Non sono un vigliacco

ritratto di Massimo Bianco

 1

I ragazzi chiacchieravano con artificiosa spensieratezza lungo il viottolo parallelo alla strada provinciale lucchese, a stento distinguibili nella notte senza luna. In assenza del loro vociare adolescenziale il luogo sarebbe stato silenzioso, a parte lo sporadico rombo di qualche automobile sfrecciante da e verso la città.
In testa marciavano gli inseparabili gemelli monozigoti Giuliano e Leonardo, leader incontrastati del gruppo e gran casinisti. L’idea gli era venuta dalla visione di un vecchio film. Ben decisi a metterla in pratica, avevano sfoderato quel carisma che da sempre gli permetteva d’imporsi su chiunque, spingendolo ad accompagnarlo in qualsiasi avventura s’imbarcassero. I due, alti e robusti sedicenni dagli intensi occhi scuri e i lineamenti ben marcati, procedevano fianco a fianco, sfrontati e sicuri di sé, guardandosi intorno con la torcia elettrica puntata per individuare lungo la zigzagante arteria prescelta la curva più adatta ai loro scopi.

Alle loro spalle procedevano in ordine sparso gli altri quattro, Carlo, Fabrizio, Samuele e, ultimo della fila, Erasmo, cugino di primo grado dei gemelli, dal triste volto rotondo ricoperto di acne e i corti capelli castano chiari dritti come fili di ferro. Era il più giovane della compagnia e con quel suo fisico mingherlino e i dentoni da coniglio aveva un aspetto ancora molto infantile. Le 23,00 erano già passate da un pezzo e la serata si prospettava ancora lunga. Sua mamma, meditava preoccupato e pentito, non sarebbe stata contenta. “Giuliano e Leonardo sono più grandi” - gli ripeteva sempre - “non puoi seguirli dappertutto. Aspetta almeno a fine anno scolastico quando ti compreremo lo scooterino, se sarai promosso; non farti sempre scarrozzare da quei due scavezzacolli.” Invece eccolo lì ad assecondarli nel loro ennesimo azzardo.
Alla sua prima partecipazione si era accontentato di fare da spettatore, ma Loro l'avevano irriso e minacciato di non portarlo più da nessuna parte, perciò non aveva più potuto tirarsi indietro, trasformando i giorni e le ore precedenti al fatidico momento in una snervante attesa. Adesso la paura era tale da suscitargli perfino l'impressione che le fronde degli alberi, mosse dal vento, si piegassero malevoli verso di lui, tentando di scacciarlo:
“Vvrr, vvrrr, cosa fai qui, vvrrr, vattene o sarà peggio per te”.
E “Uuh, uuh, viaa dal mio regno.” Sembrava ribadire un gufo solitario.
Giunti di lato a una svolta, Leonardo volse per un istante lo sguardo sul fratello e ordinò l’alt, in apparente autonomia. Egualmente strafottenti e autoritari, collerici e aggressivi ma al contempo pieni di charme e simpatia, i gemelli sembravano possedere entrambi una personalità dominante. Nessuno aveva ancora capito che l’autentico leader carismatico era Giuliano, mentre Leonardo ne era solo la fedele ombra, straordinariamente percettivo nel comprenderne le intenzioni al punto da anticiparne i desideri come se fossero suoi.
“Ok, fico, è proprio il punto giusto. Sì, mi piace.” Confermò, infatti, di lì a poco Giuliano, evidenziando con l’intonazione di voce e con l'aspirazione della c dura l'origine toscana.

Udita la decisione, i ragazzi si guardarono intorno, tanto curiosi quanto agitati. Il luogo era per tutti nuovo: cambiavano ogni volta destinazione per evitare che la voce della loro presenza si diffondesse, favorendo eventuali appostamenti della polizia.
Da entrambe le direzioni, dopo un breve rettilineo, la strada piegava in un’ampia doppia curva, impegnativa a sufficienza da costringere le macchine a scalare di marcia e a rallentare e al contempo abbastanza scorrevole da permettere una discreta andatura. Ma la caratteristica saliente per cui Giuliano si era convinto a scegliere quel proscenio era l’impossibilità per qualsiasi automobilista di notare la presenza di ostacoli fin quasi all’ultimo, mentre gli ostacoli in questione, loro sei, avrebbero avuto a disposizione gli istanti necessari per togliersi dalla traiettoria in tempo, se fossero stati sufficientemente pronti e rapidi di riflessi. E per chi avesse dimostrato più fegato allontanandosi per ultimo, il prestigio era assicurato. Il gioco era troppo perversamente e paurosamente emozionante perché i gemelli vi rinunciassero con facilità.
I sei si distribuirono tra i due curvoni, in mezzo alla carreggiata, sdraiati a terra immobili e silenziosi sotto al cielo ingemmato di stelle, le orecchie tese ad ascoltare ogni minimo rumore e il cuore rimbombante nel petto come uno stantuffo.

Tum... tum… tum… Erasmo udiva i propri battiti cardiaci, in apparenza talmente energici e accelerati da riverberarsi sull’asfalto sottostante fino a chilometri di distanza. Le pulsazioni sembravano riempire con la propria tonante potenza l’intero campo sonoro, al punto da coprire il rumore delle eventuali auto in avvicinamento. Ragionandoci sopra si rendeva conto della falsità della percezione. Per giunta capiva che avrebbe potuto con accettabile anticipo sia vedere le luci dei fari sia, forse, avvertire le vibrazioni prodotte sull’asfalto dalle auto in avvicinamento. Malgrado ciò il terrore d’essere travolto lo pervadeva in maniera quasi insostenibile.
Eppure dentro di lui era presente, a dargli forza, anche un’altra sensazione, da lui stesso riconosciuta come pazzesca. Infatti, nonostante tutto Erasmo si sentiva eccitato. Era inoltre spinto dall’amor proprio ferito perché, durante la sua unica precedente partecipazione attiva, si era lasciato prendere dal panico al punto da essere il primo ad alzarsi per catapultarsi oltre il guardrail, in largo anticipo sul sopraggiungere dell'automezzo. Così i giorni successivi aveva dovuto sopportare la derisione dei compagni e sentirsi dare della femminuccia, del fifone o, peggio, del bebè. Ma stavolta avrebbe dimostrato di non essere un bambino e di avere più sangue freddo di tutti loro messi insieme.
Tum… tum… tum. Da quanto se ne stava pietrificato senza quasi neppure osare respirare? Gli pareva trascorso un lungo periodo, forse perfino un quarto d'ora. Infine non resistette alla tentazione di distrarsi per guardare le lancette fosforescenti dell'orologio: due minuti! Erano lì da appena centoventi secondi, eppure gli era sembrata un’eternità. Dio, fa che un’auto passi al più presto, così non ci penso più. Gettò un’occhiata agli amici più prossimi. Possibile che solo lui provasse tanta paura? In pubblico il dinoccolato Carlo dava mostra di sprezzante superiorità, ma ora che si credeva non visto non aveva assunto un atteggiamento di preghiera? Oppure quanto gli era parso di scorgere era solo il riflesso delle proprie sensazioni? Di fianco a lui, sull'altro lato lo snello e riccioluto Fabrizio, con lui sempre gentile e che anche per questo trovava assai simpatico. Sapendolo titubante perché alla prima esperienza, Erasmo lo scrutò con attenzione: non stava forse tremando? O era soltanto una sua illusione? I loro sguardi s’incrociarono per un momento. Era angoscia o concentrazione quella che gli leggeva negli occhi? Non lo capiva.
All'improvviso gli parve di percepire qualcosa. Il cuore prese a correre tanto all’impazzata da fargli supporre un infarto imminente: non riusciva a capire da quale parte stesse sopraggiungendo la vettura. Rimase un attimo stranito, finché non comprese il motivo della propria confusione: le auto erano due, in avvicinamento dalle opposte direzioni e destinate forse ad incontrarsi proprio lì dove si trovava. La scoperta, unita al progressivo convergere dei fari, gli provocò un’ondata di panico, che da quell’angolo del cervello governante gli istinti si irradiò all'istante verso gambe e piedi, spingendolo ad alzarsi di scatto e a schizzare via alla cieca, ancor prima che la mente razionale realizzasse quanto il corpo stava effettivamente compiendo. E quando, poco dopo, tornò a connettere, osservando i volti identicamente ilari di Leonardo, di Giuliano e degli altri comprese di aver perso un’altra volta.

Intanto uno degli automobilisti si era fermato, arrabbiato nero e intenzionato a scambiare quattro paroline con quella manica di mentecatti che a momenti o uccideva o lo faceva ammazzare. Ma i ragazzi stavano già scappando via a rotta di collo oltre il guardrail, felici e appagati, verso il luogo dove avevano nascosto gli scooter, uno spiazzo sterrato dietro a un boschetto.
“Anche oggi sei di penitenza, marmocchio fifone.” – Esclamò, beffardo, Leonardo quando furono al sicuro. - “Sei stato tu il primo a cedere.”
“E stavolta troveremo qualcosa di speciale per te.” Aggiunse Giuliano.
“Oh sì, qualcosa di speciale per davvero.” Ribadì Leonardo.
“Ti tocca, ti tocca, cagasotto.” Sbraitò il tozzo, nasuto e caustico Samuele, al settimo cielo per aver evitato grazie a lui l'onta della sconfitta.
Come li odiava in quei momenti. Erasmo non rispose e abbassò la testa, sopportando sconfitto le ulteriori battute mordaci di Leonardo e Samuele, ben decisi ad infierire, e di nuovo giurò a se stesso che era stata la sua ultima brutta figura e che la volta prossima gliela avrebbe fatta vedere a tutti loro, chi era vigliacco.
Intanto alle sue spalle Giuliano e Carlo, il più anziano della compagnia, come dimostrava anche la presenza di uno scuro filo di barba, discutevano animatamente, sostenendo entrambi di essere sfuggiti alle auto per ultimi. La personalità prevaricante di Giuliano finì per imporsi e il perdente della tenzone strinse le mani a pugno, con un’espressione di rancore dipinta sul volto. Per un attimo parve voler saltare addosso a Giuliano e pestarlo, infine, umiliato, cedette definitivamente.

 

I due operatori guidavano la piccola macchina compattatrice lungo il tratto conclusivo di Via Dei Bacchettoni. Era notte fonda mentre percorrevano le vie di Lucca e si sentivano stanchi e nauseati. Risiedevano in una splendida e vivibile città, caratterizzata dalla presenza di un ben conservato nucleo medioevale interamente circondato da imponenti mura cinquecentesche, e non avrebbero nulla di serio di cui lamentarsi, eppure erano perennemente insoddisfatti. Seppur per motivi diversi, l'uno e altro erano pieni di acredine.
Nelson Lwanga, fuggito giovanissimo e senza prospettive da una Costa D'Avorio in preda al caos, era approdato in Toscana dopo lunghe peregrinazioni. Una volta ottenuta la cittadinanza italiana aveva optato per stabilirsi a Lucca. Faticava però a integrarsi in quella che avrebbe dovuto essere la sua nuova patria e perciò mal sopportava sia gli italiani da cui si sentiva, con eccessiva generalizzazione, disprezzato sia gli immigrati, la cui presenza gli pareva rendergli più arduo l'agognato inserimento.
Bonifacio Anselmi era invece nativo di un paesino della Garfagnana. Si era trasferito nel fascinoso capoluogo provinciale otto anni prima, dopo aver compreso che il lavoro creduto transitorio si era trasformato in definitivo, nonostante la propria convinzione di meritare di meglio. Interrotto ogni rapporto con la famiglia d'origine, metteva in tutto ciò che faceva una rabbia perpetua, come se il mondo intero fosse responsabile del suo mancato successo sociale.
Di carattere introverso e non troppo dissimile nonostante le differenze di razza, religione e costumi, i due colleghi avevano finito per stringere una solida amicizia.

Il camion si fermò dinanzi all’ennesimo cassonetto stracolmo di spazzatura. Nelson Lwanga dovette scendere a raccogliere l’immondizia lasciata fuori dal bidone. Era bastato trascurare per una sola sera la raccolta in quella strada per provocare un enorme esubero di rifiuti.
“Tu guarda che schifo. Come cazzo faranno i nostri merdosi concittadini ad accumulare tutta questa spazzatura. Dio come li odio.” Brontolò ad alta voce da bordo camion Bonifacio.
Finalmente il cassonetto fu svuotato e i due proseguirono per Via Del Fosso, strada conclusiva del quotidiano percorso notturno. Per fortuna lì nessuno aveva lasciato rifiuti all’esterno dei pochi contenitori presenti e, mentre il collega guidava e azionava i macchinari, Nelson poté distrarsi a osservare il cosiddetto fosso, cioè l'antico fossato, ultima vestigia delle scomparse mura duecentesche, che dava il nome alla via da esso suddivisa in due carreggiate. Quel luogo lo affascinava da sempre. L’acqua vi scorreva cheta sotto il livello stradale, attraversando la città da nord a sud, trasformata in tranquillo rigagnolo. Benché non vi fosse in realtà alcuna somiglianza, lo spettacolo lo portava a ripensare al fangoso fiumiciattolo natio.
Giunsero finalmente all’ultimo cassonetto, subito prima di sbucare dinanzi al bastione di San Regolo, l'unico della via in cui parte dei rifiuti giacevano abbandonati all’esterno. Bonifacio notò lo sportello mal serrato e richiamò l’attenzione del collega. Quest’ultimo andò a controllare. Una sbarra sistemata di traverso ne impediva la chiusura completa in modo sospetto. I due si scambiarono un’occhiata.

Nelson aggirò il bidone per aprirlo con la pedaliera, spostando la spazzatura sistemata fuori in maniera sorprendentemente ordinata. Aprì lo sportello e gettò uno sguardo al suo interno, dove si vedeva solo uno strato superficiale di cartoni a nascondere il fondo. Il contenitore era pieno appena per tre quarti. Mentre provvedeva a riempirlo non poté evitare di chiedersi perché i residenti avessero lasciato la spazzatura di fuori con tutto quello spazio a disposizione. Terminato il lavoro gli parve di veder ondeggiare i cartoni e rimase qualche istante soprappensiero.
“Che fai lì impalato, muoviti!” Esclamò allora Bonifacio.
L’Ivoriano fece spallucce. Estrasse la sbarra per evitare danni al compattatore e richiuse con delicatezza lo sportello. Infine l’italiano avviò le operazioni meccanizzate di svuotamento.
Mentre il cassonetto veniva sollevato e rivoltato e il suo contenuto si rovesciava all’interno del camion, udirono chiaramente l’esclamazione di sorpresa, seguita da soffocate grida di disperazione.
I due si guardarono di nuovo negli occhi, poi Bonifacio sorrise trionfante.
“Centro! Finalmente.” Esclamò quindi di buon umore.
“Tu sapevi, vero? Tu eri sicuro.”
“Certo, ho pensato subito che qualcuno aveva tolto l’immondizia per dormirci dentro. E non mi dire che non l'avevi capito pure tu perché non ci crederei. Non è certo il primo barbone a trovare riparo così, per la notte.”
Dall'interno si alzavano intanto urla spaventose benché appena udibili.
“Brutta morte, forse è meglio se fermiamo macchinario.” Disse Nelson.
“Nemmeno per sogno. Una merda di meno tra le palle.”
Sul volto di Bonifacio era apparsa un’espressione estatica. Nelson la contemplò per qualche istante. Il suo amico era pazzo, già lo sapeva. Gli parve di sentire ancora fracasso, ma resistette alla tentazione di montare a bordo e arrestare lui stesso il meccanismo: ormai doveva essere già troppo tardi. Scrollò quindi la testa, sopprimendo le residue parvenze di rimorso:
“Solo uno deficiente dorme dentro cassonetti, doveva ben sapere che noi passavamo. Era proprio stupido, peggio per lui.” Sentenziò.
“Hai sentito gli strepiti? Peccato non aver visto lo spettacolo delle pale mentre lo facevano a pezzi.”
Nelson risalì a bordo, ridendo per il commento dell'amico.
“In questo momento le pale staranno finiscendo di stritolarlo.” Disse poi.
“Finendo, si dice; io finisco, tu finisci, ma loro stanno finendo di stritolare.”
“Ehi Bon, e se trovano i resti? Passeremo guai.”
“E perché mai, non è stata colpa nostra, no? Mica potevamo accorgercene, noi non abbiamo sentito niente. Forza, torniamo in sede, oramai abbiamo terminato.”
“Con mezz’ora d'anticipo sull’orario!”
“E scommetto che sfrutterai il tempo guadagnato per farti qualche puttana delle tue parti, eh Nelson? T'invidio, cazzo, niente moglie tra i piedi a piantar grane, niente figli, la vita te la godi davvero.”
“Mm, tua moglie non te la dà ancora?”
“Mi tiene il muso da una settimana, quella stronza. Uno di questi giorni la butto nel cassonetto e poi passo a raccogliere pure lei.”

 

2

Come ogni venerdì i gemelli, esentati dall'ora di religione, uscirono dal liceo artistico Passaglia a mezzogiorno. Attraversarono l'antica e stretta via Fillungo, in pieno centro storico, in compagnia di Carlo e proseguirono lungo via San Giorgio e via Tassi, diretti verso casa, subito fuori le mura. Era una giornata tardo primaverile sorprendente calda, quasi a preannunciare una torrida estate, il clima ideale per realizzare il loro solito progettino serale. Tutt’intorno la gente si aggirava in bicicletta. I tre avevano invece approfittato del maggior tempo a disposizione, offerto dall’uscita anticipata fine settimanale, per recarsi a scuola a piedi, così ora lo sfruttavano per fare quattro chiacchiere. Giunti sotto casa del compagno, ancora entro le mura, davanti a un negozio di pasta fresca, s'accomiatarono:
“Allora stasera alle nove e mezza al bar in piazza, Carlo.”
“Ecco, veramente stasera non so se potrò venire, il mio babbo ha ospiti a cena.”
“Chi se ne frega, inventa qualche scusa per uscire.” Sbottò subito Giuliano.
“Ma siederemo a tavola solo verso le otto e mezza e…”
“Niente ma e niente e! Son già due settimane che rimandiamo e ora mi son rotto. T'aspetto al massimo fino alle dieci meno dieci. Non un minuto di più, poi m’incazzo, sei avvisato.”
“Eh, se non trovassimo noi il modo di vivacizzare le serate. Non c’è mai nulla da fare qua a Lucca, i soliti locali, le sale giochi… che palle!” Commentò Leonardo.
A lui sarebbe piaciuto vivere altrove, magari a Milano, magari a Monaco di Baviera patria della October fest, città che giudicava mille volte più vive, invece tanti turisti lombardi o tedeschi, una volta giunti, parevano dispiaciuti di dover tornare a casa. La gente non la capiva proprio.
“Il mondo è pieno di sfigati.” Spiegò Giuliano, che doveva avergli letto nel pensiero.
“Fabri e Samu uscivano a mezzogiorno pure loro, li chiamiamo già?” Chiese Leonardo mettendo mano al telefonino.
“Perché no? Prima gli diamo la conferma e meglio è, altrimenti son capaci di dire che credevano saltata la serata e non possono più venire.”

Intanto, dopo aver richiuso il portone, Carlo non seppe evitare di rivolgere uno sguardo ai dispotici fratelli. Uno stava indolentemente appoggiato al palo di un segnale stradale con aria più arrogante che mai e l’altro era impegnato a telefonare. Sentiva di esserne succube e non se ne capacitava. Quando, in seconda, era stato bocciato, aveva creduto di arrivare nella nuova classe ammantato del prestigio del piccolo boss, grazie alla sua maggiore età e al vantaggio di essere ripetente, invece si era fatto soggiogare dai due al punto da accettare quell’assurda follia. Passò in rassegna ogni possibile giustificazione per sottrarsi all'impegno all'ultimo momento, ma era inutile e lo sapeva, non ne sarebbe mai stato capace.
Da parte sua Giuliano, osservando il dinoccolato e barbuto amico dirigersi mesto verso le scale e il fratello impegnato, al telefono, ad alzare la voce col primo dei due interlocutori mentre si grattava nervosamente i cortissimi capelli castani, dipinse sul volto un’espressione beffarda. Sapeva benissimo che Carlo aveva una paura matta, anche se piuttosto che ammetterlo si sarebbe lasciato pestare a sangue. E di certo Fabrizio e Samuele stavano accampando scuse.
Stupidi fifoni buoni a nulla. Avrebbero tutti rinunciato alle scorribande notturne da un pezzo, se io non gli incutessi ancor più paura del rischio di restare uccisi sotto un'auto. Meditò.
Perfino Leonardo, sì, persino lui, intuiva Giuliano, era assai meno convinto di quanto mostrasse. Ma se li avesse lasciati andare prima o poi avrebbero tradito. E comunque tutto ciò non rivestiva soverchia importanza, perché quando si giungeva al dunque, in attesa degli eventi sdraiati lì sul freddo asfalto, ognuno veniva preso dall'orgasmo e dallo spirito competitivo e non si tirava più indietro.

 

Intorno alle venti Nelson Lwanga guardava la tv stravaccato su un vecchio divano sfondato, nel suo appartamentino di fronte a un piccolo spiazzo di Via San Leonardo. Aveva svolto il turno mattutino e siccome quel sabato e domenica faceva pausa, era libero dall'una del venerdì fino alle diciannove di lunedì, allorquando sarebbe tornato al più abituale turno di notte.
Nel frigo semivuoto era avanzato un po' di pesto alla genovese. Avrebbe potuto preparare due spaghetti, se solo avesse trovato la forza di volontà di schiodarsi dal divano. Volse un momento lo sguardo verso la cucina, poi si arrese e riportò l'attenzione sullo schermo. Stufo di uno stupido balletto mise mano al telecomando e cambiò canale, sintonizzandosi su un episodio dell’ispettore Derrick. Seguì la storia senza interesse. Durante il tempo libero Nelson si annoiava di tutto e nemmeno le donne lo attizzavano più di tanto. Ben presto ne ebbe abbastanza del poliziesco e riprese a far zapping. Prima un quiz, le cui domande lo portarono ad appisolarsi per risvegliarsi solo al frastuono della pubblicità; poi un barboso vecchio western in bianco e nero, che seguì fino all'entrata in scena dei soliti indiani cattivi; infine le televendite:
“...Un meraviglioso trumeau Liberty, signori. Guardate gli intarsi raffinati e i disegni floreali. Bello, bello, bello. Appena 6500 euro da scontare, signori. Quasi mi vergogno a dirlo, i 6500 diventano...”
In quel momento sentì suonare e come d’abitudine, anziché rispondere al citofono, uscì sul balconcino del soggiorno per vedere chi lo cercava.
“Ciao Bon, sei tu!”
Bonifacio Anselmi alzò lo sguardo in direzione della voce e sorrise.
“Ciao Nelson, tutto bene?”
“Insomma, comsì comsà amico Bon e tu?”
“Meglio non chiedermelo. Dai, scendi, ci mangiamo una pizza da qualche parte e poi facciamo il solito giro col mio furgone.”
Cinque minuti dopo Nelson Lwanga ascoltava il collega lamentarsi della moglie. Avendoci di nuovo litigato aveva pensato di chiamare l’amico per sfogarsi e divertirsi un poco insieme a lui. In questo l'africano proprio non lo capiva: una donna del genere andava o battuta o ripudiata, certamente lui non si sarebbe lasciato calpestare a quella maniera

3

 


Di nuovo ad affrontare impavidi la morte, sempre con quella tremenda, magica mescolanza di tensione ed ebbrezza. Stavolta gli avventurieri sono ben otto, troppi. Benché i gemelli abbiano imposto a tutti il silenzio, la voce ha iniziato a diffondersi e sempre più ragazzi chiedono di partecipare. Si vedono così costretti ad accettarne le richieste, consci che il giocattolo è prossimo a rompersi e prima o poi gli adulti, inevitabilmente avvisati, li fermeranno e li puniranno. Forse l’opzione migliore, medita Giuliano, potrebbe essere giocare d’anticipo e interrompere di propria iniziativa. Non ancora, però, non ancora.
Fedeli all'impegno di non tornare mai due volte di fila nel medesimo luogo, stavolta Giuliano e Leonardo hanno invertito la direzione puntando le moto verso le vie che scendono al mare. Per la quinta sfida al destino hanno optato per la stessa località della prima volta, inedita per metà gruppo. Malgrado il tempo trascorso, ripercorrendo la strada ricordano le sensazioni provate come se risalissero al giorno prima e già avvertono l'adrenalina montargli dentro. Intanto Giuliano sente Erasmo tremare dalla paura stretto a lui, mentre Fabrizio, in sella dietro a Leonardo, “sbruffoneggia” senza dargliela a bere: i gemelli sanno che se la sta facendo sotto pure lui.
Subito alle loro spalle Carlo maschera la tensione muovendo la lingua quasi indipendentemente dalla propria volontà. Parla in continuazione, alzando la voce per farsi sentire al di sopra dei motori. Al contrario Samuele, in moto con lui, non ha ancora aperto bocca, incapace di spiccicare parola. Si guarda intorno di continuo ma tutto gli scivola via senza imprimersi. Infine i neofiti Laurent e Alessio seguono da lontano, imperscrutabili, ciascuno sul proprio scooter.

Venti a mezzanotte: giunti a destinazione, i gemelli guidano la banda a nascondere i mezzi. Anche se priva di lampioni, la strada è ben illuminata dalla luna piena, ma sotto quella luce spettrale le ombre si allungano pallide ed evanescenti. Le curve, constata Erasmo, sono più ampie di quelle delle sue esperienze precedenti e se ciò consente alle auto di impegnarle a velocità più sostenuta, in compenso dovrebbe anche permettere ai piloti di notare con qualche attimo d’anticipo la presenza di intralci, avendo più tempo a disposizione per frenare. A quell'ora ormai tarda l'arteria secondaria è quasi totalmente priva di attività. Nell’arco dei dieci minuti trascorsi a studiare la situazione vedono passare non più di tre automobili.
Erasmo osserva gli amici ammiccare compiaciuti senza condividerne il piacere. Il ragazzino sperava che con l’arrivo della bella stagione il traffico si fosse intensificato a sufficienza da dissuaderli. Inutile negare, non si abituerà mai e, anzi, ogni volta la fifa aumenta. Forse presto non avrà nemmeno più la forza di unirsi al gruppo, ma prima, giura a se stesso, fuggendo per ultimo dimostrerà a tutti di non essere un vigliacco. Solo chiudendo in bellezza senza che nessuno possa rivolgergli l'infamante accusa potrà annunciare il proprio abbandono.
È ormai tempo di passare all’azione e nessuno ha più voglia di parlare. Si sdraiano sull’asfalto in ordine sparso, con i cuori che battono all’impazzata.
Tum… tum… tum. Non ne posso più, non voglio più farlo, no, non voglio, pensa Erasmo, sconvolto, mentre sopra la sua testa la luna e le stelle risplendono indifferenti. E gli pare ancor peggio del solito. Una volta di più si domanda se sia l’unico a provare tanta paura. Possibile che solo lui debba sempre sentirsi come se il cuore dovesse fermarsi da un momento all’altro? Ma non importa, ripete di nuovo a se stesso, giuro che stavolta da qui non mi schiodo finché non avrò visto scappare tutti, io non farò più la figura del bimbetto fifone!
Gli inseparabili Giuliano e Leonardo si sono sdraiati come al solito uno di fianco all’altro e si guardano negli occhi. Giuliano ha sempre sconfitto tutti, stanotte ha però un conto in sospeso con Carlo, che la volta precedente lo ha costretto a far la voce grossa per veder confermato il proprio primato e anche un po' col fratello, che non ha preso come al solito le sue parti. È perciò deciso a surclassare entrambi, ne va del suo onore di leader. Mantiene stampato sul volto il solito sorrisino beffardo, ma non è meno teso degli altri ragazzi, è soltanto troppo orgoglioso per darlo a vedere. D’altronde l’acme di piacere che gli procura l’agghiacciante, fascinoso momento in cui l’auto gli arriva addosso, ignara dell’ostacolo, è talmente violento da superare qualunque remora. Crede che neppure scopare miss universo gli procurerebbe un orgasmo altrettanto intenso.
Leonardo per parte sua è stufo di sentirsi a rimorchio del fratello e vuol fare un figurone. Per essere certo di non fallire, non tenderà né l'udito al ringhio delle macchine né lo sguardo all’apparire dei fari, ma concentrerà tutta l’attenzione su di lui. Lo fisserà negli occhi per tutto il tempo e si muoverà solo quando lo vedrà cedere e scappare via. Non gli importa di primeggiare ma solo di sconfiggere Giuliano, altrimenti non avrà più il coraggio di guardarlo in faccia.
In quel momento Carlo è talmente risentito per ciò che giudica un sopruso subìto da lasciare la fifa in secondo piano. L'altra volta avevo vinto io, cazzo, si ripete continuamente, quel bastardo mi ha fottuto, mi ha defraudato, ma stanotte la vedremo chi ha i coglioni, qui.
Samuele intanto si sente quasi svenire. Strano come non ci si abitua mai, medita battendo i denti come se avesse freddo, partecipo dall'inizio ed è davvero emozionante, eppure...
Anche il nero di pelle Laurent ha paura, ma ne è contento, perché ritiene che se non provasse quel sentimento prima, il piacere e l'emozione risulterebbero assai meno intensi poi. Quanto al risultato finale, arrivare primo o ultimo gli è indifferente, basterà essersela goduta.
Il pallido e biondissimo Alessio, suo amico del cuore, è invece assai meno convinto e si sta chiedendo cosa stia facendo lì. Sul momento gli era parsa una buona idea, una vera figata, ma giunto al dunque è amaramente pentito e vorrebbe trovarsi altrove. Magari tranquillo e beato nella sua dolce e bella cameretta a giocare alla play-station, a navigare su internet o sdraiato nel letto a leggersi i fumetti preferiti. Qualunque cosa pur di non trovarsi disteso in quella gelida strada ad attendere la signora con la falce, mascherata da ignaro automobilista. Ma, giura a se stesso, appena mi sembra di udire l’arrivo di qualcuno scappo subito via e poi non ci riproverò mai più.
Infine Fabrizio si defilerebbe volentieri, ma non ha il coraggio di ammetterlo davanti agli altri e preferisce affrontare la morte piuttosto che il disprezzo di Giuliano e Leonardo. Si consola al pensiero che gli basterà alzarsi istantaneamente al sopraggiungere dell'auto, scaraventarsi fuori portata e tutto andrà bene e se poi dovrà sorbirsi qualche sfottò, pazienza. Trova giusto che a turno tocchi un po’ a tutti, gli spiacerebbe vedere il ragazzino sempre sbeffeggiato.

Gli adolescenti, distesi immobili sul terreno, tornano a provare quella strana sensazione di dilatazione del tempo, i secondi che paiono minuti e i minuti ore finché, al termine di un imprecisato periodo d'attesa, un ronfare attenuato spezza il silenzio.
Giuliano resta qualche attimo frastornato, poi comprende all'improvviso. “Ma che cazzo?” “Mamma mia.” “Noo.” Sente sovrapporsi le voci degli amici.
Un furgone irrompe a motore e luci spente in mezzo al mucchio, travolgendoli.
D’istinto Giuliano si lancia alla disperata verso il bordo della strada, senza vedere o pensare a nulla, evitando la vettura per un pelo. Solo dopo essersi messo al sicuro ed essersi ripreso un poco dallo shock si volta a controllare la situazione. Scorge tre corpi immobili e gli si avvicina, attonito e stordito. Oddio, chi ci sarà rimasto? Aveva sempre saputo di giocare con la morte, ma non aveva mai creduto che sarebbe davvero successo l’irreparabile, mai.

Per primo vede Leonardo, orrendamente mutilato. Il sangue scorre come un fiume in piena dal tronco schiacciato e le interiora gli spuntano fuori. Solamente il volto appare intatto. Per qualche istante resta imbambolato a guardarlo. Riconosce nel gemello un’inconcepibile espressione di trionfo, ancora più sconvolgente del corpo straziato. Lo fissa a lungo senza osar muovere un muscolo per toccarlo. Infine solleva lo sguardo e a parecchi metri di distanza riconosce Carlo, giacente a pancia ingiù, le membra angolate in maniera anomala, così come è atterrato dopo essere stato scagliato via dalla violenza dell’urto. Giuliano si sente male e si piega in due, colto da conati di vomito.
Tra i cespugli alle sue spalle qualcuno piange a dirotto. Avrebbe una gran voglia di piangere anche lui, ma non ci riesce. Infine si sente chiamare. La parola proviene proprio dal centro della strada. Si gira e scorge un movimento.
“Giuliano.” Ripete, sommessa, la familiare voce.
Allora si fa forza e si avvicina alla terza vittima. Volta la testa nella sua direzione, Erasmo sussurra qualcosa. Giuliano avvicina l’orecchio per sentire e gli prende una mano, mentre il cuginetto trova la forza di rivolgergli un sorriso, prima di riprendere a parlare.
“Hai visto? Non sono… un vigliacco, no… sono stato io… l’ultimo a…”
S’interrompe. Due lacrime scorrono lente dai suoi occhi ormai vitrei. Tenta con un ansito di aggiungere qualcosa ma non ci riesce e, spossato e sofferente, stringe convulsamente la mano del cugino. Angosciato, Giuliano si libera della presa, intuendo come anche Erasmo stia per morire. Infine si siede sul ciglio della strada, annientato dalla colpa.

 

Il furgone si allontana nella notte a tutta birra. Bonifacio riaccende i fari. Poco prima ha anche rimesso in moto, dopo essere sfrecciato lungo la discesa a motore spento. Gli brillano gli occhi, finalmente libero da tutte le rabbie e le tensioni accumulate. Seduto al suo fianco Nelson ride a squarciagola, i denti candidi risplendenti nelle tenebre, e continua a darsi pacche soddisfatte sulle cosce.
“Lo sapevo che prima o poi li beccavamo, gli stronzetti.” - commenta giulivo Bonifacio - “sentivo parlare dei loro stupidi giochi da mesi. Sai quanta gente l'aveva raccontato in giro, cazzo? Quella curva era ideale per i loro scopi. C'erano già stati l'estate scorsa, immaginavo che ci sarebbero tornati.”
“Peccato che oggi guidavi tu, Bon. È la tua solita dannata fortuna, ma è stato bello lo stesso. L'hai visto quel coglione volare per una dozzina di metri?”
“È stato molto meglio dell’altra volta con quel pezzente di merda nel cassonetto, cazzo. E poi sai, amico, per qualche istante mi sono sentito come Dio, in grado di dare o togliere la vita. Inebriante. Peccato che un’occasione del genere difficilmente si ripeterà più.”

 

N.B.: terminato martedì 15/6/04 e mai proposto per l'eccessiva lunghezza. Revisionato e abbreviato per il web entro l'ottobre 2016. Supera ancora il mio antico limite prefissato di 5000 parole ma di poco. Massimo Bianco.

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

ritratto di Vecchio Mara

cinquemila e più parole...

e non sentirle... il racconto scorre meravigliosamente... mi è piaciuto molto la descrizione  dello stato d'animo che attraversava la mente dei ragazzi mentre si recano sul posto in motorino, poi dell'adrenalinica paura che attraversa la mente di ognuno negli attimi precedenti la sfida finale... infine arrivano gli angeli della morte a porre fine alla sfida: due belve ringhianti, che sfogano il loro disagio sociale facendo scempio dei giovani corpi distesi sull'asfalto, e qui l'ultima perla: la descrizione dei poveri resti, poi l'ultimo rantolo di Erasmo e il senso di colpa di Giuliano... piaciutissimo.

Ciao Massimo

Giancarlo  

ritratto di Massimo Bianco

Grazie, sono lieto che la lunghezza non si senta.

Grazie, sono lieto che la lunghezza non si senta. Questo sul web è fondamentale. E sono naturalmente ancora più lieto che il racconto ti sia piaciuto. Grazie per la visita e il commento, ciao.

ritratto di Gerardo Spirito

    Nelson e Bonifacio, bei

 
 
Nelson e Bonifacio, bei bastardi sti due eh? Che dire invece dei ragazzi, idioti come pochi, ma in giro ce ne sono molti, ahimè. 
Ben fatto Massimo, la lunghezza non è stata un problema anzi, il racconto fila liscio. Forse, avrei dato una spuntatina alla parte finale, quando i pensieri di Giuliano e Erasmo e Leonardo s'intrecciano in un miscuglio di ansie e stupidità, mentre sono lì sdraiati al centro della strada in attesa di misurare chi fra loro è il più coraggioso. Ma va bene anche così, perchè quella parte ha lo scopo di affinare la tensione che scaturirà nel "misfatto".
Ho apprezzato molto le figure di Bonifacio e Nelson: insoddisfatti, annoiati (dal lavoro) e quindi crudeli, tanto da arrivare al punto di reprimere le proprie insoddisfazioni in atti terribili (v. barbone che finisce stritolato) che riescono addirittura a divertirli. 
ritratto di Massimo Bianco

Eh sì, molti davvero, temo.

Eh sì, molti davvero, temo. Anni fa mi erano giunte voci di comportamenti analoghi nel savonese mai confermate e che confido quindi fossero false, ma che comunque mi avevano ispirato il racconto, spingendomi inoltre a non ambientarle a casa mia. La mia scelta cadde così su Lucca, città che mi piaceva e conoscevo discretamente. E ancora sì, nelle mie intenzioni lo scopo del passo citato è esattamente quello che hai spiegato tu. Lieto che il racconto ti sia piaciuto ti saluto, ciao, alla prossima. M.

ritratto di monidol

Diobono che ansia

... mi fan star troppo male queste storie, nemmeno i film riesco a vederli. Che poi, sempre i più deboli ci rimettono. Ora mi riprendo e ti dico eh... :-)

L'hai scritto benissimo Massimo, efficacissimo, non ci si riesce a staccare fino alla fine, anche se, come va a finire, lo si sa dalle prime righe... perchè va sempre a finire così. Descritti molto bene anche le situazioni, le atmosfere e i personaggi,

Non è sicuramente una storia originale e i personaggi, che sono perfetti, rientrano tutti negli stereotipi del caso. Uno riuscitissimo esercizio di stile mi verrebbe da dire.

La variante i due pazzi assassini, personaggi molto interessanti, anche perchè inusuali; la loro presenza però mi sembra un po' forzata, poco amalgamata con tutto il resto.

In merito alla lunghezza ripeto che il testo prende tantissimo e non annoia, solo in un punto mi sono messa a leggere veloce, quando si ripete la scena e racconti nuovamente le paure del "prima", cosa che comunque si fa interessante quando spieghi le intenzioni di prevalere di ognuno.

Ecco, testo lungo, comemnto lungo e analisi meritatissima, giusto per finire di rompere, riguarda la frase iniziale dove c'è "avevano sfoderato quel carisma che da sempre gli permetteva d’imporsi su chiunque, spingendolo ad accompagnarlo in qualsiasi avventura s’imbarcassero" qualcosa non torna; e l'ivoriano sa da scrivere maiuscolo, credo.

Ciao Massimo,

bel lavorone!

moni

ritratto di Massimo Bianco

Ben trovata, Monidol! Sai,

Ben trovata, Monidol! Sai, pur avendola scritto io e letto e riletto un mucchio di volte ancora quando giungo al finale mi emoziono, mi è capitato perfino oggi, dandogli un'ultimo sguardo al momento di pubblicarlo, quindi ti capisco molto bene. Indubbiamente il finale non pretendeva di essere  imprevedibile, tanto più che fatali risultano le motivazioni di ciascun ragazzo, perché prefigurano chi di loro finirà male. In effetti Bonifacio e Nelson non sono necessarissimi all'economia del racconto, ma che ti devo dire, all'epoca la mia ispirazione me li fece creare e non ho voluto cambiare impostazione, a ogni modo mi pare che convieni pure tu che funzionino, che risultino efficaci. Grazie per visita e apprezzamento, ciao. M.

P.S. Ah, dimentivavo: sì, Ivoriano, giovedì sera correggerò.

ritratto di Rubrus

***

Trovo che sia descritto molto bene il tipo di relazione esistente tra questi giovani un po' senza arte nè parte, un po' vuoti, in cui il gruppo diventa l'unico strumento per costruirsi una identità, in cui però il gruppo diventa branco, con tanto di capibranco e individui alfa e beta.

Trovo anche efficace il modo in cui è descritta la debolezza di alcuni personaggi che non riescono a svincolarsi dal lato oscuro del branco, anche se lo percepiscono bene.

Il meccansimo del racconto è basato sulla nemesi e su una corsa verso il basso e verso il peggio. In tutto il racconto serpeggia un confuso, oscuro desiderio di morte.

Ritrovo un po' una tua mania di spiegare e poi dimostrare che appesantisce, spesso all'inizio, il testo. Per esempio: dici che Giuliano e Lorenzo sono i capibranco e poco dopo si comportano come tali, come se avvertissi la necessità di confermare quello che hai detto. In realtà non se serve: se fai vedere che agiscono in ujn certo modo, o parlano in un certo modo, il lettore capisce da solo qual è il loro ruolo e lo stesso discorso vale per gli altri .  

Credo invece che alla fine non sia necessaria un'accellerata anche perchè nei momenti di estrema agitazione il tempo pare rallentare e il punto di vista qui è soprattutto interno, diversamente che all'inizio, dove è soprattutto esterno. Conseguentemente il tempo assume il ritmo di chi vive la situazone: è un po' come nei film in cui certe scene d'azione sono girate al ralenty. L'importante è non esagerare e usre con moderazione la tecnica.

Piaciuto.

"ivoriano"  va minuscolo se aggettivo. maiuscolo se sostantivo

 

 

ritratto di Massimo Bianco

Lascia che ti dica che oggi

Lascia che ti dica che oggi mi hai fatto una disamina assai bella, Rubrus, di cui non posso che ringraziarti. "Il lato oscuro del branco": mi piace, mi fa venire in mente Star wars. Per quanto riguarda l'appunto che mi rivolgi, tieni presente l'epoca in cui è stato scritto il racconto: che oggi mi sia o no liberato del difetto, a ogni modo all'epoca era senz'altro più accentuato. Ciao e grazie.

ritratto di Antonino R. Giuffrè

Ciao Massimo. Innanzitutto,

Ciao Massimo. Innanzitutto, bentornato tra noi come autore: erano mesi che aspettavamo un tuo racconto (credo che sia un pensiero condiviso). A dir la verità, leggendo la data della sua prima stesura, questo proprio “nuovo” non è, ma i tuoi estimatori - tra cui il sottoscritto – non rimarranno certo delusi o insoddisfatti, riconoscendovi sin dall’incipit il marchio inconfondibile della tua creatività e del tuo stile. E sì, perché, secondo me, qui si trovano in nuce diversi elementi che ritroveremo in altri tuoi racconti:

  1. L’ambientazione lucchese: come non ricordare “Il cuore nero di Lucca”, che io colloco al secondo posto della mia personalissima top 3 (gli altri due sono “Romantica, crudele Venezia” e, new entry, “Lo tradiva con tutti”, ex aequo con “Dall’ammasso della Vergine” e “Il volto tra le nubi”). Qui, però, l’ambientazione non è protagonistica; e sembra che tu abbia scelto la città toscana soprattutto per le sue strade.
  2. Corse auto/motociclistiche: il pensiero corre subito a “Giorni di terrore” e, se non erro, al prologo del tuo romanzo “Capelli”.
  3. Struttura bipartita: due tracce narrative, apparentemente distinte, si alternano con rigorosa simmetria fino allo scioglimento finale. Qualcosa del genere l’avevo letta in un tuo racconto di fantascienza (forse, ma non sono sicuro, “Episodi temporali”).
  4. Strali avvelenati contro il matrimonio. Qui viene presa di mira la moglie di Bon, poveretta.

 

È scritto molto bene, con un ritmo serrato e una sintassi chiara e pulita. Tuttavia ci sono cose che non mi tornano (sto già a sentire il tuo “e te pareva” eh eh):

  1. Artificiosa spensieratezza. Sono rimasto mezz’ora a interrogarmi su come la “spensieratezza” possa essere “artificiosa”: mi sembra quasi una contraddizione in termini. Ho fatto anche una ricerca a tal proposito: beh, questo nesso è stato adoperato solo una volta da un tale Anthimos Mazarakes nel 1843. Naturalmente è stato tradotto, e credo maluccio. In generale, specie in passato, tendevi spesso ad aggettivare anche laddove, magari, non era strettamente necessario. Questo può creare o “ridondanza” o fenomeni acirologici.
  2. , spingendolo ad accompagnarlo in qualsiasi avventura: se ho ben capito il senso della frase, dovrebbe essere “accompagnarli”.
  3. quella manica di mentecatti che a momenti o uccideva o lo faceva ammazzare: qui due cose. La prima è “manica di mentecatti”: mi sembra un giudizio che si poteva anche evitare. La seconda è “Lo”.
  4. io non non gli incutessi: ripetizione.
  5. Allorquando: non si usa da un bel po’.
  6. giocare al play-station: alla play.

 

Mi pare, inoltre, che tu abbia descritto molto bene i ragazzi, mentre hai solo abbozzato i personaggi di Bon e Nelson, ridotti a poco più di macchiette. Forse a furia di accorciare, hai tagliato qualche sequenza che li riguardava.

Per me, dunque, il racconto è senza infamia e senza lode: discreto.

Un caro saluto.

 

 

 

 

ritratto di monidol

Artificiosa spensieratezza :-)

secondo me ci sta... tipo quando ci si vuol far vedere felici e contenti a tutti i costi perchè magari lo chiama la situazione (si va tutti a ballareee!!!!! yea yea yea) ma in realtà si cerca solo di stare sopra le righe con un falso entusiasmo che di fatto maschera sentimenti di disagio e inadeguatezza ... vabbe così, scusa l'intromissione Anto, mi piace a volte parlare delle parole.. ne ho approfittato

ritratto di Massimo Bianco

Ciao Antonino, lieto come

Ciao Antonino, lieto come sempre di trovarti. Le motivazioni dell'ambientazione lucchese le ho speigate a Gerardo Spirito, quindi non sto a ripeterle, solo una piccola annotazione, quindi: oltre a questo e al racconto da te citato ce n'è un altro (un mio racconto minore, peraltro, a parer mio) il cui inizio si svolge a Lucca perché protagonisti sono marito e moglie lucchesi (che non si sopportano più, giusto per rimanere in tema sugli strali contro il matrimonio, effettivamente un mio leit motiv): "Un cupo viaggio in autostrada".

Su "Artificiosa spensieratezza" Monidol ha spiegato alla perfezione ciò che io intendevo esprimere con quell'espressione, quindi ti rimando al suo intervento. Sono però affascinato dalla passione che dimostri: esserti preso il disturbo di effettuare una ricerca seull'espressione! Caspita!!

Prendo atto con piacere della tua classifica e rettifico quanto avevo detto tempo addietro sulla nostra diversità di giudizi, perchè leggendola devo riconoscere che all'incirca i racconti da te citati sono anche i miei preferiti, ne aggiungerei giusto un paio, ma lasciamo stare. 

Hai ragione su Bonifacio e Nelson, nella versione originale la loro prima apparizione era più lunga, ma ho tagliato qualcosa. Tu parli di ridondanze, ma ti assicuro che ne ho eliminato anche parecchie: 2004, altri tempi; per la cronca ho tagliato 1450 parole, anzi in realtà circa 1600-1650, visto che oltre a togliere ho anche aggiunto qualcosina. Lieto del tuo appeezzamento: quel discreto mi sta più che bene.

ritratto di 90Peppe90

Non sono un vigliacco

Ed eccoci tornati a Lucca - mi ha immediatamente ricordato Il cuore nero di Lucca, se non il migliore uno dei tuoi migliori - in un racconto che, seppure scritto bene e seppure tratti di argomenti per me interessanti, non mi ha preso molto. Non so bene perché ma non sono riuscito a sentirmi dentro alla narrazione né mi hanno convinto i personaggi: forse i ragazzi sono troppi mentre penso che Bon e Nelson siano stati volutamente presentati in maniera quasi "superficiale" perché, in realtà, sono due esseri vuoti e meschini.

Due punti cruciali del racconto, che ho particolarmente gradito, sono stati: la vittima del cassonetto della spazzatura (pensavo fosse Erasmo, costretto a ficcarsi là dentro come punizione per la sua codardia) e il finale, folle, spietato e sadico.

Insomma, a mio parere poteva essere ulteriormente sforbiciato senza troppi problemi e forse il racconto avrebbe guadagnato qualcosa in più. Ma ovviamente è il mio personalissimo parere, infatti ad altri lettori è piaciuto molto così com'è.

Ciao, Max, un abbraccio!

ritratto di Massimo Bianco

Il mondo è bello perché è

Il mondo è bello perché è vario, ti pare, Peppe? Quelle due parti che hai gradito particolarmente mi sa che sono particolarmente Bianchesce, se mi concedi l'espressione, eh, eh, sarò un po' sadico? I due ultimi ragazzi aggiunti appesantiscono un po', ma rientravano nella logica dell'accresciuta notorietà di quanto sta accadendo che contribuirà al disatro finale, non a caso lo stesso Giuliano sa che ormai sono in troppi e che avrebbe dovuto chidere le avventure, non ha fatto in tempo, però. Grazie della visita Peppe, alla prossima, ciao.

Un intreccio di vite meschine e vuote....

....da una parte quelle di alcuni adolescenti senza arte nè parte, senza ideali ed obiettivi nella vita se non quelli di primeggiare a qualsiasi costo.

Dall'altra, quelle di due adulti disillusi che dalla vita non possono aspettarsi più nulla, perché loro la vita l'hanno gettata via. Esattamente come i giovani.

E questo intreccio si serra in un finale tragico, sadico e prevedibile. Prevedibile perché, e qui sono un po sadico anch'io, l'esistenza dei giovani, così com'è, pregna solo di sfide adrenaliniche, non vale due lire e quella degli adulti, invece, si attorciglia in una spirale di crudeltà che può solo precipitare fino a farli affondare.

Personaggi e situazioni descritte mirabilmente: il racconto alla fine lascia un penoso senso di vuoto proprio per l'abilità dello scrittore di tracciare in punta di pennello i tratti dei protagonisti fino a farci desiderare di essere noi a guidare il furgone, oppure un grosso TIR che centra il furgone alla curva successiva.

Se devo avanzare una critica, direi che è ancora un po' lungo e certi periodi andrebbero limati. Ma è un parere personale, ovviamente, e vedo che altri commentatori non lo hanno rilevato.

Bravo!

 

ritratto di Massimo Bianco

Ti ringrazio

Ti ringrazio dell'apprezzamento. Sulla disamina dei personaggi concordo col tuo punto di vista, ma con un distinguo: io non ho del piccolo Erasmo una visione negativa, per come lo intendevo io idolatrava i due gemelli perchè, nella sua ingenuità ancora infantile ne aveva un visione idealizzata che gli impediva di comprenderli davvero, li vedeva come i cugini grandi e tosti da imitare perchè popolari e sempre pieni di iniziative, anzichè come le persone vuote che invece erano e solo per questo ne era succube, ma non avrebbe meritato di morire, anche se per la drammaticità della storia ho deciso di inserirlo tra le vittime (ed ecco perchè, come scrivevo a Monidol, rileggendo il tragico finale che lo riguarda provo sempre una forte emozione). Evidentemente non l'ho saputo far capire bene. Ciao Paolo.

ritratto di BRUTTOMABUONO

*Ciao Massimo*

 
Alcune considerazioni su questo splendido racconto.
Hai fatto un notevole lavoro di descrizione delle personalità dei ragazzi, anche se talvolta c'è qualche ridondanza, ma non è importante perché la narrazione scorre che è un piacere e la lunghezza del testo non si avverte affatto.
Nelson e Bonifacio, dal canto loro, sono descritti secondo me magistralmente attraverso le loro azioni, e così facendo hai scavato una linea di demarcazione anche stilistica tra le due tipologie di personaggi.
Oltremodo efficace ho trovato l'incastro tra le due linee narrative che si fondono nel finale.
Non sono un fanatico del racconto breve e ho sempre sostenuto che una storia deve essere lunga quanto la storia stessa richiede. Poi, ci sono pure storie brevissime che stancano già al terzo-quarto rigo per come sono scritte.
Ecco, non è il caso di questa, che mi è piaciuta molto.
 
 
ritratto di Massimo Bianco

Grazie Tony, hai ragione

Grazie Tony, hai ragione sulle lunghezze. Per fortuna oggi in questo sito c'è maggior disponibilità per racconti un po' lunghi rispetto al passato quando invece tanti li rifiutavano a priori, perchè oggi c'è uno zoccolo duro di utenti che, come te (e me), amano la lettura sul web di per sè e non come mera merce di scambio. Sono quindi molto lieto che questo in particolare ti sia piaciuto e per giunta molto. Ciao.

ritratto di Jazz Writer

Mi hai agganciato e incollato

al monitor dalla prima all'ultima riga. I motivi sono diversi, tra questi l'abilità narrativa e la storia in sé, davvero da cardiopalmo. Ho letto un po' di commenti e devo dire che concordo sul fatto che la lunghezza non è una caratteristica negativa, ma un pregio. Se prendiamo tutti i racconti brevi dei grandi autori( Buzzati, Moravia nei Racconti romani, lo stesso Hemingway nei 49 racconti, non hanno scritto mai meno di tre o quattro pagine, il minimo per poter dire che un racconto è tale. Poi c'è stata la mania del taglio web, cosa che andrà a cessare automaticamente dopo che la maggior parte dei lettori e degli autori si è trovato una casa in FB. Gli scrittori rimasti sui social dovrebbero scrivere racconti pieni, corposi, di una lunghezza consona alla storia, come questo. Qualcuno qui ha pure detto che ci sono racconti brevissimi che stancano subito e altri lunghissimi che leggi in un soffio: sono d'accordo. Complimenti Massimo...e Buon Anno.

ritratto di Massimo Bianco

Sono completamente d'accordo

Sono completamente d'accordo su quanto affermi circa la lunghezza dei racconti. Raramente apprezzo quei racconti dei grandi scrittori che risultano esageratamente brevi, anche quelli che citi, effettivamente, a mio parere si esprimono al melgio con un po' di spazio un più. Uniche eccezioni: Fredrik Brown e Giorgio Scerbanenco, di cui ho anche trattato qui su Neteditor. In passato ho discusso a lungo, sempre qui su Net, con alcuni fanatici del taglio web e ho anche proposto racconti più brevi di quanto mi verrebbe naturale, sempre però alternandoli a scritti la cui lunghezza, con la loro possibilità di approfondimenti, mi desse maggior soddisfazione. Per fortuna il taglio web ormai qui su Neteditor è già da un po' di tempo fuori moda, grazie anche all'abbandono del locale "reuccio del taglio web". Il taglio web è amato da chi in realtà non ama davvero leggere ma ama solo i commenti di scambio. Tuttavia leggere sullo schermo non è comodo come farlo su libro piacevolmente spaparanzato in poltrona ed effettivamente a molti stanca di più la vista. D'altronde io stesso se un web racconto è davvero troppo lungo perdo la volontà di leggerlo, ecco perchè mi sono imposto, fin dall'ormai lontano giorno della mia iscrizione a Neteditor, di non superare le 5000 parole, più che sufficienti, credo, per esprimere ciò che si vuole dire. Quando le supero rinuncio a postare il racconto. Qui però con la revisione le supero di sole 150 e così mi sono deciso. E in futuro si vedrà.

Sono molto lieto che questo racconto ti sia piaciuto. Buon anno anche a te. Alla prossima.

ritratto di bule

Ciao Massimo, Molto piaciuto

Ciao Massimo,

Molto piaciuto questo racconto. Sono tanti gli argomenti che tocchi, la tensione, l'insicurezza adolescenziale, il dramma...la morte. 

Se pur un filo più lungo di altri tuoi, la lettura scorre veloce e non ci si accorge di arrivare alla fine. Scatena sentimenti di rabbia, di dolore e di voglia di farla pagare a qualcuno. Un noir teso, nonostante gli elementi e i personaggi siano più da dramma, una bella idea con cui tenere teso il filo della narrazione.

Ciao Massimo, un saluto. 

ritratto di Massimo Bianco

Ciao a te, sono molto lieto

Ciao a te, sono molto lieto che il mio racconto ti piaccia, ma lo sono ancora di più di vederti riapparire.

ritratto di Max

La noia da una parte

e la frustrazione dall''altra accompagnano i vari personaggi in una deviazione che degenera non soltanto in prossimità di una curva ad ostacoli. Piaciuta la descrizione psicologica che muove il tutto. 

Ciao!

ritratto di Massimo Bianco

Grazie Max, sono come sempre

Grazie Max, sono come sempre lieto di trovarti. Ciao.

ritratto di bule

Grazie Massimo! È un piacere

Grazie Massimo!

È un piacere riuscire di nuovo a trovare qualche momento da dedicare alla lettura! 

ritratto di Solaria4.0

Descrivi bene l'odiosa deriva

Descrivi bene l'odiosa deriva morale di una generazione di giovani sfaccendati senza sogni. Molto bene il male perverso di una psiche violenta e frustrata. 'artificiosa spensieratezza' a me è piaciuto. Un ossimoro che rende bene l'idea della forzatura nel dover essere o nel doversi sentire necesarriamente in un modo per essere parte del branco. Avrei solo snellito ulteriormente, condensato di più. Per rendere lo schiaffo ancora più forte e doloroso.

Bravo

S.

ritratto di Massimo Bianco

Sai, scrivendo mi prende il

Sai, scrivendo mi prende il gusto di raccontare e ricamo, poi mi spiace di snellire più di tanto. Sono contento che questo mio racconto ti sia piaciuto, grazie per la visita. Ciao.

Bel

Bel racconto, scritto alla Massimo Bianco, cioè molto bene, macabro nel finale dove mi fa raccapricciare il sadismo degli investitori. La tua bravura riesce a portare il lettore alla fine, tuttavia una qualche sforbiciatina la riterrei  possibile.  Buona Domenica Masssimo.

ritratto di Massimo Bianco

Questo lo avevi saltato e lo

Questo lo avevi saltato e lo hai recuperato, grazie! Di sforbiciate prima di proporlo sul web gliene ho date tante, ad altre sono contrario. D'altronde nonostante la lunghezza, superiore ai miei limiti prestabiliti, è assai commentato, più (o alla pari) dei tre ben più brevi precedenti e più del più breve successivo, anzi, ho verificato ora: a parte uno, questo è non solo il più lungo ma anche il più commentato dei miei ultimi 12, addirittura! Qualcosa vorrà ben dire, no? E una cosa su cui in previsione futura dovrei forse ragionarci sopra.

Tra parentesi: scrivo fantascienza, talvolta horror, talvolta sul sociale, ma resto dell'idea che il mio punto di forza siano i noir come questo. Lieto che ti sia piaciuto. Buona settimana, ciao.