A SPASSO PER IL MONTE FUJI, IN CERCA DI VEDUTE (primo atto dell'opera "Voglio vivere come Hokusai")

ritratto di Mauro Banfi
 
       
La scena era davvero curiosa.   
Il noto disegnatore e pittore Hokusai (che da poco aveva cambiato il nome d’arte in I-itsu, vale a dire “ciò che non è visibile né udibile né palpabile non può essere distinto e dunque forma un “I –Itsu” [1], “un tutto unico”) stava tirando per la collottola della veste i suoi due assistenti/allievi Bakin e Hokusen, e li posizionò davanti alla ringhiera che proteggeva i viandanti dal ribollire delle correnti dell’impetuoso fiume Tone.     
 

«Non mi dovete più chiamare maestro!    

Io sono come questa ringhiera che protegge dal fiume furioso in piena, ma non sono la vostra stampella.
Volete viaggiare con me e imparare da me: bene, lezione numero uno: coloro che non sanno darsi la disciplina da soli, trovano sempre qualcun altro che lo farà al posto loro, alle sue condizioni, rendendoli bestie e schiavi.
Lezione numero due: non vi può essere liberazione se non ci si libera anche da ciò o da chi ci ha liberato.     
Detto questo: viaggeremo alla ricerca di vedute del Monte Fuji.
Mi sono state commissionate dieci stampe dalla libreria Eijudo di Edo e disegneremo il Sacro Monte da ogni punto di vista possibile.
Sarete pagati per quello che avrete meritato e dimostrato sul campo.
Mangeremo quello che ci daranno contadini, pescatori e artigiani e che troveremo per la via: presso di loro chi non lavora non mangia.
Dormiremo dove capita e con chi capita, se consenziente.
E’ tutto: in marcia, e non chiamatemi più maestro o vi rispedisco a casa a calci nelle chiappe!» 
«Come dobbiamo chiamarvi allora!» balbettò Hokusen, uno smilzo ragazzone lungagnone.    
«I-itsu. Andiamo.»  
 
 
      
Il viaggio cominciò con una giornata limpida e col vento del Sud che alitava a favore; tra gli alberi delle strade, per le campagne su cui scorrevano i venti della primavera inoltrata, sulle rive del mare dove la schiuma delle onde si frangeva sulle spiagge creando volti metamorfici, i viandanti del Sol Levante s’incrociavano all’angolo dei ponti, o davanti alle cascate che nella fresca ombra delle foreste appaiono come definitive visioni della vita che fluttua trionfante.    
 
 
 
In ogni angolo di Giappone I –Itsu e i suoi allievi disegnavano una porzione di Fuji Yama, la montagna sacra, la sede dell’eterna gioventù della natura.   


 

Dopo una settimana di schizzi e di copie e d’imitazione della Sacra Montagna, Hokusen se ne venne fuori con uno sfogo inaspettato, che cominciò con uno sbadiglio:
«I-itsu, con permesso: mi sono stancato di ricopiare il Monte Fuji, è un soggetto troppo facile e ripetitivo.»
 
 
«Vorresti dire che i disegni e i dipinti che ho creato finora sono roba da bambocci, insolente?» disse il suo insegnante indispettito, inarcando il sopracciglio destro.       
«Vabbè, ma voi siete il nostro Maest…perdonate, la nostra guida del viaggio e del disegno e della pittura. Quello che create voi è vivo, colorato, fluente. Guardate il mio disegno, invece, è qualcosa di elementare e banale. Ma come fate?”     
 
 
«Il problema , cari Hokusen e Bakin, è che voi imitate la natura come due scimmie copiano a gesti i movimenti del loro culo mentre scoreggia.
Non dovete rappresentare l’aspetto del Fuji ma l’uomo che lo guarda muovendosi intorno alla sua cima e alle sue pendici e il tempo che trasforma l’uomo che osserva il Monte, mentre fa un passo avanti o indietro, a destra o a sinistra, sopra o sotto.

La montagna cambia continuamente, è impermanente, proprio come l’osservazione dentro di noi.
La natura sembra immutabile, ma in realtà muta di continuo passando attraverso lo sguardo di una persona e le sue emozioni.
E allora, dipingete il tempo che passa dentro di voi mentre osservate il Fuji»
 
      
Un pò discosti da I-itsu, Bakin e Hokusen ripresero a disegnare il Fuji, quando una strana figura incappucciata fece capolino da dietro un albero guardando Hokusen.
 
 
«Guarda, Bakin, è ancora lei, lo spettro della megera Kasane, che vuole farci del male»
I due assistenti si alzarono in piedi e videro l’oscura figura, alta circa un metro scarso, andarsi a nascondere dietro un cespuglio.
Ma poi…videro il suo volto demoniaco senza cappuccio sovrastare il cespuglio, alto due metri, per osservarli, ghignando e sbavando!

 

 
«Adesso basta, Bakin, me ne ritorno subito a casa, ne ho abbastanza di questo Fuji sempre uguale come una barba e di questi demoni delle foreste!»
«Aspetta Hokusen, prima parliamone con il maestro…»   
«Che cosa sta succedendo ancora, rompinoci!» 
Disturbato dal trambusto dei due allievi, I-Itsu si avvicinò a loro in modo minaccioso.     
«Non riesco a lavorare, dannati mocciosi, che cosa state blaterando di continuo?»
«Guida I-itsu» rispose trafelato Bakin «qualcuno ci spia dall’inizio del viaggio e ci segue come un’ombra»    
«L’abbiamo vista pochi secondo fa dietro quel cespuglio, alto due metri!
Lo spettro della ricca e brutta Kasane, annegata dal marito per sottrarle i beni.» completò Hokusen. 
«L’avevo capito fin dall’inizio del viaggio, siete due fifoni pecoroni.
Datemi la fiaschetta del sakè: vado a fare due parole col vostro demone»
Preso il recipiente del prezioso liquore, I-itsu si diresse a passo sicuro verso gli arbusti indicati dai suoi apprendisti, aggirò cautamente la vegetazione e si ritrovò davanti la spettrale figura della brutta Kasane.
 
 
Alzò il sakè nella direzione del suo orribile volto deformato dalla vecchiaia e dalla sofferenza e, bevutone un sorso, brindò:  
«Comprendo i tuoi dolori, signora Kasane, e ti auguro la pace e un sereno riposo»
Proferito l’augurio I-itsu porse la fiaschetta allo spettro che prese a trangugiarlo avidamente, ma…orrore! il liquido colava dalle sue costole…il demone si stava trasformando in uno scheletro ammantato con una veste nera…
«Ma tu non sei Kasane, spettro, tu sei la Nera Signora, la Morte in persona…»
«…e vengo a trovarti non per prenderti – è ancora presto – ma per proporti una partita a Shogi[2], accetti?».

 

 
«Veramente sono impegnato nella ricerca di vedute del Monte Fuji, ma sono sempre stato gentile con le nobili Signore, e pertanto accetto.
A te la scelta del Re bianco o del Re nero»
«Re nero, ovviamente» scelse la Morte «a te la prima mossa, Guida dei Manga I-itsu».
 
                            


[1] Pseudonimo ricavato dal Libro della via e della virtù di Lao Tzu, testo taoista
[2] Shogi è una specie di gioco degli scacchi, in versione giapponese.
Obiettivo del gioco, come negli scacchi, è la cattura del Re avversario. La particolarità dello Shogi è che ciascun giocatore può riutilizzare i pezzi catturati al suo avversario, a differenza del gioco degli scacchi occidentale.

Vi aspetto per il Secondo Atto:
"Partita a Shogi con la Nera Signora",
prossimamente su Neteditor, in quest'estate "hitodama de yuku kisanij ya natsu no hara"
.

               PARTITA A SHOGI CON LA NERA SIGNORA
       

 

 

 

 

 

 

 

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ritratto di Jazz Writer

Bello

una descrizione che rapisce e fa pensare. stupende le due massime, o lezioni di I-Itsu. La seconda poi è molto sottile, ed importante. Dopo una tirannia, o una dittatura, non è sufficinete osannare i liberatori, bisogna anche sapersi liberare da loro( esempio gli americani per noi...vabbè, non divaghiamo)... sono molteplici gli esempi, reali di vita pratica o anche mentali. La prima lezione è apparentemente più chiara e più seguita, forse... una domanda: ma i dialoghi, il testo, lo hai scritto tu? E i disegni sono di I-Itsu?...

Ultima cosa, ti segnalo un refuso, il post merita di essere lindo...ciaociao.

Refuso: Preso il recipiente del prezioso liquido, I-Itsu si diresse "ci" passo sicuro...

ritratto di Mauro Banfi

Grazie, Jazz, per il momento: poi ti rispondo più diffusamente.

Sto gestendo l'immissiome di un'enorme mole di HTML e ne avrò ancora per un paio d'ore.
Quest' opera è direi, al di là del fatto che piaccia o meno - legittimamente -, monumentale. Ma mi diverto da pazzi, da Hokusai, direi.
A dopo, carissimo
Grazie per la segnalazione del refuso, vado a correggere.
Per quest'opera autorizzo ogni lettore alla caccia al refuso.
Gioia a tutti

 

ritratto di Mauro Banfi

Note dell'Autore:

Questa volta non scriverò l'iconografia del pezzo, perchè mi dovrei slogare il polso e il calore è elevato:
chiunque voglia informazioni sui Manga, i disegni e i dipinti di Hokusai presenti nel Primo Atto e nell'opera tutta mi scriva a :
zuzzurro.zuzzu@gmail.com

Abbiate gioia

ritratto di Mauro Banfi

Rieccomi, Jazz: una volta domato il tigrotto.

Allora, miei sono senz'altro il metodo e la forma, anche se li ho imparati da altri.
Il metodo è quello di Pietro Citati ed è singolare e complesso: per il libro su Franz Kafka, ad esempio, ha letto tutti i libri di Kafka e probabilmente tutto quanto è stato scritto su di lui, e ha dato vita a un libro che non è una biografia quanto piuttosto una meditazione, quasi la vita di un santo ...
Ho fatto lo stesso per Hokusai "usando" materiale letto e accumulato nella mia casa e nel mio essere per quarant'anni.
Che cosa è mio e che cos'è del lettore?
La forma è quella del cinema, dei graphic novel, dei racconti brevi e del teatro: quella di Aristotele.
Telly diceva che i drammi erano costituiti da tre parti: situazione iniziale, sviluppo e conclusione.
Dopo anni di sperimentalismo mi sono convinto che aveva ragione lui, anche se voglio sottolineare che la struttura ternaria è architettura e non una formula magica.
Nel senso che le telenovelas sono tutte uguali mentre Il gladiatore, Air Force One e Casablanca, sono ternari ma diversissimi; e allora PRIMO ATTO, punto di svolta del primo atto con elemento catalizzatore; SECONDO ATTO e punto di svolta del secondo atto e il lancio della storia in una direzione inaspettata ma logica - e qua ringrazierò sempre Net per avermi fatto incontrare l'aureo Rubrus e la sua speciale narrativa che mi ha insegnato questo passaggio - e infine TERZO ATTO; CLIMAX E ANTICLIMAX.
Che cosa è mio, che cosa appartiene ai millenni e alla natura profonda dell'uomo?

Abbi gioia
 

ritratto di Jazz Writer

Mauro, le tre fasi

alle quali accenni tu mi fan ricordare le mie lezioni di scacchi, e immagino sarà così anche per il Shogi. Ai miei allievi insegno come prima cosa che la partita a scacchi è come la vita, composta di tre fasi: c'è l'apertura, il mediogioco o centro di partita, e poi il finale. In genere, ma non seempre, così come nella vita, il finale è condizionato dall'apertura e in parte dal medio gioco( dovresti morire così come vivi...anch se non è una regola.) Quelle tre fasi nel gioco degli scacchi vanno distinte...l'apertura serve a mettere in campo tutti i pezzi ed arroccare... finita questa fase inizia la contesa dei pensieri...chi attacca dice: io voglio, chi difende dice io non voglio ...Lasker è diventato campione del mondo difendendosi quasi solamente ed aspettando l'esagerazione dell'attacco dell'avversario. Era insomma un insaccatore. Vedi quante analogie... tutto molto interessante, condivisibile, metaforico,... o no? ciaociao

ritratto di Mauro Banfi

Sì, Jazz: direi che hai centrato alla grande la spina dorsale

dell'opera.
La vita come una partita a scacchi o Shogi(che mi piace di più in quanto è possibile ripescare i pezzi mangiati, fenomeno che qualchevolta, raramente, succede anche nella vita di tuti i giorni).
Non metafora né allegoria ma è proprio così: ecco perchè la struttura di Aristotele tiene ancora dopo millenni.
Grazie delle acute condivisioni, Jazz.

 

ritratto di DIGITAMAN

Se c'è un Monte

Se c'è un Monte eccomi pronto a leggerlo con i piedi e, olisticamente parlando, con l'intero che sono!

Senza entrare nel dettaglio desidero esprimere piacere per questo tuo modo di presentare un'idea, un bisogno di condivisione; un lavoro che ha legami antichi da risultare fresco, tra l'altro richiede una non indifferente propensione, allenamento a leggere testi, a legarli e a lasciare quel tanto di godibile apertura, o meglio gioco. Nell'era del linka e incolla questa tua sensibilità ha del prodigioso!

Ti seguo che magari esce qualcosa di buono ;)

ritratto di Mauro Banfi

Cerco di dare il meglio per Neteditor e non il mio peggio, Digit

Perchè, forse follemente o forse eroicamente, credo in Neteditor e nelle potenzialità di questo medium.
Osservo, da tempo, negli altri utenti subentrare una forma d'indifferenza: le liti social, il minimalismo, l'asfissia dei piccoli club, l'esercizio dilettantesco della critica letteraria da parte di chi non ha nessuna autorevolezza per esercitarla.
Distolgo la sguardo - è l'unica forma di negazione che la mia ferrea disciplina si concede - e miro a diventare una pura energia creativa e costruttiva massimalista, e cerco di seguire gli aurei modelli di Leonardo da Vinci e Hokusai, pure forze della natura creative e assertive.
Ora, a mio avviso, è  proprio l'atteggiamento antifinalistico e antikitsch della consape­volezza di queste due forze della natura - cercano, ricercano e non gliene frega un fallo di piacere ad ogni costo al maggior numero di persone -, così come la spontaneità del loro comportamento gentile, affabile e creativo, a renderli simili alla natura, al punto da farne, per l'appunto, una « forza della natura » che raggiunge sempre degli effetti senza porli come scopo.
Allora la consapevolezza dell'uomo naturale ed energico non può essere fonda­mento di un  contrasto nei confronti dell’idiozia social o della tristezza minimal, ma dà forma ad una semplice differenza: una differenza di capacità, di energia, non di  valore personale e umano, così come non si può parlare di differenza di valore confrontando nel regno animale un’aquila e una gallina, o, nel regno vegetale, una quercia ed un’ortica, o, nel campo fisico, caldo e freddo.
Ciò significa che, a rigore, non si dovrebbe parlare di una  maggiore energia dell'uomo naturale ed energico rispetto all’idiota, ma solo di una sua diversa po­tenza vitale, di "virtus" in senso greco, latino e rinascimentale: o, per lo meno, il termine «maggiore » dovrebbe essere usato depurandolo da ogni richiamo valutativo.
Infatti la capacità di con­nettere, le capacità di creare e comunicare qualcosa di valido e valoroso e la consapevolezza energetica dell'uomo naturale, in quanto sue doti  naturali, non lo pongono al culmine di una scala gerar­chica, ma lo dislocano al limite dì un orizzonte: non lo collocano alla vetta di una graduatoria, ma al massimo di una graduazione, come quella stampigliata sul termometro, e il mio "Hokusai" segna quarantadue!
In quanto « forza della natura », il saggio naturale non  vale di più dell’idiota social o del tristo minimalista, ma può di più: ed è del tutto arbitrario passare da questa constata­zione all’affermazione che vale di più  perché può di più.
Sono solo pretesti per flames social, come volevasi dimostrare.

Nel gran gioco del pluralismo di Neteditor . e continuo ad adorare questo sito per questo suo gioco carnevalesco, caleidoscopio, cosmico e metamorfico delle differenze - cambia molto se uno crea nell'ottica del valorizzare o del disprezzare.
E questo sito, per quello che mi ha dato, DA ME MERITA IL MEGLIO.
Nessuno osi chiedermi il peggio, non lo avrà mai.
Questo monumentale "Hokusai" incita le amiche e gli amici di Neteditor alla riscossa e al Rinascimento, dopo mesi di decadenza e tedio social e malinconia minimal e criticismo alla fallo: potere fare di più perchè potete diventare qualcosa di "maggiore".

Naturalmente due forze della natura come te e Organick comprenderanno molto bene questo mio discorso - fenomeno diverso dal condividere -.
Voi, amichevoli, amati, cortesi campioni del pluralismo educato e profondo.

Abbiate gioia
 

ritratto di DIGITAMAN

caro Mauro,

sarebbe bello spurgare il frutto delle nostre passioni che sono anche squisiti vagabondaggi, dalla pesantezza della vita diventata un assurdo dispendio psichico... 

Mi sono dato alla macchia (lasciando la leggerezza ad organick) prima di dare il peggio di me: se metti un animo quieto e propositivo in una stanza di nevrotici, cosa può uscirne? Ieri ho gelato l'ufficio dicendo che quella stanza (un ex callcenter dove siamo costretti in 10 a lavorare gomito e ascelle vicini) è diventato "un insulto all'intelligenza"; la collega più anziana mi ha guardato con disapprovazione come per dirmi "anche tu", insomma lì dentro mai una gioia, ogni cosa diviene pretesto per lamentela, solidarietà gregarie di gruppi contro gruppetti e chi resta solo o si salva o scivola nel suo abisso! Vivo in una capitale che se viene un invasore gli chiediamo aiuto e protezione, vengo da anni di dolore e follia vissuti appassionatamente con il mio ex compagno e adesso respiro in 28 metri di monolocale ma ahimè, la libreria accanto al divano letto, resta muta... Si vive la fine del mondo a giorni alterni come le targhe durante i giorni di aria ferma; gli altri strani giorni sono riservati alla stupidità, che qui a Roma devi sentire padri di famiglia pronti, si fa per dire, ad imbracciare il fucile per la guerra risolutoria di tutti i mali. Adesso al tassinaro non potevo parlargli di "nichilismo compiuto" come posso fare in amicizia con te. Stamani colazionando dalla proprietaria del mio angolo di quiete (le nostre finestre si baciano dentro un palazzo a forma di croce in quel di Ostia Lido, niente di che ma sempre lontano dalla pipinara della capitale) mi ha rivelato il dramma che si sta consumando dentro questa città e questo paese, le ho chiesto da dove viene rabbia, nervosismo e quel pensiero della fine che ci attanaglia... Mi ha risposto che la gente ha paura di non farcela, paura di non avere abbastanza denaro! Mi ha meravigliato l'ottantenne che sa di essere alla fine della sua storia, pensavo a qualcosa di più profondo... Come vai scrivendo da anni il sistema elevato ad unica ragione di esistenza, ci ha messo in competizione gli uni con gli altri e chi deve combattere con le sue maschere (e con i suoi soldi) finisce per soccombere! Cosa ci resta?

Domenica parto all'alba per un altro trek, si va alla Cima del Redentore che spalanca gli Aurunci sul golfo di Formia, Gaeta, congiungendo terra popoli e cielomare! Da miscredente chiederò per me redenzione dalla stanchezza e, per tutti gli altri, una luce benevola che possa collegare testa e cuore e piedi, di più non posso...

Ricomincio da questo tuo nastro delle meraviglie, da quella maniera squisita di rimettere in moto le silhouette del Monte Fuji, dalla voglia di rigiocare l'esistenza dell'artista che se leggi le tre stronzate pubblicate da Wikipedia, capisci tutto: un Hokusai giunto al traguardo della vecchiaia, si gioca la paura di morire con l'unica cosa che ha imparato lungo il suo viaggio, ovvero un poco di arte strappata alla pesantezza di vivere che gli permette uno sguardo fresco verso la montagna sacra per l'eternità! Dove, in parole poverissime, per "sacro" ed "eternità" intendo lo sforzo e la sensibilità che ci strappano dai cattivi sentimenti, dalle depressioni dei nostri vasi sanguigni e amari, dalla prigione del qui ed ora se non possiamo inventarci porte, passaggi o interstizi tra i giochi crudeli ed idioti del potere. E sacro ed eternità vogliono anche essere un ponte invisibile, un abbraccio di solidarietà storica che vede la storia come un contenitore che si perde nella notte dei tempi fin dentro le grotte rupestri dei primi uomini sulla terra, fin dentro la polpa vitale che è la nostra natura di esseri a volte simili agli insetti, anche una solidarietà bio-logica con tutte le forme di vita e loro territori.

La nostra porta il peso e la straordinaria opportunità di poter donare senso a ciò che sembra non averne...

Questo è il prorgamma che tenterò di rimettere in gioco (solidarietà biologica e sfondamento dei limiti naturali come ho sperimentato con organick e solidarietà storica e di nuovo sfondamento dei limiti culturali, come ho appena abbozzato con la maschera di DIGITAMAN), questo compito-programma può diventare squisito come da te e mi sono dilungato come sempre (solo nell'opera mi dono concisione!) tanto per dimostrare che la tecnologia può diventare stupida se gli levi l'energia. Noi dobbiamo abbandonare questo comodo vestito, questa sciocca armatura dei tempi. Spero di ritrovare la forza e il coraggio, la descrivibile - solo a tratti - gioia di trasmutare la vita, come fate tu ed Hokusai. Un lungo abbraccio!

ritratto di Mauro Banfi

Ho riletto questo commento/dono tre volte, Digit: emozione,

poi gioia e poi pensiero, provo.
Grazie innanzitutto perchè chi non sa restituire quello che ha ricevuto è fuori dal sacro.
Questa è la condanna ultima della nostra società consumista e materialista, l'aquila di Zeus che viene a divorare un fegato ogni giorno ricrescente, ogni giorno putrescente.
L'aquila di Zeus dal becco intriso di tessuto epatico è l'incapacità di pensare il proprio pensiero.
Il materialista economico, ad esempio, ti dice: "non siamo liberi" ma sotto sotto è convinto di affermarlo liberamente e faccenda per fottere il suo prossimo in nome della libertà.
Questo è stato il Berlusconismo e il Trumpismo, questo è il ghiaccio nero in Groenlandia che sta per innescare il finale autoriscaldamento di Gea.
Tu hai compreso tutto del mio Hokusai, birichino mercuriale et profondissimo.
La mia arte -nell'era della morte dell'arte - è il cubo che Husserl mostrava ai suoi allievi, una scatola di fiammiferi, dicendo loro che in qualsiasi modo si presenti il parallelepipedo rettangolo in questione, non si vedranno mai più di tre facce contemporaneamente, anceh se il solido ne ha sei.
Morale: Mauro Banfi/Husserl 3, materialisti 0 e palla al centro.

 
Non c'è più il cielo delle idee metafisiche, non c'è più il Cosmos greco o il Dio delle sacre scritture, o perlomeno non sono più obbligato a crederci perchè sono capace di dirmi da solo che cosa va bene e che cosa va male.
Sappiamo vivere senza intermediari, ma senza però essere schiavi del materialismo, capaci di pensare, perchè altrimenti era meglio seguire il guinzaglio degli intermediari.
Nel quotidiano, nelle democrazie occidentali, sono ormai ben pochi gli individui disposti al sacrificio della vita per la gloria di Dio, della patria o della rivoluzione proletaria o dell'aumento del fatturato capitalista.
Invece, in circostanze estreme, molti pensano che valga la pena di lottare per la libertà e, a maggior ragione, per la vita dei propri cari.
In altri termini, alle trascendenze di un tempo - quelle di Dio, della Patria, della Rivoluzione e del Capitale - non abbiamo affatto sostituito l'immanenza radicale cara al materialismo dei vari Marx, Freud, Nietzsche o Adam Smith, la rinuncia al sacro e al sacrificio, ma forme nuove di trascendenza, trascenze "orizzontali" e non più verticali: radicate nell'umano, negli esseri che sono sul nostro stesso piano e non in entità situate al di sopra di noi.
Per questo costruire un'amicizia è molto più umano che insultare tutto e tutti e "criticare" a destra e a manca in nome delle autistiche cattedre del proprio Ego, senza autorevolezza.

 
Questo è il nostro nuovo orizzonte, fratello , amico, sodale: la trascendenza nell'immanenza dell'amicizia con la materia vivente e non inerte.
Questa è la spiritualità di Hokusai: il pensare che la materia non sia morte, il credere che non sia tutto qui, nella fine oscura della materia.

 
Abbi gioia e resilienza e a presto