Ficino: in bilico fra amore e magia

ritratto di Antonietta93

Il De Vita Coelitus Comparanda ​ è un testo di carattere medico-magico-astrologico di Marsilio Ficino, rappresentante del platonismo fiorientino (di cui ho già parlato in qualche testo precedente). Si presenta diviso in tre libri ed​ è essenzialmente rivolto agli uomini di lettere che per la loro stessa professione sono soggetti alla malinconia. è stato composto 20 anni dopo il C​ommentarium Platonis Convivium de Amore, e​ nonostante le distanze tematiche e temporali, le due opere sono strettamente connesse per ciò che concerne l'impianto filosofico di derivazione platonica. Infatti, sono ravvisabili echi della teoria platonica dell'eros nella concezione ficiniana della magia, basata sulla naturale attrazione delle sostanze, che hanno in comune la loro c​ognatio.

Nel De Amore, il Ficino illustra il ruolo dell'amore come mediatore, come copula mundi; ruolo che, invece, nel D​e Vita è​ svolto dall'anima. Un universo pregno di segni, corrispettivo delle ragioni seminali del D​e Vita, r​appresenta il riflesso delle idee insite nella mente divina. è, dunque, evidente l'apporto plotiniano che postula la consonanza e l'omogeneità tra le strutture del macrocosmo e quelle del microcosmo tramite un continuo processo circolare di diffrazione dall'Uno al Molteplice e di ritorno dal Molteplice all'Uno.

Accanto alla tradizione platonica e neoplatonica, il filosofo umanista introduce un elemento di novità: lo spiritus, veicolo astrale, atto che vivifa ogni azione magica e aspetto della realtà. La presenza dello spiritus come termine medio è resa necessaria dalla natura in parte caduca del nostro corpo che, essendo di materia troppo densa e pesante, non riesce a ricevere direttamente la vita dall'anima del mondo. Una tale immagine dello spiritus viene riprodotta anche nel commento al Convivio di Platone, dove, nell'orazione della sacerdotessa Diotima, lo spirito "si fa carro e strumento dell'anima". Infatti esso, consumandosi nell'ardore della passione amorosa, lascia soltanto la parte più arida e secca del sangue rendendo gli uomini collerici e malinconici. Il nostro spirito, come lo spirito del mondo, è in ogni membro e parte corporale. Ma mentre la nostra anima lo trae dagli umori e dagli alimenti, l'anima del mondo lo trae dalla forza generativa.

Infatti, nel C​onvivio, lo spirito è un vapore sottile generato dal caldo del cuore, passa per le virtù dell'anima e le comunica al corpo. In una sola occasione, Ficino fa riferimento nel D​e Vita all'opera platonica, sottolineando il legame esistente tra la teoria platonica dell'eros e la sua concezione della magia. Nel terzo libro del D​e Vita, ​​l'autore affronta un tema probabilmente sottoposto a degenerazioni nel campo dell'occultismo e dell'eresia. Si può attrarre lo spiritus, tramite colori, erbe, profumi, a quel particolare astro, ma è anche possibile imprigionarne la virtù nelle statue e nei talismani, che riproducono le immagini celesti, da cui dipendono le forme delle realtà inferiori.

La perplessità dell'autore ficiniano, tuttavia, non deriva tanto dal riconoscimento dell'esistenza di demoni, la cui presenza nel mondo è postulata a priori, quanto dalla possibilità che tali demoni siano attratti dai talismani custoditi dagli uomini e, nel momento in cui, questi ultimi venerano questi oggetti, minano le fondamenta stesse del dogma cristiano. L'imitazione del moto del mondo è pressochè differente dalla venerazione o dall'adorazione, sebbene entrambe praticate dall'uomo, poichè quest'ultima presuppone come solo e unico oggetto Dio. A questo punto, però, Ficino definisce lecita un'attività, qualora fosse praticata dall'uomo: si tratta della captio delle virtù stellari, ovvero il tentativo di attirare e quasi di afferrare concretamente l'irradiazione degli influssi astrali, qualificando l'uomo come soggetto attivo e artefice del proprio destino. Emerge pienamente la concezione umanistica dell'individuo, in cui si delinea la figura di un uomo costantemente proteso alla ricerca di una perfetta coincidenza fra vita e azione pratica in un giusto equilibrio fra vita spirituale e realtà materiale. In secondo luogo, il Ficino si salva dal tentativo di considerare le stelle come entità autonome e, per di più, determinanti per le sorti degli uomini, sottolineando il carattere naturale delle influenze astrali.

Presupposto di ogni azione magica è la volontà di controllare e indagare l'influsso dello spiritus sulla materia e poi custodirlo nei talismani, i quali, in seguito ad una serie di operazioni teurgiche possono richiamare non soltanto le forze celesti, ma anche le anime dei demoni. Prima di soffermarsi sulla caratterizzazione delle immagini catturate dal mago-demiurgo, l'autore offre alcuni considerazioni sulla croce, un simbolo dotato di somma potestà presso gli antichi, considerato il ricettacolo che accoglie le energie e gli spiriti dei pianeti. Nella civiltà egiziana, la croce era simbolo della vita futura e veniva perciò raffigurata sul petto della divinità Serapide. Per Ficino, questo ha un duplice significato: essa è, da un lato, l'inconsapevole profezia dell'avvento di Cristo e, dall'altro, indica che l'uso di questo simbolo non è una prerogativa esclusiva del Cristianesimo. In realtà, lo studioso francese Chastel, sostiene che l'interesse ficiniano verso i geroglifici aveva trovato la sua realizzazione nell'immagine della croce ansata egiziana che rappresenta la vita immortale ed è raffiguarata tra le mani delle divinità negli affreschi e nei rilievi. Con questa duplice considerazione, il Ficino si muove lungo due direttrici: dimostrare che l'uso di questo simbolo è la prefigurazione della salvezza cristiana e interiorizzare, attraverso di esso, l'irradiazione degli influssi astrali.

In entrambi i casi, l'obiettivo dell'autore è quello di suscitare stupore dinanzi a tante coincidenza astrali, che si pongono l'intento di magnificare la verità cristiana. Poi descrive i poteri dei raggi delle stelle richiamandosi all'orazione di Alcibiade nell'opera platonica. Lo spirito, generato dal cuore, passa per il corpo e risplende agli occhi. Dagli occhi saettano le frecce che trapassano il corpo dell'amato e feriscono il suo cuore.

Introducendo poi un sottile parallelismo fra l'azione del filosofo e quello del coltivatore, il Ficino cerca di spiegare e dimostrare il legame fra la teoria platonica dell'eros e la sua concezione della magia. Innanzitutto egli sostiene che l'amore, essendo il motore dell'universo intero con il cielo, le stelle e le sfere celesti, rende l'uomo eterno; l'atto del generare è un tentativo di rendere immortali le cose mortali e la magia non è altro che il tentativo, da parte dell'uomo, di imporre il suo dominio, il suo imperio sulla natura, di controllarla. L'azione magica, nella definizione datane da Ficino, è un'esperienza mitico-esistenziali. L'energia e la sollecitazione interiore, caratteristiche tipiche dell'eros, spingono un individuo a fondersi con un altro in modo da diventare parte di quell'ordine cosmico e di quella struttura universale che presiede al tutto.

 

 

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