La figlia rubata- Capitolo 1

La figlia rubata By: Ely Rose

 

Presente

 

 

Capitolo 1°

 

16/08/10- Londra- Berkley Street

 

Marge si svegliò di soprassalto, stropicciandosi gli occhi ancora assonnati.

Gli ultimi tuoni di violento temporale estivo riecheggiavano in lontananza, destandola da un sonno agitato e poco riposante.

Voltò lo sguardo verso la radio-sveglia che si trovava sul suo comodino da notte, sopra una pila di vecchi libri ingialliti, rendendosi conto che, mentre dormiva, era andata via la corrente e che, al posto dell'ora, lampeggiavano solo quattro anonimi zeri.

La luce abbacinante del giorno, filtrando dalla tapparella del suo monolocale, le fece capire che la mattina era già a metà della sua corsa e che aveva indugiato sotto le coperte più del dovuto.

Si girò sul fianco destro e sfiorò il faccino ancora addormentato di sua figlia con la punta fredda dei polpastrelli, osservandola dormire serena, beandosi del suo respiro leggero che le lambiva la spalla destra.

Durante la notte Lucy aveva dormito stretta stretta a lei. Si era spaventata per il fragore dei tuoni e aveva cercato rifugio tra le sue braccia, raggomitolandosi contro il suo ventre, addormentandosi con il capo poggiato sopra il suo seno e le manine strette alla stoffa della sua camicia da notte.

Marge le baciò le ciglia ancora umide di sonno, accarezzandole il nasino lentigginoso e chiamando il suo nome in un sussurro.

«Lucy... andiamo, è ora di svegliarsi e di fare colazione. Sono quasi le dieci del mattino».

«Lasciami dormire un altro po', mamma. Non ho ancora fame, e poi oggi non devo andare a scuola», protestò lei girandosi sul fianco opposto e voltandole le spalle.

«Bene, se non hai fame, vorrà dire che mangerò io i tuoi biscotti al cioccolato», scherzò Marge, conoscendo il debole di sua figlia per quei deliziosi frollini al cacao che, al mattino, amava inzuppare nel latte caldo.

«Beh, ripensandoci bene, un certo appetito l'avrei... anzi, a dire il vero sono proprio affamata!», esclamò Lucy ridendo e saltando velocemente fuori dalle lenzuola, temendo di rimanere senza la colazione.

«Certo che sei proprio una birbante», giocò con lei Marge, facendole il solletico sulla pancia prima che potesse fuggire via dal divano-letto dove avevano dormito assieme, riempiendo con le sue risate allegre quel piccolo monolocale dove si erano trasferite a vivere solo da alcune settimane.

Mentre preparava la colazione per entrambe, nello stretto angolo cottura di cui era fornita la loro monocamera, Marge si rese conto che, a parte una confezione da mezzo litro di latte e due uova troppo vicine alla scadenza per essere consumate, il frigorifero era praticamente vuoto e che aveva urgentemente bisogno di essere rifornito.

Aiutò Lucy a lavarsi, vestirsi e pettinarsi, e poi indossò una leggera camicetta di cotone al di sopra di un paio di comodi jeans, uscendo di casa assieme a lei per dirigersi verso un supermercato che si trova poco distante dalla loro abitazione, in una traversa di Berkley Street.

Non appena lo raggiunsero, Marge afferrò uno dei carrelli poco lontani dall'entrata, compiacendosi, dopo aver camminato per diversi minuti sotto il sole bollente d'agosto, dell'aria condizionata che c'era all'interno del locale.

Iniziò ad aggirarsi tra gli scaffali senza troppa fretta, prelevando, da quello dei dolciumi, un pacco di merendine al cacao per la colazione di Lucy e una confezione di biscotti secchi per lei, raggiungendo il banco frigorifero e ponendo nel carrello anche un litro di latte e due vasetti di yogurt alla vaniglia.

Per ultimo acquistò una confezione di ghiaccioli alla fragola, dirigendosi verso la cassa del negozio per pagare il conto, mettendosi in fila dietro ad un uomo che indossava una larga maglietta nera su cui risaltava il nome di una famosa isola tropicale.

Un'isola sulla quale Marge, pensò, sarebbe stato bello trovarsi in quel momento, magari distesa sotto un'ombrellone e con un Margarita stretto nella mano destra, sorseggiandolo lentamente senza dover pensare ai problemi quotidiani.

«Mamma, sono stanca e ho fame. Quando torniamo a casa?». Lucy che, fino a poco prima era rimasta in silenzio, seduta sullo sgabello di cui era fornito il carrello, iniziò ad innervosirsi e a lamentarsi.

«Abbi un po' di pazienza, Lucy. Torneremo a casa non appena avremo finito di fare la fila e pagato la nostra spesa», tentò di tranquillizzarla, invano, Marge.

«Ma io sono stufa di stare qui, mamma. Mi sto annoiando. Fammi scendere giù! Fammi scendere!», iniziò a protestare vivacemente lei, colpendo, con il tacco dei suoi sandali, le sbarre di ferro al di sotto del seggiolino su cui era seduta, causando talmente tanto rumore che, molte delle persone che erano nella stessa fila di Marge, si voltarono verso di lei fulminandola con uno sguardo di disapprovazione e fastidio.

«Ascoltami Lucy, se mi prometti che resterai tranquilla finché non usciremo fuori di qui, ti darò il permesso di mangiare uno dei ghiaccioli che abbiamo appena comprato», cercò di corromperla Marge, avanzando di qualche passo in avanti e guardandosi attorno imbarazzata, rossa di vergogna per la confusione che stava provocando sua figlia.

«Va bene, mamma. Ti giuro che non dirò più nemmeno una parola!», esclamò allegramente la bambina, mentre afferrava dalle mani di Marge il piccolo ghiacciolo alla fragola che lei aveva appena estratto dalla sua confezione di cartone.

Lucy lo scartò velocemente e iniziò a leccarlo con gusto, canticchiando il motivetto allegro di una simpatica filastrocca che le avevano insegnato a scuola.

Marge, approfittando di quell'attimo di tregua dai suoi capricci, controllò accuratamente la lista della spesa, accertandosi di aver acquistato tutto ciò che le occorreva, anche se, in realtà, con i pochi soldi che aveva con se, era riuscita a mettere nel carrello solo poco più della metà delle cose di cui aveva bisogno, eliminando dalla lista una tavoletta di cioccolato per sua figlia e una crema idratante per il viso che le era terminata da più di un mese.

Con un sospiro rassegnato ripiegò il sottile foglietto di carta su se stesso, rendendosi conto, proprio allora, che qualcuno stava cercando di attirare la sua attenzione afferrandola per la tasca posteriore dei suoi jeans.

Marge si voltò immediatamente verso destra, curiosa di sapere a chi appartenesse la manina che si era aggrappata a lei con tanta veemenza, scoprendo che si trattava di una bambina dalla rigogliosa capigliatura rossa e il visetto spruzzato di lentiggini dorate.

Ad una prima occhiata, le sembrò che la piccola avesse all'incirca sei o sette anni, la stessa età di sua figlia Lucy e, cosa che la sconvolse ancora di più della precedente, notò che le due bambine si somigliavano innegabilmente.

Anzi, esaminandole con più attenzione, Marge arrivò alla sorprendente conclusione che tra di loro ci fosse qualcosa di più di una semplice conformità: Lucy, e quella bambina sconosciuta, erano, senza ombra di dubbio, due gocce d'acqua.

Entrambe possedevano gli stessi lunghi e ricci capelli del colore del rame e, i loro occhi verdi, della tonalità preziosa della giada, sembravano riflettersi in un luminoso specchio di cristallo che rimandava all'una la figura dell'altra.

La bambina appariva sconvolta e spaventa. Piangeva con profondi singhiozzi che le scuotevano il petto e le spalle, turbata da qualcosa che le doveva essere appena accaduto.

Marge, intenerita dal suo visetto inondato dalle lacrime, si chinò su di lei e, prendendola in braccio, le accarezzò dolcemente una guancia bagnata di pianto, cercando di consolarla.

«Su, non piangere, piccola. Se mi dici il tuo nome e mi spieghi cosa ti è successo posso cercare di aiutarti», la rincuorò sorridendole e provando a distrarla dal suo sconforto.

«Mi... mi chiamo Daisy», le rispose la bambina tirando su con il nasino, strofinandosi le ciglia con il dorso delle manine.

«Mi... mi sono persa e non trovo più il mio papà», le spiegò, scoppiando in nuovi inconsolabili singhiozzi.

Marge tirò fuori dalla tasca del suo jeans un fazzoletto di cotone per asciugarle il visetto.

«Non devi avere paura, Daisy. Questo negozio non è molto grande. Vedrai che non sarà difficile ritrovarlo», la rassicurò, facendola scendere dalle sue braccia e afferrandola per una manina, suscitando immediatamente la gelosia di Lucy che dimostrò il suo risentimento gettando a terra il ghiacciolo che stava mangiando, rivolgendo alla madre uno sguardo incattivito.

Marge la imbruttì a sua volta con un'occhiata severa, cercando di non dare troppa importanza a quel suo gesto di stizza, continuando a prestare la sua attenzione alla bambina che le stringeva forte la mano, forse timorosa di perdere anche lei.

«Riesci a ricordare dove ti sei smarrita, Daisy?», le chiese Marge, cercando di ottenere qualche indicazione che le sarebbe stata utile per rintracciare il padre della bambina.

«Non lo so... faceva tanto freddo... io non lo conosco questo posto», le rispose lei con la voce tremante, vagando con gli occhi spaventati da un angolo all’altro del negozio.

«Sai, credo proprio che tu ti sia persa nella corsia dei surgelati. Ora torniamo lì e vediamo se il tuo papà ti sta cercando», affermò sicura Marge, portando il carrello fuori dalla fila.

«Mamma, ma cosa fai? Perché torni indietro? Ho detto che voglio andare a casa. Ho fame e tra pochi minuti inizia anche il mio cartone animato preferito!».

Lucy si infuriò per quel fuori programma inatteso e con cui non era affatto d’accordo, riprendendo a scalciare rumorosamente contro le sbarre di ferro del carrello, dimostrando alla madre la sua contrarietà.

«Mi dispiace per te, Lucy, ma per oggi farai a meno della televisione. Ora è più importante ritrovare il padre di questa bambina, e spero che anche tu te ne renda conto», la rimproverò Marge senza ammettere repliche da parte sua, continuando a camminare tra le corsie affollate del negozio, sperando di riuscire a ritrovare, il prima possibile, l’uomo che aveva smarrito la piccola.

«Daisy!».

Marge udì una voce maschile, dal tono chiaramente preoccupato, provenire poco distante dalla corsia dei dolciumi.

Daisy si divincolò velocemente dalla stretta della sua mano e, senza darle quasi il tempo di rendersene conto, corse verso di essa.

«Papà, papà!», gridò, scoppiando di nuovo in lacrime copiose, mentre lei comprendeva che, fortunatamente, la bambina doveva aver ritrovato suo padre.

La seguì per qualche passo, curiosa di scoprire chi fosse la persona tanto distratta e sconsiderata da perdere la propria figlia all’interno di un supermercato e, non appena si voltò nella direzione in cui era fuggita via Daisy, i suoi occhi, dal colore limpido dell’acquamarina, si incontrarono con quelli, azzurri come due gocce di mare, dell’uomo che si trovava poco distante da lei.

Marge, in quel preciso istante, avvertì il suo cuore mancarle un battito per poi riprendere a palpitare più veloce di prima, mentre un brivido caldo le correva su per tutto il corpo, fino ad infiammarle il viso.

Sconcertata, si domandò cosa le stesse accadendo. Mai nessun uomo, prima di allora, aveva avuto su di lei un effetto tanto destabilizzante, ma lui... lui possedeva degli occhi così azzurri e trasparenti che sarebbero stati capaci d'incantare qualsiasi donna li avesse incontrati e, oltre al suo ammirevole sguardo, anche tutto il resto del volto era degno di nota.

I tratti del suo viso erano talmente perfetti che sembravano essere stati dipinti da un abile pittore, il quale, se mai ce ne erano state, aveva corretto ogni eventuale imperfezione, rendendolo più bello di un Dio greco.

La sua pelle, sbarbata alla perfezione, aveva un bel colorito ambrato che ricordava quello caldo del miele e, i corti capelli biondi, erano lucenti e sottili come fili d’oro.

Marge, tra sé e sé, realizzò che un uomo così bello e ammaliante non lo aveva mai incontrato in tutta la sua vita.

Il fascino che emanava era talmente abbacinante che, solo in un secondo tempo, si rese conto della sedia a rotelle su cui lui era seduto, le cui cromature di ferro rilucevano sotto le luci a neon del supermercato.

Dopo quell'iniziale e sconcertato scambio di sguardi, rimasero entrambi in silenzio, prigionieri del loro stesso imbarazzo, cercando il modo migliore per iniziare una conversazione con la quale rompere il ghiaccio e riuscire a conoscersi.

«Ehi bambina! Ma cosa stai facendo? Metti immediatamente giù le mani dallo scaffale delle marmellate!».

La voce, allarmata e scostante, di una giovane commessa, irruppe tra di loro, distruggendo quell'attimo d'incanto che si era appena venuto a creare.

Marge si voltò verso sua figlia proprio nel momento in cui stava per scaraventare a terra un intero scaffale di marmellate, senza riuscire a fermarla in tempo prima che combinasse uno dei suoi soliti guai.

«Lucy!», urlò avvicinandosi al carrello dove lei era seduta, guardandola con un'aria impunita e soddisfatta.

«Ma come ti è venuto in mente di fare questo disastro? Guarda cosa hai combinato!»

«Cinquanta confezioni di marmellata andate completamente perse!», esclamò la commessa fulminando Marge con un occhiata severa, osservando il miscuglio appiccicoso, di confetture e frammenti di vetro, che si trovavano sparsi sul pavimento del supermercato.

«Questa merce ormai è invendibile e, mi spiace per lei signora, ma se non vuole che chiami subito il direttore, deve pagarmi tutte le confezioni che sua figlia ha appena danneggiato», le ordinò portandosi le mani sui fianchi e osservandola con aria spazientita.

«E a quanto ammonterebbe il costo di questi disgustosi barattoli di marmellata?», le chiese Marge, arrendendosi alla battaglia che stava combattendo contro se stessa per non perdere la pazienza.

«Facendo un rapido conto sarebbero, all'incirca, quaranta sterline...».

«Quaranta sterline!», esclamò lei, divenendo di nuovo rossa in viso, rendendosi conto di non avere con se abbastanza denaro per ripagare il danno.

«Mi spiace signorina, ma il massimo che posso darle ora sono venti steriline», propose Marge alla giovane commessa, aprendo la sua borsetta e tirando fuori dal portafoglio i pochi soldi che conteneva.

«Guardi signora, l’avverto che se non mi consegna subito le quaranta sterline che mi deve, sarò costretta a chiamare il direttore che prenderà dei seri provvedimenti nei suoi confronti...»

«Ma le ho già detto che non le ho con me! Se vuole le posso lasciare in acconto queste venti sterline e passare nel pomeriggio per saldare il resto del conto», azzardò Marge, sperando che lei accettasse la sua offerta.

«Se la signora non si offende, vorrei permettermi di pagare io il suo debito», si offrì gentilmente l’uomo che si trovava alle sue spalle, avanzando verso di lei con la sua sedia a rotelle.

Marge si voltò verso di lui, stupita da quella gentile proposta che proveniva da un perfetto sconosciuto e che, per tanto, non si aspettava.

«Ma lei non deve... non ce n'è bisogno...», cercò di obbiettare, balbettando imbarazzata.

«Quaranta sterline, ha detto?»

L’uomo tirò fuori dalla tasca dei suoi pantaloni un portafoglio di pelle nera, estraendovi il denaro richiesto e consegnandolo alla giovane commessa, che l' afferrò dalle sue mani senza nemmeno ringraziarlo, prima di voltargli le spalle e tornare al suo lavoro, mentre un inserviente delle pulizie ripuliva il pavimento dal danno appena provocato da Lucy.

«Grazie... non so davvero come sdebitarmi con lei, ma non c'era bisogno che mi prestasse tutti quei soldi».

Marge si rivolse all’uomo guardandolo timidamente negli occhi, avvertendo la stessa emozione inebriante che l’aveva sconvolta qualche istante prima.

«Lo consideri come il mio personale ringraziamento per essersi presa cura di Daisy», le rispose lui volgendo lo sguardo verso Lucy, irrompendo in una risata divertita.

«Mi perdoni, lo so che forse questo non è il momento più adatto per mettersi a ridere, ma sua figlia... insomma, io pensavo che Daisy fosse una bambina irrequieta, ma mi sono ricreduto vendendo ciò che è stata capace di fare la sua».

Il viso dell’uomo, mentre le sorrideva, apparve a Marge ancora più affascinante, avvertendo che quel sottile imbarazzo, che all’inizio c’era stato tra di loro, andava mano a mano dissolvendosi.

«E questo non è proprio nulla in confronto ai danni che provoca di solito», gli fece sapere Marge sorridendogli a sua volta, contagiata dalla sua allegria.

«Ieri mattina sono riuscita a fermarla un'istante prima che rovesciasse a terra delle bottiglie d'olio d'oliva... e, un paio di giorni fa, se ne vuole sapere un'altra, ha macchiato con un pennarello il vestito di una signora che stava facendo la fila in cassa davanti a noi...».

«Beh... se è vero quello che mi ha appena raccontato, suppongo che i commessi di questo supermercato si mettano le mani nei capelli non appena vi riconoscono», la interruppe l'uomo, scherzando e avvicinandosi un po' di più a lei con la sua sedia a rotelle.

«Già... sono stata costretta a cambiare diversi negozi nel giro di poche settimane. Non può immaginare le brutte figure che mi ha fatto fare questo diavoletto di mia figlia...».

«E se non si volta subito verso di lei e l’allontana dal reparto degli snack, presto gliene farà fare un'altra», l'avvertì lui, scoppiando nuovamente a ridere divertito.

Marge seguì immediatamente il suo consiglio, accorgendosi che Lucy aveva afferrato un pacchetto di patatine al formaggio da uno degli scaffali e stava tentando di aprirlo senza il suo permesso.

«Mamma, posso mangiarle?», le chiese, assumendo l'espressione innocente di un angioletto e aprendo la confezione prima che lei potesse impedirglielo, portandosi alla bocca una manciata di patatine.

«Ma insomma Lucy... ora basta! Devi smetterla di comportati in questo modo! Possibile che tu non riesca a capire che non puoi fare tutto quello che ti passa per quella tua testolina ribelle?», la riproverò Marge cercando, però, di non apparire troppo severa nei suoi confronti.

«Io invece faccio quello che voglio e tu non puoi impedirmelo!», replicò lei con aria supponente, sparpagliando il resto delle patatine sul pavimento del supermercato.

Marge, appellandosi a tutta la sua pazienza, la sollevò dallo sgabello del carrello per farla scendere a terra e l'afferrò per un braccio, intenzionata ad uscire subito fuori dal supermercato assieme a lei prima che combinasse qualche altro guaio, ma Lucy si rifiutò di muoversi di un solo passo.

«Ho fame e non me ne vado di qui se prima non mi compri un pezzo di pizza rossa», pretese da Marge, rivolgendole un sorrisetto insolente.

«No, invece! Ora torniamo a casa e, se hai veramente fame come dici, mangerai quello che ti preparerò per il il pranzo!», replicò con veemenza lei, sollevandola di peso tra le sue braccia, allontanandosi dal reparto degli snack, talmente esasperata dal suo comportamento da dimenticarsi di ciò che era accaduto poco prima e del suo incontro con il padre di Daisy.

«Ehi aspetti! Dove sta andando? Torni indietro. Non ci siamo ancora presentati...», la richiamò infatti lui.

Realizzando la gaffe che aveva appena fatto, il volto di Marge si accese d'imbarazzo.

«Mi perdoni, lei ha ragione. Stavo andandomene via senza nemmeno salutarla», si scusò, mentre Lucy protestava per scendere a terra.

«Sono stata proprio scortese», aggiunse porgendo timidamente la mano nella sua direzione.

«Marge Williams», si presentò sorridendogli, senza che potesse fare a meno di perdersi, nuovamente, nei suoi occhi chiari e limpidi.

Lui le strinse la mano, sottile e magra, nella sua. Una mano grande e abbronzata, che cinse le sue dita in una stretta calda e affettuosa.

«Il mio nome, invece, è Alexander», replicò omettendole il suo cognome, senza lasciarle andare la mano.

«Visto che è quasi ora di pranzo, che ne dice se usciamo di qui e andiamo a mangiare qualcosa nella tavola calda che si trova all’angolo di questa strada? Offro io naturalmente. Voglio sdebitarmi con lei per essersi presa a cuore mia figlia».

Marge fu colta impreparata dalla sua cordiale offerta e dubitò su come comportarsi.

Il suo orgoglio le suggeriva di rifiutare quella gentile proposta, perché era certa che Alexander le stesse offrendo il pranzo per aver intuito le sue serie difficoltà economiche.

D'altra parte, però, non riusciva a negare a se stessa che le sarebbe piaciuto trascorre del tempo assieme ad un uomo tanto affascinante.

«Lei è già stato molto gentile con me, Alexander. Mi ha tolto da un impaccio da cui difficilmente sarei riuscita ad uscire fuori da sola. Non appena mi sarà possibile le restituirò i soldi che mi ha appena prestato.

Non si deve sentire obbligato ad offrirmi anche il pranzo e, comunque, ho con me abbastanza soldi per pagare la mia spesa e comprare un pezzo di pizza per mia figlia...».

«Oh, di questo non ne dubito», la interruppe lui. «L'unico motivo per il quale la sto invitando è che gradirei pranzare in sua compagnia. Ad ogni modo, oggi sarei costretto a mangiare in quella tavola calda. Mia moglie lavora per l’intera giornata e io ai fornelli sono una vera frana. Se non ci fosse lei, io e Daisy vivremmo di piatti pronti e surgelati», scherzò ironicamente, stringendole un'ultima volta la mano prima di lasciarla libera dalla sua gentile presa.

«Su, non si faccia pregare troppo. Sono certo che anche Daisy sarà felice se accetterà il mio invito. Potrebbe approfittarne per fare le conoscenza di sua figlia...»

«Io non faccio amicizia con nessuno», irruppe Lucy con la sua solita scontrosità, «tanto meno con quella bambina piagnucolosa...».

Marge la incenerì con lo sguardo prima che potesse terminare ciò che stava dicendo, facendole comprendere che sarebbe stato meglio per lei se avesse taciuto.

«E va bene. Se a Daisy fa piacere pranzare assieme a noi, accetto volentieri il suo invito», acconsentì alla fine Marge, sorridendo ad Alexander e lasciandosi alle spalle ogni tentennamento.

«Bene, era proprio questo che volevo sentirle dire. Vado a pagare questi due pacchi di biscotti e poi sarò completamente a sua disposizione», concluse lui contento per la sua approvazione, avviandosi verso le casse, seguito da Daisy che camminava accanto alla sua carrozzella.

Marge rimase per qualche istante ad osservare Alexander e la bambina allontanarsi da lei, lasciandosi invadere da uno strana sensazione di tenerezza nei loro confronti.

Abbandonò il suo carrello dove si trovava, pensando che dopo la brutta figura che le aveva fatto fare Lucy sarebbe stato meglio dirigersi in un altro negozio, e si avviò verso l'uscita del supermercato, attendendo che Alexander terminasse di fare la fila.

 

«Papà. Mi fai sedere sulle tue ginocchia? Sono stanca».

Fuori dal supermercato il sole brillava alto nel cielo e fondeva quasi l’asfalto del marciapiede.

D’altra parte era già mezzogiorno inoltrato e, sia Alexander che Marge, rimpiansero l’aria condizionata che c’era all’interno del supermercato dal quale erano appena usciti.

«Ora pranziamo e poi, se lo desideri, torniamo a casa, così potrai schiacciare un pisolino nel tuo letto», disse Alexander a Daisy, sollevandola tra le braccia e poggiandola a sedere sulle sue ginocchia.

«Mamma, sono stanca anche io. Mi prendi in braccio?», piagnucolò a sua volta Lucy, più per invidia di Daisy, che per reale spossatezza.

«Non capisco, Lucy... ora vuoi che ti prenda in braccio? Eppure, poco fa, non desideravi nemmeno che ti tenessi per mano».

«Ora invece ho caldo e non mi va di camminare», ribatté lei impertinente.

«Vuoi sederti sulle mie gambe accanto a Daisy? C’è spazio anche per te», le propose Alexander, scrutandola attentamente per la prima volta e rendendosi conto, come era già accaduto a Marge, dell'inquietante rassomiglianza che la univa a sua figlia.

«La ringrazio Alexander, ma quello di Lucy è solo un capriccio. Non le dia spago», gli consigliò Marge, continuando a strattonare per il braccio sua figlia che aveva di nuovo prepotentemente piantato i piedi a terra.

«Sappi che oggi stai mettendo veramente a dura prova i miei nervi, Lucy. Se non ti schiodi subito da qui, giuro che ti lascio sciogliere sotto il sole!».

Alexander rise, divertito dal quell'insolita scenetta.

«Certo che voi due siete proprio una più cocciuta dell’altra», constatò avvicinandosi a Lucy e issandola a sedere sulle sue ginocchia, vicino a Daisy.

Vedendole così vicine, sia Alexander che Marge, si resero conto che la loro somiglianza si dimostrava ancora più evidente.

I particolari che le differenziavano erano quasi inesistenti, non solo nell’aspetto fisico, ma anche nel carattere.

«Papà, Lucy, mi sta tirando i capelli», protesto vivacemente Daisy mentre Lucy le si aggrappava ad una delle due trecce rosse che le scendevano lungo le spalle.

«La colpa è tua. Mi hai fatto la linguaccia», tentò di difendersi lei, tendendo ancora stretti nella sua mano i capelli di Daisy.

«Se non molli subito la presa ti mordo un braccio», urlò quest’ultima dandole uno spintone.

«Ha visto? L’avevo avvertita che non sarebbe stata una buona idea metterle vicino», replicò Marge guardando Alexander rassegnata, provando vergogna per il modo barbaro in cui si stava comportando sua figlia.

«Lucy non è mai andata d’accordo con nessuno. È sempre stata aggressiva con tutti. Anche a scuola ha avuto molti problemi a relazionarsi con gli altri bambini. La sua maestra mi ha chiamato diverse volte per mettermi al corrente dei suoi litigi con qualche compagno di classe».

«Non pensi che Daisy abbia un carattere migliore», le fece sapere Alexander, mentre cercava di dividere a fatica le due bambine che continuavano a litigare e a tirarsi i capelli.

«Avrebbe dovuto vedere in che stato ridusse la stanza di una sua amichetta dopo aver avuto una lite con lei. Scarabocchiò tutti i muri con un pennarello rosso e dipinse le sue bambole di giallo. Le dico solo che, da quel giorno, la madre di quella bambina evita persino di salutarci».

Marge e Alexander risero all’unisono, ripensando ai guai che erano stati capaci di causare quelle due pesti delle loro figlie che, nel frattempo, per buona pace di entrambe, sembravano essersi calmate.

Sedute sulle ginocchia di Alexander, senza più parlare, si scrutavano l’una con l’altra, forse accorgendosi, per la prima volta, della somiglianza che misteriosamente le univa ma che, nello stesso tempo, comprensibilmente, le intimoriva.

 

Dopo appena cinque minuti, Marge, Alexander, Daisy e Lucy, giunsero in un piccolo ristorante italiano, dove Alexander disse di essere un cliente abituale.

Era un caldo lunedì d'agosto e il locale era praticamente vuoto. A parte una coppia di giovani innamorati, che si erano seduti ad un tavolo in angolo appartato del ristorante, lontano da occhi indiscreti, non c’erano altri clienti.

«Se posso darvi un consiglio, ordinate delle lasagne. In questo posto sono veramente squisite», propose Alexander a Marge e Lucy, indecise su cosa scegliere di fronte al variegato menù che offriva la tavola calda.

«Veramente preferirei qualcosa si più leggero. Credo che ordinerò un insalata di riso», replicò Marge mettendo da parte la carta del menù, mentre un pizzico d'imbarazzo tornava a farsi vivo in lei nei confronti di Alexander.

«Non avrà forse paura che un piatto di lasagne la faccia ingrassare?», la schernì bonariamente lui sorridendole, mentre due affascinati fossette gli si disegnavano agli angoli della bocca.

«È così magra che per mettere su peso dovrebbe mangiarne un'intera teglia».

Marge, chinando lo sguardo verso la cinta che le stingeva in vita il jeans, si rese conto che, in effetti, era dimagrita molto nell'ultimo periodo, ricordandosi che, la sera precedente, era stata costretta ad accontentarsi di una misera tazza di latte e biscotti pur di non far mancare la cena a Lucy.

«In fondo non ha tutti i torti. Accetterò il suo consiglio», acconsentì lei, sperando che Alexander non udisse il brontolio del suo stomaco e si rendesse conto di quanto, in realtà, fosse affamata.

Una delle cameriere del locale si avvicinò al loro tavolo e gli domandò cosa desiderassero ordinare.

«Può potarmi una bottiglia di acqua minerale, due lattine di coca cola e quattro porzioni di lasagna?», le commissionò Alexander, mentre lei prendeva velocemente appunti sul suo taccuino, allontanandosi in direzione della cucina non appena ebbe terminato di registrare il loro ordine.

I due fidanzati, seduti al tavolo in fondo al locale, dopo aver finito di mangiare le loro pizze si alzarono e si diressero verso l’uscita della tavola calda e, passando accanto ad Alexander, bisbigliarono qualcosa che riguardava, in modo offensivo, la sua condizione di disabilità, cercando di mantenere basso il tono della voce, ma non abbastanza da non essere uditi sia da Alexander che da Marge.

«Ma come vi permettete di dire una cosa del genere! E che cosa avete da guardare a questo modo?...», si inasprì Marge, pronta ad attaccare i due ragazzi in difesa di Alexander, ma prima che si potesse alzare dalla sua sedia o dire altro, lui le posò una mano sul braccio, impedendole di compiere qualunque altro gesto.

«Li lasci perdere, Marge. Non vale la pena perdere fiato con gente come loro», affermò con un sospirò rassegnato.

«Ma non è giusto che lei accetti di essere trattato in questo modo!», protestò contrariata Marge, mentre osservava i due fidanzati allontanarsi dalla tavola calda e continuare a ridere in modo maleducato.

«È vero, lei ha ragione... ma se dovessi dar retta a tutto quello che dice e pensa la gente, non dovrei nemmeno mettere il naso fuori di casa», scherzò Alexander, tentando di alleggerire la situazione che si era venuta a creare.

«Non m'importa minimamente di quello che ho sentito uscire dalla bocca di quei due. Piuttosto, sarei più interessato a capire cosa prova lei verso di me, Marge? Cosa l’ha spinta a darmi la sua confidenza?»

Marge rimase per qualche istante in silenzio, pensando in che modo replicare alla sua domanda.

Alexander non era la prima persona disabile che le capitava di conoscere.

In passato, la sua professione di fisioterapista l’aveva portata a contatto con pazienti che vivevano, ogni giorno, il problema della loro invalidità, ma mai nessuno le aveva posto un interrogativo del genere e, d'altra parte, lei non si era mai chiesta cosa provasse effettivamente nei loro confronti.

Si era sempre limitata a prestare loro la terapia di cui avevano bisogno, perché era in ciò consisteva il suo lavoro, ma a parte il rapporto che poteva vigere tra un medico e il proprio paziente, raramente si era spinta oltre, pentendosi amaramente l’unica volta che le era successo, promettendo a se stessa di non commettere mai più un simile errore.

«Ecco le vostre lasagne. Sono appena uscite dal forno, quindi fate attenzione a non scottarvi perché sono bollenti».

La voce allegra della cameriera distolse Marge dai suoi pensieri e il profumo del prelibato piatto le fece dimenticare la domanda di Alexander.

«Mi scusi, Marge, credo di essere stato inopportuno chiedendole cosa sente per me. In fondo ci siamo appena conosciuti, e poi sono stato io ad invitarla a pranzo. Non voglio che si senta obbligata a rispondermi», si giustificò lui, prima di afferrare la forchetta e iniziare a mangiare.

Marge abbasso lo sguardo e rimase in silenzio, vergognandosi per non trovare delle parole intelligenti con le quali replicare.

«Mamma, perché non mangi? Non hai fame?»

Lucy, vedendola pietrificata di fronte al suo piatto fumante, che poco alla volta andava raffreddandosi, le punse il dorso della mano con i rebbi della forchetta.

«Ti avverto che se non la vuoi mangio anche la tua porzione», aggiunse, masticando l’ultimo boccone della sua lasagna con la boccuccia unta di ragù.

Marge sorrise di tutto cuore mentre, con un tovagliolo di carta, le puliva il pomodoro che le aveva sporcato anche il nasino lentigginoso.

«Papà, posso averne dell’altra? Ho ancora fame». Alexander si voltò verso Daisy, accorgendosi che anche lei si era imbrattata il visetto con il sugo.

«Lo sai che se mangi troppo dopo ti viene il mal di pancia, Daisy», l'avvertì lui, mentre la bambina gli toglieva dalla mano il fazzoletto di carta con il quale stata tentando, inutilmente, di pulirle la bocca.

«Allora, quando usciamo di qui, voglio un gelato al cioccolato».

«Va bene, che vada per il gelato, ma lo mangerai più tardi per merenda», le concesse Alexander, sfiorandole teneramente la punta del naso con il dito indice.

Daisy, soddisfatta, si alzò in piedi e si avvicinò a Lucy. «Vieni anche tu a mangiare il gelato assieme a me?», le domandò, mentre anche lei scendeva giù dalla sua sedia.

Lucy volse lo sguardo in direzione della madre, interrogandola con gli occhi e attendendo il suo consenso prima di dire di sì a Daisy.

«Mi farebbe veramente piacere trascorrere il pomeriggio insieme a voi, Marge. Credo che le bambine sarebbero felici di poter stare ancora insieme... sempre che lei non abbia altri impegni per la giornata».

Alexander invitò Marge in modo cosi garbato, che lei non se la sentì di rifiutare la sua gentile proposta.

«Accetto molto volentieri, Alexander. Ultimamente, da quando ho perso il lavoro, i miei pomeriggi sono fin troppo vuoti e solitari», si confidò sinceramente con lui, anche se lo conosceva da poco più di un'ora.

«E poi, noi due, abbiamo qualcosa di molto importante di cui discutere», aggiunse riferendosi all'innegabile somiglianza tra Daisy e Lucy.

«Già, lo suppongo anche io», replicò Alexander intuendo ciò a cui lei stava alludendo, mentre volgevano lo sguardo verso le due bambine che erano intente a parlare vivacemente tra di loro.

Marge e Alexander furono compiaciuti dal fatto che, Daisy e Lucy, dopo l'iniziale diffidenza che aveva dimostrato l'una verso l'altra, avessero stretto amicizia con tanta semplicità.

Ma qualcosa, in quell'istante, suggerì ad entrambi che, misteriosamente, il legame che le univa era di tutt'altro genere.

Un vincolo che andava oltre la semplice confidenza. Un affetto molto più forte e inquietante che, forse, già prima di allora, aveva legato le loro due esistenze ad un unico e inesplicabile filo

Un filo simile ad un cordone ombelicale che, in qualche modo ignoto, sembravano aver condiviso nel grembo della stessa madre... Continua..

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