L'altra Iliade nella Commedia di Dante

ritratto di Francesco Chiappinelli

Cet article se propose d’examiner la connaissance que Dante Alighieri avait de l’histoire de Troie et plus particulièrement s’il disposait, à côté de Virgile et Ovide et de leurs commentateurs, des oeuvres de Darès et Dictys ou de leurs nombreux imitateurs médiévaux. J’ai employé systématiquement les commentaires anciens et modernes à la Commedia, pour les lieux, surtout de l’Enfer, où apparaissent les personnages de la guerre, Grecs et Troyens qu’ils soient, et ma conclusion est raisonnablement affirmative. L’étude de cet aspect et les conclusions auxquelles on arriverait seraient en Italie de grand relief et importance, mais il faudrait continuer cet examen en équipe et non d’une manière individuelle comme j’ai fait pour cet article.

 

 Francesco Chiappinelli, attualmente in pensione, ha insegnato a lungo Italiano, Latino e Greco nei Licei statali. Ha pubblicato per Bonanno, Acireale - Roma, nel 2007, e poi riedito nel 2010 e 2013, IMPIUS AENEAS - Tutte le testimonianze classiche e medievali sul tradimento di Troia da parte del pio eroe virgiliano conseguendo numerosi riconoscimenti; e nel 2013 L’ALTRA ILIADE, L’ALTRA ODISSEA, tra i vincitori del Premio Mario Soldati 2012 per giornalismo e critica. Pubblica su numerosi siti on line e in esclusiva sulla pagina Variantes médiévalesde la guerre de Troie sul prestigioso sito Méditerranées.

 

DITTI E DARETE NELLA COMMEDIA DI DANTE

Premessa
I due ignoti retori che in età imprecisata[1] hanno raccontato da sedicenti testimoni la guerra di Troia, che forse avevano redatto in greco[2] i loro scritti, successivamente tradotti in latino e così pervenutici, hanno avuto fama e destino infinitamente superiori ai loro mediocri meriti letterari e, se pur oggi appaiono quasi dimenticati, è opportuno indagarne i testi per una corretta e più adeguata comprensione di opere classiche e medievali di gran lunga più importanti.  A lungo, da Isidoro di Siviglia[3] fino a Giambattista Vico[4] che per primo li smascherò, si diede incondizionato credito alla loro pretesa identità di partecipi diretti e consapevoli a quel mitico conflitto; e l’Ottocento del positivismo ne ha fatto in Francia e in Italia oggetto di due opere erudite ancor oggi meritevoli di studio[5], prima che una progressiva caduta d’interesse li rendesse di fatto vagamente noti ad una ristretta schiera di specialisti e filologi.

Dell’importanza di Ditti per la ricostruzione del ciclo omerico si sono occupati soprattutto i Frazer[6] e se ne vedono i frutti nelle diverse edizioni dei frammenti; e tuttavia a mio parere l’indagine andrebbe continuata, giacché altri suoi passi non indagati appaiono evidentemente connessi al ciclo[7]; per non parlare di Darete, mai esaminato sotto questo profilo[8]. E non appare infondata l’ipotesi che proprio per il tramite di Ditti e Darete notizie pertinenti al ciclo omerico siano approdate ai testi medievali di cui vogliamo occuparci[9].
La straordinaria fortuna dei due autori in età medievale è senza dubbio legata alla ignoranza pressoché totale della lingua e letteratura greca in Occidente, anche se questa affermazione non può essere così categorica almeno per le zone d’Italia in cui Bisanzio continuò a far sentire una sempre più debole influenza. Una volta tradotti in latino, essi divennero comunque la fonte pressoché unica della vicenda troiana nella sua completezza: Virgilio infatti per bocca di Enea aveva rievocato solo le ultime ore della città, e le Metamorfosi di Ovidio,pur se ovviamente più estese, avevano intenti del tutto diversi da quello «storico». Il giudizio di Isidoro su Darete diede un significativo sigillo di autenticità al suo racconto, determinandone la diffusione in tutta Europa già prima dell’anno Mille e, di riflesso, l’analogo destino dell’opera gemella di Ditti Cretese. Questo fenomeno letterario si conciliava perfettamente con il desiderio di dinastie, popoli e località di tutta Europa di farsi eredi di Troia, imitando la Roma dei Cesari. Le rielaborazioni medievali pervenuteci sono praticamente sterminate: quelle più significative sono la Daretis Ylias di Giuseppe Iscano e il Roman de Troie di Benoît de Sainte-Maure, più volte messo in prosa e oggetto della fortunatissima traduzione latina di Guido delle Colonne, a sua volta volgarizzata in tutte le lingue della nascente Europa[10].
Intento di questa ricerca è verificare se e quanto queste due opere e le loro rielaborazioni abbiano lasciato traccia nel poema dantesco. Cercheremo la risposta nelle testimonianze precedenti, coeve e successive alla composizione dell’Inferno[11], dove Dante e Virgilio incontrano le anime dei personaggi «troiani», e nei commenti a quei passi, soprattutto ma non solo i più antichi, quelli più vicini al divino poeta[12].
Quali sono dunque i personaggi «troiani» della Commedia? Indagheremo su quelli che Dante e Virgilio incontrano direttamente[13], ma daremo spazio anche ad alcune tra le numerosissime citazioni indirette[14]. E’ ovvio che la maggioranza di essi, in quanto pagani,siano relegati nei gironi infernali. Solo di Rifeo, infatti, sentiremo che Dante, sulla scorta di Virgilio, Aen. II 339,394,426, lo destina al Paradiso: ma è la tipica eccezione che conferma la regola.

 

1.   ETTORE, ENEA, PENTESILEA

Inferno, IV 121-124
I' vidi Elettra con molti compagni,
  tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,
  Cesare armato con li occhi grifagni.

Viddi Camilla, e la Pentesilea…

 

Tra le numerose anime di pagani che Virgilio addita a Dante nel Limbo ce ne sono tre che hanno vissuto la guerra di Troia: Ettore, Enea, Pentesilea. Non stupisce che il poeta premi così la grandezza di questi personaggi, gli altri che incontrerà sono tutti dannati ad eccezione di Rifeo[15] che, pur pagano, è in Paradiso insieme con Traiano per il suo straordinario amore della giustizia.

L’Elettra di cui al verso 121 è quasi certamente la madre di Dardano e quindi progenitrice di tutti i Troiani, non la figlia di Agamennone corresponsabile con Oreste della morte di Clitennestra e che non credo potesse vantare meriti eccezionali sul piano della morale cristiana. I tre eroi, e con loro la gemella ideale di Pentesilea, quella Camilla che pure lottò al fianco di Turno contro Enea invasore del Lazio, sono ora insieme, forse a significare quella unità d’intenti che li accomuna anche a Cesare, troiano perché discendente di Iulo, e fondatore di quell’impero che resta il sogno politico del divino poeta. E Cesare, come Dante dice in Paradiso VI 68-9, a Troia come sua progenitrice volle ritornare: per rivedere la tomba di Ettore, nel tempio di Apollo Timbreo, dove Achille aveva pagato con la morte anche il vile agguato al luminoso eroe troiano (Darete, 34 e Ditti,  IV 10- 11):

Antandro e Simeonta, onde si mosse,

rivide e là dov’Ettore si cuba.

 

ETTORE

 

Eroe veramente senza macchia:così appare Ettore nelle testimonianze classiche e medievali, e il posto che gli assegna Dante non ha bisogno di spiegazioni. Ulteriore conferma ne dànno Darete e i suoi imitatori, Ditti e, tra i commenti, l’Ottimo, il Boccaccio e il Landino, che forniscono sull’eroe altre notizie di grande interesse. Proponiamo come testi i passi delle Istorie de Troia e de Roma e del Roman de Troie en prose sulla uccisione di Ettore per mano di un Achille non proprio valoroso.

 

Darete, De excidio Troiae, 24

At ubi tempus pugnae superuenit; Andromacha uxor Hectoris in somnis uidit, ne Hector in pugnam procederet: et cum ad eum uisum referret, Hector muliebria uerba abicit. Andromacha moesta ad Priamum misit, ut illi prohibeat ne ea die pugnaret. Priamus Helenum, Alexandrum, Troilum, Aeneam, et Memnonem iubet accersi, ut illi in pugnam prodirent: in pugnam misit. Hector ut ista cognouit, multum increpans Andromacham, arma ut proferret poposcit, nec retineri ullo modo potuit. Moesta Andromacha summissis capillis Astyanactem filium protendens ante pedes Hectoris eum reuocare non potuit. Tunc planctu femineo oppidum concitat, ad Priamum in regiam currit, refert quid in somnis uiderit, et Hectorem uelle in pugnam prodire, nec posse proiecto ad genua filio suo reuocari. Priamus omnes in pugnam prodire iussit, et Hectorem retinuit. Agamemnon, Diomedes, Achilles, Aiax Locrus, ut uidere Hectorem non prodisse, acriter pugnauerunt, multosque duces Troianorum occiderunt. Hector, ut audiuit tumultum in bello, et sine se Troianos laborare, prosiliit in bellum. Statimque Eioneum obtruncat, Iphinoum sauciat Leonteum occidit, Stheneli femur iaculo figit: quem ut Achilles respexit et tot acerrimos duces ab eo interfectos, animum in illum dirigebat, ut illi obuius fieret. Considerabat enim Achilles, nisi Hectorem occideret, plures de Graecorum numero eius dextera perituros. Multa millia hominum interea trucidantur. Acre praelium colliditur. Hector Polypoetem ducem fortissimum occidit: et cum spoliare coepisset, Achilles superuenit. Fit pugna maior, et clamor ab oppido et a toto surgit exercitu. Hector Achillis femur sauciat. Ille dolore accepto, magis eum persequi coepit, nec destitit nisi occideret. Quo interemto Troianos in fugam uertit, et maxima caede eos usque ad portam fugauit…

 

Ditti, Ephemerides belli Troiani, III 15

Nec multi transacti dies, quum repente nunciatur, Hectorem obviam Penthesileae cum paucis profectum : quae regina Amazonum, incertum pretio an bellandi cupidine auxiliatum Priamo adventaverat... Igitur Achilles paucis fidis adjunctis secum insidiatum propere pergit atque hostem securum sui praevortit : tum ingredi flumen occipientem circumvenit : ita eumque et omnes qui comites regulo dolum hujusmodi ignoraverant ex improviso interficit...

 

Istorie de Troia e de Roma

Infra quello tempo Andromaca, molie de Ettor, vide per sonno Ettor morire ne la vattalia. E disse ad Ettor che non gisse alla vattalia. E quello prese la paravola sì como da femina. 5 Andromaca con granne dolore mannao 6 a Priamo che Ettor non annasse alla vattalia. Li Troiani annaro alia vattalia senza Ettor, e li Greci li misero in fuga et assagi 7 ne occisero. Ma pertanto fecero capitanei questi: Pari, Troylus et Elenus et altri presori. E fecero granne vattalie, e li Troiani perdiero. Et Ettor lo odio; per nulla razzone nullo omo lo potte tenere de annare alla vattalia. 8 Andromaca prese lo filio Antianasta per li capelli e puserollo alii pedi de Ettore e levao granne planto de femine, e disse : Occidilo et occidi noi, et annaosenne allo patre de Ettore. Priamus odio che Ettor era gito alla vattalia, commannao a tutti li Troiani devessero annare alla vattalia. Agamenon, Diomedes, Acilles, Aiax Locrius vennero alla vattali[a]. Là dove era Ettor, essi nulla cosa valeano, e dove era esso li Troiani venceano. Ettor in quella vattalia ocise Idomeum, ferio Ipitum, occise Leuconem, traforao Stelenum. Acilles vide questi duca occisi e feruti, commensao forte a commattere ne la vattalia. Et Ettor occise Policronem, uno duca forte, e voleali trare le arme. 9 Acilles li soprebenne e fece terribile vattalia con esso. Et Ettor forte ferio Acilles ne la cossa. E feruto, 10 Acilles fece plus forte vattalia con esso fi che lo occise. Ettor morto, tutti li Troiani fugero,e li Greci li incalsaro fi alle porte de Troia.

 

Roman de Troie en prose,164.

Coment Hector nafra Achillès en la cuisse.

Quant Achillès vit les grans merveilles que Hector faisoit et que il lor tolloit trestous lor princes, si pensa que se il vivoit longuement, que tous seroient livrez a doulor ; et por ce laissa toutes autres choses et dit que il n'entendra fors a lui et que jamais n'avroit joie se il de lui n'est délivres. Mais Hector a tant fait par son esfort que il a toute la bataille remuée et a si revigorez les siens que tous sont issu hors de la ville. Si ne vit onques nus hons si fiere mortalité, si crient par la cité et as tentes en tel manière que il semble que li siècles doive finer, si est tous li chans jonchiez de mors. Un riche duc i avoit, Polibetès ot non, qui de moût grant pooir estoit et bons chevaliers a devise, ne onques nus hons ne vit si bel armes come il avoit, quar son garnement estoit de fin or tout covert et de pieres preciouses. Si l'amoit moût Achillès, por ce que sa seror li devoit doner a feme, si avoit fait le jor grant domage as Troïens, come celui qui merveillous chevaliers estoit de sa main. Mais Hector le consuit et le feri de son branc, si que jusques es dens le fendi. Et quant il vit son garniment si bel, si le desirra a avoir et li voloit oster. Mais Achillès i vint, qui moût asprement le defendi, si i ot sus le cors merveillouse bataille, quar Hector et Achillès ne se feignoient mie d'ocirre l'un l'autre. Si prist Hector une espee trenchant et en feri Achillès en mi la cuisse et li fist une grant plaie. Lors se retraistrent les plesours arieres. Achillès fu a merveilles courouciés et bien le demoustra. Mais toutes voies fist il ses plaies bender d'une enseigne et retorna arieres en la bataille ensi nafrés, moût durement fellon. Si ageite Hector et dit que miaus aime morir que vivre se il ne l'ocist. La bataille estoit moût dure et perillouse, si avoit Hector abatu un roi et le tenoit par la ventaille por traire le hors de la preisse, et si estoit descovert de son escu. Et quant le cuivert l'aparçoit, qui n'entendoit a autre chose, si vait droit celle part et broiche le cheval et le fiert si que li haubers ne le pot garantir que il ne li espandist le fege et le polmon, et le tresbucha mort a la terre tout envers.

 

L'Ottimo Commento (1333).

Ettor, com'è detto, fu il primogenito di Priamo, uomo bellissimo del corpo, e valentissimo d'arme, il quale nella guerra troiana vinse molti principi de' Greci, intra quali fu Protesilao, il marito della casta Laodamia d'Emonia, e Patrocolo l'amico d'Achille e Antiloco, e Peteo, e Protenore, Emone, Alcmeone, Epistrofo, Sisifo, Piroo, Stenelo, Polisseno, e ultimamente Polimeone duca fortissimo; al quale, dispogliandoli le bellissime armi, Achille sopravenne, e quivi uccise Ettor. Dicesi che vi usòe tradimento, se tradimento si può dire quando l'uno nemico combatte a pieno campo con l'altro; la cui vita fu sì utile alli Troiani, che infino a qui con nulla paura combatteano, e la cui morte fu sì utile alli Greci, che poi tennero continova speranza di vincere.

 

 

 

Giovanni Boccaccio (1373-75)

[Esposizione litterale] … Pantasilea fu valorosa donna e governò bene il suo regno; e, avendo udito il valor di Ettore, disiderò d'avere alcuna figliuola di lui[16], e per cattare l'amore e la benivolenza sua, con gran moltitudine delle sue femine contro a' Greci venne in aiuto de' Troiani; ma non poté quello che disiderava adempiere, per ciò che trovò, quando giunse, Ettore esser già morto. Ma nondimeno mirabilmente più volte per la salute di Troia combatté; alfine combattendo fu uccisa...

 

Cristoforo Landino (1481)

… Hectorre fu figluolo di Priamo, et di tanta virtù, che quasi lui solo fu cagione che Troia si difendessi dieci anni. Et dopo molte excellentissime pruove, secondo Homero et gli altri scriptori che seguitano Homero, fu morto da Achille. Ma Dione Chrisostomo[17], sommo philosopho et diligente investighatore dell'antichità, dimostra et per le historie de gli Egyptii, et per molti segni, che non Acchille Hectorre, ma Hectorre Achille uccidessi. Et Troia non essere stata distructa da' Greci, ma e Greci ropti et in gran parte consumpti da' Troiani…

 

ENEA

 

Che Virgilio e Dante non avvicinino Enea senza darne alcuna spiegazione lascia certo perplessi: possibile che Dante non ne manifesti neppure il desiderio? Certo, di lui già Virgilio aveva detto tutto e nel miglior modo possibile nel suo poema; e lo aveva confermato quando si era fatto riconoscere, in Inferno I,74:

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d'Anchise che venne di Troia,

poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.

Una plausibile risposta è indicata nella sezione Antenore (ed Enea) di questo articolo. E’ evidente che non intendiamo minimamente affrontare la questione del tradimento di Troia sul piano storico, ma esclusivamente sul piano letterario;e anche su questo piano se schematicamente dovessimo esprimere una scelta ci adegueremmo senza esitare alla tesi che fu già di Virgilio e di Dante e dei commenti alla Commedia: che tradimento ci fu e che la responsabilità ricade tutta su Antenore[18]. Questa considerazione non ci esime tuttavia dall’impegno di indagare ogni altra testimonianza degna di attenzione,e perciò torniamo brevemente sulle parole che Virgilio pone sulle labbra dello stesso Enea a proposito di Rifeo:

iustissimus unus/qui fuit in Teucris, et servantissimus aequi [Aeneid. II, 426].

Virgilio stesso quindi pone il pressoché ignoto Rifeo su un piano esplicitamente superiore a quello del suo pio eroe,e Dante lo segue: ma se escludiamo da questa valutazione il tradimento della città, cos’altro rende Enea inferiore al suo modesto compagno dell’ultima notte fatale?

Oltre quella infamante accusa,  mai veramente dimenticata,il Medio Evo gravò Enea di un fardello ancora più pesante: per accedere agli Inferi era necessario un sacrificio umano,ed Enea non avrebbe esitato a compierlo facendone vittime Miseno e Creusa![19]

Anche a Virgilio, di conseguenza, viene imputato il mendacio, e a Dante la reticenza…[20].

Noi qui ci limiteremo a valutare se le conoscenze di Dante su Darete e Ditti e i loro imitatori medievali comprendano altri riferimenti negativi ad Enea. Nel rinviare, per una conoscenza più completa, anche alle sezioni Ecuba, Polissena, Polidoro, e Achille e Polissena, ne alleghiamo qui i passaggi relativi ad Enea: egli ci appare una sorta di Dorian Gray,un personaggio bifronte dal comportamento sconcertante, tardivamente nobile e punito con l’esilio nel caso della fanciulla, cinico e perfido nei confronti del povero bimbo. Ne forniamo lettura, per Polissena,con l’originale di Darete e alcune delle imitazioni medievali; per Polidoro,

l’episodio è narrato dal solo Ditti nella parte iniziale della sua opera, per la quale egli non è oggetto di rifacimenti.

 

Darete, 41 sgg.

Hecuba dum fugit cum Polyxena Aeneae occurrit, Polyxenam tradit ei, quam Aeneas ad patrem Anchisen abscondit. …43. Ut dies profectionis advenit, tempestates magnae exortae sunt, et per aliquot dies remanserunt. Calchas respondit inferis satis factum non esse. Neoptolemo in mentem venit Polyxenam, cuius causa pater eius perierat, in regia non esse inventam. Agamemnonem poscit conqueritur, exercitum accusat. Antenorem accersiri iubet imperatque ei ut inquirat eam inventamque ad se adducat. Antenor ad Aeneam venit et diligentius quaerit ut priusquam Argivi proficiscantur, Polyxena Agamemnoni praesentetur. Polyxenam ab eis absconsam invenit, ad Agamemnonem adducit. Agamemnon Neoptolemo tradit, is eam ad tumulum patris iugulat. Agamemnon iratus Aeneae quod Polyxenam absconderat, eum cum suis protinus de patria excedere iubet. Aeneas cum suis omnibus proficiscitur.

 

Iscano, Daretis Ylias, VI 870 sgg.

870 Iam votis tumulisque modus, classisque novata
Equoreum sulcabat iter, rotat obvius ecce
Auster aquas, geminasque hiemes, et flamina et imbres,
Tempestas inopina movet. Monet augur ituros
Nondum placatis iterare piacula divis.
Iussa duces obeunt. Memorique Polixena Pirro
Non inventa subit, frendit Frigiosque lacessit
Efferus. Hanc thalamis Hecuba tradente paternis
Dux Anchisiades absconderat. O scelus ingens !
Redditur invisis infelix preda Pelasgis.
At, licet haut equas, servata virgine penas
Exul agi iussus Eneas pendit et usus
Puppe bis undena, quas predo duxerat alnos
Dardanus, exilii comites habet. Urbe potitur
Anthenor regnique decus rex lectus adauget.

 

Anonimo, Istorie de Troia e de Roma, 21-27 passim

21 ... Eccuba e Polissena fugero : et accommannao 22 Polissena ad Eneas. Et Eneas la fece nasconere allo patre Anchisas...26 …Et in quelli dii venne gran tempestate in Troia. Calcas fo uno sapio omo : disse alli Greci che facessero sacrificio alli dii de lo inferno. Pirrus li racordao Polissena, pro la quale fo occiso lo patre, che no'sse trovava. 27 Agamenon commannao ad Antenor che trovasse Polissena. Antenor la trovao appo Eneas e menaola nanti alli Greci. Pirrus sopre la sepoltura de Acille decollao Polissena. Agamenon commannao incontenente ad Eneas che gessisse de tutta la tenuta de Troia. Eneas se'nne partio e lassao la terra ad Antenor.

 

[Benoît de Sainte- Maure] Roman de Troie en prose, 57-58

57… Et quant la reyne Ecuba vit Eneas qui la les avoit amenez, si dist: « Ha, traytres mauves ! Car aies au moins pitié de Polixena que vez ci, que Grizois n'en soient seigneurs, puis que tu n'as pitié de la grant mortalité que tu par ta trahison faiz faire ». Lors l'a prize Eneas et enportee paumee entre ses braz. 58. Et quant tout ce fu fait que nos avons dit, si se voldrent mestre au chemin au retour, mes la mer estoit si felonesse et tant crieuse que il n'i ozerent entrer et firent  par Calcas enquerre que ce pooit estre. Si leur dist Calcas que la mer en pés ne seroit devant que Polixena fust ocise et l'ame de Achillés vengiee. Si l'ont enquize et demandee, et ont trouvé que Eneas l'avoit; adonc la prist Neptolemus et la detrencha sus le tombel Achillés son pere…

 

Ditti, o.c., II 26

…Adversum quem (Menelaum) Aeneas : « ac ne haec quidem, ait, concedentur contradicente ac resistente me reliquisque... neque amisso Polydoro orbitas Priamum insequetur tot talibusque filiis superstitibus ». Talibus invicem consumptis verbis legati consilio abeunt. Ac mox per populum disseminatis quae adversum legatos Aeneas dixerat, tumultus oritur scilicet per eum universam Priami domum odio regni eius pessimo intercedendi exemplo eversum iri.

 

In un caso il tardivo e purtroppo vano ravvedimento di Enea,nell’altro le parole inutilmente crudeli e ciniche su Priamo e sul figlioletto,se pervenute a Dante anche in un rifacimento più recente, potrebbero spiegare qualche sua perplessità sulla giustizia dell’eroe.

 

PENTESILEA

 

C’è più di un motivo perché Pentesilea sia da Dante vista al fianco degli altri personaggi «troiani»: il più ovvio, è che ella era accorsa al fianco di Priamo per difendere, inutilmente ma valorosamente, la città. Con lei, ovviamente, Ettore ed Enea, ma anche la vergine Camilla, un tempo nemica di Enea ma ora compartecipe della legittimità dell’impero di Roma fondato da Cesare. 

Virgilio ce ne parla due volte:quando Enea la vede combattere furiosamente in uno dei quadri del tempio di Giunone, e quando le viene appunto paragonata Camilla. Nel primo passo[21], l’epiteto furens non pare naturalmente idoneo a destare ammirazione nel lettore, e se ci si limita alle spiegazioni di Servio esse sono insufficienti a capire perché Virgilio e Dante trovino perfettamente naturale la collocazione di Pentesilea nel Limbo; nel secondo[22] troviamo poco più che il pur importante affiancamento delle due eroine. Se escludiamo le fonti greche e latine che ci dicono qualcosa della sconcertante relazione con Achille[23],ci parlano di Pentesilea Ovidio, Properzio e Igino[24]: i primi due in modo metaforico, il mitografo solo per includerla tra i Troiani uccisi da Achille.

Alla tacita ma evidente ammirazione di Dante dà sostegno nella maniera più chiara il Boccaccio, in un ritratto del De claris mulieribus[25] e nel commento ad locum[26]. Da chi essi potevano aver tratto qualche spunto per un ritratto così esaltante dell’eroina?

Non restano che Ditti e Darete. Il primo pur ammettendone il valore la fa morire per mano di Achille, vile con lei come con Ettore; e accusandola infondatamente di avidità ne giustifica la fine così ingloriosa decretata da Diomede, con motivazioni analoghe a quelle di Servio e pienamente in linea con la misoginia greca. Anche Achille troppo debolmente si oppone alla infame decisione, mentre avrebbe potuto imporre il suo diritto di vincitore del duello finale. Il secondo ne fa una vittima di Neottolemo, in contraddizione con tutte le altre testimonianze classiche. Ma gli imitatori medievali lo seguono, parteggiando nettamente per la bella e sfortunata regina: e con una felice aggiunta Benoît de Sainte-Maure ne fa recuperare la salma che Pilemene, salvato in battaglia da lei e forse anch’egli innamorato,  provvederà a far seppellire nella sua patria con tutti gli onori.

 

La nostra selezione di passi include, oltre Ditti e Darete, il Roman de Troie en prose.

 

Ditti, o.c., passim

III 15. Nec multi transacti dies, quum repente nunciatur, Hectorem obuiam Penthesileae cum paucis profectum : quae regina Amazonum, incertum pretio an bellandi cupidine auxiliatum Priamo aduentauerat. Gens bellatrix, et ob id ad finitimos indomita, specie armorum inclyta per mortales. Igitur Achilles paucis fidis adiunctis secum, insidiatum propere pergit, atque hostem securum sui praeuortit: tum ingredi flumen occipientem, circumuenit : ita eumque et omnes qui comites regulo, dolum huiusmodi ignorauerant, ex improuiso interficit : at quendam filiorum Priami comprehensum, mox excisis manibus ad ciuitatem remittit, nunciatum quae gesta erant…4,2. Interim per eosdem dies Penthesilea, de qua ante memorauimus, cum magna Amazonum manu reliquisque ex finitimo populis superuenit. Quae postquam interemptum Hectorem cognouit, perculsa morte eius, regredi domum cupiens, ad postremum multo auro atque argento ab Alexandro illecta, ibidem opperiri decreuerat. Dein exactis aliquot diebus, copias suas armis instruit, ac seorsum a Troianis ipsa suis modo bellatoribus satis fidens in pugnam pergit, cornu dextro sagittariis, altero peditibus instructo, medios equites collocat : in queis ipsa…Hoc modo instructo utrimque exercitu, conflixere acies : caduntque sagittis reginae plurimi, neque ab Teucris secus bellatum…4,3. Achilles inter equitum turmas Penthesileam nactus, hasta petit : neque difficilius quam foeminam equo deturbat, manu comprehendens comam, atque ita grauiter uulneratam detrahens. Quod ubi uisum est, tum uero nullam spem in armis rati, fugam faciunt. Clausisque ciuitatis portis, nostri reliquos quos fuga bello exemerat, insecuti obtruncant : foeminis tamen abstinentes manus parcentesque sexui. Dein uti quisque uictor interfectis quos aduersum ierat, regrediebatur, Penthesileam uisere seminecem etiam nunc admirarique audaciam. Ita breui ab omnibus in eundem locum concursum, placitumque uti quoniam naturae sexusque conditionem superare ausa esset, in fluuium, reliquo adhuc ad persentiendum spiritu, aut canibus dilanianda iaceretur. Achilles interfectam eam sepelire cupiens, mox a Diomede prohibitus est. Is namque percontatus circumstantes, quidnam de ea faciendum esset, consensu omnium pedibus attractam in Scamandrum praecipitat; scilicet poena postremae desperationis atque amentiae. Hoc modo Amazonum regina deletis copiis, quibuscum auxiliatum Priamo uenerat, ad postremum ipsa spectaculum dignum moribus suis praebuit.

 

Darete, o.c., 36.

 Postera die Agamemnon coepit exercitum ante portam instruere, et Dardanos in praelium prouocare. Priamus subsistere, urbem munire et quiescere usque dum Penthesilea cum Amazonibus superueniret. Penthesilea postea superuenit, et exercitum contra Argiuos eduxit: fit praelium ingens, per aliquot dies pugnatur. Argiui in castris opprimuntur. Cui uix Diomedes obstitit: alioqui castra uastasset, naues incendisset Argiuorum, et uniuersum exercitum deuastasset. Praelio diremto Agamemnon suos in castris retinet. Interim Penthesilea prodit quotidieque deuastat Argiuos, in bellum prouocat. Agamemnon ex consilio castra munit tueturque, et in bellum non prodit, usque dum aduenit Menelaus cum Neoptolemo. Neoptolemus ut aduenit patris sui arma accipit, circa patris tumulum lamentatur clamore magno. Penthesilea ex consuetudine aciem instruit, et prodit usque ad castra Argiuorum. Prodit Neoptolemus, Myrmidonas instruit, et contra educit. Agamemnon exercitum instruit: acriter ambo concurrunt. Neoptolemus stragem facit: Penthesilea occurrit, fortiter cominus stetit. Dum per aliquot dies acriter pugnauerunt, ambo multos occiderunt. Penthesilea Neoptolemum sauciat. Ille, dolore accepto, Amazonum ductricem Penthesileam obtruncat…

 

[Benoît de S.M.] Roman de Troie en prose, 54

[...] Moult se pena Anthenor d’avoir le cors a la reyne Pantislee; si li ostroierent a trop grant poine... Et ceus qui furent alez les cors cerchier et ardoir, si estoient ja revenuz et avoient aporté Glanchum le fil Anthenor, et Pantislee qui avoit esté treste dou flun. Lors fu Glancus molt honorablement enterrez et la reyne Pantislee fu enbasmee tres bien, car li roys Philemenis l’en fera porter en son pais, se pés se fet.

 

Accanto ad Ettore non c’è nel Limbo la pur fedele e amata Andromaca,ma la Pentesilea che giunge innamorata a Troia  quando Ettore è appena morto per il vile agguato di Achille;e che decide comunque di restare (7) per affrontare chi lo ha ucciso e morire anch’ella:se Dante ha disposto di queste fonti,la sua ammirazione è pienamente fondata.

 

2.   ACHILLE (E POLISSENA), ELENA, PARIDE

Inferno V, 64-69

Elena vedi, per cui tanto reo

tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,

che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille

  ombre mostrommi e nominommi a dito,

  ch'amor di nostra vita dipartille.

 

Tra i lussuriosi, prima del famoso incontro con Paolo e Francesca, Dante si vede indicare altri famosi personaggi, tre dei quali sono personaggi di primo piano nel mito di Troia. Sono Elena, Achille e Paride, le cui vicende d’amore coinvolgono variamente anche altri personaggi.

ACHILLE 

La maggioranza dei critici mette in relazione la condanna di Achille tra i lussuriosi alla vicenda che lo lega a Polissena, l’ultima e bellissima figlia di Priamo ed Ecuba, che determinò involontariamente la sua morte. Ma tale motivazione è insufficiente, i due non si sfiorarono neppure, e il loro fu un amore da dolce stil novo la cui castità è sottolineata da tutti gli autori, classici e medievali, che se ne sono occupati: ad Achille vanno imputati ben altri peccati di lussuria,da valutare ovviamente alla luce dell’etica cristiana medievale.

Forse indotto dalla grazia dell’Achilleide, Dante non appare scandalizzato dalla precoce relazione dell’eroe con Deidamia, la figlia di Licomede: anzi ha per lei parole di simpatia,sia in Inf. XXVI 62 che in Purg. XXII 112, e certo la giovanissima età riduceva di molto la gravità della colpa,che i commentatori invece gli ascrivono spesso in pieno.

Ma non poteva darsi altrettanto per le successive passioni che lo avevano travolto: Briseide, Polissena appunto e magari Elena, delle quali a Dante poteva esser giunta notizia:dal «matrimonio» con Deidamia era stato concepito Neottolemo, e le altre storie non avrebbero dovuto trovare alcuno spazio nel cuore del fatuo eroe, come ricordavano i moralisti cristiani ostili ai miti pagani.

E c’erano poi le relazioni omosessuali con Patroclo e Troilo[27],che avrebbero costretto Achille alla stessa pena di Brunetto Latini se non fossero state accompagnate dalle altre colpe d’amore: e Dante ne trovava conferma in un passo del Roman de Troie senza alcun precedente in Darete o Ditti, tipicamente medievale e dai risvolti cavallereschi ma inequivoci: Ettore respinge come falsa quella diceria, ma la considera infamante.

 

Roman de Troie en prose, passim

135. Si come Achillès ala veoir Hector. Achillès ala veoir Hector lui et sa compaignie, et Hector et les siens vindrent encontre lui, et salua li uns l'autre. La veïssiés de chascune part grant richeces de biauz chevauz et de dras de soie et d'or. Si furent sus une rivière li uns d'une part et li autre d'autre et se firent moût beau semblant selonc gens qui henemis estoient. Si parla premièrement Achillès et dist a Hector : « Biau sire, voirs est que je ne vous vi onques se armé non. Et si demoustrés si bien vostre proësce vers moi que bien puis dire que mavaise amor me moustrés. Et certes mes armes le tesmoignent, qui sovent sont desmaillees par les cos de vostre espee, que mainte fois s'est ja moillee de mon sanc; si puis bien estre certain de mort, se de vos ne me puis défendre, que tant se moustre vostre fellon cuer envers moi que il me semble que vos n'aies nul autre henemi. Et moût avés doné en mon cuer grant duel de Patroclus, que vos oceïstes, dou quel jamais la dolour n'oblierai. Il estoit la chose au monde que je plus amoie, dont vos m'avés tollue la conpaignie. Mais se je puis, je  vos en ferai repentir ; mais ce sera a tart, quar miaux ameroie estre mort que je mon pooir n'en face de lui vengier. Et ce vos mousterai je bien, se nos maintenons longement la guerre. Et por ce ne vos fiés en moi, quar vostre lance, dont vos mon chier ami oceïstes, toicha jusques a mon cuer. Por quoi je vos di que je porpence chascun jor de faire vostre vie finer par mes mains, ou je porte vostre mort. De ce ne poés eschaper que je ne confonde le grant pooir qui en vos est; et ce sera prochainement, se Dieuz plaist.  136. Coment Hector respont a Achillès. Hetor qui moût estoit sages et amesurés, li respondi tout en riant moût simplement et dit : « Sire Achillès, se je sui vostre henemi, ce n'est pas de merveilles, quar vos savés que de guerre ne vint pas amor. Et si devés savoir que, quant il me sovient que vos me volez desirreter et occirre, que je en sui moût dolent. Por coi je vos di que ce seroit moutgrant contraire se je fusse vostre amis. Quar quant il me menbre coment vos feïstes vostre pooir de moi desireter, dont je sui tant espris d'ire et de mautalent, que tous li cors me tressue et trenble d'angoisse, et ne poroie dire la mesaise que je ai en mon cuer. Mais se je puis longement vivre, assés en ferai a vos et a tout le plus fort de vostre compaignie. Et non porquant, si ai je dit come vileins, quar manacier ne partint pas a franc cuer, et meïsment entre nous covient user plus ouvres que parolles. Et por ce vos di je que li poins en est venus, se vos avés tant de proësce en vos come vos demoustrés ici par semblant, et se vos avés talent de vengier Patroclus que vos tant amastes, de quele amor aucune folles gens distrent cruel vilenie, la quel chose je ne vossice por amor de vos por mil mars d'or que ce fust voirs. Mais tout ce laissons ester, et vos soies cortois et vaillans et vos conbatés a moi cors a cors por la vostre partie, et je por la moie, quar a nos dous apent li afaires. Et ensi porons saver la vie as maintes gens qui n'ont pas deservi a morir. Et por ceste achoison, se vos me poés outrer d'armes, je vos laisserai la terre et tout le reaume, et de cen vos ferai je bien seùr. Et se je vos puis outrer d'armes, autre chose ne vos demant, mais que seulement me quités ma terre sens plus. Et se moi semble que vos ce ne devés refuser, quar ensi doit uns frans hons user et vengier soi de son henemi. Et puis, se vos me conquerés en champ, tout vostre pris en sera doublés. 

E tuttavia gli strani amori di Achille non finiscono qui. Prima di Polissena dobbiamo tornare a parlare di Pentesilea, la bella eroina innamorata di Ettore la cui storia abbiamo da poco approfondito. La vicenda è ben nota nel mondo greco, risale addirittura al ciclo omerico ed è stata variamente raccontata da molti autori[28]: dopo averla ferita mortalmente Achille travolto da un vero e proprio raptus avrebbe abusato di lei sotto lo sguardo sbigottito di greci e troiani, suscitando lo sdegno di Tersite poi ucciso con un pugno. Le fonti greche indicate in nota erano ovviamente inaccessibili a Dante,ma tra quelle latine non poteva ignorare i commenti di Servio a Aen. I 490 già riferito e che qui integriamo, nè quello a XI 657.[29]

C’è da aggiungere che nè Ditti né Darete riferiscono alcunché di particolari così scabrosi, e naturalmente lo stesso vale per i loro imitatori medievali. Ma c’è ora da rendere giustizia al lussurioso Achille descrivendo la sua romantica e pudica storia con Polissena.

 

ACHILLE  E  POLISSENA

Dante non poteva sospettare neppure che la scena di cui parlava Virgilio (vedi la nota 1 del paragrafo precedente) si fosse svolta sotto gli occhi di Polissena: la chiosa di Servio non faceva affatto il suo nome. E se abbiamo meglio compreso i motivi della condanna di Achille tra i lussuriosi,resta da chiarire attraverso quali tramiti la loro storia, dalle varianti numerose e complesse, sia arrivata a Dante. Diversamente da Omero che non ne fa cenno, il ciclo omerico[30] riferiva brevemente del sacrificio di Polissena sulla tomba dell’eroe, senza spiegarlo; più tardi, sulla scia dell’Ecuba euripidea,Virgilio[31] e soprattutto Ovidio[32] collegarono i due a Polidoro e alla infelice madre, senza però accennare mai all’amore tra l’eroe e la bella principessa. Escludendo ovviamente le fonti greche[33] e Seneca tragico, oltre ai due poeti augustei e ai loro commentatori Dante disponeva anche della fabula 110 di Igino.[34]

Le varie versioni della vicenda contenute nel commento di Servio sono sostanzialmente quelle dei due diversi ma paralleli racconti di Ditti (del quale ci è pervenuto, su frammento papiraceo, anche l’originale greco) e Darete,e dei loro imitatori medievali. E sono appunto queste la base dei commenti al passo dantesco,che sovente li citano[35], quasi sempre ne ripetono il racconto(7)  e magari li contaminano.
Riportiamo i brani relativi al primo contatto tra i due innamorati e quelli sulla morte di Achille. Le differenze sono comunque considerevoli, ma si tenga conto che per gli imitatori medievali, se se ne escluda Iscano, ispirato al solo Darete, questi sarà modello per il primo argomento, Ditti per il secondo.

Darete, De excidio Troiae, 27

Postquam dies anni uenit quo Hector sepultus est, Priamus et Hecuba et Polyxena, ceterique Troiani, ad sepulcrum eius profecti sunt. Quibus obuius fit Achilles, Polyxenam contemplatur, figit animum, amare eam uehementer coepit. Tunc ardore impulsus, odiosam uitam in amore consumere coepit, et aegre ferebat ademtum imperium Agamemnoni, sibique Palamedem praepositum. Amore cogente, Phrygio seruo fidelissimo mandata dat ferenda ad Hecubam: et ab ea sibi uxorem poscit: hoc si fecerit, se cum suis Myrmidonibus domum rediturum. Quod cum ipse fecerit, ceteros quoque idem facturos. Seruus proficiscitur, ad Hecubam uenit, mandata dicit: Hecuba respondit se uelle, sed si Priamo uiro suo placeat: dum ipsa cum Priamo agat, seruus reuerti iubetur: seruus quod egisset Achilli nuntiat. Agamemnon cum magno commeatu ad castra reuertitur. Hecuba cum Priamo de conditione Achillis loquitur. Priamus respondit, fieri non posse: non ideo quod eum affinitate indignum existimet; sed si ei dederit, et ille discesserit, ceteros non discessuros: et iniquum esse, filiam suam hosti iungere. Quapropter si id fieri uellet, pax perpetua fiat, et exercitus discedat, foederis iura sanciantur. Si id factum sit, se ei libenter filiam daturum. Itaque cum seruus ad Hecubam missus esset ab Achille, eadem Hecuba quae cum Priamo egerat seruo dicit: seruus Achilli nuntiat: Achilles uulgo queritur, unius mulieris Helenae causa totam Graeciam et Europam aduocatam esse, tanto tempore tot millia hominum periisse; tot pericula adiri; libertatem in ancipiti esse: unde fieri pacem debere, exercitus recedere. Annus circumactus est.

 

Dictys, o.c., III, passim

20. At lucis principio, Priamus lugubri ueste miserabile tectus, cui dolor, non decus regium, non ullam tanti nominis atque famae speciem reliquam fecerat, manibus uultuque supplicibus ad Achillem uenit : quocum Andromacha, non minor quam in Priamo miseratio : ea quippe deformata multiplici modo, Astyanacta, quem nonnulli Scamandrium appellabant, et Laodamanta, paruulos admodum filios prae se habens, regi adiumentum deprecandi aderat, qui maeroribus senioque decrepitus filiae Polyxenae humeris innitebatur: sequebantur uehicula plena auri atque argenti preciosaeque uestis … 24. Dein consiliatum cum supradictis ducibus surgit : queis omnibus una atque eadem sententia est, scilicet uti acceptis quae allata essent, corpus exanime concederet : quod ubi satis placuit, singuli ad sua tentoria discedunt. Moxque Polyxena ingresso Achille obuoluta genibus eius, sponte seruitium sui pro absolutione cadaueris pollicetur. Quo spectaculo adeo commotus iuuenis, ut qui inimicissimus ob mortem Patrocli Priamo, eiusque regno esset, tum recordatione filiae, ac parentis, ne lacrimis quidem temperauerit. Itaque manu oblata, Polyxenam erigit, praedicta prius, mandataque cura Phoenici super Priamo… 27. Dein omnia, quae ad redimendum filium aduecta erant, ante conspectum iuuenis exponi imperat : ex queis, quidquid auri atque argenti fuit, tolli Achilles iubet : uestis etiam, quod ei uisum est, reliquis in unum collectis Polyxenam donat, et cadauer tradit. Quo recepto, rex in gratiamne impetrati funeris, an si quid Troiae accideret, securus iam filiae, amplexus Achillis genua, orat, uti Polyxenam suscipiat, sibique habeat : super qua iuuenis aliud tempus, atque alium locum tractatumque fore respondit; interim cum eo reuerti iubet. Ita Priamus recepto Hectoris cadauere, ascensoque uehiculo, cum his qui se comitati erant, ad Troiam redit…

 

Darete, o.c., 34

Hecuba maesta quod duo filii eius fortissimi Hector et Troilus ab Achille interfecti essent,consilium muliebre temerarium iniit ad ulciscendum dolorem. Alexandrum filium arcessit orat hortatur, ut se et fratres suos vindicaret, insidias Achilli faceret et eum nec opinantem occidat: quoniam ad se miserit et rogaverit ut sibi Polyxenam daret in matrimonium: se ad eum missuram Priami verbis, pacem inter se foedusque firment constituant in fano Apollinis Thymbraei, quod est ante portam: eo Achillem venturum, conlocuturum ibique se illi insidias collocare, satis sibi victum esse si eum occideret. Quod temptaturum se Alexander promisit. Noctu de exercitu eliguntur fortissimi, et in fano Apollinis collocantur, signum accipiunt. Hecuba ad Achillem, sicuti condixerat, nuntium mittit. Achilles laetus Polyxenam amans postera die ad fanum se venturum constituit. Interea Achilles sequenti die cum Antilocho Nestoris filio ad constitutum veniunt simulque fanum Apollinis ingrediuntur, undique ex insidiis occurrunt, tela coniiciunt: Paris hortatur. Achilles cum Antilocho, brachio sinistro chlamyde involuto, enses dextra tenentes impetum faciunt. Exinde Achilles multos occidit. Alexander Antilochum interimit ipsumque Achillem multis plagis confodit. Ita Achilles animam ex insidiis nequiquam fortiter faciens amisit. Quem Alexander feris et volucribus proici iubet. Hoc ne faciat Helenus rogat, tunc eos de fano eici iubet et suis tradi: quorum corpora accepta Argivi in castra ferunt. Agamemnon eos magnifico funere effert Achillique sepulchrum ut faciat, a Priamo indutias petit ibique ludos funebres facit.

 

Ditti, o.c., IV10.

Deinde transactis paucis diebus solemne Thymbraei Apollinis incessit et requies bellandi per indutias interposita : tum utroque exercitu sacrificio insistente, Priamus tempus nactus Idaeum ad Achillem super Polyxena cum mandatis mittit. Sed ubi Achilles in luco ea, quae perlata erant tum ab Idaeo separatim ab aliis recognoscit, cognita re apud naues, suspicio alienati ducis et ad postremum indignatio exorta. Namque antea rumorem proditionis ortum clementer per exercitum in uerum traxerant. Ob quae, simul uti concitatus militis animus leniretur, Aiax cum Diomede et Ulysse ad lucum pergunt. Hique ante templum resistunt, opperientes si egrederetur Achillem simulque uti rem gestam iuueni referrent; de caetero etiam deterrerent in colloquio clam cum hostibus agere. 11. Interim Alexander compositis iam cum Deiphobo insidiis pugionem cinctus ad Achillem ingreditur confirmator ueluti eorum quae Priamus pollicebatur moxque ad aram, quo ne hostis dolum persentisceret auersusque a duce, adsistit. Dein ubi tempus uisum est Deiphobus amplexus inermem iuuenem quippe in sacro Apollinis nihil hostile metuentem exosculari gratularique super his quae consensisset neque ab eo diuelli aut omittere, quoad Alexander librato gladio procurrensque aduersum hostem per utrumque latus geminato ictu transfigit. At ubi dissolutum uulneribus animaduertere, e parte alia quam uenerant proruunt, re ita maxima et super uota omnium perfecta, in ciuitatem recurrunt. Quos uisos Ulixes:  « Non temere est, inquit, quod hi turbati ac trepidi repente prosiluere.» Dein ingressi lucum circumspicientesque uniuersa animaduertunt Achillem stratum humi exsanguem atque etiam tum seminecem. Tum Aiax: «Fuit, inquit, confirmatum ac uerum per mortales, nullum hominum existere potuisse qui te uera uirtute superaret : sed, uti palam est, tua te inconsulta temeritas prodidit.» Dein Achilles extremum adhuc retentans spiritum: «Dolo me atque insidiis, inquit, Deiphobus atque Alexander Polyxenae gratia circumuenere.» Tum exspirantem eum duces amplexi cum magno gemitu atque exosculati postremum salutant. Denique Aiax exanimem iam humeris sublatum e luco effert.

 

Rinviamo all’appendice per una scelta dei tantissimi testi medievali che li ripetono, ampliandoli in chiave patetica. Altre considerazioni utili sono nella sezione intitolata Ecuba, Polidoro e Polissena in questo stesso articolo.

Benoît de Sainte-Maure, Roman de Troie en prose, 33.

Et en ce tans il estoit acompliz li ans que Hector avoit esté morz et enseveliz. Si en fesoient li Troyen grant celebrement et molt grant dolosement, et I'avoient mis hors de la sepolture, et estoit avis a touz cels qui le veoient que il eust esté tout nouvelement morz. Mes trop merveilleux grant duel en demenoient la reyne Ecuba, Polixena, Cassandra, et dame Helene, et toutes les autres dames et damoiseles, vieilles et joines, de la cité. Et pour regarder la tombe, et les dames et les damoiseles, i vindrent maint Griec, et bien i poaient venir seurement car les trives estoient molt bien plevies et d'une part et d'autre; neis Achillés meimes i ala. Or oez quele destinee que si tost comme Achillés vit Polixena, il en fu si sorpris que il ne sot nul conseil de lui, et si li fu sa tres grant biauté et son gent demenement si entree ou cuer que il ot perdu toute force et tout hardement, et com plus la remiroit, et plus li abelissoit...

Istorie de Troia e de Roma, passim

Ma pertanto Eccuba disse a Pari como devesse et occidere e tradire Pari Acilles. 30 E mannao ad Acilles che devesse fare pace, e promiseli dare Polissena a molie. Acilles, molto preso de lo amore de Polissena, disse privato 31 alli soi ca infra iii dii devea retornare allo pavillione. E prese Antilocus per suo companio, filio de Nestore, e gio allo templo de deo Apolinis che era nanti la porta de Troia, dove era Eccuba e Polissena, e Pari privatamente ne lo templo co li soi armati. Acilles et Antilocus gero sarmati 32 et entraro dentro. Et Acilles, vedenno Pari, lo mantiello se involse [*n] brazo 33 incontenente e co la spada ne occise presori. E Pari occise Antilocus e fece molte ferute ad Acilles, fi che li gessio l’anima. E comannao che le corpora forsero iettate alle bestie. Et Elenus, che stava ne lo templo, renneo le corpora de Acille e de Antiloco a li soi. Agamenon fece triegua e feceli sotterrare onoratamente, et allo sepulcro fece fare iocora de morte.

ELENA E PARIDE

Pur se a Dante mancavano le fonti greche, quelle latine, e soprattutto l’Ovidio delle Heroides e delle Metamorfosi erano ampiamente sufficienti a conoscere la vicenda che legava i due «adulteri» e che aveva determinato la guerra tra Troiani ed Achei. Il loro inserimento nel girone dei lussuriosi non desta quindi alcuna sorpresa, e anche se il poeta poco aggiunge ai loro nomi è probabile che egli ne conoscesse la storia anche nelle versioni medievali che avevano trasformato in veri e propri romans i racconti di Ditti e Darete[36]. Più il secondo che il primo: Ditti si attiene, da «Cretese», alla versione omerico-virgiliana che li condanna senza appello, mentre Darete  «Frigio»  ne prende in qualche modo le difese,facendoli «sposare»  da Priamo e fornendo di Paride un ritratto assai meno imbelle di quello tradizionalmente impostogli. A Ditti dobbiamo però la radice (accanto ad Ovidio) di un altro romanzo, quello di Enone,che pure doveva essere ben noto a Dante. Il suo racconto,e quello parallelo,ma del tutto diverso,di Darete risolvono i dubbi di alcuni commentatori[37] che pensano essere il Paride dantesco quello del ciclo brettone perché quello troiano non rientrerebbe come i suoi compagni tra le ombre «ch’Amor di nostra vita dipartille».
Riproponiamo qui i relativi passi dei due, con alcuni ampliamenti fattine in età medievale e i commenti più significativi a Inferno,V 67-69, che torneranno ad interessarci a proposito di Achille.

 

Darete, o.c., passim

[IX]…Non multos ante dies, quam Alexander in Graeciam navigavit, et antequam insulam Cytheream accederet, Menelaus ad Nestorem Pylum proficiscens, Alexandro in itinere occurrit, et mirabatur classem regiam quo tenderet. Utrique occurrentes aspexerunt se invicem, inscii quo quisque iret. Castor et Pollux ad Clytaemnestram ierant, secum Hermionam neptem suam Helenae filiam adduxerant. Argis Iunonis dies festus erat his diebus, quibus Alexander in insulam Cytheream venit, ubi fanum Veneris erat: Dianae sacrificavit. Hi qui in insula erant mirabantur classem regiam, et interrogabant ab illis qui cum Alexandro venerant, qui essent, quid venissent. Responderunt illi a Priamo rege Alexandrum legatum missum ad Castorem et Pollucem, ut eos conveniret.

[X] At Helena vero, Menelai uxor, cum Alexander in insula Cytherea esset, placuit ei eo ire. Qua de causa ad littus processit. Oppidum ad mare est Helaea, ubi Dianae et Apollinis fanum est: ibi rem divinam Helena facere disposuerat. Quod ubi Alexandro nuntiatum est, Helenam ad mare venisse, conscius formae suae, in conspectu eius ambulare coepit, cupiens eam videre. Helenae nuntiatum est, Alexandrum Priami regis filium ad Helaeam oppidum, ubi ipsa erat, venisse. Quem etiam ipsa videre cupiebat. Et cum se utrique respexissent, ambo, forma sua incensi, tempus dederunt ut gratiam referrent. Alexander imperat, omnes ut in navibus sint parati: nocte classem solvant, de fano Helenam eripiant, secum eam auferant. Signo dato fanum invaserunt, Helenam non invitam eripiunt, in navem deferunt, et cum ea mulieres aliquas depraedantur. Quod cum Helenam abreptam oppidani vidissent, diu pugnaverunt cum Alexandro, ne Helenam eripere posset. Quos Alexander fretus sociorum multitudine superavit, fanum exspoliavit, homines secum quam plurimos captivos duxit, in navim imposuit, classem solvit, domum reverti disposuit, in portum Tenedon pervenit, ubi Helenam maestam alloquio mitigat, patri rei gestae nuntium mittit…[XI] Interea Alexander ad patrem suum cum praeda pervenit, et rei gestae ordinem refert. Priamus …Helenam maestam consolatus est, et eam Alexandro coniugem dedit…

Ditti, o.c., I 3

Per idem tempus Alexander Phrygius, Priami filius, cum Aenea aliisque ex consanguinitate comitibus, Spartae in domum Menelai hospitio receptus, indignissimum facinus perpetrauerat. Is namque ubi animaduertit regem abesse, quod erat Helena praeter caeteras Graeciae faeminas miranda specie, amore eius captus, ipsamque et multas opes domo eius aufert, Aethram etiam et Clymenam Menelai adfines, quae ob necessitudinem cum Helena agebant…

 

Darete, o.c., 35

Proelium committitur. In prima acie Aiax nudus versatur, clamore magno orto multi ex utroque exercitu pereunt. Alexander arcum tetendit, multos interfecit, Aiacis latus nudum figit. Aiax saucius Alexandrum persequitur, nec destitit nisi eum occideret. Aiax fessus vulnere in castra refertur, sagitta exempta moritur. Alexandri corpus ad urbem refertur. Alexandro occiso, Diomedes virili animo in hostes inpressionem facit. Phryges fessi in urbem confugiunt, quos Diomedes usque in urbem persequitur. Agamemnon exercitum circa oppidum ducit, et tota nocte circa murum obsedit, curat ut alternis vice vigilias agant. Postera die Priamus Alexandrum in oppido sepelit, quem magno ululatu Helena prosecuta est, quoniam ab eo honorifice tractata est. Quam Priamus et Hecuba ut filiam aspexerunt, et diligenter curaverunt, quod numquam Troianos despexisset Argivosque non desiderasset.

 

Ditti, o.c., passim

3, 26: tantae scilicet fuisse eum pulchritudinis atque formae : quem coniugio deinde Oenoni iunctum, cupidinem cepisse uisendi regiones, atque regna procul posita. Eo itinere abductam Helenam, urgente atque instigante quodam numine; 4,19… Tunc Philocteta progressus aduersus Alexandrum lacessit, si auderet, sagittario certamine. Ita concessu utriusque partis Ulisses atque Deiphobus spatium certaminis definiunt. Igitur primus Alexander incassum sagittam contendit, dein Philocteta insecutus sinistram manum hosti transfigit, reclamanti per dolorem dextrum oculum perforat, ac iam fugientem tertio consecutus uulnere per utrumque pedem traiicit, fatigatumque ad postremum interficit : quippe Herculis armatus sagittis, quae infectae hydrae sanguine, haud sine exitio corpori figebantur. 4, 21….Interim Alexandri funus per partem aliam portae ad Oenonem, quae ei ante Helenae raptum nupserat, necessarii sui uti sepeliretur perferunt. Sed fertur Oenonem uiso cadauere Alexandri, adeo commotam, uti amissa mente obstupefieret, ac paullatim per maerorem deficiente animo, concideret. Atque ita uno eodem funere cum Alexandro contegitur.

Istorie de Troia e de Roma

Quanno tulze Pari Elena.

Ma pertanto Priamo fece parare li navi per Pari e Deifebus, Eneas, Polidamas et altri compangi, e miserosse  ne li navi, et arrivao a Citer insola in Grecia. Et in quella die se celebrava la festa de dea Iunone ne lo templo de Diana et Apoline. Elena odio dicere ca ne lo porto era venuta una molto bella nave de Troia e ne la nave era Pari, filio de Priamo rege de Troia, ca avea odito dicere ca era molto bello omo. E vedenno che non b'era Menelao suo marito, e stava con Pilio Nestore suo cognato,  prese compan[g]i e disse ca volea gire alla festa. Et annao nanti allo porto, che gisse  alla festa per vedere la nave e Pari. E Pari, vedenno essa, incontenente fo preso a morte de lo amore de Elena. E la notte esso con li compangi soi descese de la nave e gio allo castiello dove stava Elena, e preselo per vattalia, e prese Elena e molti altri compangi con essa, e tornao alla nave e prese 'n alto de lo mare. Et Elena stava molto trista ne la nave. E Pari, guardannoli che stava così trista, disse: Non avere pagura, ca io te sposaraio per mea molie. Poi revenne Menelao, dove stava Pilio Nestore. Et annarosenne dove era Agamenon, che regnava in Argia provincia e petioli adiuto ad esso et a tutti l' altri greci. E Pari infra quello tempo ionze a Troia; e Priamo vedenno Elena così bella, fecela sposare a Pari per soa mollie.

 

3.    CALCANTE (ed EURIPILO)

Inferno XX, 106-114

Allor mi disse: «Quel che da la gota

 porge la barba in su le spalle brune,

  fu – quando Grecia fu di maschi vòta,

sì ch'a pena rimaser per le cune –

  augure, e diede 'l punto con Calcanta

  in Aulide a tagliar la prima fune.

Euripilo ebbe nome, e così 'l canta

  l'alta mia tragedìa in alcun loco:

  ben lo sai tu che la sai tutta quanta».

 

In realtà Dante non incontra tra gli indovini Calcante, ma Euripilo, ignoto in questa veste alla mitologia classica; ed è singolare che se lo faccia presentare da Virgilio, associandoli come presunte guide dei Greci nella spedizione contro Troia. Per di più, Dante viene elogiato dalla sua guida per la conoscenza dell’Eneide proprio in un punto in cui l’ha probabilmente fraintesa! Infatti, Euripilo in Aen. II non riveste alcuna funzione sacerdotale né oracolare: è solo l’inviato dei Greci ad Apollo delfico per sapere come far cessare le tempeste che ostacolano, dopo la lunga guerra,la partenza dei Greci da Troia. Le chiare parole di Apollo saranno poi interpretate, come è ritualmente giusto, dal vates Calcante, che, sobillato da Ulisse, sceglie appunto Sinone come vittima designata. Ma Dante amplifica enormemente i compiti di Euripilo, ne fa l’indovino che già all’inizio della spedizione, insieme con Calcante, avrebbe dato metaforicamente il segnale di partenza alla flotta,dimenticando anche in questo caso che quelle parole erano parte del mendace racconto di Sinone a Priamo[38]. Probabilmente forzando il senso di Iliade,che si riferisce solo alle sue qualità divinatorie, Darete 15 assegnava al vate un ruolo molto diverso:

Darete, o.c., 15

Postquam Athenas venerunt, Agamemnon duces in consilium vocat, conlaudat hortatur, ut quam primum iniurias suas defendant. Rogat, si cui quid placeat suadetque ut, antequam proficiscerentur, Delphos ad Apollinem consulendum mitterent: cui omnes adsentiunt. Cui rei praeficitur Achilles, hic cum Patroclo proficiscitur. Priamus interea, ut audivit quia hostes parati sunt, mittit per totam Phrygiam qui finitimos exercitus adducant, domique milites magno animo comparat. Achilles cum Delphos venisset, ad oraculum pergit: et ex adyto respondetur Graecos victuros, decimoque anno Troiam capturos. Achilles res divinas, sicut imperatum est, fecit. Et eo tempore venerat Calchas Thestore natus divinus. Dona pro Phrygibus a suo populo missus Apollini portabat, simul consuluit de regno rebusque suis. Huic ex adyto respondetur, ut cum Argivorum classe militum contra Troianos proficiscatur eosque sua intelligentia iuvet, neve inde prius discedant, quam Troia capta sit. Postquam in fanum ventum est, inter se Achilles et Calchas responsa contulerunt, gaudentes hospitio amicitiam confirmant, una Athenas proficiscuntur, perveniunt eo. Achilles eadem in consilio refert, Argivi gaudent, Calchantem secum recipiunt, classem solvunt. Cum eos ibi tempestates retinerent, Calchas ex augurio respondet uti revertantur et in Aulidem proficiscantur. Profecti perveniunt. Agamemnon Dianam placat dicitque sociis suis ut classem solvant, ad Troiam iter faciant. Utuntur duce Philocteta, qui cum Argonautis ad Troiam fuerat...

 

Egli sarebbe quindi troiano, un messo di Priamo, e in grado,con Filottete, di guidare i Greci per aver già compiuto in senso inverso la rotta da Troia a Delfi[39]. Da qui a farne un traditore, anche se per ordine di Apollo, il passo è breve,e questo è il ruolo che unanimemente gli assegnano gli imitatori medievali, mentre Ditti non si discosta sostanzialmente dalla tradizione omerico-virgiliana. Essi inoltre faranno di Calcante un vescovo e, soprattutto, sulla scia di Benoît de Sainte-Maure, il padre della Briseide-Criseide che intreccerà con Troilo e poi con Diomede la relazione amorosa variamente ripresa da Boccaccio, Chaucer e Shakespeare[40].

I commentatori di Dante[41] fanno ulteriore confusione: Jacopo Alighieri attribuisce ad Euripilo la responsabilità del sacrificio di Ifigenia in Aulide, facendone peraltro la figlia di Menelao; Pietro confonde ripetutamente Darete con Ditti e dice che vittima del sacrificio fu Polissena, figlia di Menelao (!); sulla stessa scia l’Ottimo, l’Anonimo fiorentino e altri,che associano comunque Euripilo e Calcante e pongono nell’isola di Delphos (?!?) la sede dell’oracolo di Apollo. La nostra selezione di passi si limita alla missione delfica, e comprende la versione che ne dànno,sulle orme di Darete, Giuseppe Iscano e l’Istorietta Troiana, ricca di ulteriori varianti e di piacevole lettura[42]; segue la chiosa del Castelvetro, unico tra i commentatori antichi e moderni ad essersi accorto della svista di Dante su Euripilo.

Istorietta Troiana, passim

Poi soppellirono il corpo derre Patricolus a grande onore; poi presero consilglio d’andare nell’isola de’ dei affare sagrifici e doni, tanto cherrisposto avessero della fine della loro inpresa; alla quale cosa fare allessero Accilles, Diomedes e Ulixes. Li Troiani si consilgliaro di mandare nella detta isola per lo detto Antenore e acciò s’accordarono tutti e mandaronvi il vescovo Toias, che era uno savio vecchio, col quale andò Ettor e il bello Pollidamas, il fìlgliuolo del vecchio Antenore. E il die checcostoro giunsero nell’isola, si vi trovarono li Greci cheggià aveano sacrificato agli dii effatte maravilgliosamente ricche offerende, e incontanente li Troiani feciero lo somilgliante. Tutta la notte furono ad orazioni, ell’una ell’ altra parte. La mattina al tempo del die ebbero risponso dalgli dii in questo modo: « Singniori di Grecia, ciò dicono gli dii del cielo che intra qui a dieci anni per la potenzia e per lo isforzo di te, Acciles, sarà la città di Troia presa e distrutta sevvoi manterete l’assedio, e tutti li dii vi comandano, i quali i secreti distini conducono, che voi non siate arditi di partirvi dall’ assedio, né voi né gli altri Greci, chella cosa avete cominciata. Conciò sia cosa chesse voi ve ne partite anzi chella cittade sia presa, tutti gli distini si cruccieranno contro a voi. E a voi di Troia dico [che] la vostra difesa non varrà nulla, che alla fine vi converrà perdere, e bene che voi vi voleste rendere nol sofferrebbe il distino; ettu, antico Toas, chesse’ savio essottile, io ti comando da parte di tutti gli dii e del destino, chettu mai non entri in Troia infìno che ella sia presa e distrutta, anzi ti tieni colli Greci elloro aiuta ecconsilglia e io loro comando che elli ti credano esservano e onorino, che a grande bisongnio verrai loro »; e qui tacette. Di questa risposta furono li Greci molto allegri, malli Troiani si sconfortarono molto, ma tanto erano pieni d’ardimento che nullo di loro ne fecie senbiante, se non Toas, il quale pianse e si ramaricò duramente ; elli Greci andarono allui e molto l’onoraro e menarlone colloro. Ed Ettor e Polidamas gli dissero: « Già per uno vecchio, il quale ae le menbra perdute non saremo di minore valore; esse di tutti li suoi pari fossimo diliveri troppo ci pregieremmo meglio ». Apresso queste parole si partirono dell’ isola, elli Greci elli Troiani. Grande duolo fecie Toas fra gli Greci, perciò che dipartuto s’ era di suo paese per lo mandamento delli iddii. Ma molto il confortarono e onorare li Greci e da quella ora innanzi fecero quelli di Grecia poco onneente sanza lo suo consilglio.

 

Iscanus, o.c., IV 241 sgg.

At melius, ne labe levi mens casta labaret,

Augurium nescisse fuit, veterumque sepulti

Cessassent ritus, quorum decreta secuti

Graiugene summis oracula Delphica votis

245 Implorant ! Prior Eacides lictoribus aras

Ambit et has donis tandem sollempnibus emptas Inachidis voces pandit venalis Apollo :

Vincitis, ultores Danai, grave Marte bilustri

Heret opus, decimum sequitur victoria bellum`.

250 Talibus Eacides fatis excitus in omnes

Secretum tripodum socios partitur. Et ecce

Testorides Calcas mediis congressus in antris

Concordesque deos et consona fata revolvit.

Hic patrie et propriis scitatum oracula regnis

255 Venerat, hosque aditis monitus effudit ab isdem

Numen idem :,Non, o superis gratissime vates,

Vana petis. Dabitur patriis clementior aer

Sulcis, ieiuni populator Sirius anni

Occidet et plenis pinguescent messibus agri.

260 Tolle moras, te bella vocant, pete Cicropis urbem,

Ultrices dispone acies ! Tibi bellica cedet

Turba manu, Mopsus oculis et pectore Nestor.

Sera quidem sevisque virum mercanda ruinis

Inachidas lustro ditabit palma secundo'.

265 Ergo hilares socias iungunt in federa dextras

Eacides Calcasque pares. Quippe altus utrique

Gentis honos, regni equus apex; at maior Achilli

Spirat amor belli, Calcas tranquillior extis

Evolvisse deos et celi nosse meatus.

270 Tres unit iurata fides, consortia prima

Tercius auget amor nec, iam partitus amicum,

Invidet Actorides, sed pontum letior haurit

Et reducem torquet socio Calcante carinam.

Ut tripodum vulgata fides per castra, per urbem,

275 Per puppes certo iam claruit indice, cunctos

Bella iuvant, cunctis iam pulchrum vincere, tardum

Marte fruí.

 

Lodovico Castelvetro (1570)

Che Euripilo fosse Augure non dice Virgilio, anzi dalle parole di Virgilio, ne le quali fa menzione di lui, si coglie non oscuramente che non era Augure [cf. Statius, Theb., III, 6]; perciò che Virgilio, sotto la persona di Sinone, dice nel secondo libro dell'Eneida [v. 108]: … Suspensi Eurypilum scitatum oracula Phoebi Mittimus, isque adytis huc tristia dicta reportat, etc.» Ora come Sinone verisimilmente avrebbe potuto dire, che i greci avessono mandato Euripilo a Febo a domandargli che cosa dovessono fare per potere, con pace degl'iddij crucciati, ritornare sani e salvi alle patrie loro, e non avessono domandato a lui, sì come ad Augure, che lo rivelasse loro? O almeno, poichè tornò con questo tristo risponso d'Apollo: «Sanguine placastis ventos et virgine caesa, Cum primum Iliacas, Danai, venistis ad oras; Sanguine quaerendi reditus animaque litandum Argolica» [Aen., II, 116]: ed essendo il risponso oscuro ed incerto del sangue di quale uomo greco, sacrificandolo, volessero gl'iddij essere placati, non l'avessono domandato a lui, sì come ad augure, secondo che Ulisse (col consentimento degli altri) ne domanda a Calcante, perciò che era augure? «Hic Itacus vatem magno Calchanta tumultu Protrahit in medios; quae sint ea numina divum Flagitat, etc.» [Aen., II, 122]. Adunque Virgilio non dice che Euripilo fosse augure; anzi, come dico, si coglie dalle sue parole che non era augure. Ma che Euripilo fosse con Calcanta a dare il punto a tagliare la prima fune delle navi in Aulide, quando i greci vennero ad oste sopra Troia, questo non dice Virgilio, nè altri, che io mi sappia. Ma per aventura Dante se lo imagina e da sè se lo finge, e forse che questa sua imaginazione e fizione non è comportevole in poesia, sì come per ragione di poesia non è del tutto commendabile che egli s'imagini e finga che Euripilo abbia le spalle brune.

 

4.   ULISSE E DIOMEDE, SINONE, ANTENORE (ED ENEA)

ULISSE : LA MORTE.

L’attenzione dei critici a proposito dell’Ulisse dantesco si è a lungo impegnata sul folle volo e sulla vertute e canoscenza che anima l’eroe; e certo il grandioso ritratto del personaggio è, con quelli delle altre «coppie» di dannati Paolo e Francesca, Ugolino e Ruggieri, indelebilmente scolpito nella nostra memoria. Anche qui è uno solo a parlare: Diomede, come Paolo e Ruggieri, è silenzioso testimone del suo straordinario compagno. Ritengo inoltre significativo che Ulisse e Diomede siano gli unici personaggi della guerra di Troia con i quali Virgilio e Dante hanno un colloquio diretto: tutti gli altri infatti o sono semplicemente citati,magari a fini «esemplari», o solo additati tra le tante anime. Oltre loro, il solo Sinone è dinanzi ai loro occhi protagonista di una vivace serie di battute con Mastro Adamo, cui però i due poeti assistono passivamente.
Il racconto di Ulisse, che appare sostanzialmente privo di radici nella pur amplissima letteratura classica che lo riguarda[43], è totalmente diverso da quello che ne dice Ditti,che ripete invece la storia della Telegonia ciclica[44]. Naturalmente le fonti greche non erano accessibili direttamente a Dante, ma proprio per il tramite di Ditti e degli imitatori medievali egli poteva averne conoscenza indiretta[45]. Del Palladio parleremo nel paragrafo successivo: qui proponiamo il passo di Ditti sulla morte di Ulisse, ripreso e amplificato da Benoît e Guido, e quella che mi pare la scoperta più emozionante di queste ricerche, la «incredibile» storia delle nozze tra Telemaco e Nausicaa[46], che dal ciclo omerico per il tramite di Ditti approda ai suoi imitatori medievali.

Dictys, Ephemerides belli Troiani, passim

[6,14] Per idem tempus Ulixes territus crebris auguriis somniisque aduersis, omnes undique regionis eius interpretandi somnia peritissimos conducit: hisque refert inter caetera, uisum sibi saepius simulacrum quoddam, inter humanum diuinumque uultum formae perlaudabilis, ex eodem loco repente edi : quod complecti summo desiderio cupienti sibi porrigentique manus, responsum ab  eo humana uoce, sceleratam huiusmodi coniunctionem, quippe eiusdem sanguinis atque originis : namque ex eo alterum alterius opera interiturum. Dein uersanti sibi uehementius cupientique causam eius rei perdiscere, signum quoddam mari editum interuenire uisum: idque secundum imperium eius in se iactum, utrumque disiunxisse. Quam rem cuncti qui aderant uno ore exitialem pronunciant, adduntque caueret ab insidiis filii. Ita, suspectus patris animo, Telemachus agris qui in Cephalenia erant relegatur, additis ei quam fidissimis custodibus: praeterea Ulixes secedens in alia loca abdita semotaque quantum poterat somniorum uim euitare nitebatur. [6,15] Per idem tempus Telegonus, quem Circe editum ex Ulixe apud Aeacam insulam educauerat, ubi adoleuit, ad inquisitionem patris profectus, lthacam uenit, gerens manibus quoddam hastile, cui summitas marinae turturis osse armabatur, scilicet insigne insulae eius in qua genitus erat : dein edoctus ubi Ulixes ageret, ad eum uenit. Ibi per custodes agri patrio aditu prohibitus, ubi uehementius perstat, et e diuerso repellitur, clamare occipit, indignum facinus prohiberi se a parentis complexu. Ita credito Telegonum ad inferendam uim regi aduentare, acrius resistitur, nulli quippe compertum, esse alterum etiam Ulixi filium : at iuuenis ubi se uehementius et per uim repelli uidet, dolore elatus multos custodum interficit aut grauiter uulneratos debilitat. Quae postquam Ulixi cognita sunt, existimans iuuenem a Telemacho immissum, egressus lanceam quam ob tutelam sui gerere consueuerat, aduersum Telegonum iaculatur. Sed postquam huiusmodi ictum iuuenis casu quodam intercipit, ipse in parentem insigne iaculum emittit, infelicissimum casum uulneri contemplatus. At ubi ictu eo Ulixes concidit, gratulari cum fortuna, confiterique optime secum actum quod per uim externi hominis interemptus, parricidii scelere Telemachum carissimum sibi liberauisset. Dein reliquum adhuc retentans spiritum, iuuenem percunctari, quisnam, et ex quo ortus loco, qui se domi belloque inclitum Ulixem Laertae filium interficere ausus esset. Tunc Telegonus cognito parentem esse, utraque manu dilanians caput, fletum edit quam miserabilem, maxime discruciatus ob illatam per se patri necem. Itaque Ulixi, uti uoluerat, nomen suum atque matris, insulam quoque in qua ortus esset et ad postremum insigne iaculi ostendit. Ita Ulyxes ubi uim ingruentium somniorum animo recordatus est, uulneratus ab eo, quem minime crediderat, triduo post mortem obiit, senior iam, prouectae aetatis, neque tamen inualidus uirium.

 

Roman de Troie en prose, 70 sgg.

…Si m’en vueil orendroit a tant taire et vos conteré d’une merveilleuse aventure qui avint a Ulixés.

71. Il avint en ce tans que Ulixés songa un merveilleux songe, et si vos diré quel. Une nuit li vint devant lui en avision que il veoit une merveilleuse persone, si comme il li sembloit en dormant, tant bele et tant gracieuse comme nul pointre porroit mielz ymage faire ne deviser. Et si estoit en semblance et en figure d'ome, mes de biauté il trespassoit nature d'ome, mes bien pooit estre des dex. Et li sembloit que il avoit si grant volenté que c'estoit merveilles de lui acoler et enbracier et li tendoit les braz tant comme il pooit ne n'amoit riens tant comme lui, si comme il li en fesoit le semblant. Et il li refesoit autresi, car molt le desirroit prés de lui por sa grant biauté et por l'amour que il li mostroit. Et adés s'entre-tendoient les braz et s'esforçoient d'entr'aprochier li uns de l'autre tant comme il poaient par semblant, et si ne s'entrepoaient en nule maniere entretouchier. Et si sembloit a Ulixés que celui portoit, sus le fer d'une lance que il tenoit, une petite tourete ouvree de .II. poissons de mer salee, qui estoit a merveilles noble et cointe, dont il estoit molt esbahiz et trop se merveilloit que ce voloit dire, et li pria molt que il li deist que ce senefioit. Et lors li dist cil au departir tout en plorant a granz lerrnes que ce estoit demostrance vraie et aperte d'empire, et que li uns par l'autre feniroit, et plus ne li en dit. Et ainsi fu Ulixés toute la nuit, et quant il se resveilla, si fu molt esbahiz et chut en grant pensee comment il porroit savoir que ceste avision voloit et que ele pooit senefier. Si manda par tout et fist venir touz les sages homes qu'il pot savoir, et les devins et ceuls qui savoient des ars, et leur dist toute s'avision et leur pria tant comme il onques plus pot que il se preissent garde que ce pooit senefier, « et celui qui m'en dira la certeineté sera mes amis a touz jorz mes, et avra dou mien sa plaine volenté ». Et lors li distrent il tuit : « Ulixés, nos nos somes bien pris garde et bien en creons noz livres qui nos enseignent et nos font certain de ce que tu nos as conté, que tu saches de voir que tes filz t'ocirra et morras par lui. Et ce est la droite senefiance de ce que tu as veu en l'avision de ton songe en dormant ».

72. Quant Ulixés ot oy l'exposition de son songe, si se pensa que il s'en cheviroit bien. Si fist panre Thelemacum son fil, et le fist mener en un chastel sus la mer, loing de gent, qui avoit non Thesemala ; et le fist si fort enfergier que c'estoit merveilles, et garder de cels ou il mielz se fioit; et commanda bien que il ne feust nul qui a lui parlasi ne ne venist : « Et lors, dist il, n'avré ge garde de lui ». Et il distrent que il feroient son commandement tres bien puis que il le voloit. Et si n'avoit il riens ou monde que il tant amast que son pere l'avoit ainsi sanz reson fet enprisonner et mestre en fers et en buies, et dist que molt grant tort li fesoit, car onques n'avoit envers lui pansé mal ne de riens qui feust mespris. Si en furent tuit cil dou pais esbahiz, et molt en tindrent grant parole quant ce fesoit a son enfant. Puis fist Ulixés un rnanoir faire loing de gent molt grant et molt fort, et dist que il metroit toute la poine que il porroit a soi garder de s'avision, que molt se doutoit encore de l'exposition que li devin li avoient esclose. Et quant li manoirs fu fez, si mist gardes a chascune entree et leur fist jurer au mielz qu'il onques pot que nul, quel que il feust, ne parent ne ami tant feust prochien, ne lesseroient passer la porte, et il distrent que nul ne la passeroit ja mes tant que il le commanderoit. Et lors fu il avis a Ulixés que il ne doutoit mes nul encombrier. Si avint que la reyne Cirtés qui demora enceinte de Ulixés quant il se parti de lui, et ot un enfant qui fu apelez Thelegonus, qui estoit en l'aage de XX. ans. Si pria et fist tant a sa mere par biau parler que il enquist qui ses peres estoit, et se ele savoit ou il estoit, et ele li dist que Ulixés l'avoit engendré, qui estoit molt bons chevaliers, « mes molt me corroceras, biax filz, se tu i vas ; car il ne te vit onques, si ne te connoistra. - Dame, dist il, sachiez que ge i vueil aler ». Si s'esmut l'enfant por aler querir Ulixés son pere, car il voloit savoir qui il estoit et de quel lignage. Et quant la reyne Cyrté vit que ele ne le porroit retenir, se li enseigne quele voie et quel chemin il doit tenir, et li prie que tost s'en vieigne et que ill i salue Ulixés son dru et son ami de par lui plus de C. foiz. Si firent molt grani plor et li uns et li autres au departir, et plusors foiz se pasma Cirtés d'ire et de duel quant ele vit que Thelegonus n'en feroit riens ne por priere que ele li feist, ne por mal que il li veist endurer. Si fu bien voirs que il se mist au chemin tout seul sanz compaignie, mes bien fu appareilliez comme noble vassal et de bone lignee, et porta avec lui une petite cooleste ouvree a .II. poissons de mer que sa mere li bailla, et ce estoit tant solement por demostrer le signe de la connoissance de son pais, car il estoit en costume que nul n'issoit de son pais se il ne portoit le seing d'ou de la contree ou il estoit nez, ou de la ou demoroit, que il estoit morz et ocis la ou il aloit. Et icelui portoit il, car ce estoit li signes dou pais aus .II. reynes qui estoit molt bien conneuz en maintes terres.

73.Quant Thelegonus se fu partiz de Cyrté la reyne sa mere por aler querir Ulixés son pere, il erra tant et chemina que il vint en Akaye, et ilec enquist il molt et demanda quel part il porroit trouver Ulixés. Et pluseurs li ont bien enseignié la ou il estoit, dont il fu molt liez et joieux, et torna maintenant cele part tant qu'il vint bien prés de la porte, mes ceuls qui la porte gardoient le virent venir, et li alerent a l'encontre a l'issue, et li demanderent ou il aloit et que il voloit, et il dist que il voloit entrer leanz et parler a Ulixés, et il li distrent que il n'i enterroit ne que a lui ne parleroit, et il leur dist : « Seigneurs, ne faites mie ce, mes lessiez moi aler veoir Ulixés mon chier pere qui leans est, si le servirai si com ge doi faire, ne il n'est nus qui me deust desfendre par droit ne par reson que ge ne deusse aler veoir mon pere ou il seroit ; et trop grant villenie me feriés se vos ne me lessiés entrer, car bien a II. mois que ge ne fine d'errer por querir et veoir le, et onques ne le vi, dont il me fet mal, mes dés ore mais le connoistrai et servirai si con ge doi ». Et il li distrent que ce estoit por neant que il aloit parlant, que il n'i metroit ja les piez ne li pié lui. Si en fu Thelegonus molt corrociez et pansis en lui meismes que il en porroit faire, et les recommenca de rechief a prier par pluseurs foiz molt humblement et leur dist : « Vraiement, seignors, vos me faites ce que il vos plest, mes onques mais genz ne firent greigneur outrage qui a un bachelier qui est venuz de lointeing royaume por veoir son pere, et ne le volez mie lessier parler a lui, tant solement que l'eust veu et bezié et acolé ». Et cil dient et jurent que lui ne autres n'i enterra, et que Ulixés n'ot onques fil que Thelemacus. Adonc leur jure il quancque il puet que il est ses fiz, et il ses peres, n'onques de rien ne l'en voldrent oÿr ne escouter, ainz le feroient malement en disant lui grant villenies et boutoient en sus de la porte. Et quant Thelegonus vit que ne par priere ne autrement ne le voloient lessier entrer, si en feri si l'un dou poing que il l'abati tout mort a terre, et puis en rua .II. en l'eve des fossez. Si leva li criz et la noize molt grant, et saillirent avant assez et d'uns et d'autres qui la noize oyrent et le cri. Et lors vint il a l'un de bout, et li toli s'espee, et feri a tort et a travers, de ça et de la, et les empira malement et en ocist plus de XV. sanz ce que mainz en navra qui n'avoient pooir d'aux aydier. Et fist tant par sa proesce que il passa le pont et entra enz par mi la porte, mau gré que il en eussent touz, navrez et si senglanz que li sans li coroit dou cors a granz ruz, et en avoit le visaige tout couvert. Et ce n'estoit mie de merveille que mainz cops i reçut et mainz en dona si comme ill i parut.

74.Quant Ulixés oy la noize et le cri qui si grant estoit par son ostel, si fu molt esbahiz et se merveilla trop que ce pooit estre, et cuide que Thelemacus son fil qu'il avoit fet enprisoner oit fet venir celui por lui ocirre. Si sailli sus, et prinst une lance fort et roide dont li fers ert trenchanz et bien acerez, et vient droit vers Thelegonus lance tendue, et le fiert res a res des costez, et le fet tout senglant ; et sachiez que se il ne feust ganchiz, que il l'eust ocis. Lors sezi Thelegonus la lance a .II. mains touz forsenez et plains d'ire et en vet ferir Ulixés son pere par mi le cors a mort, dont ce fu grant doleur (mes itele estoit s'aventure), et gizoit ilecques touz ensenglantez. Si tinst son esperit tant comme il poi, et avoit grant joie, selonc ce que il li estoit, que les auguremenz et les songes et les devineurs erent mençonjables, et ne queroit mes plus savoir mes que il veist l'ore que ses filz Thelemacus ne feust corpables de sa mort. Adonc dist Ulixés : « Diz moi, vassal, qui es tu ne de quel terre, ne qui sont ti parent, qui as Ulixés ocis qui a esté pluseurs foiz en tant mainz biaux estours et en tantes mortiex batailles, et tant granz periux de mer et d'ailleurs, dont ge suis eschapez sanz morir, et orendroit me covient morir par toi ? Certes ge sui molt liez de ce que ge voi que mes filz Thelemacus n'a mie ce fet, et que tuit cil sont menteor qui distrent que mes filz m'ocirroit et que ge morroie par lui ». Et quant Thelegonus oÿ qu'il avoit ocis son pere, si se pasma de duel et dist : « Ha, Ulixés, biax douz peres, ge suis Thelegonus vostre fil que vos engendrastes en la reyne Cyrthés que vos tant amastes ». Et lors li mostra il les enseignes dou pais ou il fu nez, et dist que mes ne queroit il plus vivre aprés lui, puis que son pere avoit ainsi ocis et mis a la mort; si commence a faire merveilleux errant duel et chiet de rechief a terre devant lui touz paumez. Et adonc cognut Ulixés que ce estoit voirs de son songe et que verité li avoient cil qui espont li orent, mes molt en estoit corrociez, et puis que la destinee estoit itele, il li covenoit a soffrir, volsist ou non. Et quant il vie que il s'afinoit, si prist son fil Thelegonum et le beza plus de cent foiz en un raandon, et le conforta molt bonement dou grant duel que il avoit, et li dist sanz point de requeste que iceste ouvre li feust tantost pardonee des dex que il li pardonoit. Aprés refist venir Thelemacus son fil qui estoit enprisonez par son commandement, li quiex savoit ja tout l'afaire ; si vint tel duel fesant de son pere comme merveilles et eust ocis Thelegonus son frere, se ne feust pour son pere dont il avoit poour qu' i n'en feust iriez plus que il estoit. Maintenant qu'il furent ambedui devant lui, si fist la pés et l'acordance d'ax deus, et leur commanda, si chier comme il l'amoient et de tel pooir com il avoit sor aux, que bone pés et bone voillance d'ilec en avant a toz jorz mes feust entre leur .II., et que li uns gardast l'autre et sauvast a son pooir en touz lieus, que il le voloit, et il distrent que si feroient il. Et quant ce fu dit et ostroié, si s'en ala li esperiz de lui, et ainsi fu morz Ulixés.

75. Quant Ulixés fu morz, molt le plorerent et plaindrent touz ceuls dou paÿs et merveilleux grant duel en fesoient, mes au duel que Thele-macus et Thelegonus demenoient ne se porroit nul acomparer, car il fesoient et disoient tant de regrez que il n'est si dur cuer qui les oyst, qui pas se poist tenir de plorer de pitié. Molt fu Ulixés enseveliz a grant honeur, et en fu enportez molt honoreement en Akaye ; et la fu enoinz et enbaumez, et fu mis en un merveilleux riche tombel; et ilec refu molt plaint et plorez de tout. Si reçut Thele-macus l'empire et fu coronez aprés son pere, et puis vesqui il bien .IIIIxx. ans, et fu sages et droituriers et de granz proesces. Si demora o lui Thelegonum son frere .II. ans et plus, et le tint en grant chierté, et molt le commanda servir et honorer a toz; et manda les meilleurs mires dou pais et fist mestre toute la greignor cure que il onques pot en ses plaies guerir, et puis aprés le fist il chevalier. Si ot en lui tant de proesces que molt en estoit prisiez et loez, si issirent de lui maint bon hoir qui puis furent molt prisiez et redoutez. Et quant il s'en volt aler en son pais, se li bailla de compaignie et d'avoir tant comme il en volt. Et ainsi s'en rala Thelegonus en son pais molt honorablement, mes trop estoit corrociez en cuer dou fait de son pere, et oublier ne le pooit. Quant sa mere Cyrthé le vit, qui tant longuement l'avoit desirré et regreté, si en ot molt grant joie. Et si savoit ele bien comment il avoit ouvré, mes por la demore que il fesoit avoit toz jorz poor qu'il ne feust morz; si oublia assez tost son corouz puis que ele l'ot prés de lui. Mes toutevoies ne pooit ele oublier Ulixés que tant avoit amé, ne ne fast puis tant comme ele vesqui que auques touz les jorz ne le plorast. Assez vesqui par reson Thelegonus, car il tint son royaume en bonne pès LX. ans et plus, et molt conquist de richeces et essauça son regne.

 

Guido delle Colonne, o.c., XXXIII passim

[Incipit liber vltimus de morte Vlixis.]

De narranda igitur morte Vlixis, obmissis ad presens aliis, pre¬sentis hystorie stilus acuitur. Quare narrat et dicit quod Vlixes quadam nocte dormiebat in lecto suo et soporatus talem de se uidit in suo sompno uisionem. Videbatur enim sibi uidere quandam ymaginem iuuenilis forme tante mirabilis speciei quod ymago non putaretur humana sed pocius diuina pre nimia pulchritudine forme sue. Videbatur eciam sibi ultra modum appetere ymaginem illam posse tangere et eam suo cogi tenaciter in amplexu, sed illa suos uitabat amplexus et eum uidebatur a longe intueri. Deinde uero ad eum sibi propinqius uidebatur accedere et interrogabat ab eo quidnam uellet. Sed ille dicebat: «Uolo ut insimul coniun¬gamus ut te forte cognoscam.» At illa dicebat Ulixi: «O quantum in hoc est tua grauis et amara peticio! Tu enim petis a me ut tibi coniungar. Sed O quantum illa coniunccio erit infelíx! Nam ex tali coniunccione necesse est quod vnus nostrum exinde moriatur.» Deinde uidebatur sibi quod ymago illa eadem ferebat in manu quandam lanceam, in cuius lancee summitate uidebatur haberi quedam turricula tota ex piscibus artificiose composita. Deinde uidebatur sibi quod illa ymago recedere uellet ab eo. Que dicebat sibi: «Hoc est signum impie disiunccionis que inter nos duos est postremo futura.» Vlixes autem tunc sompno solutus ualde miratus est de ipsius sompni uisione; multum suo disquirit in animo ad quid sompnum ipsum tendat. Demum illucescente die perquirit augurios et diuinos et eos ad se uenire mandauit. Quibus uenientibus et recitata eis ipsius sompnii qualitate, ipsi dixerunt quod per significacionem ipsius sompnii aperte conicitur Vlixem per filium exilio uel morti tradendum.

Cuius rei causa Vlixes ualde perterritus Thelamacum filium suum capi fecit et eum mandauit fideli custodia detineri. Ipse uero elegit sibi locum in quo posset secure manere in quorundam suorum secretariorum fidelissima comitiua. Vallauit enim locum ipsum muris altis et fortibus, ad quem non nisi per pontem quendam uolticium haberi poterat accessus. Statuit eciam quod ad eum nullus accederet nisi esset aliquis de suis secretariis supradictis.

Factumque est quod cum Ulixes dudum ex Circe quendam filium suscepisset, Thelagonum nominatum, qui cuius esset filius a nemine sciebatur preterquam a Cyrce sua tantummodo genitrice. Factus est Thelagonus annorum xv, qui studiose querit a matre cuius fuerit filius et si viuit pater et in quo loco moretur. Diu negauit mater eum certificare de patre. Demum cum Thelagonus matrem super inquisicione patris diucius stimulasset, affecta tedio stimuli filialis filio pandit et reserat regem Vlixem esse patrem ipsium et eum de loco regni sui ubi moratur Vlixes diligenter instruxit. Telagonus autem in relacione matris est nimium factus letus. Desiderio tamen nimio in vno fluctuat patrem suum uidere uelle, et ad eum accedere desideranti animo exardescit. A matre igitur sua obtenta licencia, que de celeri reditu rogat illum, Thelagonus se accinxit ad iter, et tantum per dietas suas laboriose processit quod peruenit Acayam, ubi factus certus de loco ubi morabatur Vlixes ad ipsum locum  accedit. Cunque quadam die lune in mane applicuisset ibidem, in introitu pontis inuenit custodes Vlixis, quos affectuose rogat ut eum ad  Vlixem accedere sponte permittant. Negant illi, mandatum domini seruare uolentes. Instat Thelagonus humilibus precibus, at illi uiribus utentes repellunt eum et iniuriose et uiolenter impellunt. Quare Thelagonus, dum illatas sibi pati noliet iniurias, in vnum ex predictis custodibus irruit, et pugno clauso sic potenter in cathena colli percussit quod, eius fracta cathena colli, protinus expirauit. Alios uero custodes eius socios impellendo uiriliter a ponte deiecit et precipitauit in vallo. Fit ergo clamor maximus. Quare multi irruentes ad arma in Thelagonum irruunt, ipsum interficere sathagentes. Sed Thelagonus, facto impetu in vnum eorum qui aggressi sunt eum, ensem quem habebat in manu ab eo violenter extìrpat, et in alios irruens ense nudo quindecim interfecit ex eis et ipse ab eis est grauiter uulneratus. Deinde cum clamor fortius inualesceret, ad uoces clamoris surgit Vlixes, putans ne aliquis de familia Thelamaci detenti per domes¬ticos suos inuaserit illos ut pro sui liberatione eos uulneret aut occidat. Quare iratus cum quodam iaculo quod ferebat in manu ad locum clamoris accelerat, ubi suos uidit ab illo adolescente sibi incognito interfectos. Cernit eum et in uindictam necis occisorum iaculum ipsum uibrauit in ipsum sic quod eum percussit. Ex eo non tamen multum lesit eundem. Sed Thelagonus contra Vlixem iaculum impetuose uibrantem, cum non cognosceret si esset Vlixes, arrepto illo eodem iaculo quod ipse uibrauerat et in terram ceciderat, ipsum impetu duriori retorsit sic quod ipsum ex eo letaliter uulnerauit, costas eius ex ipso uulnere perforando. Quare Vlixes ex ipso ictu uulneratus in terram decidit, seipsum sustinere non ualens, vtpote qui morti sentit se esse uicinum. Corporee itaque uires in ipso deficiunt, et cum ipse quasi defecerit in sermone, balbucientibus uerbis querit a Thelagono quisnam esset. Dum Vlixes tunc ad memoriam suam reducit 1etalem sui sompnii visionem, Thelagonus vero ad interrogacionem VIixis a circumstantibus querit quis ille sit qui ipsum interrogat. Dicunt ei Ulixem esse. Quo audito, Telagonus anxius exclamat dicens: —Ve michi! Veni uidere patrem meum ut eo  uiuente letarer cum eo, et nunc factus sum occasio mortis eius Et statim pre dolore nimio in terram cecidit ueluti semiuivus. Demum a terra consurgens, laniatis uestibus, cum esset inermis, facíem suani pugnis contundít in lacrimis et a suo uertice flauos capillos euellit. Prostratus itaque ad pedes Vlixis se dirigit, in singultibus lacrimarum dicit se esse Thelagonum infelicem Circes filium, «quem tu, Vlixes pater mi, ex ea infeliciter suscepisti. Si morieris, kare parer, dii faueant ut tecum moriar et post te me viuere non perrnittant.» Ulixes  uero agnouít eum suum esse filium ex Circe, blanditus` est ei in sui corporis debilitate maxima in qua erat, et mandat fractis eloquiis ut a lacrimis abstineat et dolore. Pro Thelamaco filio suo mittit, qui ueniens in Thelagonum querit irruere, quasi necem patris auidus vindicare. Sed Ulixes uerbis et nutu ut potuit Thelamaco inhibet ne insurgat in ipsum, ymo ut eum carum habeat utpote fratrem suum. Ducitur ergo Vlixes in Acayain fere mortuus, ubi triduo tantum uixit et post triduum expirauit, qui in Achaya honore regio sepelitur.

 

Ecco invece le testimonianze relative alle nozze di Telemaco e Nausicaa (4):

 

Dictys, o.c., VI  6

Neque multo post precibus atque hortatu Ulissis, Alcinoi filia Nausica Telemacho denubit… Telemacho ex Nausica natum filium Ulisses Ptoliporthum appellat.

Roman de Troie en prose, passim

66. Puis fist tant Ulixés que li roys Alceon dona sa fille Nanfica a Thelamacum son fil: si en fu fez li mariages et furent molt bons amis ensemble et plus s'entr'amerent d'ilec en avant  que il n'avoient onques fet; et fu en son pais puis lonc tans en pés… Et en ce tans meismes conçut Nanfica la fame Thelemacum un fill qui ot non Polifebus, par qui sa ligniee fu puis molt essauciee, si com vos orroïz ci aprés.

Guido delle Colonne, o.c., XXXIII passim

Et in tantum cum rege tractauit Anthenore* quod Thelamacus Nausicam, filiam regis Anthenoris*, duxit in uxorem. Celebrantur igitur nupcie Thelamachi in multorum sollempnitatibus gaudiorum. ..

*Errore evidente per Alcinoo.

 

IL TRADIMENTO DI TROIA: ANTENORE, ENEA, ULISSE, DIOMEDE, SINONE

La complessa vicenda del tradimento di Troia, mai esplicitamente trattata da Dante, interessa numerosi canti e personaggi dell’Inferno[47] e conviene discuterne in maniera unitaria per evitare ripetizioni e inopportuni rinvii.

E’ inoltre opportuno anticipare quelli che ritengo punti saldi di questa indagine, da verificare nei singoli passaggi: Dante, come già Virgilio, e la maggioranza delle testimonianze che pur ammettono il tradimento, ne scarica la responsabilità sul solo Antenore scagionando il pio Enea da ogni colpa; elemento proditorio è principalmente il furto del Palladio, di gran lunga secondario è invece il cavallo bronzeo o ligneo trascinato nel cuore di Troia col suo carico di guerrieri; Ulisse (e con lui Diomede) sono puniti come consiglieri fraudolenti e non come falsari, colpa che invece coerentemente Dante attribuisce a Sinone: questa distinzione consente di meglio comprendere qualche passaggio oscuro del canto di Ulisse.

Torniamo per un attimo sul I canto, là dove presentandosi a Dante Virgilio dice di sé:

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d'Anchise che venne di Troia,

poi che 'l superbo Ilïón fu combusto

per  notare che alcuni commenti medievali[48] sollevavano qualche perplessità per l’epiteto giusto riferito a chi era sospettato di tradimento. Con l’eccezione del Serravalle, tutti negavano il coinvolgimento di Enea.

Del freddo incontro con Enea nel Limbo abbiamo già accennato[49], e anche i laconici richiami ad Antenore in Inf. XXXII 88 e Purg. V 75 hanno analoga accoglienza dai commentatori di ogni tempo. Conviene ora approfondire quali fonti sul tradimento fossero accessibili a Dante, e pur se ne escludiamo naturalmente quelle greche l’elenco risulterà ancora lungo e di tutto prestigio[50]: vi spiccano i nomi dei commentatori di Virgilio (e quindi indirettamente dello stesso cantore di Enea!) e, tra i contemporanei, quello di ser Brunetto[51]. Come immaginare che il divino poeta fosse all’oscuro di questa storia? Raccogliendo allora l’implicito invito dell’amato maestro di Dante, leggiamo quanto ce ne raccontano Ditti e Darete.

Darete, o.c., 39-42

[39] Eodem die conueniunt clam Antenor, Polydamas, Ucalegon, Amphidamas, Dolon: … Antenor ait se inuenisse quid faciendum sit, quod sibi et illis in commune proficiat, dum sibi et illis foret fides. Omnes se in fide astringunt. Antenor, ut uidit se obstrictum, mittit ad Aeneam, dicens, prodendam esse patriam, et sibi suisque cauendum esse: ad Agamemnonem de his aliquem mittendum esse…Itaque omnes promittunt: statimque Polydamantem, qui ex his unus erat, ad Agamemnonem clam mittunt. Polydamas in castra Argiuorum peruenit, Agamemnonem conuenit, dixitque ea quae suis placerent.[40] Agamemnon clam nocte omnes duces in concilium conuocat, refert eadem: quid cuique uideatur, dicere iubet. Omnibus placitum est, ut fides proditoribus seruetur. Ulysses et Nestor uereri se dixere, hanc temeritatem subire. Neoptolemus eos refutat. Dum inter se certant, placitum est, signum a Polydamante exigi, et idipsum per Sinonem ad Aeneam, Anchisem, et Antenorem mitti. Sinon ad Troiam proficiscitur. Et quia nondum claues portae Amphimachi custodibus traditae erant, signo dato Sinon, nomine Aeneae, et Anchisae, et Antenoris audito, confirmatus, Agamemnoni renuntiat. Tunc placitum est omnibus, ut fides daretur, et iureiurando confirmaretur, Antenori, Aeneae, Ucalegoni, Polydamanti, Doloni, suisque parentibus, liberis, coniugibusque, et consanguineis propinquis, et amicis qui una coniurassent, omnibus fidem praestari, suaque omnia sacra et bona incolumia habere liceat. Hoc pacto confirmato, et iureiurando astricto, suadet Polydamas, noctu exercitum ad portam Scaeam ut adducant, ubi extrinsecus caput equi pictum est, ibi praesidia habere noctu Antenorem cum Anchise, exercitusque noctu portam reseraturos, eisque lumen prolaturos. Id signum eruptionis fore, quod ibi praesto forent qui ad regiam eos ducant.[41]Postquam pacta confirmata sunt, Polydamas in oppidum redit, facta renuntiat, dicit Antenori et Aeneae, ceterisque quibuscum actum erat, ut suos omnes ad Scaeam portam adducant, noctu Scaeam portam aperiant, lumen ostendant, exercitum introducant. Antenor et Aeneas noctu ad portam praesto fuerunt, Neoptolemum susceperunt, exercitui portam reserauerunt, lumen ostenderunt, fugae praesidium sibi et suis omnibus ut esset postulauerunt…[42] Postquam dies illuxit, Agamemnon… exercitum consulit, an placeat Antenori et Aeneae, cum his qui una patriam prodiderant, seruari, quod illis clam confirmauerant. Exercitus totus conclamat, placere sibi; itaque conuocatis omnibus, omnia sua reddidit.

 

Ditti, o.c., passim

[4,22]…Priamus, ubi multa ab Aenea contumeliosa ingesta sunt, ad postremum ex consilii sententia iubet ad Graecos cum mandatis belli deponendi ire Antenorem … electique Agamemnon, Idomeneus, Ulisses atque Diomedes, qui secreto ab aliis proditionem componunt. Praeterea placet, uti Aeneae, si permanere in fide uellet, pars praedae et domus uniuersa eius incolumis maneret. Ipsi autem Antenori dimidium bonorum Priami, regnumque uni filiorum eius quem elegisset, concederetur…[5,4]Tum separato rege, placet, uti Antenor ad Graecos redeat exploratum uoluntatem certam, adiunctusque ei uti uoluerat, Aeneas… Et ad postremum confirmant inter se proditionis pactionem. Dein ubi tempus uisum est, cum Ulisse et Diomede ad Troiam ueniunt… duces nostri ad Antenorem abeunt, ibique acceptis epulis pernoctant. Praeterea cognoscunt ab Antenore editum quondam oraculum Troianis, maximo exitio ciuitati fore, si Palladium, quod in templo Mineruae esset, extra moenia tolleretur…Hortantibus dein nostris, uti secum ad ea omnia eniteretur, facturum se quae cuperent, respondit…[5,8]Inde ubi iam uesperarat, domum discessum: atque eadem nocte Antenor clam in templum Mineruae uenit, ubi multis precibus ui mixtis Theano, quae ei templo sacerdos erat impulit, uti Palladium sibi traderet : habituram namque magna eius rei praemia. Ita perfecto negotio ad nostros uenit, hisque promissum offert, uerum id Graeci obuolutum bene, quo ne intellegi a quoquam posset, uehiculo ad tentoria Ulissis per necessarios fidosque suos remittunt… Graeci ad naues abeunt. Ibi conductis ducibus, cuncta dicta gestaque exponunt : Palladium etiam ablatum per Antenorem docent…[5,11]… Caeterum apud Troiam auri atque argenti praedictum pondus per Antenorem atque Aeneam summo studio in aedem Mineruae portabatur. [5,12]…Neque segnius per totam urbem incendiis gestum, positis prius defensoribus ad domum Aeneae atque Antenoris…

 

I due loci paralleli, ridotti all’essenziale per proseguire la nostra ricerca, presentano molte analogie ma anche delle importanti differenze[52], tra le quali spicca in Darete l’assenza del cavallo, ridotto a mero simbolo della porta Scea, e soprattutto del Palladio. Ne parla invece diffusamente Ditti, per il quale il cavallo non contiene guerrieri greci come nella vulgata, e soprattutto il talismano di Troia finisce nelle mani dei Greci per responsabilità del solo Antenore, a ciò fraudolentemente consigliato da Ulisse e Diomede! Enea vi è coinvolto senza nulla saperne, e Dante ha motivo di ritenerlo, almeno formalmente, estraneo all’odiosa colpa del tradimento giacché egli, come tutti i Troiani, sa da Sinone[53] che il Palladio non è più nel tempio di Minerva perché sottratto in modo cruento e sacrilego, ma non proditorio, da Ulisse e Diomede. Nel suo celeberrimo racconto a Didone egli ammette che, come Priamo e tutti gli altri, non si era reso conto che Sinone stesse imbastendo un racconto falso: ma se un sospetto simile fosse emerso il castello di fandonie ideato da Ulisse e propalato dall’abile falsario sarebbe immediatamente crollato e Troia non sarebbe stata conquistata.

Se queste considerazioni sono fondate, possiamo serenamente concludere che Dante avesse dinanzi a sé, oltre all’Eneide e alle Metamorfosi con i loro chiosatori e le tante fonti minori sul mito troiano, anche il testo di Ditti o di qualcuno dei suoi imitatori medievali[54]. Qui soltanto infatti le relazioni tra i fatti e i personaggi sono chiare ed esplicite, e appaiono del tutto coincidenti con le valutazioni del nostro grande poeta. Ma forse la pagina di Ditti sul Palladio può aiutarci a gettare un po’ di luce su un altro passo del bellissimo canto di Ulisse che da sempre tormenta i critici:

Inferno, XXVI

«S'ei posson dentro da quelle faville

parlar», diss' io, «maestro, assai ten priego

e ripriego, che 'l priego vaglia mille,

che non mi facci de l'attender niego

fin che la fiamma cornuta qua vegna;

vedi che del disio ver' lei mi piego!».

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna

di molta loda, e io però l'accetto;

ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto

ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,

perch' e' fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi

dove parve al mio duca tempo e loco,

in questa forma lui parlare audivi:

«O voi che siete due dentro ad un foco,

s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,

s'io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,

non vi movete; ma l'un di voi dica

dove, per lui, perduto a morir gissi».

 

Quasi tutti i commenti, antichi e moderni, intendono detto per lingua e si dànno a spiegazioni poco convincenti sull’ignoranza del greco da parte di Dante e sulla superbia dei Greci: ma Dante capisce perfettamente quel che racconterà Ulisse, né mai ci sono stati problemi di questo genere con alcun dannato; e peraltro Virgilio ha ben chiaro che Dante vuol sapere come è morto Ulisse, altrimenti si sarebbe sentito riproporre dall’allievo la domanda insoddisfatta. Le parole di Virgilio sull’identità dei due dannati e sulle loro colpe avevano tolto ogni dubbio a Dante sulla vera vicenda del Palladio, ma se egli avesse direttamente chiesto ad Ulisse come fosse morto avrebbe potuto incautamente far cenno a Ditti o ad uno dei suoi imitatori, e Ulisse si sarebbe rifiutato di rispondere perché per lui greco era disonorevole ammettere che Troia aveva perso il suo talismano per sottrazione fraudolenta e non per un «legittimo» atto di pirateria bellica, come falsamente raccontato da Sinone (7). E il merito grande o piccolo di cui parla Virgilio è di non aver mai nel suo poema detto esplicitamente la verità sul Palladio, infamante per i due greci, ma di aver lasciato in piedi quella falsa versione che invece faceva loro comodo: e in realtà alla falsa versione di Sinone continua assurdamente a dare credito la gran parte dei commenti ad locum.

Non ci resta che fornire ai nostri lettori qualcuna delle imitazioni medievali a proposito del tradimento e del Palladio e concludere con una strana constatazione: il Roman e Guido delle Colonne trasformano la sacerdotessa di Minerva e moglie di Antenore, Teano, nel maschio Toante. E’ un guasto della tradizione manoscritta o al Medioevo cristiano e, più probabilmente, al notaio messinese sembrava strana la figura delle sacerdotesse?

Istorie de Troia e de Roma

Lo tradimento de Troia.

…Et in quella die Polidamas mannao Entalegon et Epidamus et Iolans ad Antenorem. E dissero ad Antenorem: Che pò essere che Priamus con tutti li Troiani staco così reclusi in Troia, et esso e noi nanti vole lassare perire che fazza pace 13 co li Greci ? Alli quali Antenor respuse e disse: Io aio trovata via como a mi et a voi po fare prode. 14 E feceli iura 15 pro essere securo d'essi. E disse tutto lo fatto a loro, e lo fatto a tutti placche. 16 E mannaro Polidamas ad Agamenonem e disseli le paravole de Antenore e de li compangi de tradireli Troia. Et Agamenon lo disse infra lo consilio suo tutte le paravole d'Antenore de lo tradimento che li devea fare. E disse allo consilio : Place a voi che alli traditori se li osservi fede? Ulises e Nestor disse de sì; Pirrus, filio de Acille, disse de no. Polidamas disse a Priamo: 17 Manna Simonem 18 ad Eneas et ad Anchises et ad Antenor a sapere tutto lo fatto…Et Anchisas et Eneas et Antenor confirmaro lo patto con Simon. Et Agamenon lo pone nanti a tutti li soi, se li place de confirmare lo patto co li traditori. E tutto lo consilio lo iuraro. E ne la midate de la notte Antenor, Anchisas et Eneas e tutti l’altri iuraro insemmori de dare Troia alli Greci ; et a tutti li Troiani lo suo sia franco. E dissero a Simon che dicesse ad Agamenon che benga alla porta con tutto lo suo essercitu : la quale porta avea nome Scea et erave scolpita una testa de cavallo, et era data in guardia a Polidamas: Et apererao quella porta, donne entraraco. 20 E poi fo confermato lo patto con Pirrus, filio de Acille. Et fecerolli lo farao de lo foco. 21 Et Antenor menao Pirrus allo palazo de Priamo, e Priamus fugio ne lo templo de dio Iovis : e Pirrus lo occise nanti lo templo de dio Iovis…E li Greci tutta notte arsero e vastaro Troia. Venuta la die, Agamenon fece tutta la robba partire 23 infra li Greci. E disse alli soi se li place de asservare lo patto co li traditori. E tutti respusero e dissero: Place.

 

Roman de Troie en prose, 55

…prist Anthenor les .II. roys Ulixés et Dyomedés et s'alerent seoir a une part entr'eux .III. et leur dist: « Certes, seignors, il n'est riens que ge tant desirre comme avoir vostre amour et des Grizois ensement. Si vos vueil bien faire asavoir que nos avons ceanz par cui nos somes tensé et garanti, et vos diré comment. Voirs est que quant Ylus qui fist Troie premierement et fist Ilyon, quancque il fesoit faire le temple de Minerve, avant qu'il feust tout achevé et couvert, que nous trouvons que Palas, qui est deesse de chevalerie, envoia des ciex un signe de fust merveilleux en seùrtance que ja ne doutent Troyens perdre la cité ne la terre tant comme il l'aient; et l'apelent Palladion. Dont ge di que se Grizois le poaient avoir que trop aesiement feroit l'en le sorplus de noz consaux ». Lors dist Ulixés a Anthenor : « Et que nous vaudroit donc tenir parole n'a vous n'a autre se nos ne l'avions? Nos perdrions noz poines. Mes ge sai bien, se vos i volez mestre poine, nos l'avrons. Et lors aparra se vos nos amez tant comme vos dites ». Adonc a dit Anthenor et ostroié que comment que il en doie aler ne avenir, il le fera. …56. Un jour avint que Diomedés et Ulixés estoient venuz parler a Anthenor et a Eneas, li quel estoient ou temple de Minerve ou il parloient ensemble et porpensoient la maniere de la trahison. … Icele nuit meismes fist tant Anthenor vers Thehaus qui gardoit le temple Minerve ou Palladion estoit, que il li souffri a embler le Palladion, et le porta la nuit en l'ost des Grizois. Quant Anthenor s'en fu alez au bien matin, si fu montrez le Palladion a touz les Grizois. Vedi anche Guido delle Colonne, o.c., l. XXX.

               

 

 

  1.  

Opere generali:

A. Severyns, Le cycle épique dans l’école d’Aristarque, Parigi 1928

A. Bernabé, Poetarum epicorum Graecorum testimonia et fragmenta, pars I, Lipsia 1987

A. Joly, Benoît de S.M. et le Roman de Troie, Parigi 1870

E.Gorra, Testi inediti di storia trojana preceduti da uno studio sulla leggenda trojana in Italia,Torino 1887

La prosa del Duecento, a c. Segre e Marti, Ricciardi, 1959, anche per il testo delle Storie de Troia e de Roma

Enciclopedia Virgiliana, per le voci Ditti Cretese e Darete Frigio, a c. P. Frassinetti

A.Viscardi, Letteratura italiana. Le origini. Il Duecento, Vallardi, Firenze, 1939, passim

 

Testi:

Poetarum epicorum Graecorum testimonia et fragmenta edidit A. Bernabè, Teubner, Lipsia 1987

Anonimo, Origine del popolo romano, a c. G. D’Anna, Arnoldo Mondadori, 1997

Dictys Cretensis Belli Troiani Ephemerides edidit Eisenhut, Teubner, Lipsia 1957

Dares the Phrygian, De excidio Troiae historia, The Latin Library, con numerose mie correzioni

Johannes Malalas, Chronographiae Liber Quintus De rebus Troianis, edidit E. Chilmead, Oxford 1691

Josephus Iscanus, Frigii Daretis Yliados libri VI, in Joseph Iscanus Werke und Briefe, hg. von L. Gompf, Leiden und Köln 1970

Benoît de Sainte-Maure, Le roman de Troie, a c. Baumgartner-Vieillard, Le livre de poche, Librairie Générale Francaise, 1998

[Benoît de Sainte-Maure] Le roman de Troie en prose, a c. Vieillard, Bodmer, Ginevra  1979

Guido de Columnis, Historia destructionis Troiae, a c. Griffin, The Medieval Academy of America, Cambridge, Massachussets, 1936

Storia della Guerra di Troia, di M. Guido giudice dalle Colonne, a c. Dello Russo, ed. Ferrante, Napoli 1868

Volgarizzamento catalano della Historia destructionis Troiae di G. delle Colonne a c. Jacme Conesa, Barcellona 1916

Libro della destructione de Troya, volgarizzamento napoletano trecentesco da Guido delle Colonne, a c. De Blasi, Bonacci editore, Roma 1986

 

Articoli particolari

C. Pascal, Enea traditore, Rivista di Filologia e istruzione classica, 1904, pagg. 232-4.

V. Ussani, La critica e la questione di Ditti alla luce del codice di Jesi, in Rivista di Filologia Classica XXXV, 1908

V. Ussani junior, Enea traditore, in Studi Italiani di Filologia Classica, 1947, pagg. 109-23

F. Bornmann, Note su Darete frigio, in Filologia e forme letterarie. Studi in onore di F. Della Corte, Urbino 1987, I, pagg. 391-5

F. Bruni, Tra Darete, Ditti e Virgilio, in Studi medievali, 1996, pagg. 753-810

G. Inglese, Una pagina di Guido delle Colonne e l’Enea dantesco, in La cultura, XXV, 3, 1997, pagg. 403-433

A. Punzi, Le metamorfosi di Darete frigio: la materia troiana in Italia, in Critica del testo, 2004, pagg. 163-211

 

  

 

 

 

[1]Se accettiamo (e almeno per Ditti appare indubbio) che i due testi fossero originariamente scritti in greco e solo più tardi, ma non prima del  IV secolo d.C.,siano stati tradotti in latino, le testimonianze sui due autori mi sembrano convergere sul I secolo d.C. Vedi anche la nota 3.

[2]La scoperta di papiri contenenti frammenti greci corrispondenti letteralmente al testo latino di Ditti non sembra lasciare dubbi in proposito. Il papiro più importante è il Tebtunis 268, che racconta l’agguato mortale ad Achille nel tempio di Apollo Timbreo; altri passi riportati nel TLG (Thesaurus litterarum Graecarum) e indicati con le sigle 1a,49,F.6-7 1a,49 e F.6.14-21 si riferiscono all’agguato di Achille a Pentesilea e alla lapidazione di Polidoro. Un altro papiro riferisce dell’incontro tra Achille e Priamo.

[3]Isidoro, Etym.,I 42 De primis avctoribvs historiarvm.[1] Historiam autem apud nos primus Moyses de initio mundi conscripsit. Apud gentiles vero primus Dares Phrygius de Graecis et Troianis historiam edidit, quam in foliis palmarum ab eo conscriptam esse ferunt. [2] Post Daretem autem in Graecia Herodotus historiam primus habitus est… Se Darete fosse divenuto noto solo tra V e VI secolo, ben difficilmente Isidoro sarebbe incorso in un errore così marchiano.

[4]Proprio l’assenza del mito in opere che si pretendevano anteriori ad Omero fece probabilmente insospettire il grande filosofo preromantico. Vedi la Scienza Nova, Anno del mondo 2820.

[5]Mi riferisco ai testi di E.Gorra, Testi inediti di storia trojana preceduti da uno studio sulla leggenda trojana in Italia,Torino 1887, e A. Joly, Benoît de S.M. et le Roman de Troie, Parigi 1870.

[6]Oltre a J. G. Frazer, The golden bough, passim, anche R.M. Frazer, editore dei due autori per la Loeb Classical Library.

[7]Una utile integrazione può essere fornita dal confronto parallelo tra le occorrenze in A. Severyns, Le cycle épique dans l’école d’Aristarque, Parigi 1928 e A. Bernabé, Poetarum epicorum Graecorum testimonia et fragmenta, pars I, Lipsia 1987, e il testo di Ditti che, come è noto, va dal rapimento di Elena alla morte di Ulisse.

[8]Per Darete, che narra la vicenda troiana a partire dalla prima distruzione,  quella argonautica, i rapporti con il ciclo sono tutti da indagare. Alcune mie riflessioni in proposito sono espresse negli articoli inseriti sul sito francese on line http://www.mediterranees.net/mythes/troie/chiappinelli.html.

[9]L’esempio più significativo e di cui non trovo precedente consapevolezza nei testi di cui dispongo mi pare senz’altro la notizia delle nozze di Telemaco e Nausicaa e che ne nasca un figlio; è davvero stupefacente che questa notizia così singolare, per il tramite di Ditti, giunga alla letteratura troiana di età medievale. La riferiscono Eustazio di Tessalonica 1796, 35, che cita Aristotele ed Ellanico, vissuti nel IV secolo a.C., e Ditti VI 6, ripreso da Benoît de Sainte-Maure, RdT en prose 66 e Guido delle Colonne, l. XXXIII.

[10]Indispensabile a questo proposito la lettura di Gorra, capp. I e III-VI,  e Joly, capp. IV e VIII.

[11]Per quanto possibile cercheremo di servirci delle opere sicuramente note al poeta, salvo indicarne esplicitamente la probabilità.

[12]Ci avvaliamo per questa indagine del bel sito informatico Dartmouth Dante project, che propone tra l’altro una vera e propria sinossi dei commenti al poema, dai più antichi ai più recenti.

[13]Parleremo quindi di Ettore, Enea, Pentesilea che i due poeti incontrano nel Limbo; Elena, Achille e Paride, tra i lussuriosi; Calcante, tra gli indovini, con Euripilo; Ulisse e Diomede, consiglieri fraudolenti; Sinone, falsario; Antenore, traditore della patria.

[14]Non includo qui i personaggi di cui alla nota precedente. Si tratta di Agamennone, Anchise, Polidoro e Polinestore, Ifigenia, Circe e Penelope, Ecuba e Polissena, salvo involontarie omissioni. La nostra indagine riguarderà Polidoro, Ecuba e Polissena per le varianti rispetto alla vulgata omerico-virgiliana.

[15]Di Rifeo, suo compagno nell’ultima notte di Troia, parla Enea a Didone descrivendolo come…iustissimus unus/qui fuit in Teucris, et servantissimus aequi [Aeneid. II, 426]. Questo giudizio di Virgilio spinse Dante a farne con Traiano una delle stelle che costituiscono il ciglio dell’aquila imperiale in Paradiso XX, 68: e poiché gli altri sono re mentre nulla fa credere che Rifeo lo fosse, a questo rango comunque lo promuovono i commenti ad locum di Jacopo della Lana (1324 - 28), dell'Ottimo (1333), Raffaello Andreoli(1856), giustamente contestati da Bosco - Reggio (1979). Manifestamente errata la pur utile valutazione del Campi (1888 - 1893), per il quale «Jacopo dalla Lana dice che della storia di Rifeo è fatta menzione assai a sufficienza nel Libro appellato TROJANO. Forse al suo tempo tal era il titolo che davasi al Volgarizzamento della Guerra di Troja, attribuita a Darete Frigio, scritta in greco, e volgarizzata da Guido Giudice dalle Colonne, Messinese, unico volgarizzamento che potesse esser noto a Dante, sendo che l'altro del Pistojese Ser Gio. Bellebuoni non fosse pubblicato che nel 1333, se pur dissero vero gli Accademici.» Darete non fa alcun riferimento a personaggi di questo nome.

 

[16]Non trovo alcun sostegno precedente a questa romantica notizia dell’amore di Pentesilea per Ettore fornita dal Boccaccio, ma rinvio al mio approfondimento in calce sulla bella eroina.

[17]Dione di Prusa, Troico, 93 sgg.

[18]Vedi le note alla sezione Antenore (ed Enea).

[19]Fondamentale per queste considerazioni e le informazioni bibliografiche l’articolo di G. Inglese, Una pagina di Guido delle Colonne e l’Enea dantesco, ne La cultura, XXV, 3, 1997, pagg. 403-433. E’ indispensabile sottolineare che le fonti classiche non contengono riferimenti in proposito, ma che se ne trovino le prime tracce solo in autori della prima metà del XII secolo. Ma l’accusa ritorna nel commento ad locum del Boccaccio: «…[Enea] fu sempre ricevitore degli ambasciadori greci: per le quali cose, essendo Iliòn preso da' Greci, in luogo di guiderdone gli fu conceduto di potersi, con quella quantità d'uomini che gli piacesse, del paese di Troia partirsi e andare dove più gli piacesse. Per la qual concessione prese le venti navi, con le quali Parìs era primieramente andato in Grecia, e in quelle messi quegli Troiani alli quali piacque di venir con lui, e similemente il padre di lui ed il figliuolo, e, secondo che ad alcun piace, uccisa Creusa, lasciato il troiano lito, primieramente trapassò in Trazia …»

[20]Vedi il commento di Filippo Villani (1405) a Inf. I 74: Per opus suum in lingua latina vulgatissimum ostendi[t] se fuisse Virgilium. Ad locum istum allego[rie] mirabilis aperiendus est oculus: nam, licet Maro, ut alluderet Augusto qui materna origine de magno proditore Enea venerat, poetando semper illi pii adiecerit epyteton, atque etiam alicubi per Ylioneum dicere faciat: Rex fuit Eneas nobis, quo nec iustior alter, /nec pietate fuit nec bello maior et armis, constat tamen, referente Darete et approbantibus Servio, Donato et aliis commentatoribus Virgilii, Eneam fuisse patrie proditorem. Noster vero poeta, christianus et veritatis cultor et amator, non sine misterio de tali mendatio fabulatur.

 

 

[21]Aen. I 489 sgg. Servio chiosa: furentem ideo dixit, quia sororem suam in venatione confixit simulans se cervam ferire. Sed hoc per transitum tangit, nam furor bellicus intellegitur. An furens quia maiora viribus audebat… Ma il termine furens ricorre ben 32 volte nell’Eneide, e ben 10 riferito ad ambito erotico, prevalentemente per Didone: non escluderei che anche qui possa richiamare allusivamente l’amore di Pentesilea per Ettore. Torneremo su questo scolio nella sezione relativa ad Achille, nello spazio dedicato alla insana passione per l’Amazzone.

[22]In Aen. XI 648 sgg. Interessanti anche qui i commenti di Servio, in particolare quello al verso 842, dove si descrive la morte dell’eroina:  «Dicono che perciò Camilla dovette morire, perché portò le armi contro i Troiani, ai quali si sa che i suoi avi, cioè Pentesilea, avevano portato aiuto». Servio dunque aveva stabilito un vincolo di parentela tra le due eroine, per noi certo molto improbabile. Sta di fatto che l’associazione era data per naturale già da Virgilio.

[23]Vedi in proposito la sezione Achille(e Polissena) in questo stesso articolo.

[24]Remedia 676, Heroides II 120 e Ars III 2; III, 11,14; Fab. 112.

[25]De Penthesilea regina Amazonum. Penthesilea virgo Amazonum regina fuit, et successit Orythie et Antiopi reginis; quibus tamen procreata parentibus, non legi. Hanc aiunt, oris incliti spreto decore, et superata mollicie feminei corporis, arma induere maiorum suorum aggressam; et auream caesariem tegere galea ac latus munire faretra; et militari, non muliebri, ritu currus et equos ascendere, seque pre preteritis reginis mirabilem exhibere, viribus et disciplina, ausa est. Cui nec ingenium validum defuisse constat, cum legatur securis usum, in seculum usque suum incognitum, eius fuisse compertum. Haec, ut placet aliquibus, audita Troiani Hectoris virtute, invisum ardenter amavit, et cupidine, in successionem regni, inclite prolis ex eo suscipiendi, in tam grandem oportunitatem cum maxima suarum copia eius in auxilium adversus Graios facile provocata descendit. Nec eam clara Grecorum principum perterruit fama, quin Hectori armis et virtute cupiens quam formositate placere, sepissime certamina frequentium armatorum intraret; et non numquam hasta prosternere, quandoque obsistentes gladio aperire et persepe arcu versas in fugam turmas pellere et tot tamque grandia viriliter agere, ut ipsum spectantem aliquando Herculem (sic codices; fortasse Hectorem legendum) in admirationem sui deduceret. Tandem dum in confertissimos hostes virago hoc die preliaretur una seque ultra solitum tanto amasio dignam ostenderet, multis ex suis iam cesis, letali suscepto vulnere, miseranda medios inter Grecos a se stratos occubuit. Alii vero volunt eam, Hectore iam mortuo, applicuisse Troiam et ibidem, ut scribitur, acri in pugna cesam. Essent qui possent mirari mulieres, quantumque armatas, in viros umquam incorrere ausas, ni admirationem subtraheret +quondam+ usus in naturam vertitur alteram, quo hec et huiusmodi longe magis in armis homines facte sunt, quam sint quos sexu masculos natura fecit, et ociositas et voluptas vertit in feminas seu lepores galeatos. Giovanni Boccaccio (1373-75)[Esposizione litterale] «…La Pantasilea fu reina dell'Amazone, cioè di quelle donne, le quali senza volere o compagnia o signoria d'uomini, per se medesime in Asia, allato al mar Maggiore, sotto più reine lungo tempo signoreggiarono parte d'Asia e talora d'Europia… E, essendo in processo di tempo morta una loro reina, la quale fu chiamata Orizia, fu fatta reina la Pantasilea. Costei fu valorosa donna e governò bene il suo regno; e, avendo udito il valor di Ettore, figliuolo del re Priamo, disiderò d'avere alcuna figliuola di lui, e per cattare l'amore e la benivolenza sua, con gran moltitudine delle sue femine contro a' Greci venne in aiuto de' Troiani; ma non poté quello che disiderava adempiere, per ciò che trovò, quando giunse, Ettore esser già morto. Ma nondimeno mirabilmente più volte per la salute di Troia combatté; alfine combattendo fu uccisa…». Citano significativamente il solo Darete e non Ditti i commenti di Francesco da Buti (1385-95) e Guido da Pisa (1327-28[?]), dell’amore per Ettore parlano anche le Chiose Vernon (1390[?]) : «Il sexto spirito si ffu la reina Pantasilea e questa fu l'altra valorosissima in arme, queste due non ebbono pari. Questa reina Pantasilea fu reina delle Amanzone in Sizia che è sotto la tramontana fredda ed era questa innamorata d'Ettore non avendolo mai veduto e ciò era per le prodezze che di lui udito avea e quando Ettor fu morto d'Achille ella lo seppe si mosse del suo regnio e venne in aiuto del re Priamo padre d'Ettor per vendichare la sua morte. Grandissimi danni e uccisioni fecie chostei de' Greci alla fine ella fu morta per le mani di Pirro figliuolo d'Achille overo d'Aiacie Telamone».

[26]Giovanni Boccaccio (1373-75)[Esposizione litterale] «…La Pantasilea fu reina dell'Amazone, cioè di quelle donne, le quali senza volere o compagnia o signoria d'uomini, per se medesime in Asia, allato al mar Maggiore, sotto più reine lungo tempo signoreggiarono parte d'Asia e talora d'Europia… E, essendo in processo di tempo morta una loro reina, la quale fu chiamata Orizia, fu fatta reina la Pantasilea. Costei fu valorosa donna e governò bene il suo regno; e, avendo udito il valor di Ettore, figliuolo del re Priamo, disiderò d'avere alcuna figliuola di lui, e per cattare l'amore e la benivolenza sua, con gran moltitudine delle sue femine contro a' Greci venne in aiuto de' Troiani; ma non poté quello che disiderava adempiere, per ciò che trovò, quando giunse, Ettore esser già morto. Ma nondimeno mirabilmente più volte per la salute di Troia combatté; alfine combattendo fu uccisa…». Citano significativamente il solo Darete e non Ditti i commenti di Francesco da Buti (1385-95) e Guido da Pisa (1327-28[?]), dell’amore per Ettore parlano anche le Chiose Vernon (1390[?]) : «Il sexto spirito si ffu la reina Pantasilea e questa fu l'altra valorosissima in arme, queste due non ebbono pari. Questa reina Pantasilea fu reina delle Amanzone in Sizia che è sotto la tramontana fredda ed era questa innamorata d'Ettore non avendolo mai veduto e ciò era per le prodezze che di lui udito avea e quando Ettor fu morto d'Achille ella lo seppe si mosse del suo regnio e venne in aiuto del re Priamo padre d'Ettor per vendichare la sua morte. Grandissimi danni e uccisioni fecie chostei de' Greci alla fine ella fu morta per le mani di Pirro figliuolo d'Achille overo d'Aiacie Telamone.

 

[27]Della relazione con Patroclo parlano soprattutto fonti greche, tra cui Apollodoro III 13, 8. Meno nota è quella con Troilo, fratello di Polissena che, secondo alcune fonti iconografiche, avrebbe assistito alla sconvolgente scena riferita da Servio, a chiosa di Aen. I 477 sgg.: «parte alia fugiens amissis Troilus armis 'parte alia' scilicet templi. et ueritas quidem hoc habet: Troili amore Achillem ductum palumbes ei quibus ille delectabatur obiecisse: quas cum uellet tenere, captus ab Achille in eius amplexibus periit. sed hoc quasi indignum heroo carmine mutauit poeta.» Anche la scena virgiliana, che appare a prima vista la descrizione del duello mortale tra Achille e Troilo, viene a significare un fatto ben diverso e spiega perché Achille verrà ucciso dove è sepolto Ettore, e dove Troilo è stato bestialmente ucciso sotto gli occhi atterriti di Polissena. Rimproverano ad Achille l’amore per Patroclo Benvenuto da Imola (1375-80) e l'Ottimo (1333).

 

[28]Proclo, Crestomazia I 175-180; Libanio, Progymnasmata, IX 1, 22; Apollodoro, Epitome V 191; Quinto Smirneo, I 663-810 passim; Nonno, Dionisiache XXXV 27-30. 

[29]«…Haec tamen Martis et Otreres filia fuit, quam Achilles cum adversum se pugnantem peremisset post mortem eius adamavit eamque honorifice sepelivit» e «ab Achille occisa ac mortua adamata est: ut nonnulli vero adserunt, cum Achille concubuit et ex eo Caystrum filium edidit, ex quo flumen Lydiae ita appellatur». Anche la seconda parte della chiosa colora di sinistra gelosia la macabra scena.  Altri riferimenti alla storia d’amore tra i due forse noti a Dante in Properzio, III 11,12 e PseudoGiustino, Oratio ad gentiles 37.E.6-38.A.6: «Anche il figlio di Peleo, che guadò il fiume, abbattè Troia, uccise Ettore, il vostro eroe, era lo schiavo di Polissena ed era stato vinto dall’Amazzone morta».

[30]Arctino, Iliuperside, in Proclo, argumentum: «Poi, incendiata la città, sgozzano Polissena sulla tomba di Achille».

[31]Aen. III 121 sgg. Servio commenta: Priameia virgo: Achilles dum circa muros Troiae bellum gereret, Polyxenam visam adamavit et conditione pacis in matrimonium postulavit. Alii dicunt quod, cum ad redimendum corpus Hectoris ab Achille etiam ipsa cum patre venisset, adamata est. Quam cum Troiani fraude promisissent, Paris post Thymbraei Apollinis simulacrum latuit et venientem Achillem ad foedus missa vulneravit sagitta. Tum Achilles moriens petiit, ut evicta Troia ad eius sepulcrum Polyxena immolaretur : quod Pyrrhus implevit. Et alius ordo fabulae huius : cum Graeci victores in patriam vellent reverti, e tumulo Achillis vox dicitur audita querentis, quod sibi soli de praeda nihil inpertivissent. De qua re consultus Calchas cecinit, Polyxenam Priami filiam, quam vivus Achilles dilexerat, eius debere manibus immolari; quae cum admota tumulo Achillis occidenda esset, manu Pyrrhi aequanimiter mortem dicitur suscepisse. Invenitur enim apud quosdam quod etiam ipsa Achillem amaverit, et ea nesciente Achilles fraude et insidiis sit peremptus.

[32]Met. XIII 449-480.

[33]Tra le più importanti, lo scolio, probabilmente bizantino, al verso 41 dell’Ecuba euripidea, Filostrato, Eroico LI, passim e Quinto Smirneo, Posthomerica, XIV 257-271. Importanti anche le fonti ceramiche con le considerazioni di Pausania.

[34]«Danai victores cum ab Ilio classem conscenderent et vellent in patriam suam quisque reverti et praedam quisque sibi duceret, ex sepulcro vox Achillis dicitur praedae partem expostulasse. Itaque Danai Polyxenam Priami filiam, quae virgo fuit formosissima, propter quam Achilles cum eam peteret et ad colloquium venisset ab Alexandro et Deiphobo est occisus, ad sepulcrum ejus eam immolaverunt».

[35]Tra gli antichi commenti citano in questo luogo Ditti e/o Darete o i rifacimenti medievali: Jacopo della Lana (1324-28), Guido da Pisa (1327-28[?]), Guglielmo Maramauro (1369-73); tra i moderni Lombardi (1791-92), Campi (1888-93), Tozer (1901), Torraca (1905), Grandgent (1909-13), Pietrobono (1946 [1924-30]), Sapegno (1955-57), Mattalia (1960), Giacalone (1968), Singleton (1970-75), Pasquini-Quaglio (1982), Chiavacci Leonardi (1991-1997). Indirettamente Jacopo Alighieri (1322), Graziolo Bambaglioli (1324), l' Ottimo (1333), Pietro Alighieri (3) (1359-64), Giovanni Boccaccio (1373-75), Benvenuto da Imola (1375-80), Francesco da Buti (1385-95), Anonimo Fiorentino (1400[?]), Guiniforto delli Bargigi (1440), Cristoforo Landino (1481), Vellutello (1544), Bernardino Daniello (1547-68). Giacomo Poletto (1894) 31. Enrico Mestica (1921-22 [1909]). 36. Ernesto Trucchi (1936).

 

[36]A citare Ditti e Darete sono, esplicitamente, Guido da Pisa, pochi anni dopo la morte del divino poeta, Pietro Alighieri, il Campi che cita Landino, il Torraca e, indirettamente, l’Ottimo, il Boccaccio, il Buti, il Serravalle che riferiscono, talora in modo impreciso, particolari del conflitto che potevano conoscere solo da essi.

[37]Questa perplessità è soprattutto dei moderni, alcuni dei quali (Niccolò Tommaseo (1837 [ed. of 1865]), Raffaello Andreoli (1856), Giuseppe Campi (1888-93), Enrico Mestica (1921-22 [1909]), Manfredi Porena (1946-48) la tramutano in certezza. Sulle orme del Boccaccio («esso medesimo Parìs fu ucciso da Pirro, figliuolo d'Acchille»), che forse confonde Paride con il Polite di cui in Aen. II 581 sgg., Raffaello Andreoli (1856), P. Gioachino Berthier (1892-97), Isidoro del Lungo (1926), Siro A. Chimenz (1962), Giovanni Fallani (1965), Giorgio Padoan (1967) ne fanno una vittima di Pirro.

 

[38]Vedi in questo articolo la sezione dedicata a Sinone. Il nome di Euripilo è in Aen. II 114, Igino Fab. 113 e Ovidio, Met. XIII 357,  e niente farebbe pensare ad altro che ad uno dei duci greci che presero parte alla spedizione.  Sulla scia del Castelvetro, di cui riportiamo l’intera chiosa, altri commentatori moderni [Chimenz (1962), Bosco-Reggio (1979), Chiavacci Leonardi (1991-1997), Fosca (2003-2006)] rilevano la contraddizione senza, a mio parere, risolverla in modo soddisfacente.

[39]Il ruolo di guida è da altri assegnato al vecchio Nestore, che tra gli Argonauti aveva preso parte anch’egli alla prima distruzione di Troia.

[40]Anche se di questo Calcante così inatteso per noi  Dante non appare consapevole, ritengo improbabile che davvero non avesse anche in questo caso nessuna notizia della vicenda che come tante altre era stata così originalmente modificata dal poeta normanno.

[41]Citano Ditti e/o Darete l' Ottimo (1333), Pietro Alighieri (1340-42), Giuseppe Campi (1888-93).

[42]Particolarmente significativa la sostituzione di Toas a Calcante.

 

[43]Alle fonti derivate dalla Telegonia citate nella nota successiva, vanno aggiunte quelle indicate ripetutamente dai commenti ad locum di Pietro Alighieri (1359-64) : Quam descriptionem mortis eius auctor sumpsit a verbis forsan illis Oratii, dicentis in sua Poetria de ipso Ulixe: Dic, michi, Musa, virum capte post tempora Troye / Qui mores hominum multorum vidit et urbes {Hor., Ars Poet. 141-2}, item et a verbis Claudiani sic scribentis etiam de morte dicti Ulixis: Est locus extremum pandit qua Gallia litus / Occeani pretentus aquis, quo fertur Ulixes / sanguine libato populum movisse silentum {Claud., In Rufinum I 123-5}, ubi ait sic Glosa: Describit hic Claudianus locum per quem prodiit Megera ab Inferis ad litus Occeani versus Yspaniam ubi Ulixes, sacrificato Elpenore, ad Inferos descendit, quamvis communiter teneatur quod scribit Dares et Dites, scilicet quod Telagon, filius dicti Ulixis natus ex dicta Circe, illum occidit sagiptando inscienter. Pietro, come si vede, riferisce di entrambe le tradizioni.

[44]I critici aggiungono Cicerone, De Finibus, v. 18; De Officiis, III, 26; Seneca,  De constantia sapientis, II 1; Plinio, NH V 28  e Solino, De mirabilibus mundi 34. Ne ricordiamo alcune fonti: Proclo, Crestomazia, Telegonia; Luciano, Storia vera, II 29; Apollodoro, Epitome, VII 16; Igino, Favole 125 e 127. 

[45]Citano Ditti come autore della versione più nota, non seguita da Dante, Pietro Alighieri (1340-42) e Benvenuto da Imola (1375-80), che gli affianca a sproposito Darete, mentre Guglielmo Maramauro (1369-73) sulle orme di Claudiano lo fa arrivare «in litore Oceani versus Yspaniam, ubi Ulixes, sacrificato Elpenore, ad Inferos discendit».

[46]Esse prendono le mosse da Eustazio 1796.35: «Aristotele nella sua Costituzione d’Itaca (fr. 463) ed Ellanico (fr. 141) dicono che Nausicaa, la figlia d’Alcinoo, sposò Telemaco e generò Persepoli».

 

[47]Ne ho trattato in maniera sistematica, riferendo e discutendo di tutte le testimonianze classiche e medievali, nel mio Impius Aeneas, Roma 2013.

[48]Codice cassinese (1350-75[?]), Benvenuto da Imola (1375-80), Anonimo Fiorentino (1400[?]), Filippo Villani (1405), Johannis de Serravalle (1416-17). Il Villani cita esplicitamente Darete, l’Anonimo lo parafrasa in modo inequivocabile.

[49]In questo articolo, nella sezione Ettore, Enea, Pentesilea.

[50]Gneo Nevio, Bellum Punicum, frgg. 8,10,24,25 Morel; T. Livio, ab Urbe condita, I, 1; Orazio, Carmen saeculare, vv. 37-44 e commento di Porfirione ad locum; Seneca, ad Helviam matrem 7 e de beneficiis VI 36; Tiberio Donato, ad Aen. II 200; Tertulliano, ad Nationes II 9; Servio, ad Aen. I 241 e 649 e II 15; Anonimo, Origo gentis Romanae, IX 1-4; Buoncompagno da Signa, Epistula mandativa ad comites palatinos, VI; Anonimo, Storie de Troia e de Roma, passim; Anonimo, Istorietta troiana, passim; Brunetto Latini, Trésor I 33; Andrea da Barberino, Huon d’Auvergne, II, 99. Dopo la morte di Dante ne parleranno tra gli altri Giovanni Boccaccio, De genealogiis deorum gentilium, VI 53; Giovanni Villani, Nuova Cronica, I 16.

[51]Come Enea arrivò in Italia. Quando Troia fu presa e messa a ferro e fuoco, e ci si uccideva gli uni gli altri, Enea il figlio di Anchise con il padre e Ascanio se ne uscirono dalla città portandosi un grandissimo tesoro e con una moltitudine di persone si salvarono.  E perciò raccontano gli autori (Ditti e Darete, nda) che essi parteciparono al tradimento, e parecchi dicono che non ne seppero nulla se non alla fine, quando la cosa non potè esser evitata, ma comunque sia egli e tutta la sua gente se ne andarono per mare e per terra, un’ora prima o dopo, finché giunsero in Italia.

 

[52]Ne sottolinea alcune Guido delle Colonne, a conclusione della sua traduzione (ne riportiamo la versione di Michele Dello Russo): «E bene s'accordano che Antenore ed Enea furono facitori del detto tradimento. Ma Darete disse che Polidama figlinolo d'Antenore se ne andoe di notte tempo alli Greci, ed in quella notte trattoe colli Greci il modo della presura di Troia, e che quando egli avesse renduto certo segno, ch' elli si studiassero d'assalire Ilion. Disse ancora che li Greci di notte non intrarono in Troia per lo muro rotto, per cagione del cavallo del rame fatto da' Greci, non facciendo alcuna menzione del cavallo predetto; ma elli disse ch' elli entrarono per la porta di Stean, nella sommitade della quale porta era fabbricato uno capo d'uno cavallo; avvegna dio che Virgilio si concordi con Ditte del cavallo del rame. E per questa porta Stean disse Darete che Antenore ed Enea e Polidama ricevettero li Greci, ed indi diedero loro l'entrata; e che per loro di notte tempo fue Ilion occupato, e che in quello imprima fue messo Nettolemo figliuolo d'Achille». Per il tramite di Benoît de S.M. Guido, in questa parte conclusiva, segue Ditti, ma egli distrattamente non riferisce dell’assenso dell’esercito a rispettare le condizioni dell’infame patto.

[53]In Aen. II 163-70 Impius ex quo/Tydides sed enim scelerumque inuentor Ulixe,/fatale adgressi sacrato auellere templo/Palladium, caesis summae custodibus arcis,/corripuere sacram effigiem, manibusque cruentis /uirgineas ausi diuae contingere uittas;/ex illo fluere ac retro sublapsa referri/spes Danaum, fractae uires, auersa deae mens. A proposito di Sinone (il cui nome l’anonimo autore delle Istorie e l’Ottimo deformano in Simone) si notino i compiti molto diversi che gli vengono assegnati dai due autori e la qualifica di parente di Ulisse che gli attribuiscono l’Anonimo e il Landino.

[54]Ne dà ampia prova il passo del Roman riportato infra, che delinea distintamente le diverse fasi della vicenda.

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