi. 

Squartamento

•     All'Inferno, il cerchio meno affollato ma più duro di tutti, deve essere quello in cui non si può

dimenticare il Tempo un solo istante. 

•     Allo zoo. – Tutte queste bestie hanno un contegno decente, all'infuori delle scimmie. Si sente

che l'uomo non è lontano. 

•     Chi non ha sofferto non è un essere: tutt'al più un individuo.  •     Ci si addormenta sempre con una contentezza che non si può descrivere, si scivola nel sonno e

si è felici di sprofondarvisi. Se ci si risveglia malvolentieri, è perché non si abbandona senza

pena l'incoscienza, vero e unico paradiso. Quanto dire che l'uomo non è appagato se non

quando cessa di essere uomo. 

•     Dopo una malattia grave, in certi Paesi asiatici, nel Laos ad esempio, succede che si cambia

nome. Che visione all'origine di un tale costume! In realtà, si dovrebbe cambiare nome dopo

ogni esperienza importante. 

•     È necessariamente volgare tutto ciò che non ha un qualcosa di funebre.

•     Guai al libro che si può leggere senza interrogarsi per tutto il tempo sull'autore!

•     In un settimanale inglese, un attacco contro Marco Aurelio, che l'autore accusa d'ipocrisia, di

filisteismo e di affettazione. Furente, mi apprestavo a rispondere quando, pensando

all'imperatore, mi sono in fretta ripreso. Era giusto che non mi indignassi in nome di chi mi ha

insegnato a non indignarmi mai. 

•     La base della società, di ogni società, è un certo orgoglio d'obbedire. Quando questo orgoglio

non esiste più, la società crolla. 

•     La conversazione è feconda soltanto tra spiriti dediti a consolidare le loro perplessità. 

•     La morte è ciò che fino a ora la vita ha inventato di più solido. 

•     La speranza è la forma normale del delirio. 

•     La timidezza, fonte inesauribile di disgrazie nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica, di

ogni ricchezza interiore. 

•     La vecchiaia, in definitiva, non è che la punizione di essere vissuti.

•     La vera eleganza morale consiste nell'arte di travestire le proprie vittorie da sconfitte. 

•     Morire a sessanta o a ottant'anni è più duro che a dieci o a trenta. L'assuefazione alla vita, ecco

la difficoltà. Perché la vita è un vizio. Il più grande che ci sia. Il che spiega perché si faccia

tanta fatica a sbarazzarsene. 

•     Niente rende modesti, neppure la vista di un cadavere. 

•     Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa. 

•     Passo il tempo a consigliare il suicidio con gli scritti e a sconsigliarlo con la parola. Il fatto è

che nel primo caso si tratta di un esito filosofico; nel secondo, di un essere, di una voce, di un

lamento... 

•     Piante e bestie recano i segni della salvezza come l'uomo quelli della perdizione. Questo è vero

per ciascuno di noi, per l'intera specie, accecata e vinta dall'esplosione dell'Incurabile. 

•     Proverbio cinese: "Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un'ombra, diecimila cani ne

fanno una realtà". Da mettere in epigrafe a ogni commento sulle ideologie. 

•     Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un'ombra, diecimila cani ne fanno una realtà.

•     [Un neonato] Questo cranio nudo, questa calvizie originaria, questa scimmia infima che ha

soggiornato per mesi in una latrina e che fra poco dimenticando le sue origini, sputerà sulle

galassie... 

•     Se la morte non fosse una forma di soluzione, i viventi avrebbero trovato un modo qualsiasi di

aggirarla. 

•     Si è e si resta schiavi finché non si è guariti dalla mania di sperare.

•     Si vive nel falso fino a che non si è sofferto. Ma quando si comincia a soffrire, si entra nel vero

soltanto per rimpiangere il falso. 

•     Un poeta spagnolo mi invia un biglietto augurale che raffigura un ratto, simbolo, scrive, di

tutto quello che possiamo "sperare" dall'anno. Da tutti gli anni, avrebbe potuto aggiungere. 

•     Un uomo che si rispetti non ha patria. 

•     Tutto quello che ho di buono viene dalla mia pigrizia; senza di essa chi mi avrebbe impedito di

attuare i miei cattivi progetti? (11 gennaio 1960)•     Un monologo il cui contenuto si riduce a una sfilata di oggetti – questo è il romanzo

contemporaneo. (13 aprile 1963)

•     Devo fabbricarmi un sorriso, munirmene, mettermi sotto la sua protezione, frapporre qualcosa

tra il mondo e me, camuffare le mie ferite, imparare, insomma, a usare la maschera. 

•     Divoro un libro dopo l'altro, solo per eludere i problemi, per non pensarci più. In pieno

smarrimento, la certezza assoluta della mia solitudine. 

•     Un dio comincia a diventare falso nel momento in cui nessuno si degna di farsi ammazzare per

lui. 

•     La differenza fra il teorico della religione e il credente è grande come quella fra lo psichiatra e

il pazzo. 

•     Qualcuno ha detto giustamente che «esistere significa distinguersi». – Si cessa di esistere in

ogni regime, religioso o politico, che sopprima l'eresia, la volontà di andare contro il dogma o

il corso delle cose. 

•     Mi intendo pienamente soltanto con quelli che, senza essere credenti, hanno attraversato una

crisi religiosa da cui sono rimasti segnati per sempre. La religione – come contrasto interiore –

è la sola via per bucare, perforare lo strato delle apparenze che ci separa dall'essenziale. 

•     Alcuni cercano la Gloria, altri la verità. Io mi permetto di schierarmi fra questi ultimi. Un

compito irrealizzabile ha più fascino di una meta accessibile. 

•     Trascinarsi pian piano come una lumaca e lasciare la scia, con modestia, applicazione e, in

fondo con indifferenza… nella voluttà tranquilla e nell'anonimato. 

•     Ho conosciuto fino alla nausea il dramma religioso del miscredente. La nullità del qui e

l'inesistenza dell'altrove… schiacciato da due certezze. 

•     Per dimenticare i dispiaceri e sottrarsi a ossessioni funeree non c'è niente di meglio del lavoro

manuale. […] Bisogna stancare il corpo, affinché la mente non sappia più da dove prendere

energia per funzionare, vaneggiare o approfondire. 

•     Non è parlando degli altri, ma guardando in se stessi che si può incontrare la Verità. Ogni

cammino che non conduca alla solitudine o non inizi da essa è deviazione, errore, perdita di

tempo. 

•     Tutte le volte che non penso alla morte ho l'impressione di barare, di ingannare qualcuno in

me. 

•     Tutto il «mistero» della vita sta nell'attaccamento alla vita, in un'obnubilazione quasi

miracolosa che ci impedisce di distinguere la nostra precarietà e le nostre illusioni. 

•     C'è in me una nostalgia di qualcosa che non esiste nella vita e nemmeno nella morte, un

desiderio che su questa terra niente appaga, fuorché, in certi momenti, la musica, quando evoca

le lacerazioni di un altro mondo. 

•     Tutta la nostra felicità deriva dagli affetti, e tutta la nostra infelicità pure. La Salvezza e la

Perdizione vengono dagli esseri umani. Il distacco è auspicabile, e impossibile.

•     La vita mi è sempre parsa enigmatica e insignificante, profonda e irreale; un nulla che invita

allo stupore. 

•     Lo scettico è la disperazione del diavolo. Il fatto è che lo scettico, non essendo alleato con

nessuno, non potrà giovare né al bene né soprattutto al male. Non coopera con niente,

nemmeno con se stesso. 

•     Più leggo – e leggo troppo, ahimè! – più trovo che «non ci siamo», che il «vero» sfugge a tutti

questi libri che la mia pigrizia divora. Il «vero» bisogna trovarlo in se stessi, non altrove. Ma in

me non incontro che dubbio e riflessione sul dubbio. 

•     In ogni individuo si crea e si distrugge un mondo. Sarebbe più esatto dire: il mondo. 

•     Finché si è scontenti di sé non tutto è perduto.

•     La rassegnazione è il fenomeno più raro nell'uomo, per natura incline ad aspettarsi il peggio

piuttosto che ad accettare il male così com'è, il male naturale e mediocre, il male di sempre. 

•     Arriva il momento in cui, dopo aver perduto le illusioni sugli altri, si perdono quelle su se

stessi. 

•     La confessione più vera è quella che facciamo indirettamente, parlando degli altri. •     Rinnovarsi significa cambiare opinione, significa rinnegarsi. Per fortuna ogni volta che si

rinnega si prova un segreto piacere, quanto mai ambiguo, di cui sarebbe assurdo privarsi. 

•     I grandi lettori sono gente voluttuosa, pigra, abulica, gente che semplicemente fugge la

responsabilità. 

•     Esistono solo le cose che abbiamo scoperto da soli; sono anche le uniche che conosciamo. Le

altre sono tutte chiacchiere. 

•     Un libro è fecondo e durevole solo se è suscettibile di più interpretazioni diverse. Le opere che

si possono definire sono essenzialmente effimere. Un'opera vive grazie ai malintesi che

provoca. 

•     Lo verifico ogni giorno: si può aver pietà degli uomini, ma amarli è impossibile. È qui, su

questo punto cruciale, che il cristianesimo sbaglia.  

•     Per nostra grande fortuna gli altri ignorano il bene e il male che pensiamo di noi. 

•     Apprezzo un libro soltanto per il turbamento, per il veleno che inocula in me. 

•     Tutto il segreto della vita sta nel votarsi alle illusioni senza sapere che sono tali. Non appena le

si conosce per quello che sono, l'incanto è rotto. 

•     Una religione è viva soltanto prima che vengano elaborati i dogmi. Si crede davvero soltanto

finché si ignora a che cosa esattamente si deve credere. 

•     Il pessimismo è un segno di squilibrio mentale, come d'altronde l'ottimismo.

•     In un articolo pubblicato da un settimanale britannico un professore dice che porsi domande di

metafisica non ha maggior senso che domandarsi: «What is the colour of Wednesday?»

•     Il vero lettore è quello che non scrive. Soltanto lui è capace di leggere ingenuamente – unico

modo di sentire un libro. 

•     Tutti sono condannati, eppure tutti vanno avanti. In questo paradosso sta tutta la bellezza, tutta

la giustificazione del mondo. 

•     Chiunque sia in possesso o sotto l'influenza di una dottrina è condannato a vivere nel falso e a

operare il falso. Essere nel vero e operare il vero è pressoché impossibile. Il fatto è che l'uomo

è stato irrevocabilmente corrotto dall'idea, ossia da simulacri. 

•     Conta solo il libro che si pianta come un coltello nel cuore del lettore. 

•     La felicità non è un rimedio alla malinconia, anzi l'aggrava, perché questa si nutre con la stessa

avidità dei nostri piaceri e dei nostri dolori. Tutto le sta bene, a nostre spese.

•     Ci si accalca solo intorno ai venditori di illusioni, in filosofia come in ogni altra cosa. Intorno a

chi non si abbassa a proporre si fa sempre il vuoto. 

•     La letteratura, la filosofia, la religione, tutto dà troppa importanza all'uomo.

•     Senza dubbio l'istituzione più oppressiva di tutti i tempi fu l'Inquisizione. Non potrò mai

convertirmi al cattolicesimo, una religione che ha potuto dar vita a qualcosa di così mostruoso. 

•     Che cos'è religioso? È qualcosa che si approfondisce in noi a scapito del mondo, è il progredire

verso un silenzio melodioso. 

•     Mi piacerebbe dimenticare tutto e risvegliarmi un bel giorno davanti a una luce vergine, come

all'indomani della Creazione. 

•     Chi ha il gusto del dubbio ha il gusto della tortura. Nello scetticismo c'è innegabilmente una

componente masochistica. 

•     Quegli amici troppo solleciti che ci fanno favori che non abbiamo chiesto. La peggior forma di

indiscrezione. Non ci si dovrebbe occupare di noi senza il nostro consenso. 

•     Ogni verità è un fardello. Una verità nuova, un fardello in più.

•     A dire il vero, non è la morte, è la malattia quello che temo, l'immensa umiliazione legata al

fatto di languire nei paraggi della morte. 

•     Io sono soltanto il luogo in cui vari mali lottano fra loro per la supremazia. 

•     È l'arte, non la filosofia, a sentire i pericoli che incombono sula nostra specie.

•     Con le cose posso facilmente riprendere contatto ogni giorno, ma non con gli esseri umani. Mi

fanno paura, non so dove incontrarmi con loro, a che livello alzarmi o abbassarmi per trovarmi

sul loro stesso piano.  •     Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che cercano il senso della vita senza trovarlo e

quelli che l'hanno trovato senza cercarlo. 

•     Ognuno di noi, per tutta la vita, non smette di stupirsi di essere proprio quello che è. Il dramma

dell'unicità è inesauribile e insolubile. 

•     Ciò che rende interessante un libro è la quantità di sofferenza che contiene. Non sono le idee,

sono i tormenti dell'autore a catturarci; sono le sue grida, i suoi silenzi, il suo smarrimento, le

sue contorsioni, le sue frasi cariche di insolubile. Di regola, è falso tutto ciò che non nasce

dalla sofferenza. 

•     Negli accessi di orgoglio, ricordarsi il modo in cui si è stati concepiti; non c'è niente che inviti

di più alla modestia, nemmeno la morte. Se si vuole mantenere un briciolo di rispetto per se

stessi non bisogna pensare troppo spesso al procedimento innominabile cui si deve il fatto di

essere. 

•     Spesso mi capita di pensare, durante una cena, in mezzo alla folla, a un concerto, in un

giardino: «Tutta questa gente è condannata a morire, non ha scampo». E questa ovvietà, a

seconda dell'umore del momento, mi dà sollievo o mi prostra. 

•     Che alcuni vengano a cercare da me consolazione e appoggio è una delle cose che più mi

sgomentano. Incapace di risolvere i miei problemi, mi vedo costretto a trovare una soluzione a

quelli degli altri. 

•     Mi ci vuole ogni giorno la mia razione di dubbio. Me ne nutro, letteralmente. Non c'è mai stato

uno scetticismo più organico. […] Datemi dubbi e ancora dubbi. Più che il mio cibo, sono la

mia droga. Non posso farne a meno. Ne sono intossicato a vita. Perciò, quando ne trovo uno,

uno qualsiasi, mi ci avvento sopra, lo divoro, lo incorporo nella mia sostanza. Perché la mia

capacità di assimilare dubbi è sconfinata; li digerisco tutti, sono ciò che mi tiene in vita e la mia

ragione d'essere. Non rie-sco a immaginarmi senza di loro. Datemi dubbi, ancora e sempre

dubbi. 

•     Quando si è soli, anche se non si fa niente, non si ha l'impressione di perdere tempo. In

compagnia, invece, lo si sciupa quasi sempre. 

•     Dall'esterno, ogni clan, ogni setta, ogni partito sembrano omogenei; dall'interno, la diversità è

enor-me. In un convento i conflitti sono reali e frequenti quanto in qualsiasi altra società.

Perfino nella solitudine, gli uomini non si riuniscono che per sfuggire alla pace. 

•     Vi è una certa bassezza d'animo a pretendere che, quando siamo infelici, gli altri si interessino

alle nostre disgrazie. 

•     Suonano alla porta […] Queste visite inopinate mi fanno star male, equivalgono a una

violazione di domicilio, a una profanazione della solitudine. 

•     Il neofita è un guastafeste. Non appena uno si converte a qualcosa bisogna smettere di

frequentarlo. La convinzione come fattore di rottura. 

•     Il megalomane è uno che dice ad alta voce ciò che ognuno pensa di sé nel suo intimo.

•     Per quanto smaliziati si possa essere, si conserva qualche lato ingenuo, non si coincide con ciò

che si sa. 

•     Tutto è un'impresa quaggiù, perfino il piacere.

•     Sono un grande appassionato di biografie, come tutti quelli che non hanno una «vita».

•     Si desidera la morte soltanto quando si sta abbastanza bene; al minimo accenno di malattia la si

teme. 

•     Abbiamo un bisogno profondo che ci sia qualcuno molto al di sopra di noi, che abbia pietà di

noi. È questa l'origine della religione, non bisogna cercarla altrove. 

•     Ogni essere emerge da non si sa dove, lancia il suo piccolo grido e scompare senza lasciare

traccia. 

•     La religione è un'arte di consolare. Quando il prete dice, a voi afflitti, che Dio si interessa al

vostro sconforto, offre una consolazione che, in fatto di efficacia, non potrà mai trovare

equivalenti in dottrine secolari.  •     Tranne poche eccezioni, le persone che hanno molto sofferto finiscono col diventare arroganti,

non umili. Vi gettano in faccia le loro disgrazie, e non hanno tregua finché non soffrite quanto

loro. 

•     Ci vuole uno sforzo quasi sovrumano per poter accusare soltanto noi stessi: ma se lo facciamo,

ab-biamo la netta sensazione di avvicinarci alla verità. Ahimè! non per questo diventiamo più

modesti, semmai più orgogliosi. 

•     Si è sé stessi solo quando gli uomini ci voltano le spalle.

•     Penso sempre di più alle sofferenze che non hanno alcun senso, che non servono a niente, e mi

ri-bello all'illusione cristiana che conferisce a tutte loro un grande, immenso significato. 

•     La lettura – il più grande piacere passivo. 

•     Sveglio per ore e ore. Nel silenzio della notte è come se gli uomini non esistessero. Ci si crede

– e in effetti si è – soli sulla terra. 

•     L'altro: uno che mi impedisce di essere io. Quando si è soli, si è illimitati, si è come Dio.

Appena c'è qualcuno, si cozza contro un limite, e presto non si è più niente, si è solo qualcosa.

•     Tutto va in malora negli esseri umani, tranne lo sguardo e la voce: senza di loro non si potrebbe

riconoscere nessuno in capo a trent'anni. 

•     Ci facciamo un'idea di noi stessi. Forti di quest'idea, andiamo da qualcuno che, ce ne

accorgiamo subito, non la condivide affatto. L'umiliazione è sempre duplice: quella nei

confronti degli altri e quella nei confronti di se stessi. È quest'ultima che spiega perché colpisce

in profondità un essere. 

•     Il segreto della vita sta tutto nel rifiuto della morte, e in nient'altro. Organicamente non

possiamo ras-segnarci a morire; è un fatto inconcepibile, che non possiamo ammettere, che non

«realizziamo», che respingiamo con ogni cellula del nostro corpo. ancora una volta, in questo

rifiuto si esaurisce il segreto della vita. 

•     Qual è l'apporto di una sconfitta? Una visione più precisa di noi stessi. 

•     Fino ai trent'anni, avevo in testa una sola idea: lo sterminio dei vecchi; ora che ho passato i

cinquanta, quello dei giovani. 

•     I figli si ribellano ai genitori; e i genitori se lo meritano. Tutto si ribella a tutto, ognuno genera

il proprio nemico. Questa è la legge. 

•     Niente è più denso di pericoli di una lunga felicità. Nessun individuo, nessuna società vi

resiste. 

•     La felicità di sapere che non si ha niente da proclamare.

•     Ogni convinzione deriva da un insufficiente esame delle cose, non è che un punto di vista fisso. 

•     Bisognerebbe rinunciare a cercare l'essenza delle cose. È una brutta piega presa dalla nostra

mente questo voler fissare in ogni occasione l'evanescente e scovarne la ragione durevole. Non

c'è niente dietro a niente. Ma può esserci qualcosa in noi. È a questo che è necessario

aggrapparsi. 

•     Ogni volta che mi immergo in un trattato di teologia, ne esco in fretta, tanto mi è insopportabile

l'importanza smisurata che viene data a Dio e all'uomo. 

•     Spiegare qualsiasi cosa con Dio è cedere a una soluzione di comodo. Dio non spiega niente,

questa è la sua forza. D'altronde si ricorre a lui solo quando non si osa affrontare una realtà e ci

si rifugia in una scappatoia. Lui è questa scappatoia. 

•     I libri di storia invitano al cinismo quanto quelli di biologia e anche di più. 

•     Gli uomini seguono soltanto chi regala loro illusioni. Non ci sono mai stati assembramenti

intorno a un disilluso. 

•     La lettura è nemica del pensiero. È meglio annoiarsi che leggere; perché la noia è pensiero in

germe (o vizio o qualsiasi cosa) – men-tre le idee degli altri sono soltanto ostacoli; nel migliore

dei casi, rimorsi. 

•     Si può credere in Dio se ci si mantiene a un livello molto alto e molto astratto. Ma appena ci si

riporta agli accidenti quotidiani che dopo tutto compongono la vita, non vi si trova niente che

conduca a Dio, e neppure a un dio. – La fede è una immaginazione che rifiuta il concreto, che

non si preoccupa di ciò che la respinge. Non si può credere senza immaginazione.  •     L'ignoranza è una condizione perfetta. Ed è comprensibile che chi ne gode non voglia uscirne.

•     Forse non avrei capito niente della vita se non avessi sposato scioccamente, febbrilmente

alcune cause che ora, quando ci penso, mi fanno arrossire. Ma devo anche a queste vergogne, a

questi «rimorsi», quel po' di saggezza che ho acquisito. 

•     Ogni lettore è un parassita che non sa di esserlo.

•     Niente mi sembra più assurdo che andare da qualche parte a cercare la saggezza. Se non la

trovo nella mia stanzetta sotto il tetto, non la troverò certo sulle cime dell'Himalaya. 

•     Di certo la vita non ha alcun senso. Ma questo non ha la minima importanza quando si è

giovani. Ben diverso è quando si ha una certa età. Allora si comincia a preoccuparsene.

L'inquietudine diventa problema, e i vecchi, che non hanno più niente da fare, cercano di

risolverlo, senza averne il tempo o le capacità. Il che spiega perché non si ammazzino in massa,

come dovrebbero fare se fossero appena un po' meno assorbiti da questo pensiero. 

•     Il mio compito è quello di strappare la gente al suo sonno di sempre, pur sapendo che

commetto un crimine, e che sarebbe mille volte meglio lasciarla dormire, visto che, se pure si

svegliasse, non avrei niente da proporle. 

•     La vita è stupenda nel senso in cui è stupendo l'atto sessuale: durante, non dopo. Appena ci si

mette al di fuori della vita e la si guarda dall'esterno tutto crolla, tutto sembra inganno, come

dopo l'amplesso. Ogni piacere è stupendo e irreale, ed è così per ogni atto di vita. 

•     La metafisica e, a maggior ragione, la teologia sono di un antropomorfismo scandaloso.

Entrambe si riducono a una suprema civetteria dell'uomo, in estasi di fronte al proprio genio.

Appena si dà uno sguardo ai suoi vaneggiamenti non ce n'è uno che sfugga al ridicolo. 

•     Non credo che esista piacere più completo che calpestare ciò che si è idoleggiato.

•     L'orrore che provo a rivedere i miei vecchi amici viene dal fatto che mi ricordano in modo

brutale che anch'io sono invecchiato: lo so in astratto; ma essi vengono a confermare e a

illustrare questa cer-tezza che, senza il loro fin troppo concreto esempio, conserverebbe un che

di vago e di innocuo. 

•     Ogni carne è una possibilità di piaga. «Carne» è una parola cristiana, visto che ne hanno fatto

la sede del peccato. 

•     Il cristianesimo mi fa orrore, e tuttavia lo capisco proprio in ciò che ha di orribile.

•     Fare è difficile, disfare è facile. Senza questa facilità il male non esisterebbe. E neanche la

morte. 

•     Il credente e il miscredente soffrono di una stessa forma di orgoglio: cambia solo il contenuto.

Entrambi si credono detentori della verità; altrimenti non potrebbero vivere. Ma verità è una

parola che non si dovrebbe usare. Ricorrervi è presunzione, anzi spudoratezza. 

•     Non vorrei buscarmi la fede solo perché sono più infelice di quanto non sia mai stato. Bisogna

essere forti, andare avanti senza appoggi, senza stampelle, senza l'assistenza di nessuno. Non

voglio ricorrere a Dio solo perché sono alle strette. 

•     L'origine di tutte le nostre schiavitù sta negli affetti. Più si vuole essere liberi, meno ci si lega

agli es-seri e alle cose. Ma una volta legati, svincolarsi è una tragedia. 

•     È una idiozia totale pretendere di rinunciare all'io, all'amor proprio, alla vanità e all'orgoglio; è

impossibile superarli, e quando si crede di averli vinti, si cade in una serie di menzogne senza

fine. L'io è incurabile. Non parliamone più. Non si guarisce dall'io. 

•     Che cos'è un martire? È un orgoglioso senza pari e un mostro di egoismo… intellettuale,

perché non vuole e non può concepire le ragioni degli altri. E poiché non ci si inchina alla sua

volontà, preferisce morire piuttosto che cedere.

•     Chi ha detto che «Dio non parla che di Sé stesso»? Siamo proprio fatti a sua somiglianza!

•     Il reale è ciò a cui si crede; un'opinione degenerata in certezza.

•     La malinconia è il languido desiderio di insolubile.

•     La mia missione è di non averne nessuna.

•     Se l'umanità ama tanto i salvatori, allucinati che pretendono di avere una missione, che credono

fanaticamente in sé stessi, è perché pensa che loro credano in lei. 

•     La noia è l'incontro con sé stessi – attraverso la percezione della propria nullità. •     La verità, bisogna pur dirlo, è intollerabile, l'uomo non è fatto per sostenerla; così la evita come

la peste. – Che cos'è la verità? Ciò che non aiuta a vivere. È esattamente il contrario di un

aiuto. Quindi non serve a niente, se non a metterci in un equilibrio instabile, propizio a tutte le

forme di vertigine. 

•     La storia dell'uomo e di Dio è la storia di una delusione reciproca. 

•     Ogni legame è sofferenza e causa di sofferenza. Finché non ci si emancipa dagli esseri, si vive

nella pura vulnerabilità.

•     La prova che qualcuno è stato importante per voi è che vi sentite diminuiti quando muore. Si

subisce una perdita di realtà – di colpo si esiste di meno. 

•     Per tutta la vita ho pensato alla morte, e ora che mi ci avvicino constato che non mi è servito a

niente averci pensato tanto, e che sarebbe stato assai più proficuo non curarsene affatto. Il

pensiero della morte non aiuta a morire. 

•     L'unica cosa profonda, straordinaria che l'uomo abbia scoperto è il silenzio, ed è anche l'unica

cosa a cui non riesce ad attenersi. 

•     Tutto ciò che riguarda la sessualità è illimitato, e deludente. È un falso infinito. Ma comunque

un infinito. 

•     Il desiderio somiglia a una malattia dalla quale non si vorrebbe guarire. 

•     Il mezzo migliore per neutralizzare un nemico, per sbarazzarsene, è dirne bene. Glielo

riferiranno, e lui non avrà più la forza di farvi del male: d'ora innanzi sarà incapace di nuocervi;

avete spezzato la sua molla, e lui non funziona più.

•     […] amo solo gli ingegni che sono vissuti nell'ombra, che non hanno avuto influenza sul loro

tempo, che non sono stati né saranno mai importanti, i dimenticati che avranno sempre lettori

discreti e appassionati – ma di una passione trattenuta –, che susciteranno sempre fervore, ma

un fervore solitario, un vero fervore. 

•     Dio, il grande Estraneo. 

•     Ho sempre letto solo per cercare nelle esperienze altrui la spiegazione delle mie. Si deve

leggere non per capire gli altri, ma per capire sé stessi. 

•     Ciò che chiamiamo «pessimismo» non è altro che l'«arte di vivere», l'arte di assaporare l'amaro

in tutto ciò che è.

•     I cinici sono stati i santi del paganesimo. 

•     […] ogni giorno vado verso il Dubbio come altri vanno in ufficio. 

•     I silenzi inattesi che calano nel bel mezzo di una conversazione vi riportano subito

all'essenziale, vi rivelano tutto ciò che l'uomo ha perduto inventando la parola. 

•     Dio appare reale solo oltre un certo stadio di solitudine. Come stabilire questo stadio? Quando

mi ci avvicino, lo so, lo avverto, ma non posso istituire un criterio. È come la voglia di

piangere. Perché viene? Non si sa. Allo stesso modo viene Dio. 

•     Per credere, bisogna essere tutti d'un pezzo, bisogna anche amare la stabilità, giacché Dio in

primo luogo è questo. E poi bisogna poter scrivere verità con la maiuscola, che è quello a cui

non mi rassegnerò mai. 

•     Ogni fede è falsa – vista dall'esterno. Ma credere è importante quanto respirare. (Non parlo qui

di fede religiosa, ma della capacità di adesione a qualcosa). 

•     Bisogna aver cura del proprio disprezzo e non distribuirlo alla leggera. 

•     L'idea di Dio è durata un bel pezzo! E non si vede con che sostituirla. Perché allora l'uomo non

do-vrebbe fare di tutto per conservarla, per aggrapparvisi? In ogni caso non troverà niente di

meglio. Perciò è sempre una cattiva azione scalzare una credenza, per quanto sciocca, per

quanto astrusa sia. È con le credenze che ci si consola, non con i ragionamenti. 

•     Qualcuno ha detto molto giustamente: «Io sono quello che non ho fatto». Con questo si deve

intendere che gli atti che non abbiamo compiuto, per il fatto stesso che vi pen-siamo di

continuo, sono il solo contenuto del nostro essere. In altri termini, io sono i miei rimpianti.  Un apolide metafisico: conversazioni

•     Ci sarà sempre un conflitto tra quello che so e quello che sento. (Intervista con François

Bondy)

•     Un libro che lascia il lettore uguale a com'era prima di leggerlo è un libro fallito. (Intervista

con Fernando Savater)

•     Vi è qualcosa di indecente nell'esibirsi, ma nel momento in cui scrivi non ti esibisci. Sei solo

con te stesso. E non pensi che quello che stai scrivendo un giorno sarà pubblicato. […]

Secondo me l'atto di scrivere è proprio questo, dico sul serio: un atto di immensa solitudine. Lo

scrittore non ha senso se non in queste condizioni. Quello che fai dopo è prostituzione. Ma non

appena accetti di esistere, devi accettare la prostituzione. (Intervista con Jean- François Duval)

•     Si oscilla fra l'estasi e l'orrore della vita… (Intervista con Jean- François Duval)

•     Che cos'è l'ideologia, in fondo? La congiunzione dell'idea con la passione. Da qui deriva

l'intolleranza. Ma non appena vi si aggiunge un po' d'isteria è la fine. (Intervista con Léo Gillet)

•     Si tira un aforisma come si tira uno schiaffo. (Intervista con Léo Gillet)

•     … questa contraddizione fra il proprio sapere e le proprie azioni dona alla vita una dimensione

misteriosa e in un certo senso la riscatta. […] questo è il mistero: che si possa fare qualcosa che

è in contraddizione con tutto ciò che si sa. Una sorta di avventura, e quindi di follia. (Intervista

con Léo Gillet)

•     Ha un senso la vita? Quando si assiste al funerale di qualcuno non si può dire che morire sia

stato il senso di quella vita. E non esiste obiettivo in sé. Il grande motore è l'illusione

dell'obiettivo. Solo che chi ne ha uno non sa che è una pura illusione. E la conoscenza consiste

nel sapere che lo è, tutto il resto è vita (non necessariamente con la V maiuscola)… (Intervista

con Esther Seligson)

•     Io sono un dubitatore incurabile. (Intervista con Sylvie Jaudeau)

•     Sul piano spirituale, chi è in buona salute è condannato. La profondità è monopolio di coloro

che hanno sofferto. (Intervista con Sylvie Jaudeau)

•     […] ogni conoscenza spinta sino in fondo è pericolosa e malsana, dato che – parlo della vita

stessa e non delle conoscenze cosiddette filosofiche – la vita è sopportabile esclusivamente

perché non si va sino in fondo. Una impresa è possibile soltanto quando si abbia un minimo di

illusioni, altrimenti non è possibile […] La lucidità totale equivale al nulla. (Intervista con

Michael Jacob)

•     In ogni nostro atto c'è un retroscena, e proprio questo è psicologicamente interessante, noi non

conosciamo che la superficie, il lato superficiale. Si accede a ciò che è detto, ma l'importante è

ciò che non è detto, ciò che è implicito, il segreto di un atteggiamento o di una frase. Per questo

tutti i nostri giudizi sugli altri, ma anche quelli su noi stessi, sono parzialmente sbagliati. Il lato

meschino è camuffato, ma il lato meschino è profondo, e direi quasi che è quanto di più

profondo ci sia negli esseri umani, e di più inaccessibile per noi. (Intervista con Michael

Jacob)

•     Quando vedo amici, ma anche sconosciuti che stanno passando momenti di angoscia, il mio

consiglio è uno solo: «Andate venti minuti in un cimitero, e vedrete che le vostre pene certo

non svaniranno del tutto, ma in larga parte sì». […] È molto meglio che andare dal medico; non

ci sono medici per questo tipo di dolori, ma una passaggiata al cimitero è una lezione di

saggezza, quasi automatica. […] Che cosa vuol dire a uno che è in preda alla disperazione

profonda? Niente o quasi niente. In cimitero, invece, si capiscono le cose. […] Il solo modo di

sopportare davvero questo genere di vuoto è avere coscienza del nulla, altrimenti la vita non è

tollerabile. Ma se hai la coscienza del nulla, tutto quello che ti capita conserva le sue

proporzioni normali e non assume le proporzioni folli che caratterizzano l'esagerazione del

dolore. (Intervista con Michael Jacob)Storia e utopia

•     Si diventa tolleranti soltanto nella misura in cui si perde di vigore, si cade amabilmente

nell'infanzia, e si è troppo stanchi per tormentare gli altri con l'amore o con l'odio. (Su due tipi

di società. Lettera a un amico lontano)

•     Come vedi, ho «larghe» vedute su ogni cosa. Esse lo sono tanto che ignoro a che punto io sia

rispetto a qualunque problema. (Su due tipi di società. Lettera a un amico lontano)

•     Tutto si può soffocare nell'uomo, salvo il bisogno di assoluto, che sopravviverebbe alla

distruzione dei templi e perfino alla scomparsa della religione sulla terra. (La Russia e il virus

della libertà)

•     L'ambizione è una droga che fa di colui che vi si dedica un demente in potenza. Chi non ha

osservato in sé o negli altri queste stigmate, quest'aria di animale smarrito, questi tratti inquieti

e come accesi da un'estasi sordida, rimarrà estraneo ai malefici e ai benefici del Potere, inferno

tonificante, sintesi di veleno e di panacea. (Alla scuola dei tiranni)

•     Siamo nati per esistere, non per conoscere: per essere, non per affermaci. Il sapere, avendo

irritato e stimolato il nostro appetito di potenza, ci condurrà inesorabilmente alla rovina. La

Genesi ha colto la nostra condizione meglio di quanto non l'abbiano fatto i nostri sogni e i

nostri sistemi. (Alla scuola dei tiranni)

•     La conoscenza rovina l'amore: nella misura in cui penetriamo nei nostri propri segreti,

detestiamo i nostri simili, appunto perché ci somigliano. Quando non si hanno più illusioni su

di sé, non se ne conservano sugli altri; l'innominabile che si scopre attraverso l'introspezione lo

si estende, con legittima generalizzazione, al resto dei mortali; depravati nella loro essenza,

non si sbaglia attribuendo loro tutti i vizi. (Odissea del rancore)

•     Diffidiamo di coloro che aderiscono a una filosofia rassicurante, che credono nel Bene e lo

erigono volentieri a idolo; non vi sarebbero pervenuti se, ripiegati onestamente su se stessi,

avessero sondato le proprie profondità o i propri miasmi; ma coloro – quei rari, è vero – che

hanno avuto l'indiscrezione o la sventura di immergersi fino all'intimità del loro essere, sono

informati sul conto dell'uomo: non potranno più amarlo, perché non amano più se stessi, pur

restando (e sarà il loro castigo) incatenati al loro io più di prima… (Odissea del rancore)

•     Perché possiamo conservare la fede in noi e negli altri, senza accorgerci del carattere illusorio,

della nullità di ogni atto, quale che sia, la natura ci ha resi opachi a noi stessi, soggetti a un

accecamento che genera e governa il mondo. Se intraprendessimo un'inchiesta esauriente su

noi stessi, il disgusto ci paralizzerebbe e ci condannerebbe a un'esistenza sterile. (Odissea del

rancore)

•     Conoscere noi stessi significa identificare il movente sordido dei nostri gesti, l'inconfessabile

iscritto nella nostra essenza, la somma di miserie patenti o clandestine da cui dipende il nostro

rendimento. Tutto ciò che emana dalle zone inferiori della nostra natura è investito di forza,

tutto ciò che viene dal basso stimola: si produce e si lotta sempre meglio per invidia e rapacità

che non per nobiltà e disinteresse. (Odissea del rancore)

•     Nulla è più sospetto della fecondità. Se cercate la purezza, se aspirate a qualche trasparenza

interiore, abdicate senza indugio al vostro ingegno, uscite dal circuito degli atti, mettetevi fuori

dall'umano, rinunciate, per adoperare il gergo della pietà, alla «compagnia delle creature…»

(Odissea del rancore)

•     Agiamo soltanto sotto il fascino dell'impossibile: quanto dire che una società incapace di

generare un'utopia e di votarvisi è minacciata di sclerosi e di rovina. La saggezza, che nulla

affascina, raccomanda la felicità data, esistente; l'uomo la rifiuta, e soltanto questo rifiuto ne fa

un animale storico, voglio dire un amatore di felicità immaginata. (Odissea del rancore)

•     Il delirio dei miserabili è generatore di avvenimenti, fonte di storia: una folla di esagitati che

vogliono un altro mondo, quaggiù e subito. Sono loro che ispirano le utopie, è per loro che si

scrivono. Ma utopia, ricordiamocelo, significa da nessuna parte. (Odissea del rancore)

•     L'uomo attenderà sempre l'avvento della giustizia; e, affinché trionfi, rinuncerà alla libertà, per

poi rimpiangerla. (Odissea del rancore)•     Per quanto spietati siano i nostri rifiuti, non distruggiamo completamente gli oggetti della

nostra nostalgia: i nostri sogni sopravvivono ai nostri risvegli e alle nostre analisi. (L'età

dell'oro)

•     Niente paradiso, se non nel profondo del nostro essere, e come nell'io dell'io; e inoltre, per

ritrovarvelo, bisogna aver fatto il giro di tutti i paradisi, trascorsi e possibili, averli amati e

odiati con la goffaggine del fanatismo, scrutati e respinti poi con la competenza della

delusione. (L'età dell'oro)

Fascinazione della cenere

•     Tutte le teorie politiche che non esitano a considerare l'uomo un animale «ragionevole»

rientrano nell'utopia. Essa propone un ideale; non constata. (Intorno a Machiavelli [1954])

•     Ma lo sviluppo storico è là per dimostrare che re, tiranni, dittatori, sobillatori, tutti quanti –

nella misura in cui hanno avuto successo o almeno si sono affermati – non hanno tenuto in

alcun conto le esigenze morali. Certuni furono abili: sapevano raggirare, camuffare o truccare i

loro gesti e le loro intenzioni; altri, meno perfidi, meno ipocriti, rivelarono il loro gioco. È

l'unica differenza che li separa. Il buon principe è più commediante del cattivo. L'esercizio del

potere non si concilia molto con il rispetto per l'uomo; agire e comandare, due atti inseparabili

da un certo cinismo. (Intorno a Machiavelli [1954])

•     Machiavelli sa troppo bene che un Marco Aurelio è un fenomeno raro, anzi unico, che è

un'eccezione di cui è inutile tenere conto. I Tiberio, i Nerone, i Caligola, ecco la materia della

storia. Ogni principe degno di questo nome si avvicina più o meno a loro; ogni principe che

conosca il proprio mestiere è un mostro dichiarato o attenuato e corretto. I suoi sudditi lo

meritano. Per questo Machiavelli lo mette in guardia contro i pericoli della bontà. Uno Stato

non si compone né di angeli, né di agnelli: è la giungla organizzata. Tale è l'idea, talora

espressa, talora sottintesa, del Principe. (Intorno a Machiavelli [1954])

•     Il materialismo è di per sé una filosofia semplicistica. Ma, deludente in ciò che afferma, è

almeno efficace in ciò che nega, dato che ogni negazione è una via verso la liberazione.

(Qualche parola su Leopardi [1983])

•     Invidiamo coloro che hanno trovato la liberazione e la pace, ma restiamo con chi non ha

incontrato né l'una né l'altra. (Qualche parola su Leopardi [1983])

•     Dove risiede il vero: nell'appello del Buddha o nell'apologia del suicidio fatta da Porfirio alle

prese con Plotino? A ben riflettere entrambi invitano alla rinuncia. Nessuna soluzione, dunque,

se non al di fuori dell'esistenza. Si può anche andare oltre: rifiutare l'idea di soluzione, affondar

sempre più nell'impasse capitale che annulla tutte le domande e tutte le risposte – e che si

chiama noia. Nessuno ne ha conosciuto i tormenti come Leopardi. (Qualche parola su

Leopardi [1983])

•     Non contano tanto per noi gli autori che abbiamo letto molto quanto quelli ai quali non

abbiamo mai smesso di pensare, che ci sono stati presenti nei momenti essenziali e che, con il

loro martirio, ci hanno aiutato a sopportare il nostro. (Qualche parola su Leopardi [1983])

•     Non si dovrebbe istituzionalizzare l'essenziale: l'Università è lo spirito in lutto. Si insegna la

filosofia nell'agorà, in un giardino o a casa propria. (Gabriel Marcel. Ritratto di un filosofo

[1969])

•     Lo scettico pone un problema per il piacere di porlo e poi di denunciarlo, disgregarlo, rivelarne

l'inanità. Giubila davanti all'insolubile o vi si immerge, si inebria di vicoli ciechi. Lo

scetticismo, nella sua forma estrema, comporta fatalmente un elemento morboso. (Gabriel

Marcel. Ritratto di un filosofo [1969])

•     […] il nichilismo non è affatto una posizione paradossale o mostruosa, ma la conclusione

normale alla quale è costretto chiunque abbia perduto il contatto intimo col mistero, parola

pudica per designare l'assoluto. (Gabriel Marcel. Ritratto di un filosofo [1969])

•     La curiosità, non lo si ricorderà mai abbastanza, è il segno che si è vivi e ben vivi; la curiosità

risolleva e arricchisce ad ogni istante questo mondo, vi cerca ciò che in fondo non smette di proiettarvi, è la modalità intellettuale del desiderio. Perciò, a meno che non sbocchi nel

nirvana, l'incuriosità è un sintomo dei più allarmanti. In certe contrade dell'America latina, è

consuetudine annunciare un decesso in questo modo: Un tale è diventato indifferente. Questo

eufemismo da partecipazione funebre nasconde una filosofia profonda. (Gabriel Marcel.

Ritratto di un filosofo [1969])

•     Mi appare chiaro che, senza una dose notevole di megalomania, non si può intraprendere nulla,

anzi non si può nemmeno pensare. Solo se ci si sente istintivamente il centro del mondo è

possibile emettere sentenze e atteggiarsi a giudici universali. Certo un dubitatore nato è in

grado di reagire in modo diverso. Sfortunatamente questa specie di mostri è una rarità. (Da

Vaugelas a Heidegger [1990])

•     Una lingua è un continente, un universo e chi se lo appropria è un conquistatore. (Incontri con

Paul Celan [1987])

•     È per me una certezza che il solo ad aver capito a fondo un libro è colui che si è preso la pena

di tradurlo. Generalmente, il buon traduttore è più lucido dell'autore che, nella misura in cui è

catturato dalla sua opera, ignora i propri segreti, dunque i propri difetti e i propri limiti.

(Incontri con Paul Celan [1987])

•     Essere segnati dalla fatalità è un'elezione o una maledizione? Entrambe le cose

contemporaneamente. Questo doppio aspetto definisce la tragedia. (Incontri con Paul Celan

[1987])

•     In fondo noi due eravamo scandalosamente diversi, pur avendo una complicità segreta.

L'amicizia – questa è la sua forza, resiste all'analisi. (Eliade [1991])

•     Si è liberi soltanto vivendo come se non si fosse nati, come se, nell'ipotesi di una scelta

anteriore all'esistenza, si fosse pronunciato un no senza equivoci. Quando si è compenetrati del

disastro della nascita, ogni attesa è un'attesa senza oggetto. (Beckett e l'orrore di essere nati

[1990])

•     Mettere in questione la nascita è una disintossicazione e una liberazione. Proprio perché vi si

esercita da sempre il buddhista raggiunge il distacco e la serenità più sicuramente del cristiano.

Nessun affrancamento di nessuna specie senza la rimuginazione sull'inopportunità di ogni

venuta al mondo. (Beckett e l'orrore di essere nati [1990])

•     La cenere sarebbe insomma l'esito e il segreto di tutto. Questo lo si è intuito e saputo sempre. E

proprio per dimenticarlo sono state inventate le religioni, la cui peculiarità consiste

nell'infliggere un supplemento al nulla, un atto in più ad una farsa bell'e e terminata.

(Fascinazione della cenere [1987])

•     L'originalità del nostro tempo è di aver svuotato l'avvenire di ogni contenuto utopico, quanto

dire dell'errore di sperare. Un balzo enorme sul piano della conoscenza, una liberazione…

intellettuale senza precedenti, sprovvista – va da sé – di ogni certezza euforica. Conoscenza ed

esultanza sono lungi dal rappresentare termini correlativi. Conoscere significa smascherare,

scuotere fondamenta, significa avviarsi trionfalmente verso la vertigine ed è questo il solo

elemento positivo che tale attività comporta. (Fascinazione della cenere [1987])

•     È il suo paradosso quello di poter essere superficiale pur sapendo di essere mortale. Se

l'individuo in quanto tale si rassegna a non essere più nulla, perché non dovrebbe accettare

anche l'epilogo del processo storico, la fine della specie? Egli tuttavia continua come se niente

fosse: nessuno, d'altronde, fa tanti progetti quanti un moribondo. (Fascinazione della cenere

[1987])

•     Fatto degno di nota: non c'è silenzio frivolo, silenzio superficiale. Ogni forma di silenzio è

essenziale. Quando lo si assapora, si conosce automaticamente una sorta di supremazia, una

strana sovranità. È possibile che ciò che si designa con interiorità non sia nient'altro che

un'attesa muta. Perciò, non c'è «vita vera» o, semplicemente, vita spirituale che non implichi la

morte dell'immagine e della parola, la distruzione – nel più profondo dell'essere – di questo

mondo e di tutti i mondi. L'esperienza mistica, al suo limite estremo, si identifica con la

beatitudine di un supremo rifiuto. (Contro l'immagine [1965])•     Fra tutti coloro che cercano, soltanto il mistico ha trovato, ma, prezzo di un favore così

eccezionale, non potrà mai dire che cosa, benché egli abbia la certezza che conferisce

unicamente il sapere incomunicabile (il vero sapere insomma). La strada sulla quale egli vi

inviterà a seguirlo sbocca su una vacuità senza uguali ma, ed è questa la meraviglia, una

vacuità che vi colma, poiché si sostituisce a tutti gli universi aboliti. Ciò di cui si tratta in

questo caso è un'impresa, la più radicale che sia stata tentata, per ancorarsi in qualcosa di più

puro dell'essere o dell'assenza dell'essere, in qualcosa di superiore a tutto, perfino all'assoluto.

 

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