Il Generale racconta: Un club molto esclusivo.

ritratto di Luigi Chiavarelli

Un club molto esclusivo     

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Le otto erano scoccate, le compagnie erano già da tempo schierate in cortile per l’alza bandiera ma gli ospiti non erano ancora arrivati. Il Comandante di battaglione non nascondeva un certo nervosismo. Seccato guardava l’orologio, interrogava con lo sguardo l’Aiutante maggiore impalato alle sue spalle,  uno sguardo che significava “ ma dove cazzo sono ?” . Altrettanto eloquente l’alzata di spalle e l’espressione del viso un po’ smarrita del suo collaboratore: “Non ne ho idea” . Poi tutti sentimmo un lontano brontolio, una nota bassa e continua che lentamente si trasformò in un canto, lento, profondo, triste, molto cadenzato. Non potemmo fare a meno di girare la testa, trecento teste con il basco amaranto della Folgore e li vedemmo. Avanzavano a passo lentissimo, dondolando il corpo,  le braccia oscillanti in un gesto ampio e rigido.

Nous sommes des volontaires au ouitième RPMa. Entands nos clameurs guerrières nos chants de combat….”  Diceva così quel loro canto, “…..ascolta il nostro fragore guerriero, il nostro canto di battaglia…

Era una compagnia  francese dell’8° Reggimento Paracadutisti della Fanteria di Marina (8° RPIMa), anch’essi con il basco amaranto ma piegato sul lato sinistro del volto mentre noi lo portavamo e lo portiamo a destra.

 Non nego che quell’ingresso teatrale ci colpì molto e colpì soprattutto i nostri giovani soldati di leva che per la prima volta vedevano dei professionisti della guerra. Iniziava così un intenso periodo di addestramento in comune nel poligono di Monte Romano, presso Viterbo, ricco di esperienze umane e professionali. Imparammo a conoscere ed apprezzare questi camerati d’oltralpe e  questi  poterono verificare come i nostri ventenni “di naja” non sfigurassero affatto nei loro confronti.

Dopo un’intensa giornata in poligono ci ritrovammo la sera, Ufficiali e Sottufficiali, Italiani e Francesi, nella spartana mensa della base logistica. I soldati avevano già mangiato e avevano riempito il piccolo baretto.  Regnava  una sana  allegria.  Il piacevole calore del  cameratismo, l’appartenere alla stessa specialità,  la comunanza di valori, una intensa giornata insieme molto ben riuscita, la soddisfazione del dovere compiuto, tutto ciò creava rapidamente legami solidi, virili, che toccavano le corde profonde dell’animo. La differenza di lingua non creava problemi, con la mimica latina ed un misto di anglo-franco-italo-ispanico ci si capiva a sufficienza. Ma il Comandante di battaglione non era tranquillo. Per la prima volta, Paracadutisti Italiani e Francesi si trovavano insieme nel bar e conoscendo la forte personalità di entrambe le compagini, temeva qualche scontro, alimentato da qualche bicchiere di troppo. Chiamò il baffuto Capitano d’Ispezione: “Per piacere Gianfranco, fai un salto allo spaccio,  vedi un po’ se ci sono problemi e fammi sapere” “Vado subito Comandante” e sparì nella notte.  Dopo qualche minuto due potenti spari, due revolverate provenienti proprio dallo spaccio. Sobbalzammo all’unisono preoccupatissimi e noi  Comandanti di Compagnia scattammo in piedi e ci precipitammo temendo il peggio. Arrivammo trafelati e quando spalancammo la porta una scena indimenticabile si offrì ai nostri occhi. Decine di paracadutisti, italiani e francesi, seduti per terra, piuttosto alticci, che cantavano a squarciagola stonatissimi inni e canzonette, scolando bottiglie di birra, in un bailamme indescrivibile. Il Capitano d’Ispezione aveva cercato di portare un po’ d’ordine, completamente ignorato da quella schiera urlante e non aveva trovato soluzione migliore che estrarre la pistola e sparare due colpi in aria, ma ci voleva ben altro per scuotere quei giovani guerrieri che erano entrati in così perfetta, cameratesca  sintonia. Con non poca fatica e qualche urlaccio ristabilimmo un po’ d’ordine, tuttavia  eravamo piuttosto soddisfatti  dell’instaurarsi di quegli amichevoli, anche troppo amichevoli, rapporti.

La settimana proseguì con tiri con le ami individuali e di reparto ed addestramenti  faticosi, diurni e notturni, che misero duramente alla prova le capacità di Italiani e Francesi, fino al giorno dell’esercitazione finale, a fuoco (1), davanti ad alte personalità militari e politiche, italiane e francesi.   L’esercitazione consisteva in un lancio da elicotteri CH-47 “Chinook”, di due compagnie, la mia e quella francese. L’assalto ad una collina protetti dal fuoco di artiglieria,  mortai e  mitragliatrici, anch’essi aviolanciati;  la difesa dell’obbiettivo, il recupero mediante gli stessi grossi elicotteri da cui ci eravamo lanciati. Un’azione classica, da paracadutisti, rapida, violenta, travolgente. Ma il diavolo ci mise la coda.

Un vento fortissimo spazzava la zona lancio. “Zic 2” dicevano i bollettini della Pattuglia guida cioè: lancio temporaneamente impossibile. Stretti nelle imbragature dei paracadute, elmetto in testa, ingoffati da armi, munizioni, buffetterie, bombe a mano, contenitori vari, aspettavamo nervosamente nella zona d’imbarco, seduti per terra nella classica posizione a gambe larghe, uno dietro l’altro,  in lunghe file parallele. Chi dormiva, chi leggeva, chi scherzava per coprire il nervosismo A tratti scrutavamo il cielo tentando previsioni ma era chiaro dai volti il pessimismo circa la possibilità di lanciarci. Ogni tanto folate di vento ci riempivano gli occhi di polvere aumentando il pessimismo.

Ma la politica ebbe la meglio, le autorità non potevano aspettare né rimanere deluse e sebbene il vento spirasse ancora con notevole consistenza , arrivò dalla zona lancio il bollettino definivo: ZIC 1, lancio possibile.

Poco  tempo dopo stavamo veleggiando  nel cielo del poligono, mentre il vento fischiava tra le funicelle dei paracadute. I grandi ombrelli bianchi volteggiavano come farfalle impazzite portate da un vento forte e   incostante che sparpagliava le formazioni e faceva scorrere il terreno sotto di noi ad una velocità molto superiore ai limiti previsti. Il terreno di Piano Morgano, così si chiamava la grande zona prativa su cui ci eravamo lanciati, si avvicinava rapidissimamente. Con le gambe leggermente flesse,  i piedi ben serrati e lo sfintere contratto  aspettavo l’impatto mentre l’adrenalina svolgeva egregiamente il suo compito.  E avvenne il botto, uno dei più forti della mia carriera. La classica capriola assorbì gran parte dell’energia cinetica  ma tuttavia  rimbalzai e ricaddi pesantemente per essere poi trascinato dal vento che gonfiava la calotta del paracadute. La feci afflosciare sganciando lo “one shot” (2) della spalla destra. Un rapido controllo del mio corpo dolorante mi consentì di appurare che non avevo   fratture. Mentre raccoglievo la calotta del paracadute con ampie bracciate, vedevo con preoccupazione i miei uomini colpire il terreno con una violenza davvero eccezionale, rimbalzare e venire trascinati dal vento in un incrociarsi di bianche  calotte impazzite. Lo spettacolo era splendido ma avrei preferito che i protagonisti  non fossero i miei “Pipistrelli” (3).  “Avremo parecchi fratturati” pensai, anche perché il terreno prativo era pieno di grossi solchi provocati dai cingoli dei reparti corazzati che vi si erano addestrati e costituivano una vera trappola per caviglie. Scorsi un parà francese impattare con violenza contro la parete di una delle case abbandonate situate a fine zona lancio, la calotta gonfia di vento sormontare il tetto, trascinare il povero paracadutista sulle tegole sconnesse  e farlo precipitare dalle parte opposta sparendo alla vista. Vidi i barellieri accorrere sul retro della casa ma non ebbi il tempo di seguirne i risultati.

Di corsa portai il paracadute al posto raccolta e mi precipitai nel punto di riordinamento. In pochi minuti i miei giovani guerrieri affluirono di corsa nelle zone previste, alcuni zoppicando vistosamente.  In breve tempo i Comandanti di plotone furono  in grado di darmi le novità. Tanti contusi  ma nessun fratturato. In sintesi : “Pronti al combattimento. Folgore !” Anche i Francesi se la cavarono piuttosto bene e l’attacco poté cominciare.

 Gli obici da 105/14 degli artiglieri paracadutisti del 185° martellavano le posizioni “nemiche” assieme alle “pillole” da 120 della compagnia mortai mentre le micidiali raffiche delle mitragliatrici dei Plotoni armi a tiro teso facevano ribollire il terreno.  Iniziò l’attacco delle fanterie, cioè di noi fucilieri Paracadutisti. Procedemmo a sbalzi, alla massima velocità possibile, per oltre un chilometro lungo le  ripide pendici di grandi colline erbose, protetti dall’ intenso fuoco di accompagnamento e dal tiro nebbiogeno, fino al gran  finale, l’assalto, con lancio di bombe a mano, raffiche e grida di “Folgore!” in una baraonda travolgente.

L’esercitazione andò molto bene. Ricevemmo il plauso di Politici ed alti Ufficiali. Rientrammo alla base a piedi, inquadrati per plotone, cantando le nostre canzoni tradizionali, ridendo e sfottendoci reciprocamente, stanchi, sudati, acciaccati, con le facce impastate di sudore e creme mimetiche ma con il morale alle stelle. Indistinguibili i nostri giovani di leva dai professionisti dell’ 8°. Tutti sempre più orgogliosi di appartenere al  “club”, molto esclusivo, dei Paracadutisti.

Come nelle migliori, italiche tradizioni la giornata finì in gloria, con un luculliano pranzo “fuori ordinanza”. I cucinieri avevano superato se stessi e un paio di marescialli sardi avevano rosolato meravigliosi  “porceddi” attorno a grossi falò alimentati da legname accuratamente selezionato.  Tutto a meraviglia dunque? Non proprio. L’indomani mattina metà della compagnia francese era in infermeria per indigestione. I camerati francesi, bravissimi in battaglia, non erano abituati alle nostre “attrippate” e ciò che non poté il nemico poterono lasagne e maialetti.

 

(1)– Con munizionamento da guerra;

(2)-  Congegno metallico che consente di sganciare la calotta del paracadute dall’imbragatura.

(3)– Comandavo la 5^ Compagnia “Pipistrelli”

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Gradimento

ritratto di Rubrus

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Be', devo dire che non mi aspettavo che ufficiali di alto grado si lanciassero con la truppa, ma, pensandoci bene, non dovrei sorprendermi.

Gustoso - è proprio il caso di dirlo - il finale. 

ritratto di Luigi Chiavarelli

Caro Rubrus, anche i Genrali

Caro Rubrus, anche i Genrali sono stati giovani. All'epoca ero un giovane Capitano di 26 o 27 anni. Comunque anche i Generali si lanciano regolarmente e hanno l'onore di saltare per primi. Nei Paracadutisti gli Ufficiali, di gni grado, stanno sempre davanti ai loro soldati.