Storia del cane più felice del mondo

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

A poco più di due anni non ero che un cane di città, abituato a fare due pasti al giorno ed a dormire ai piedi del letto del mio padrone. Per questo quando mi lasciò qui, sulle montagne della Sila, tutti i cani del posto pensarono che sarei morto di freddo quello stesso inverno. Anche io lo credei, ma non per il freddo: per il dolore. Lui mi aveva raccolto per la strada, cucciolo di poche settimane, sottraendomi ad alcuni ragazzini che giocavano con me come se fossi una palla e non si curavano del fatto che in quel modo rischiavano di uccidermi. Nutrito, curato e coccolato, in poco più di sei mesi ero diventato alto e snello, con la testa eretta e massiccia, la fronte ampia e quadrata illuminata da vivaci occhi ambra e incorniciata da un bel paio d’orecchie spioventi, la pelliccia folta e nera come la notte che sul petto e sulla punta delle forti zampe era invece bianca come la neve. Il padrone mi diceva sempre che ero proprio un bel cane, forse un incrocio tra un Labrador nero ed un Bracco: e probabilmente aveva ragione perché il mio istinto di cacciatore era veramente formidabile.  

Un giorno venimmo qui, dove non dormivo più ai piedi del suo letto perché mi lasciava nel giardino della tenuta, ma in compenso ero libero di correre e giocare senza limiti di spazio né di tempo.

Poi un giorno lui uscì in macchina senza di me ed io mi accucciai accanto al cancello, deciso a rimanervi finché non fosse tornato, come avevo imparato a fare da quando eravamo lì.

Ma lui non tornava…

Non capivo e soffrivo, soffrivo e lo aspettavo. Con la speranza, persi l’appetito e la voglia di correre. Vivere con quel dolore non mi sembrava vivere e, senza saperlo, iniziai a lasciarmi morire. Ma il figlio del guardiano, che allora era poco più di un bambino, non me lo permise. Ogni giorno, più volte al giorno, veniva fino al cancello per accarezzarmi e parlarmi piano nelle orecchie. A volte capitava che io non resistessi al dolore e lo ululassi disperatamente contro il cielo e in quelle occasioni lui correva da me, mi prendeva la testa tra le braccia e se la portava al petto, sempre sussurrandomi nelle orecchie. Non so quanto tempo trascorsi in quell’inedia, so che un giorno mi accorsi che aspettavo lui, il ragazzo: quel giorno non rifiutai più il suo cibo e, quando andò a casa, lo seguii.

Il mio padrone, il mio vecchio padrone, l’estate seguente tornò per un breve periodo: rivederlo fu una gioia devastante. Partì e ritornò ancora, e poi ancora… Anche se per nulla al mondo sarei tornato con lui in città, non riuscivo a rimanere indifferente alla sua voce ed alle sue carezze.

Poi, finalmente, smise di tornare.

Fu così che non solo non morii, ma ricominciai a crescere. Grazie alla condizione di completa libertà di cui godevo, la vista divenne acutissima, l’udito e l’olfatto si affinarono come mai avrei immaginato, le zampe si irrobustirono ed il mio mantello divenne ancora più folto e lucente. Trascorrevo la stagione calda a caccia di volpi o scoiattoli camminando per giorni inoltrandomi nel cuore dei boschi e correndo nei campi aperti sotto il sole finché non rimase neanche un posto, a distanza di zampe, che non avessi esplorato. Nessun cane mi era sconosciuto: i primissimi anni li trascorsi battendomi contro tutti i maschi che difendevano dalle mie incursioni il loro territorio e le loro femmine perché io, pur sapendo quanto fossero giuste, non avevo nessuna intenzione di sottomettermi alle loro pretese. La mia curiosità era incontenibile, la sete di scorribande inesauribile. Ed ero forte. Ah, se ero forte! Non rifiutai mai uno scontro e lottando perfezionai le mie tecniche fino al giorno in cui nessuno mi disturbò più: ero divenuto imbattibile. Di più, mi avevano riconosciuto come capo e sempre più spesso alcuni di loro si univano alle mie esplorazioni ed alle mie cacce. Restavamo in giro per settimane inseguendo scoiattoli imprendibili o smarrendoci dietro le nostre femmine e in quelle occasioni dimenticavo tutto, non esistevano né il giorno né la notte ma solo un tempo indefinito che si snodava senza tregua davanti alle mie zampe perché io lo consumassi correndo e correndo. Nulla poteva fermarmi. Non la fatica, non la fame né il freddo. Solo l’inverno mi rendeva più prudente: quando iniziava a scendere la neve avevo cura di non inoltrarmi nel cuore dei boschi perché in quella stagione, quando la notte si riempiva dell’ululato dei lupi, sentivo la mia pelliccia ergersi sul dorso per un incontrollabile terrore. Tuttavia sapevo che loro, i lupi, temevano i nostri uomini e perciò mi limitavo a non allontanarmi troppo dalle zone abitate.

Quando infine tornavo a casa, a volte con le zampe sanguinanti per il lungo camminare, spesso con le ossa affioranti per il poco cibo, sempre con le evidenti tracce dei combattimenti ed esausto fino alla coda, il ragazzo mi accoglieva con calore infinito, lasciando che mi accasciassi ai suoi piedi con il cuore felice dopo aver compiuto l’ultimo sforzo per saltare a baciargli gli occhi. Seguivano periodi di meraviglioso riposo, con cibo a sazietà e mani calde sulla testa e sulla pancia, fino al giorno in cui qualcosa di nuovo nel vento non mi convinceva a seguirlo ancora.

Il tempo passava e la mia forza cresceva rendendomi sempre più sicuro e felice, quasi sazio di vita.

Poi venne un inverno lungo e cattivo, come non ne avevo mai visti. Tutto cominciò come sempre, con la neve che cadeva ininterrottamente finché, proprio quando le giornate iniziavano ad allungarsi e ci si aspettava imminente l’inizio del disgelo, cessò di nevicare e si alzò il vento, un vento glaciale e costante che per giorni fischiò incessantemente, penetrò ovunque e spazzò spietatamente tutta la neve accumulata portando allo scoperto la terra dura e desolata. Gli alberi si piegavano sfiniti sotto l’immane spinta del gelo ed i loro rami si spezzavano con schiocchi secchi e frequenti. L’intera superficie del lago ghiacciò. Per la prima volta in tanti anni cercai rifugio nella mia cuccia. Dormivo, mangiavo, mi godevo le coccole e aspettavo che passasse.

Ma non passò.

Una notte mi svegliai all’improvviso con il pelo irto e tutti i sensi all’erta. Non avvertivo alcun suono oltre l’ululato del vento, né vedevo altro che il luccicare del lago ghiacciato sotto la luna o le ombre degli immensi alberi scossi dalla tempesta. Intorno a me c’era solo buio e freddo, ma il mio istinto sapeva: quell’inverno esasperato aveva spinto i lupi fuori dai boschi.

Avrei potuto restarmene al sicuro dentro la cuccia e limitarmi ad abbaiare per dare l’allarme, oltretutto non c’era niente da difendere, il pollaio quell’anno era vuoto ed i maiali erano già stati macellati, quindi i lupi non avrebbero trovato nulla da razziare. Nulla all’infuori di me.

Lasciai il tepore della mia cuccia ed entrai nella notte cattiva. Subito lo sentii, riconobbi quell’odore pur non avendolo mai conosciuto e per la prima volta sperimentai il fascino del terrore. Fiutando seppi che si trovavano ancora vicino al cancello perché, pur affamati al punto di sfidare l’uomo, erano cauti: avevano paura. E l’odore della loro paura era un richiamo irresistibile. Ero sottovento, quindi con un po’ di fortuna avrei potuto soddisfare la mia curiosità senza rischiare troppo… Seguii la traccia. Fidando nella mia nera pelliccia strisciai lentamente tra gli alberi, tenendomi il più possibile nell’ombra. Inaspettatamente, li vidi: procedevano affiancati al centro del sentiero, timorosi ma risoluti. Erano in tre, magri come solo la vera fame può rendere, il pelo rado d’un giallo grigiastro e gli occhi anch’essi giallastri, lucidi e brillanti, fissi nei miei.

Ci valutammo per un lungo momento, annusandoci reciprocamente. Compresi con chiarezza che la mia insaziabile curiosità mi aveva portato a commettere un errore irreparabile e paradossalmente sentii la mia paura svanire. Se ne accorsero anch’essi ed indietreggiarono di qualche passo annusando l’aria in cerca del solo odore che avrebbe giustificato la mia arroganza, quello dell’uomo. Saputo così che ero solo, con uno sguardo maligno, lo sguardo della fame che sta per essere saziata, si prepararono ad accerchiarmi.

La possibilità di doverli affrontare mi aveva sempre terrorizzato; ora scoprivo che misurarmi con loro era stata la mia massima aspirazione, che tutta la vita mi ero preparato per questo.

Attaccai. Attaccai per primo, furiosamente, freddamente, non per necessità ma per passione, per gioco, per piacere. Mi avrebbero ucciso e mangiato, ah, sì, certo! Ma di me si sarebbero ricordati per sempre. Con atavico piacere mi slanciai a testa bassa in cerca delle loro gole, attento a non farmi travolgere. Era solo questione di tempo: per quanto sfiniti dalla fame erano pur sempre in tre contro uno. Ed erano lupi! Stavo combattendo contro i lupi! Fu una follia, una breve ed euforica follia. Schivati i loro rapidi assalti ed i loro morsi schiumanti, finalmente affondai i denti in una di quelle gole, sentii il sangue caldo schizzarmi gli occhi e riempirmi la bocca.

Fui sazio. La vita non aveva nulla di più emozionante, di più estremo da offrirmi. Avevo ucciso il lupo. Che altro?

Senza più attaccare, tenendo sempre la gola protetta in un ultimo sussulto di orgoglio, lasciai che mi azzannassero la schiena, il collo, i fianchi… Caddi rotolando sul dorso e mi arresi, felice di avere trovato quella fine. Ma non ebbero il tempo di squarciarmi la gola: furono costretti a fuggire inseguiti dalle fucilate del ragazzo. Malgrado mi avessero sconfitto, quegli occhi gialli non si sarebbero saziati delle mie carni. Questo non era nell’ordine delle cose, in un certo senso sentivo che non stavo rispettando i patti, ma non potevo veramente farci nulla.

Non provavo alcun dolore, solo la sensazione tangibile della vita trascinata via dal sangue che si versava sul terreno troppo gelato per assorbirlo. Sentii le mani calde del mio ragazzo sollevarmi dolcemente la testa e nel baciargli per l’ultima volta gli occhi mi accorsi del suo dolore. Cercai di spiegargli che non mi dispiaceva morire, che quanto era successo l’avevo voluto con tutto me stesso e, prima di scivolare nel nulla, seppi che lui comprendeva, che sempre aveva compreso e che per questo, solo per questo, ero stato un cane felice. Il più felice del mondo.

 

Roma, marzo 2002

(Da Dream)

 

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Gradimento

ritratto di Vecchio Mara

veramente bello...

con un finale commovente, hai letto e interpretato il pensiero, a tratti molto umano, del cane in modo splendido... piaciuto tantissimo... ma allora non scrivi solo favole.

Ciao Maria Angelica

Giancarlo

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

Ciao. No, non srivevo

Ciao. No, non scrivevo (imperfetto, passato... purtroppo... così è, chissà fino a quando?) non scrivevo solo favole, anche se questa in fondo è un po' una favola. Contenta ti sia piaciuta. 

Ciao Giancarlo Vecchio Mara

ritratto di Bebo60

Bello.

Scritto bene, anche se nella parte centrale quando parli della paura del cane per l'inverno, prima introduci l'argomento, poi passi ad altro e poi lo riprendi e questa cosa non funziona molto bene dal punto di vista narrativo.
In quel punto c'è anche quel passaggio "ossa affioranti" che secondo me non funziona. Ho capito cosa intendi ma il rischio che non si capisca è alto.

Somiglia un po' ad un mio raccontino scritto molti anni fa ma pubblicato più recentemente qui su neteditor:
http://www.neteditor.it/content/235092/mos%C3%A8-ovvero-il-richiamo-del-sangue
anche lì io ho preso il punto di vista dell'animale e pure il finale era altrettanto drammatico.

Mi è piaciuto molto.

Ciao,
Roberto

 

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

Ciao Roberto. Contenta che ti

Ciao Roberto.

Contenta che ti sia piaciuta.

Grazie sia dell'apprezzamento che delle "critiche" stilistiche. Ovvio che non cambierò nulla - c'è bisogno di dirlo? wink Se mai scriverò ex novo qualcosa, terrò presente, ma i nostri racconti - sicuramente lo sai! - sono un po' come i figli ormai adulti, amati così come sono, con qualità e difetti che ben conosciamo e... amiamo.

A presto

Maria Angelica

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