La teoria ficiniana dell'immortalità dell'anima

ritratto di Antonietta93

 Nell'ambito della filosofia rinascimentale dei primi decenni del secolo quattrocentesco, la filosofia di Platone riveste nuovamente un ruolo di primaria importanza, anche se, a ben vedere, si tratta di testi platonici uniti a una costellazione di autori e filoni filosofici eterogenei che saranno alla base del complesso fenomeno del platonismo rinascimentale.

 
Ciò è da ritenere vero nella misura in cui si prende in considerazione il fatto che platonismo, umanesimo, tomismo e aristotelismo saranno fenomeni che coesisteranno nel corso del 400 e del 500. Ovviamente ci furono tentativi di riconciliazione fra le varie correnti filosofiche, furono effettuati tentativi di risolvere le controversie circa la supremazia di Aristotele o di Platone, ma si tradurranno di fatto nell'impossibilità di ridurre ad un minimo comune denominatore tutto ciò che vi era di nuovo nella riflessione contemporanea posta sotto l'egida di Platone.
 
Si manifesta, nei primi anni del Rinascimento, un vivo interesse per gli scritti politico-morali di Platone: dalla lettura delle "Leggi" e della "Repubblica" scaturiscono riflessioni che coinvolgono sia il piano di una costituzione ideale dello Stato e sia il confronto con gli ordinamenti propri delle realtà politiche italiane. Lo stesso vale per le opere politiche di Aristotele, dall' "Etica Nicomachea" alla "Poetica".
 
Né si devono trascurare alcuni aspetti scabrosi contenuti nella "Repubblica", come la liceità dell'amore fra gli uomini e la comunione dei beni e delle donne, che saranno motivo di scandalo per molti lettori, ma che influenzeranno notevolmente gli scritti degli autori successivi.
 
In questo quadro variegato, uno spartiacque è rappresentato Marsilio Ficino, il cui operato investe direttamente e indirettamente ogni campo del sapere. Ficino, però, non è un lettore o interprete fedele di Platone, ma è mosso dall'esigenza di unitarietà, ovvero di fare del corpus platonico un tutt'unico e il più possibile coerente. Ciò lo induce a smussare le discrepanze fra un testo e l'altro e ad accentuare il carattere organico della produzione platonica.
 
Alla radice di una tale impresa vi è la volontà di fornire una nuova base concettuale al decadente terreno della speculazione cristiana che, tramite l'approntamento di una pia philosophia, porti alla nascita della docta religio affrancata dalle pastoie del sistema aristotelico.
 
Infatti, il concetto ficiniano della docta religlio sorge dalla dissoluzione del compromesso instaurato dalla Scolastica fra teologia e filosofia. Dissoluzione di cui Ficino ne era pienamente cosciente, ma della quale non ne conosceva l'origine. E, sosteneva, che conseguenza di questa dissoluzione fosse stato il laicismo della cultura diffusosi ai suoi tempi. Perciò, sogna un ritorno ai tempi antichi in cui i sacerdoti erano contemporaneamente amatori della sapienza e interpreti dei misteri divini.
 
Ma ciò che preme maggiormente il filosofo umanista è dimostrare l'immortalità dell'anima, la quale è un corpo solido o mobile. Se solido è difficilmente raffigurato dai corpi e, se riceve una figura, o non accoglie tutte le altre o se le accoglie si intorbidano. Se fosse un corpo labile non terrebbe nessuna figura. Ma l'anima umana è in grado di pensare i corpi e, pertanto, nessun corpo è talmente grande che essa non possa pensare o contemplare.
 
L'anima consiste in un moto circolare perpetuo che, però, manca di un termine. Questa infinità dell'anima la si può ravvisare nella divisione dei corpi, nella produzione di un tempo passato senza inizio e un futuro senza fine. La mente si diffonde nello spazio, nel tempo ed è la fonte delle possibilità che immagina potranno realizzarsi o che non si realizzeranno mai. Ma ha, comunque, il potere di realizzarle.
 
L'anima è naturalmente congiunta col corpo e ciò che dallo spirito penetra nel corpo, l'anima percepisce solo ciò che è presente e si ha, quindi, la percezione. Questa giudicando produce la fantasia. Di conseguenza, se il giudizio dell'immaginazione è diverso dal giudizio della ragione, allora, il giudizio riguarda la forma e la natura del giudicante e non della cosa giudicata.
 
Dato che il giudizio del giudicante è atto, esso appartiene necessariamente allo spirito e, lo spirito non è mosso dal corpo, ma muove se stesso. Ma, per il Ficino, l'anima non mantiene la sua unità poiché la natura dell'intelletto è duplice: l'angelica separata dai corpi e l'umana congiunta con esso.
 
Il Ficino, insieme a Plotino, è l'iniziatore di una dottrina che non è un'esperienza mistico-religiosa, ma razionale o sovrarazionale. Consiste nell'abbandonarre le passioni e le sensazioni corporee e in un'ascesa, attraverso la contemplazione e la concentrazione, verso l'intelleggibile e il divino. Dopo aver operato il giusto discernimento, l'anima prende le giuste e necessarie decisioni morali, non basate più su comandamenti e sentimenti specifici, ma su princìpi generali da applicare a situazioni specifiche. Questi princìpi sono gli obblighi verso noi stessi, verso gli altri e l'intera società.  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 
 
 
 

 

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