Divertimento e diversità

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Mi è sempre venuto spontaneo ragionare sulle parole e trovando molto spesso in esse, grazie a questi ragionamenti, delle profonde verità.

Una di queste è la parola “diversità”, e non si tratta per me di esami etimologici dotti ed accurati, ma soprattutto di un rapporto che direi intuitivo ed emotivo con le parole stesse, una percezione intuitiva di tutti i significati reconditi, più o meno inconsci, della parola stessa.

 

Letteralmente la “diversità” è la deviazione da una norma, per una qualche ragione, e son tante queste ragioni, è il seguire un percorso sentito estraneo a quella che può essere considerata la normalità; per estensione a questa parola sono immediatamente associabili altre parole, come ad esempio la parola “divertirsi”, e seppure, apparentemente, sembra aver poco in comune con “diversità”.

 

E già subito, pensando a “divertirsi e divertimento”, nascono forti sensazioni.

Viviamo in un'epoca che del “divertimento” ne ha fatto quasi una sorta di ossessione, “divertirsi a tutti i costi” sembra quasi una parola d'ordine, un obbligo sociale, se non si possono esibire “tanti divertimenti” sembra quasi ci si debba vergognare, sembra quasi che ci “si diverta”, più che non per un piacere dell'essersi “divertiti”, per il fatto di poi poterlo dire ed esibire; è anche abbastanza dubbio che nella maggioranza dei casi ci si sia “divertiti” davvero (almeno “divertiti” nel senso più ortodosso del termine, cioè “aver provato un forte piacere nell'azione agita per questo fine”); a volte addirittura ci si autoconvince di “essersi divertiti” e si recita con convinzione, fino ad ingannare sé stessi, la parte del “divertito”, sentendo come immensa frustrazione “l'impossibile ammissione del non essersi divertiti”.

 

La moderna ossessione per il “divertimento” mi suscita subito quella che direi una netta contraddizione del nostro vivere attuale; il “divertirsi” in questo vivere attuale è episodico, occasionale, marginale, rispetto a quella che si pensa la vita normale e preponderante; ci “si diverte” in tempo di vacanze, il sabato sera, in quei rari momenti quando ci si può permettere il lusso di uscire dai normali schemi della vita concreta; quello che mi appare al limite della contraddizione è questa accettazione della vita dove il “divertirsi”, cioè il provare piacere della vita, sembra essere relegato all'occasionale, se non all'eccezionale, cosa che, per riflesso, sembra relegare la vita preponderante e normale a fatica, noia, sofferenza, a “non divertimento”.

 

Dovrebbe esservi una “grande nazione” dove nella sua costituzione sta inserito il “diritto alla felicità”, certo nelle costituzioni stanno scritte tante cose, la maggior parte delle quali sono disattese e calpestate, è abbastanza vago cosa si possa intendere con questo costituzionale “diritto alla felicità”, ma essendo abbastanza certo che la “felicità” dovrebbe consistere in uno stato di benessere o “divertimento” più o meno continuo e permanente, e la stessa lettura di quel principio costituzionale porterebbe ad intenderla così, e per questo sembra molto contraddittorio che proprio quella stessa “grande nazione”, in questo similmente a molte altre che tendono ad imitarla, per il modo in cui ha organizzato la sua società, releghi di fatto questa “dovuta felicità e divertimento”, e ammettendo che si tratti di vera felicità, a momenti episodici, quando non eccezionali; una società che nella sua prassi preponderante e normale tende di fatto ad ostacolare od impedire lo sviluppo di qualsiasi ideale di “felicità” non episodico ed effimero, ma stabile ed invasivo dell'interezza del reale; una società che se davvero si curasse seriamente di quel principio dovrebbe forse coerentemente negare sé stessa.

 

Ma quella che mi appare come la contraddizione più grande è su come l'uomo possa supinamente accettare una visione ed una prassi della sua normalità improntate, e per sua stessa ammissione, e sta proprio nella “ossessione del divertimento” questa sua ammissione, sulla fatica, sul sacrificio, in fondo sull'infelicità, e si accontenti, come consolazione, di “divertimento” occasionale, qualche volta eccezionale, ed anzi gli basti l'aspettativa di questo “divertimento”, un'aspettativa spesso irrealizzata e che spesso funziona più come aspettativa che come realizzazione, e gli basti questa aspettativa, questa sorta di miraggio, per ripetere e ripetersi “la vita è bella”, direi che lo hanno conciato bene quest'uomo, l'hanno plagiato a convincersi che basti questa illusione di “divertimento” per accettare tutto e di più; per fargli credere che non esiste nulla di meglio, che non esiste una felicità che vada oltre il “divertimento”, una felicità che non sia aspettativa di un momento eccezionale, ma un costante e continuo stato dell'essere, una felicità che sia vita.

 

E' veramente disarmante l'esistenza e la concezione di questo “divertimento”, come se esso fosse quella “felicità provvisoria ed eccezionale” che riesce a rendere sopportabile il “non divertimento continuo e costante” che caratterizza la vita; la caramellina che si dona al “bimbino” come premio per tutta la fatica di un giorno, c'è di fatto in questa concezione la rinuncia aprioristica ad una “vera felicità”; il colmo sta nel chiamare questo “divertimento”, il colmo sta nell'accettare che la gioia e la felicità possano consistere nel “divertere”, nella fuoriuscita eccezionale dalla “retta via”, accettando questa concezione si è di fatto già morti rispetto all'accesso alla felicità.

 

Esulo dal cercare pensieri sulla natura di questo “divertimento” inseguito con ossessione dall'uomo moderno, vi esulo essendo una ricerca troppo complicata e che immagino, per molti versi e dal mio punto di vista, penosa; un “divertimento eterodiretto”, che marcia sulla superficie delle cose, dove spesso è il dovere che si camuffa da piacere, e dove la vera essenza della felicità e del piacere non viene neppure sfiorata.

 

Ma tornando all'inizio e alla parola “diversità” sento molto interessanti le relazioni che possono intercorrere fra questa e il “divertimento”.

Non è neppure molto facile definire cosa sia la “diversità” ed anche considerando la prima e più importante obiezione che potrebbe essere subito rivolta a questa parola e cioè che “siamo tutti diversi”, e se siamo tutti diversi che senso ha parlare di diversità? Naturalmente se tutto fosse così lineare si entrerebbe nella relativizzazione che renderebbe nullo ed inutile ogni ragionamento.

E non c'è dubbio che “siamo tutti diversi”, anche a cercarle col lanternino è quasi impossibile trovare due facce uguali l'una all'altra, come anche tratti caratteriali e di storia personale perfettamente identici.

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