"Amaritudine" silloge di L. Gariglio

"Amaritudine" -  poesie d’amore e disamore”
di Letizia Gariglio – Nuova Ipsa Editore

 

 

Amaritudine: una parola insolita, dal suono dolce-amaro,  sinonimo di amarezza. Se l’autrice lo ha scelto come titolo della propria raccolta poetica, accompagnato dal binomio amore/disamore,  la ragione non può che essere quella di voler rappresentare, della propria vita o comunque del proprio modo di rapportarsi con essa, l’aspetto meno felice, meno appagante. Una silloge che fotografa lucidamente una condizione di separatezza, di solitudine amorosa.
A metà cammino, si tenta un bilancio esistenziale, giocoforza prematuro ma ciononostante dettato da un’urgenza espressiva che non può attendere.

Il libro si apre con un prologo, una ouverture lirica sull’atto dello scrivere,  un atto che da fisico si fa esistenziale, con il “bisogno di narrare” che l’autrice dichiara, quasi a giustificare il suo “esserci” sulla pagina. La scrittura si palesa attraverso i secoli, parte essenziale della storia stessa dell’uomo, dallo “stilo” alla tastiera. Il punto più alto lo si raggiunge là dove la “sofferenza si fa scrittura”.

A proposito di amore, scrive Ovidio nella sua Ars amatoria:
“Quanto più amore mi trafisse, quanto più crudelmente m’arse, su di lui tanto più grande prenderò vendetta”.
E la vendetta di un poeta, una vendetta incruenta ma non meno efficace, si manifesta nella scrittura.

Ma ritorniamo al titolo del libro: Amaritudine. Ci piace immaginare questa parola (e probabilmente il gioco linguistico è stato creato ad arte) come la fusione del verbo amare con l’aggettivo amaro, mentre il suffisso  richiama altre assonanze, ad esempio quella con solitudine. Il sentimento amoroso è molto presente nella poesia dell’autrice, un amore che ha conosciuto la prova più terribile: quella del distacco. L’autrice sembra affrontare tale prova in maniera oscillante, divisa tra un sentimento intriso di rabbia, di rancore, e all’opposto un dolore che si stempera in  nostalgia,  quasi pacificato nel ricordo degli slanci amorosi. 
Il senso di solitudine affiora in molte liriche, ad esempio quando l’autrice osserva con occhi dolorosamente partecipi coppie occasionali colte nell’affettuosità quotidiana.
Ma già si intuisce che si tratta di una solitudine aperta ai cambiamenti. Nella lingua anglosassone si definisce la solitudine con due termini diversi, che non sono sinonimi: solitude e loneliness. La prima, è la solitudine voluta, cercata. La seconda, è quella non desiderata, subita. La solitudine di Letizia, la loneliness, la più dolorosa, è anche quella che ci tempra, ci rafforza.   “Eppure non disarmo”, ci dice l’autrice in un suo verso.

Stilisticamente, l’autrice evidenzia una maturità espressiva accompagnata da una notevole raffinatezza e ricercatezza lessicale che a volte pare appesantire il momento ispiratore e, probabilmente nel tentativo di smitizzare fatti e persone, mediante una accentuata insistenza sul versante dell’ironia, sia pure temperata da lampi autoironici, forse nel timore di abbandonarsi alla retorica dei sentimenti.
Quella di Letizia Gariglio è una poesia lucida, consapevole, pervasa da riflessioni filosofiche,   densa di immagini e ricca di metafore, in una alternanza di toni bassi e toni alti, con picchi di realismo svelati senza infingimenti, per quel bisogno di verità connaturato al poeta, che non può fare a meno di rivelarsi  fino al fondo della propria anima.
In questo libro, a nostro giudizio importante, sia per la quantità di poesie che raccoglie (112) che per la molteplicità di temi e per quegli accenti di verità  cui si è già accennato, l’autrice ha manifestato il suo bisogno, a un certo momento della vita, di fare ordine.
Si rovista metaforicamente nei cassetti, si svuotano gli armadi, in una esigenza di pulizia radicale. Oggetti come persone e viceversa,  alla ricerca di  un senso al proprio esistere attraverso un nuovo e diverso significato da attribuire al proprio cosiddetto “vissuto”. E’ una sorta di inventario delle cose perdute, degli amici che non sono più (anche se, per Letizia, coloro che ci hanno lasciato sono ancora con noi, perché “il lutto non divide”).
Poi, a un certo momento, si materializzano i luoghi del nostro passato, luoghi cari alla memoria, luoghi abitati dalle persone più amate, come il padre, la madre. Che ritornano vivi attraverso gli impossibili dialoghi dettati dal rimpianto.
Si avverte come il punto di arrivo in un ideale crocevia nel quale urge un bisogno di meditazione, di andare oltre il presente, che porta con sé una nostalgia del divino, di quel “luogo del religioso …al quale guardavano gli uomini alla ricerca della parola perduta”. Un anelito verso la  trascendenza  come connessione contrapposta tra due piani dell’esistere: quello denso degli umori  che scaturiscono dalle passioni e quello ideale, rarefatto e custodito come una reliquia.
E si intraprende un ultimo viaggio, verso un’isola, l’isola madre. “Sono venuta per rinascere … per ascoltare il suono delle mie origini”.  E lì, nel sito archeologico nuragico di Tamùli, tra le pietre allineate in un antico rituale, guardando l’azzurro del cielo “che non disillude”, pur con la presenza inquietante del rapace che lo attraversa, si percepisce l’appartenenza a “una madre interiore primordiale”. E si anela a un  ritorno alle origini della nostra condizione di esseri umani, dove la potenza della vita non è, né può essere altro, che energia d’amore.
Grazia Valente
Aprile 2015     

 

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