Dialogi ad Petrum Paulum Histrum

ritratto di Antonietta93
Leonardo Bruni, originario di Arezzo, è un personaggio di importanza notevole nel contesto culturale dell'Umanesimo sia da un punto di vista politico in quanto è stato cancelliere della Repubblica fiorentina sia da un punto di vista letterario. Nei primi anni del 400 scrisse i Dialogi ad Petrum Paulum Histrum, cui personaggi principali sono Coluccio Salutati, Niccolò Niccoli, Roberto de Rossi e lo stesso Bruni.

I Dialogi non sono una vera e propria opera nè un trattato, è piuttosto un'operetta, appunto sotto forma di dialogo in latino. Per confessione dello stesso Bruni, l'operetta riprnde il modello ciceroniano del De Oratore rispetto al quale si possono ravvisare analogie e differenze. 

Vi sono analogie innanzitutto sul piano dell'impianto sostanzialmente realistico: infatti, nei Dialogi, siamo nella Firenze culturale del tempo. Sempre sul piano dell'impianto, un ulteriore elemento di analogia è la palinodia che consiste nell'affermare una cosa nel primo libro e dire l'opposto nel secondo libro. é questa, una modalità attuata dal personaggio di Antonio nel De Oratore. Altri elementi affini fra i due testi sono la casa che funge da luogo di raccolta e il motivo della festa: nel testo umanistico siamo a Pasqua.

Per ciò che concerne invece le differenze, quella più evidente è la presenza/assenza dell'autore. Nel testo ciceroniano, l'autore è assente poiché Cicerone afferma di riportare ricordi di conversazioni avvenute in tempi addietro, mentre nel testo di Bruni, si avverte fortemente la presenza dell'autore che tratta di temi attuali e attualizzati. Difatti, la stessa disputa avvenuta fra i personaggi non è un'invenzione di Bruni, ma è oggetto di discussione fra i contemporanei.

Il Bruni dedica il proemio al suo amico lontanio Pier Paolo Vergerio, con il quale aveva studiato greco a Firenze nel circolo di Manuele Crisolora richiamato in Italia nel 1396 da Coluccio Salutati.

Il Salutati, definito l'uomo più eminente per sapere, eloquenza e dirittura morale, sostiene l'importanza dell'esercizio della discussione, della disputatio, perchè permette di comprendere sottili verità, mantiene la mente occupata e l'esercizio rende padroni del discorso. Da un tale esercizio può derivare la vittoria e quindi la gloria, oppure, la sconfitta e questa deve essere motivo di maggior concentrazione negli studi. Di conseguenza, anche coloro che non mettono in pratica quanto hanno appreso possono parlare soltanto con i loro libri.

​Sostiene, altresì, il ruolo subalterno del latino rispetto al volgare e si rammarica per il fatto che Dante abbia scritto la Comedìa in volgare; se l'avesse scritta in latino, sicuramente, avrebbe raggiunto, quella gloria letteraria e quel prestigio intellettuale di cui era degno.

Per il Niccoli, Dante dovrebbe addirittura essere rimosso dalla schiera degli intellettuali e lasciato in compagnia di lanaioli o altra gente del genere: è evidente una squalificazione per ogni lingua diversa dal latino.   ​  

 

 

 
 

 

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