La magia del vento ladro

Il vecchio si sistemò il cappuccio del  gabbano di orbace per proteggersi dal freddo vento che ululava da ore ormai, da quando il cielo infiammatosi al tramonto aveva prima assunto il colore del melograno per poi divenire sempre più scuro e livido come il mirto maturo, costringendo gli abitanti del villaggio di Janna ‘e Frores a rintanarsi nelle case anzitempo.
Si sedette sulla panca di pietre e sughero sotto il grande olivastro, testimone silenzioso della vita dell’intero villaggio e vicino al quale lui giocava da bambino, girandoci attorno con il cavallino che il nonno Zoseppe gli aveva costruito con dei pezzi di asfodelo.

L’olivastro era cresciuto ma lui lo aveva sempre visto enorme, con quei rami che si allungavano verso il cielo quasi a raccogliere la luce e con le fronde che si allargavano sullo spiazzo di terra battuta, ad offrire refrigerio e riparo a tutti i passanti e a tutti gli abitanti, che proprio là sotto organizzavano ogni sorta di cerimonia, religiosa o pagana.

Cercò di proteggersi tra il grosso albero ed il muretto a secco che segnava il confine con il ricovero delle pecore che in quella notte tormentata sentiva irrequiete, come disturbate da qualche essere invisibile.
Lo sentiva, stava per accadere qualcosa.  

                                                                                                                                                             Ricordò i racconti intrisi di mistero che il nonno faceva attorno al camino e che lo lasciavano sempre impaurito ed insonne sotto le trapunte di paglia, quando parlava di strane fate, delle anime penitenti che si aggiravano per villaggi durante le notti e de “su entu urancru”. Oltre alla paura Juanne non aveva mai provato curiosità verso quei racconti, che sapeva essere solo delle leggende tramandate ed instillate come i geni nei cuori e nel sangue dei discendenti.
Eppure quella notte che lo avvolgeva con il buio denso e scuro come il mosto cotto sentiva la presenza del nonno che raccontava ancora di quelle strane vicende, credute fantasie ormai dimenticate.

Il vento soffiava sempre più forte e sferzava con inaudita violenza la chioma del re del villaggio, l’olivastro, che aveva vinto su tutto, tempeste, diatribe e lutti.
Sentì l’alito di Joculana, la cagna, che le si era fatta vicina e che, con i muscoli tesi, restava guardinga, con le orecchie ritte a captare qualsiasi rumore che si insinuasse tra gli ululati acuti del vento.
Il vecchio tenne ancor più stretto il fucile che lo faceva sentire in qualche modo protetto, anche se il cuore gli martellava troppo forte in petto per dirsi pronto ad affrontare il probabile nemico.
Quel fucile lo aveva imbracciato tante volte, tante lo aveva rivolto a qualcuno per difendersi ma mai lo aveva usato contro un suo simile. Sperò di non dover iniziare in quella notte, ma per difendere la sua famiglia sarebbe stato pronto a tutto e non avrebbe esitato a infrangere il suo codice morale e macchiarsi di una colpa indelebile, che, seppur nell’età del tramonto, sarebbe divenuta scomodo bagaglio da presentare all’Altissimo.
Juanne aveva un carattere forte e deciso ma era sempre stato onesto e laborioso, aveva amato con tutte le forze i suoi figli e la povera Mariedda…quanto gli mancava quella donna così bella, i suoi gesti puliti e severi, costruiti con la dedizione di una Madonna e l’orgoglio di una regina, il suo sorriso sempre aperto, rifugio sicuro in ogni tempesta.
Era sicuro che una lacrima gli stesse rigando il viso, eppure quando si passò la mano per asciugarla, questa non c’era e capì che in quella fredda notte lei era lì, seduta accanto per scaldargli il cuore ed infondergli il coraggio per proseguire fino all’ultimo e promettergli che un giorno si sarebbero ancora fusi in un infinito abbraccio d’amore.

Era perso in questi pensieri lontani quando sentì un dirompente boato, come uno sconvolgente tuono che sfilettava il terreno per profanare le radici del mondo, e poi il vento che si caricava di una forza irreale ed una nuvola più cupa e veloce delle altre che si staccava dal cielo e si avvicinava assumendo la forma del vento stesso, un lungo fascio nerboruto di buio e turbine che si insinuò nelle case con un fischio assordante.
Juanne spalancò gli occhi incredulo per ciò che vedeva ed atterrito si ritrasse, trattenendo il respiro ed appoggiandosi al muretto, diventando egli stesso pietra di quell’antico confine, mentre Joculana ululava spaventata. La nuvola entrava ed usciva impetuosa dalle case, e man mano si arricchiva di piccole luci. “Sono le anime delle persone che si sta portando via” pensò Juanne ormai gelato dal freddo, dalla paura e dal dolore per aver perso tutta la famiglia. 
Ma ben presto si accorse che dalle finestre delle case filtravano delle flebili fiammelle, a testimoniare la vita ancora presente dietro a quei vetri, in quelle piccole e povere stanze. Rifletteva sull’evento a cui, impotente, aveva assistito e si rese conto che il vento si stava rapidamente placando; rivolse il suo sguardo verso il cielo, ora terso e stellato. E capì cos’era successo, perché ricordò il racconto del nonno.

Rientrò in casa e trovò la sua famiglia in agitazione per esser stata svegliata con violenza, mentre da fuori provenivano le voci degli altri abitanti, riversatisi tutti vicino all’olivastro per discutere e capire quale evento li avesse sconvolti.
“Venite fuori con me” disse a Pascale e Luchia, i suoi due piccoli nipoti che ancora si stropicciavano gli occhi confusi. “Ma babbo, volete che si prendano un malanno?” chiese la nuora, che lo guardò e rimase folgorata dalla visione del viso del suocero, che appariva sereno, con una nuova luce e con le rughe distese, che fino ad allora erano state dei profondi solchi, come quelli scavati dalla pioggia sul terreno per defluire lontano.
Juanne non rispose, allungò il braccio a prendere lo scialle di Mariedda, appeso ad un gancio dietro la porta, quello scialle finemente ricamato che lei usava la domenica per andare in chiesa facendola apparire ancora più bella e che lui si era rifiutato di regalare o riporre nel baule in soffitta, perché pensava che prima o poi sarebbe tornata e lo avrebbe ancora indossato. Aveva anche proibito che venisse usato o toccato da altri.
Avvolse i suoi nipotini nel prezioso tessuto e li portò fuori, dove si sentiva il vociare degli abitanti del villaggio che ancora non avevano trovato una spiegazione plausibile all’accaduto.
Invitò i bambini e tutte le altre persone che gli si accalcarono attorno, a volgere lo sguardo verso il cielo e, come tanti anni prima fece suo nonno, spiegò: “Questa notte siamo stati visitati da su entu urancru, il vento ladro, che ci ha svegliati per rubarci i sogni e portarli via con sé. Vedete le stelle lassù nel cielo? Quelli sono i sogni che il vento ruba ogni notte in villaggi diversi e li appunta come fossero spilli d’oro per tenere la volta ben salda: se non ci fossero i sogni, il cielo cadrebbe e noi soffocheremmo privi d’aria. Capita che a volte qualche spillo lucente si stacchi dal cielo, ma è l’invito a sognare ancora, a sognare insieme. Ecco perché il vento ha bisogno di rubarli, di diventare il ladro dei sogni.”

 

 

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Gradimento

Coinvolgente.

bella la prosa, favoloso il sapore di Sardegna che si sente in ogni parola. Una domanda. La leggenda che racconti è una vera leggenda tradizionale sarda ? E' di una poesia e bellezza uniche.

La storia l'ho inventata, ma

La storia l'ho inventata, ma ha il sapore di quelle che i miei nonni raccontavano attorno al camino e l'ho inserita tra i suoni, i profumi ed i misteri della mia terra.

Grazie per il bellissimo e graditissimo commento.

Millina.