Mosè, ovvero il richiamo del sangue

ritratto di Bebo60

Da un ritaglio di giornale che nella cronaca raccontava di una terribile tragedia. Un cane di nome Mosè, un bastardello trovato ed allevato da una famiglia, aveva azzannato ferocemente, ed in maniera del tutto inaspettata, la piccola di quindici mesi della famiglia. In seguito all’attacco la piccola era poi morta in ospedale.

L’articolo era corredato di una foto del cane dopo la tragedia. Mi ha colpito profondamente. Mostrava il cane seduto, schiacciato contro una parete, le orecchie basse, gli occhi che sembrano tristi. Il cane sembra essersi reso conto del dramma che ha causato, sembra dispiaciuto, sembra chiedere perdono.

Così mi è venuta l’idea di raccontare l’intera vicenda dal punto di vista del cane, come in un doloroso flashback.

* * *

Non mi guardate così. Non mi guardate così, per favore...

Cominciò tutto quattro anni fa. Ero ancora piccolo piccolo quando Roberto e Isabella mi salvarono dalle acque di quel fiume. Stavo per annegare, certo sarei stato inghiottito da quella infida corrente: ma loro mi tirarono fuori, mi portarono nella loro casa, mi curarono e mi fecero feste, mi ammisero nella loro famiglia, che allora era limitata a loro due soltanto, e mi coccolarono negli anni a venire. Non mi sembrava vero che la vita avrebbe potuto essere così felice, anche per un piccolo bastardino come me, abbandonato dalla madre. Sì, li amavo come fossero i miei veri genitori, che non ho mai conosciuto.

Poi nacque lei. Semplicemente una bimba fantastica. Colette aveva invaso la vita dei suoi genitori e dei suoi nonni come un vento tiepido di primavera carico delle fraganze nuove del bosco e anch’io non avevo potuto rimanere indifferente davanti allo sbocciare alla vita di quel meraviglioso esserino biondo. Ricordo i suoi primi passi, le prime volte che sotto il controllo dei suoi genitori aveva giocato con me in giardino. Ricordo la sua gioia spontanea, la sua voglia di scoprire il mondo, le sue risate aperte, i suoi primi timidi tentativi di parola, quelle sillabe informi che parevano riempire l’universo di una sorta di inno alla vita. Ricordo gli occhi traboccanti della gioia più pura dei suoi genitori ogni volta che la guardavano giocare nel giardino. Ogni volta che Isabella usciva in giardino insieme a lei con il mio pranzo era una festa.

Infine venne quel maledetto giorno. Giorno maledetto. Cosa potrei fare adesso per cancellare quei pochi attimi di follia? Potrei, forse, riportare indietro il tempo e annullare quel disastro?

La sua mamma era uscita con la ciotola in mano. Colette anche lei era uscita correndo verso di me. La donna, come un presentimento della tragedia incombente, si girò di scatto, agitando la ciotola davanti a me e muovendola rapidamente in direzione della bambina. Succede alle volte che è solo questione di un attimo. Solo un breve, singolo, attimo, e la vita non è più quella di prima. Io seguii con slancio il movimento della ciotola, mi mossi saltando verso di essa e nella mia traiettoria si trovò Colette, il piccolo ed inerme corpicino di una bimba di quindici mesi. Dio, come vorrei non essermi mosso così baldanzosamente, come vorrei proprio non essere stato lì, come vorrei foss’anche sprofondare sottoterra pur di evitare il seguito!

La colpii energicamente, senza neanche rendermene perfettamente conto. La feci sbalzare, povero tesoro, sbalzare all’indietro, e lei cadde urtando la testa contro una pietra. Vidi il sangue uscire copioso, sentii il suo inebriante odore e fu come una folgorazione, tutti gli istinti di lupo mi aggredirono obnubilandomi i sensi. In un attimo, un solo, breve, singolo attimo, fui su di lei, e la mia bocca percepì quel sapore mai sinora provato. Il sapore del sangue. Il sangue. Dio, il sangue! Era come continuare il gioco, non percepivo la separazione tra il gioco e il dramma in quel momento. Dio, il sapore del sangue! Affondai i denti nelle carni della sua testa e strinsi forte, diverse volte. Azzannai una, due volte e poi ancora e ogni volta il sangue mi scorreva copioso in bocca, ad eccitarmi ancora, come una malefica droga, amplificando la mia eccitazione bestiale. Sentivo solo il sapore del sangue, l’eccitazione della caccia, l’istinto primordiale dei miei avi.

Quando mi fermai era tardi. La tragedia si era già consumata. Le urla. Le grida disperate di Isabella. Il suo volto alterato, sconvolto, come non l’avevo mai visto. Roberto arriva correndo, affranto. E ancora urla e disperazione. I tentativi di soccorso concitati, disperati. Cos’ho fatto, Santo Dio? Colette è riversa nel suo sangue. Il padre tenta di rianimarla, poi solleva il suo corpo esanime e insieme con la madre corrono verso la macchina lasciandomi lì attonito nella mia cupa depressione, con la consapevolezza di aver sporcato tutto il creato. E’ orribile, adesso lo capisco. Capisco che ciò che ho fatto è terribile. Non andava fatto, lo capisco, ma quando ho visto il sangue, ho avvertito come un tuffo dei sensi dentro di me, tutto il retaggio ancestrale della mia genia è ritornato prepotentemente alla superficie dei miei istinti e non ho saputo frenarmi.

Adesso da due giorni sono chiuso qui in questa gabbia. Mi hanno detto che si chiama Canile Municipale. E io lo sento dentro di me, come un gelo polare, lo so, Colette non c’è più, non la rivedrò più e nemmeno Roberto ed Isabella, ne sono certo.

Parecchi uomini sono venuti a vedermi, alcuni in divisa, tutti mi osservano intenti, mi fissano, mi squadrano. Uno di loro dice ad un altro accanto a lui: «Guardalo. Se lo guardi bene vedi la somiglianza con il lupo. Il lupo perde la testa se sente il sangue. Non c’è da stupirsi se è successo quello che è successo. Adesso dovranno abbatterlo.» E quello gli risponde: «Sono due giorni che se ne sta qui mogio mogio, con le orecchie basse. Non ha neppure mangiato. Sembra strano, ma deve aver capito d’aver distrutto la famiglia dei suoi padroni.»

Adesso sono qui. Sto aspettando che mi facciano l’iniezione. Non c’è nient’altro che si possa fare. Posso solo morire. Però vorrei che mi capissero: non l’ho fatto apposta, credetemi. Il sangue, il maledetto sangue, il suo maledetto odore, il suo maledetto sapore... Vorrei solo poter cancellare tutto, se ne fossi capace. Dio, se lo vorrei! Darei la mia vita subito per rivedere Colette ancora, sentirla biascicare le sue nenie, vederla sorridere ancora e giocare ancora con lei.

Ma non posso. Posso solo morire. Morire per espiare le mie colpe. Ma vi prego cercate di capirmi...

E non mi guardate così. Non mi guardate così, per favore...

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Gradimento

ritratto di Rubrus

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ho scritto anche io un racconto dal punto di vista "canino", ma, essendo io ciò che sono, è assai diverso sia nel contenuto, sia nella forma - che spero comunque non animalesca.

Parliamo dell'aspetto formale. Da sempre gli uomini hanno antropomorifizzato gli animali e quindi ogni discussione su quanto sostenibile sia un cane che parla di " un vento tiepido di primavera carico delle fraganze nuove del bosco e anch’io non avevo potuto rimanere indifferente davanti allo sbocciare alla vita di quel meraviglioso esserino biondo " mi pare superflua. 

Formalmente, chi fa parlare gli animali (favole a parte) fa loro usare un linguaggio semplice, infantile, proiettando su di loro, probabilmente,  una purezza - o una speranza di purezza - che vediamo o che ci piace vedere nei bambini piccoli.

E'  tutta una finzione, quindi, e qualunque registro va bene - anche se io ho preferito l'altro. Basta che sia congruente alla storia.

Contenutisticamente credo che si possano fare due distinzioni sull'approccio narrativo verso la natura.

Ci sono quelli che vedono la naturalità come un liberarsi delle pastoie della civiltà - e quindi sostanzialmente come qualcosa di positivo - un approccio, per certi versi ottimista, alla Rosseau direi, e quelli che vedono la natura come sorgente degli istinti più ferini. Questo tuo pende un po' da quella parte. Ma naturalmente, essendo tutte e due antropomorfizzazioni, vanno sempre bene.    

 

ritratto di Bebo60

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Infatti non esiste un criterio per definire quale "antropomorfizzazione" sia buona e quale no.

Essendo in ogni caso un espediente letterario non mi preoccupo affatto di mettere in bocca ad un cane espressioni elevate e quasi poetiche, perché in fondo è sempre lo scrittore che parla.

E' proprio il contrasto tra il cane che parla del vento tiepido di primavera e che poi cede all'istinto assassino della bestia che mi ha affascinato in questo racconto.

Perché in fondo in ogni scrittore c'è sempre un punto di interesse che rende una storia degna di essere raccontata.
Solo che molto spesso questo punto di interesse non coincide tra lo scrittore e i lettori...

Ciao Rob.

ritratto di Claudio Di Trapani

Ascoltando il tuo punto di vista,

almeno io, ti capisco. Ti uccideranno, ma ti capisco.

Posso solo capirti, perché può salvarti o perdonarti solo il Dio dei cani. Io sono un semplice essere umano.

Ottima scrittura.

Ciao

Claudio

 

ritratto di Bebo60

Ciao

Claudio, fa piacere a noi cani avere la comprensione degli uomini, anche di un solo semplice essere umano.

E ti ringrazio anche della visita e dell'apprezzamento.

Con "ottima scrittura" intendi... scrittura da cani?! smiley

Scherzo, un saluto,
Roberto

ritratto di Claudio Di Trapani

Eheheh!

Hai ragione, il messaggio poteva essere travisato.

Non mi riferivo al tuo cane, ma all'accompagnatore.

;)

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

Caro Roberto... beh... Sì, il

Caro Roberto...

beh... Sì, il tuo racconto ricorda un po', come dici, il mio... Ma proprio solo un po'... Io ho raccontato una storia di fantasia, anche se scaturita da un ricordo d'infanzia (quel cane è esistito sul serio, e sul serio è morto sbranato dai lupi), mentre tu... tu hai raccontato una tragedia, una tragedia vera. Certo, entrambi abbiamo adottato il punto di vista del cane: io una specie di favola/racconto di formazione, tu una tragedia .

Leggendo, pensavo che quel tuo cane così increduto e disperato di se stesso mi richiamava prepotentemente l'assassino che, passata la devastazione del raptus di follia, vede e si vede. E non può perdonarsi. Perché l' incapacità momentanea di intendere e di volere che viene indicata come causa originale all'indomani di delitti incomprensibili ed efferati quando a seguire gli istinti primordiali siamo stati noi umani - e capita, purtroppo capita - non aiuta nessuno: né le vittime né gli assassini. Deve essere per questo che questi assassini qui solitamente si suicidano: proprio come il tuo cane che, in fondo grato, attende di venire soppresso. 

A presto

Maria Angelica