Néantisation et Nullification

ritratto di Davide Cantino

MORTE ONTOLOGICA e MORTE METAFISICA

 

Di contro alla transfiguration, che mi fa vedere l’altro come soggetto (autrui-sujet), v’è la dégradation, che me lo fa vedere come oggetto (autrui-objet), in modo direi senz’altro autoptico. Sartre è chiaro, in proposito:

 

«…solo i morti sono perpetuamente oggetto senza diventare mai soggetto, perché morire non vuol dire certo perdere la propria oggettività in mezzo al mondo (tutti i morti sono là, nel mondo, intorno a noi), ma bensì perdere ogni possibilità di rivelarsi come soggetti ad altri» [Jean-Paul Sartre: L’essere e il nulla – il Saggiatore, Milano 2002 – traduzione di Giuseppe Del Bo – Parte Terza: per altri, I: l’esistenza d’altri, 4: lo sguardo – pag. 352]

 

Lo stesso Lévinas scrive che «il volto morto diventa forma, maschera funebre, si mostra invece di lasciar vedere, ma appunto così non appare più come volto»: le visage mort devient forme, masque mortuaire, il se montre au lieu de laisser voir, mais précisément ainsi n’apparaît plus comme visage. Il volto appare nell’alternanza di un perpetuum che avvicenda sparire e tra-sparire al di là di ogni vicenda storica, ma il volto della morte non lascia più tra-sparire nulla poi che esso fa sparire e basta.

La morte: «non-più-vita». La nascita: «non-più-morte». Manca il «non-ancora». La nascita è la morte del non ancora: l’oggettivazione del nulla, la degradazione della possibilità pura, procreatio ex nihilo; l’impersonale che assume la maschera, personale, della persona. C’è un passo di Lévinas in cui si dice che «Il nascosto – mai abbastanza nascosto – è al di là del personale ed è come il suo rovescio, refrattario alla luce, categoria esterna al gioco dell’essere e del nulla, al di là del possibile, in quanto assolutamente inafferrabile»: Le caché – jamais assez caché – est au-delà du personnel et comme son envers, réfractaire à la lumière, catégorie extérieure au jeu de l’être et du néant, au-delà du possible, car absolument insaissable. Qualche pagina prima Lévinas aveva detto che «La morte viene interpretata in tutta la tradizione filosofica e religiosa sia come un passaggio al niente, sia come un passaggio ad una esistenza diversa che si prolunga in una nuova cornice. Viene pensata all’interno dell’alternativa tra essere e niente…»: La mort s’interprète dans toute la tradition philosophique et religieuse soit comme passage au néant, soit comme passage à une existence autre, se prolongeant dans un nouveau décor. On la pense dans l’alternative de l’être et du néant….

L’alternativa tradizionale è tra l’essere e il nulla: essere ancora o non essere più. Tertium non datur? Il pensiero desistenziale è proprio la “terza via” che offre una seconda alternativa, oltre a quella dell’essere e del nulla: se lo sguardo filosofico non è rivolto al volto «s-figurato» di chi non è più dopo la morte (è nulla) o a quello «s-terminato» di chi è ancora dopo la morte (è essere), ma al volto di chi non è ancora (non essere) prima della nascita, ecco che tertium datur. Ma non una terza possibilità che – alla  Lévinas – «non è compresa in nessun termine di questa alternativa» poiché è assolutamente altro: l’assolutamente altro in cui secondo Lévinas si entra dopo la morte è quell’esteriorità esterna e straniera alla totalità che è concepibile solo dopo la nascita, non prima di essa; la soluzione inaudita che l’umanità non ha mai seriamente considerato nella sua speculazione filosofica sulla vita è quella di un’esteriorità precedente la nascita.

Decreatio in nihilum. «Il carattere imprevedibile della morte – dice Lévinas – dipende dal fatto che essa non si situa in alcun orizzonte. Non si lascia prendere.» (Le caractère imprévisible de la mort vient de ce qu’elle ne se tient dans aucun horizon. Elle ne s’offre à aucune prise.): non si lascia prendere nemmeno nel pan-orama della totalità; la persona morta è s-terminata: non è più compresa nell’orizzonte esistenziale che la determina, dacché è appunto terminata. L’essere divino metafisicamente s-terminato (essere o non-essere) che prende nell’altro mondo l’essere umano fisicamente morto, prende un ‘essere terminato’ non più compreso nel pan-orama della totalità mondana: l’essere morto è l’essere terminato nell’incomprensione, è l’essere in-compreso, non più compreso nell’orizzonte esistenziale della vita. Ma, come l’infinito non è un finito senza fine, così lo s-sterminato non è un terminato senza termine.

La desistenza propone al pensiero umano la possibilità di un essere senza inizio e quindi senza termine, senza fine. Pensare a un essere umanamente «s-terminato» come non più compreso nel pan-orama della totalità mondana è ancora cercare di com-prendere ciò che un oscuro prendere di Altri ha preso. E se l’«essere terminato» fosse piuttosto un «essere s-finito» che non un «essere s-terminato»? Lo “sfinimento della fine” che stermina la finitudine del fine? La morte prende chi non la comprende, e tuttavia la posizione, tetica, del non poter com-prendere in quanto si è com-presi è ancora quella di chi non è disposto a porsi al di qua di ogni apprensione: a priori del com-prendere attivo invalidato dal prendere passivo, dall’essere-preso dalla morte.

La s-finitezza dell’essere che non è più (sia che sia ancora aldilà sia che non sia più aldilà) è ancora antropomorficamente “presa” dall’essere umano come una «s-possatezza» “com-presa” nell’assenza di potenza e di potere: l’«essere s-finito» non ha più alcuna possibilità che egli possa tradurre in atto con la realtà del suo potere; «s-possare» è togliere la «possa»: forza, vigore, potenza che si può fare atto. La «nonpòssa» dell’essere «s-finito» è l’«im-potenza» imposta da una potenza «s-terminata». A l’alta fantasia qui mancò possa…

L’«essere s-possato» è l’essere spodestato dalla potestà di potere: l’essere rimosso dal potere di volere; rimosso dall’«essere s-terminato» che lo sopra-avanza trans-ascendendolo. L’essere «s-terminato», poco importa che sia il nulla del «nonessere indefinito» o il tutto dell’«essere infinito» (per quanto tutto non totalizzabile in una totalità ontologica): l’essere e il nulla sono dimensioni “post-cognitive” dell’homo cogitans. L’essere e il nulla sono riflessioni postume e avveniristiche del conoscere: l’essere riflette la coscienza e il nulla l’incoscienza, ma coscienza e incoscienza sono noemi supposti da un essere cosciente. Il degrado dell’oggettivazione del morente, anche se si sup-pone morto, viene ancora e sempre dal grado di soggettivazione di un vivente che si pone vivo; il degrado e la degradazione del soggetto in oggetto sottintendono una notte che succede al giorno e non «una vita notturna che non equivale ad una vita diurna semplicemente priva del giorno», per dirlo con Lévinas.

Il primato del giorno sulla notte è la precedenza, ontologica, dell’essere sul nonessere: la priorità di un essere che per poter pensare al proprio non-essere postula l’esistenza di se stesso prima del suo non essere più. Ma, con Lévinas, se la notte che cala eternamente sull’esteriorità non è e non dev’essere quella, falsa, di una luce che non riluce più ma lasciando supporre che rilucerà ancora, allora la tenebrosità eterna del nonessere ancora non succede alla luminosità perpetua dell’essere ancora: non succede perché non avviene e quindi non viene dopo. Il concetto di succedere importa quello di essere effetto di una causa ecome successione che avviene; ma è per l’appunto un concetto che non esce dal circolo ermeneutico dell’umano che è già in vita: il circolo vizioso di chi pensa il proprio essere qualcosa o non essere nulla a partire dal proprio essere esistente, dal proprio essere in vita.

La riflessione sull’essere o il nulla postumi è un pensiero avveniristico: il pensiero di chi avvenendo non sa prescindere dal proprio “avvenire”, nel doppio senso del suo «accadere nell’essere» e «cadere nel nulla». Accadere nell’essere o cadere nel nulla sono comunque riflessioni di un essere che può cadere perché accade: il contesto ontologico acccerchia l’essere che accade nel circolo vizioso del suo esistere anche quando questi si concepisce come non più vivo. Il bisogno che chiede soddisfazione all’essere che accade e il desiderio che richiede appagamento all’essere che cade fanno di bisogno e desiderio le due facce di chi non sa uscire dal concetto di latitanza, strettamente collegato a quello di reato. Cadere nel nulla è la pena al di là di chi crede alla colpa di esistere al di qua, accadere nell’essere è il castigo al di qua di chi crede al peccato di non esistere al di là. Accadere nell’essere al di qua e cadere nel nulla al di là sono i due risvolti morbosi di uno stesso volto: il volto di chi è sempre e comunque ri-volto verso il suo ineludibile «essere già».

L’assenza ontologica è una presenza che non c’è più o che non c’è ancora per un essere che c’è già: la neutralità dell’essere che osserva e rileva la presenza o l’assenza rivela il presente di un essere che anche se fuori campo non è fuori gioco. Il Volto di Lévinas è l’inafferrabile che afferra, l’incomprensibile che comprende. Il volto del deceduto è quello «s-figurato» di chi ha perso la figura con la quale era appreso dagli altri: il defunto è ormai l’«incomprensibile inafferrabile» da chi può afferrare e comprendere solo chi ha una figura, da chi può essere figurato nella rappresentazione che lo raffigura. La figura della morte è il topos di una comprensione impossibile che succede a un ritratto… ritratto, ritirato. Il ritratto dell’esistente non più raffigurato dall’essere-vivo è comunque quello figurato da un essere-vivo: l’essere che si figura il proprio essere irrapresentabile è l’essere che si rappresenta il suo essere o-sceno.

L’o-scenità del non essere più è l’essere fuori scena di un essere che calcava le scene fino a poco tempo prima: una rappresentazione uscita di scena ma ancora recitata da chi l’aveva applaudita. «Uscir di ‘scena’ è diletto fra noi» potremmo dire parafrasando Leopardi: il godimento macabro di chi plaude all’esistenza pur sapendo che questa è una sceneggiata recitata a soggetto da attori senza copione. Il godimento “elementare” – alla Lévinas – di essere nell’«elementale» è essere nell’elemento primo della vita: l’esistenza; l’umano è nel suo elemento quando è posto in essere. Il terrore sartriano di finire nell’oggettivazione assoluta dell’oggetto, che non è più soggetto, non contempla assolutamente la possibilità dell’oggetto che non è ancora soggetto – sempre che un soggetto che non è ancora soggetto possa definirsi oggetto –. Se l’oggettità è la condizione per un soggetto, è chiaro che un soggetto non ancora nato non può essere definito oggetto in sé, se non per un soggetto per il quale si prende in considerazione questo essere in sé come non essere ancora; gli è che per Sartre l’essere in sé senza chances è solamente l’essere che non esiste più, né per sé né per gli altri.

Il desistenzialismo vuole invece proporre il valore di un soggetto che non è ancora, non per questo essendo necessariamente un oggetto: che ne è, di un oggetto, senza un soggetto? Niente! E per ciò nulla è il nonessere che non è per nessun essere. A dispetto dell’etimologia latina di ob-iectum, se non è gettato (iectum) di fronte (ob) a un soggetto, un oggetto non è un oggetto. Ob reclama la presenza di un soggetto. Il circolo ontologico è vizioso in forza del suo forzare continuamente la necessità di un essere il quale non si può realmente sforzare di pensare il nonessere se non dalla postazione ontologica di chi è già posto in essere. Anche il non-essere, così come è concepito dall’essere, richiede di essere; ma non il nonessere che auspica la desistenza.

Il prefisso ob è un vizio di forma, per una logica formale che fa del soggetto un essere soggetto al sub che lo pre-fissa: che lo fissa a priori nell’essere. L’ob-iectum è tale per un sub-iectum. A ben vedere, l’ottica sartriana non sa fare a meno dello sguardo di un soggetto anche quando si dispera nella morte dell’oggettivazione: lo sguardo vuoto di chi non può più guardare niente se non il nulla. Lo sguardo dell’esistenzialismo sartriano è sempre pieno di ente: l’apologia di un Io che elogia la libertà di avere ancora delle possibilità, di avere ancora tempo. La possibilità vive nel tempo: oltre il tempo essa muore e con essa decede anche l’ente, in quanto non decide più niente. Decedere è per Sartre non poter più decidere.

E cosa diremo, allora, della decisione di non far nascere? Essa è per noi la decisione di non far decedere qualcuno, la decisione di non decidere per un terzo la sua necessità di decedere. Non è la possibilità di decidere, che sta a cuore al desistente, bensì la necessità di decedere. L’evidenza di questo ragionamento è così palmare che sembra impossibile poter non essere da esso assolutamente convinti. Concepire è oggettivare un soggetto ponendolo in essere: questa è l’oggettivazione prima, quella che precede ogni altra oggettivazione; l’oggettivazione del concettualizzare viene dopo: succede perché si è già nella possibilità di diventare oggetti, oggetto di un soggetto, laddove l’esistenza è il soggetto che comprende tutti i soggetti e tutti gli oggetti. Quaggiù si recita a… soggetto.

La decisione inconcepibile di non concepire l’altro è la decisione di preservare il soggetto medesimo a venire dalla possibilità reale di diventare oggetto altrui in avvenire. La violenza oggettivante dell’appropriazione altrui del soggetto succede a quella ancora più oggettivante del soggetto stesso di concepire un essere inconcepito che ancora nemmeno concepisce che sarà a lui soggetto. Sartre avrebbe fatto meglio ad occuparsi dell’oggettivazione prima, del soggetto; se la morte è la possibilità necessaria che stermina ogni altra possibilità, perché porre in essere una catena di possibilità necessitata fatalmente a cadere nella sua impossibilità estrema? Perché evitare per tutta la vita il destino dell’oggettità se poi si deve cadere inevitabilmente nella fatalità ineludibile di essere prima o poi soggetti a tale oggettità?

Je suis condamné à être perpétuellement ma propre néantisation – scrisse Sartre –, ma aveva in mente il ni-ente, non il nulla: il niente rientra nella logica relativa della totalità; il nulla in quella assoluta dell’infinito. Ai sado-masochisti «filosofi dell’esistenza» – come li chiama Lévinas – non dispiace poi nemmeno così tanto, ‘nientizzarsi’ ogni giorno per tentare di salvare la propria libertà di tutti i giorni; essi vanno in “e-stasi”, se possono salire il calvario dell’oggettivazione per risorgere finalmente ogni volta sulla croce della loro soggettivazione. La niéntisation è un accadere nel niente ontologico degli egologi, la nullification è il cadere nel nulla metafisico dei teologi; la prima è il prezzo egologico da pagare per la libertà al di qua, la seconda è il conto teologico che si paga con la dannazione al di là.

Gradimento