La macchina

ritratto di Gerardo Spirito
LA MACCHINA
 
 
1.
“È orribile.” disse il pubblico ministero, il viso perfettamente illuminato da una lampadina solitaria che pendeva dal soffitto, tanto da far sembrare il suo volto immischiato in un gioco di ombre e di luci ideate da Caravaggio in persona. Aspirò una boccata di fumo, meditabondo, e ciccò quello che restava della sigaretta nel posacenere di rame accanto al registratore. Guardò Nero che sedeva a braccia incrociate e col viso in ombra davanti a lui, e scosse la testa, sbuffando un circoletto di fumo. “Continua?” aggiunse.
“Sì.” rispose Meucci, l'ispettore capo, con le braccia conserte fermo in un angolo ancora più buio. “C'è ancora la seconda parte. Basta che facciate ripartire l'audio.”
La stanza puzzava di tabacco e le tapparelle dei due finestroni dell'ufficio del pm erano completamente abbassate.
“Lei che ne pensa?”
“Io?”
“Sì, Nero, lei. Che cosa pensa di questa storia?”
Nero sbuffò. “Tutto è iniziato con quella ragazza, la Lorusso, ritrovata in quel capannone fuori città. Non aveva neppure quattordici anni. Insomma, al tempo, la vicenda ebbe un gran seguito mediatico, ne parlarono per settimane, rimarcandola con le più assurde ipotesi.” disse Nero, lo sguardo assente. “Ecco, sono sei mesi che ci sto dietro. Ho visto e sentito fin troppo. Voglio chiudere il conto, signore.”
Il pm annuì. Fece l'ultimo tiro dalla sigaretta e abbandonò il mozzicone nel posacenere, ormai ridotto a un cumulo di cenere. Soffiò il fumo dal naso e disse: “Ok. Avanti.”
Nero allungò il braccio verso il registratore e schiacciò PLAY.
Uno schiocco sordo nel silenzio.
Poi due voci, per un secondo, confuse l'una sopra l'altra. Erano abbastanza lontane, ma comunque distinguibili.
Trecento. Anzi quattrocento in due sere.” disse la voce roca e senza timbro.
Il nano mi ha detto cinquecento.” la seconda aveva un accento straniero.
Ti ha detto una cazzata.”
Come?”
Ho detto che ti ha detto una cazzata, Ioann.”
Nero interruppe l'audio dell'intercettazione. “Ioann, come lei ben sa, è il nome del russo.” disse. “Ioann Oleynikov. L'altro che parla, invece, pensiamo possa essere lui, pensiamo sia il meccanico.”
Il pm annuì. “Il nome non lo conoscete?” disse.
“No. Di lui sappiamo ben poco. È italiano, questo sì. Ma è come un fantasma, signore. Non ci sono foto. Siamo in possesso solamente di due registrazioni audio, oltre a questa che sta ascoltando.”
“Com'è possibile?” disse il pm. S'inumidì con la lingua il labbro inferiore, con fare pacato.
“Purtroppo è così. E forse comunica solamente con il russo.”
“A quando risale quest'intercettazione?”
Nero tossì e, subito dopo, si schiarì la gola. “Solo pochi giorni. Risale al quattro.”
“È per questo che volete l'autorizzazione per quel condominio?”
“Sì, e ci serve anche per il domicilio di Oleynikov. Bisogna agire alla svelta, signore. Ma ora ascolti.” Nero fece ripartire l'audio.
A me quello non mi è mai piaciuto. Il nano intendo.” disse il russo.
È bravo in quello che fa. È un figlio di buona donna.”
Anche io lo sono.”
No, tu sei solo uno sporco russo figlio di puttana.”
Risero sonoramente per qualche istante.
E comunque? Hai cambiato l'olio alla Renault?” chiese il meccanico.
Quella nera, intendi?”
Sì.”
Ieri sera. Tutto ok.”
Per un attimo si percepì il suono di un clacson. E poi forse lo scarico di un pullman. “Altro?” disse il meccanico.
Beh, sì. Ho gonfiato i pneumatici alla Smart. Quella piccolina. Quella rossa.”
Bene.”
E nei prossimi giorno rottamerò quella che sai tu. Quella che il nano usa sempre, per intenderci.”
E a lui questo va bene?”
Gli dovrà andare bene per forza, cristosanto.”
Ok.”
Ah, dimenticavo, sto trattando anche due nuovi acquisti. Roba che viene da fuori. Poi vedrai.”
Quando?”
Spero presto.”
Bene. Bravo. Ora devo staccare.”
Sì.”
Mi faccio vivo io, come sempre.”
Sì, come sempre.”
La registrazione s'interruppe. Cadde di nuovo il silenzio. Poi Meucci si fece avanti nel buio, fermandosi accanto alla scrivania. Tossì. “Gonfiare i pneumatici, cambiare l'olio... Sono tutte parole in codice.” disse. “C'è un grosso giro di affari dietro queste ragazze, in ogni angolo della nostra città, e non solo. Strade, appartamenti, stazioni di servizio.”
Il volto flaccido del pm si contrasse un paio di volte, ma, a parte questo, la sua espressione rimase la stessa. Un misto di ribrezzo e di sdegno. “Parole in codice?” domandò.
“Proprio così. Quando nella telefonata si parla di gonfiare i pneumatici, in realtà intendono vendere la ragazza a qualcuno. Proprio come merce di scambio.” continuò Meucci. “Cambio dell'olio vuol dire semplicemente imbottigliarle di farmaci, confonderle. Quando le drogano sono più docili e quindi più... plasmabili. Comunque, come ha capito, usano varie espressioni, ma forse rottamare è quella più... la più orribile di tutte.”
“Perché?”
“Perché vuol dire sbarazzarsene. Farle sparire. Le ragazze scompaiono dopo che vengono rottamate.”
“Vengono uccise?”
Meucci guardò Nero, seduto in silenzio nella semioscurità prodotta dalla piccola lampadina, che gli restituì uno sguardo fugace. “Bé, forse. Dipende.”
“Dipende da cosa?” domandò il pm.
“Spesso dall'età. Spesso le più vecchie, o semplicemente quelle che lavorano da più tempo in quelle stramaledette condizioni, sì, spesso vengono... vengono uccise, signore.”
Il pm non disse niente. Fissava Meucci mordendosi il labbro inferiore.
“Pensiamo che lì dentro, in quel condominio, ci possa essere qualcosa.” intervenne Nero. “Forse un nascondiglio, forse un luogo d'incontro. Ci vivono nove famiglie in quegli appartamenti, due delle quali sono rumene. È una zona povera, e forse alcune di quelle case sono anche occupate abusivamente. In ogni caso, lì intorno, ci sono strani movimenti.”
“Come avete scoperto il condominio?”
“Una soffiata.”
“Da chi?”
“Da una persona affidabile.”
Il pm sbuffò. Aveva la bocca secca e la faccia imporporata. “Non ci avete mandato già qualcuno a controllare?” chiese.
“Intende all'interno?”
“Sì.”
“No. Siamo a conoscenza dell'edifico solamente da quarantotto ore.”
Il pubblico ministero arricciò le labbra. Pescò da una tasca della sua giacca una nuova sigaretta e se l'accese. “Ioann Oleynikov.” ripeté pensieroso. “Il domicilio del russo e quel condominio. L'intero condominio...”
Aprì un cassetto e ne tirò fuori una pila di carte.
 
2.
Nero uscì dal tribunale da solo. La pioggia, da quel cielo di piombo, scendeva fitta e pesante, e lui rimase qualche minuto a fissarla sotto l'immenso porticato del palazzo, prima di raggiungere di corsa la sua auto ferma nello spiazzale oltre la strada.
Prima di partire chiamò al cellulare Enea e lo informò della situazione.
“Tutto ok.” disse Nero.
“Sì? Si farà?”
“Domani.”
“Bene.”
“Avverti i ragazzi.”
“Sì.”
“Due squadre. La mia e la tua. Tu da Ioann e io al condominio, come deciso.”
“Ok.”
Nero sospirò. “Naturalmente poco prima dell'alba.”
“Sì. Ora che fai?”
“Torno a casa.”
“Tutto bene lì?”
“Si si. Insomma, c'è Asia che mi aspetta. È con lei.”
“Va bene. Salutamele quando le vedi.”
“Sì.”
“Ci sentiamo dopo, allora.” disse Enea.
“Ok. A dopo.”
Poco prima di rientrare a casa, Nero, entrò nel bar dietro l'angolo. Ordinò una Bud ma ne bevve solo pochi sorsi. Poi entrò nell'alimentare lì accanto e si chiuse alle spalle, sbattendola, la porta rinforzata da sbarre di ferro. Il negozio era vuoto tranne il vecchio Franco, che lo salutò da dietro il bancone dei salumi con un semplice “Buonasera”. Indossava un grembiule bianco ricoperto sul davanti da vecchie macchie di sangue oramai diventate, a furia di candeggi, rosa chiaro. Nero rispose con un frettoloso cenno col capo.
Camminò in mezzo agli scaffali, scegliendo e frugando fra lattine e barattoli disposti in file ordinate. Scelse le cose da comprare tenendo d'occhio l'etichetta del prezzo. Una bottiglia di Coca-Cola, pasta, i cereali che Asia gli aveva appuntato e il latte fresco. Tornò all'ingresso e accatastò sul bancone della cassa i suoi acquisti. Poi si diresse al reparto carni e salumi. Franco lo guardò arrivare. “Allora?” chiese.
L'espositore era pieno zeppo di alimenti: forme di cacio e prosciutti e salsicce e salamoia. Un barattolo conteneva della ricotta e un altro sottaceti.
“Un paio d'etti di quel prosciutto.” disse Nero.
“Tagliato a fette?”
“Sì. Grazie.”
“Altro?”
“No no. Va bene così, grazie.”
Il vecchio Franco tirò fuori il prosciutto e lo appoggiò sul tagliere, e poi cominciò a pelar via, con un coltello, fette sottili. Le distribuiva una alla volta su un foglio di carta oleata. Alla fine posò il coltello e mise la carta sulla bilancia. “Perfetto” disse.
Nero tornò alla cassa e Franco lo seguì subito dopo. Fece scivolare le merci da un lato all'altro del banco dopo aver fatto scorrere le etichette allo scanner. “Dieci e cinquanta.” disse.
Nero tirò fuori il portafogli e allungò una banconota da dieci. Mentre cercava nel taschino delle monetine, Franco, che aveva cominciato a imbustare le merci, gli domandò come stava sua mamma.
“Non se la passa tanto bene. Questo lo sapete, Franco.”
“Sì. Mi dispiace davvero tanto. È una grande donna. Non si merita quello che sta passando.”
Nero non disse nulla. Annuì solamente. Poi tirò fuori una monetina da cinquanta cent e la rese al negoziante.
“Grazie.” disse il vecchio battendo cassa. Tirò via lo scontrino e glielo mise dentro la busta. “Portale i miei saluti.”
“Sì.”
“Alla prossima.”
“Alla prossima.”
 
Quando aprì la porta si trovò Asia lì vicino. Le diede il solito bacio e le chiese se aveva fatto tutti i compiti. “Sì, la nonna mi ha aiutata a fare matematica.” rispose lei.
“Come sta?”
“Ora dorme.”
“Ok.”
“Mi hai comprato...”
“Sì, li ho trovati.”
Asia cacciò i cereali dalla busta che suo padre aveva appoggiato sul tavolo in salotto e aprì la scatola.
“Ehi ehi.” disse Nero.
“Che c'è?”
“Dobbiamo cenare. E poi quella roba non la mangi a colazione? Ti ho preso anche il latte.”
“No, mi piacciono di più così. Senza latte.”
“Va bene. Come vuoi. Ma rimettili nella busta. Dobbiamo prima cenare.”
“Ok.”
Cucinò e Asia lo aiutò ad apparecchiare la tavola. Quando tutto fu pronto, Nero disse ad Asia di aspettare mentre lui andava a chiamare la nonna.
Quando entrò nella stanza, la donna, sul letto, aprì gli occhi e si mise a sedere, come risvegliata da un coma profondissimo. Nero le andò incontro e l'aiutò aggiustandole il cuscino dietro la schiena. Poi le diede un bacio sulla fronte. “La cena è pronta.” disse.
La luce arrivava da due applique in ferro battuto sulla carta da parati rosso magenta, leggermente puntinata dalla muffa.
La donna annuì, con gli occhi pieni di lacrime. “Grazie tesoro, ma stasera non ho tanta fame.” disse. La sua voce era fragile e corrosa come il legno marcio.
“Devi mangiare qualcosa.”
“Ho mangiato a pranzo. E poi mi sono fatta sbucciare una mela da Asia.”
“Hai preso le pillole?”
“Sì.”
Nero sospirò. Fissò il comodino: la scatola di pasticche, un bicchiere d'acqua mezzo vuoto, il cellulare, il telecomando. Tornò a guardarla: la faccia bianca e scialba, gli zigomi affilati, e la pelle ricoperta di rughe e sottile come carta velina. I capelli grigi e neri scompigliati e schiacciati dietro la testa. “Asia mi ha detto che l'hai aiutata con i compiti.”
“Sì.” sorrise la donna. “È bravissima. È una bambina bravissima e intelligentissima. E non lo dico perché sono sua nonna, lo dico perché è la verità.”
Nero accennò un vago sorriso. “Non è più tanto una bambina.”
“Sì. Forse hai ragione. Sta crescendo in fretta.”
Nero si passò una mano sulla fronte e sospirò di nuovo.
“Che c'è?” disse la donna. Le ombre le si accumulavano sugli occhi come se volessero sfuggire dalla luce.
“Niente.”
“Dimmi cosa c'è.”
“Domani è un giorno importante.”
“Allora è domani?”
“Sì. Ci muoviamo poco prima dell'alba.”
“Finalmente, no?”
“Sì.”
“E allora, cosa ti spaventa?”
“Ecco. Insomma. Ho paura di quello che potrei trovare.” disse Nero con malinconia.
“Lo hai fatto tante volte. Non ci pensare.”
“Ho in testa Asia. Il suo volto. Bellissimo.” Nero abbassò lo sguardo. “E poi ho l'immagine di questa ragazza, anzi che dico, di una bambina, ferma in un cono di luce in mezzo al buio. Ho fatto questo sogno qualche notte fa. Indossa dei tacchi rossi, le caviglie sottili e i piedi che le ballano dentro queste scarpette almeno tre taglie più grandi. Ho l'immagine del suo viso, il rossetto sbavato sulle guance, gli occhi grigi, spenti, gli occhi di una bambola di pezza, sciupata e spaventata. Ascolto la sua voce che mi dice Aiuto e il suo respiro affaticato che arranca come un motore portato al suo limite. Nel sogno le tendo una mano e lei fa per stringerla ma qualcosa se la trascina a sé, e io non posso fare nulla perché non riesco a muovermi e così, nel buio, la guardo svanire. Come risucchiata in un abisso di oscurità e... e silenzio. È un mondo di merda, questo.”
La donna gli strinse una mano e Nero, a quel punto, alzò lo sguardo. Gli occhi le brillavano come frammenti di pietra focaia. Disse: “Sì, forse lo è, e tu sei qui proprio per renderlo un posto migliore, tesoro.”
Nero sentì una stretta allo stomaco. Respirava piano. La chiamò per nome – perché sua madre aveva sempre voluto che lui la chiamasse per nome, perché secondo lei mamma invecchiava in un colpo solo qualsiasi donna – e le disse che la voleva bene.
“È facile lasciarsi andare, tesoro.” disse la donna. “Difficile è resistere. Ti voglio bene anch'io.”
 
3.
Si tirò su dal letto che i caratteri rosso cangianti dell'orologio digitale sul comodino segnavano le quattro e ventidue della notte. Non aveva chiuso occhio neppure per un secondo. La stanza era buia. La casa era silenziosa. Accese la lampada più piccola disposta accanto al televisore e inviò un messaggio al cellulare di Enea. Scrisse: ARRIVO TRA VENTI MINUTI.
Indossò un vecchio jeans e degli scarponi di pelle in gomma dura. Una felpa grigia con cappuccio e il gilè scuro, in dotazione, rivestito in kevlar. Guardò fuori dalla finestra, scostando leggermente la tendina; un rettangolo di strada era illuminato da un lampione giallo ambra, la macchina invece se ne stava parcheggiata, al solito, alla fine del viale. Pescò la .22 dal cassetto delle mutande – si era abituato a nasconderla lì perché non voleva che Asia la vedesse – e anche la scatola delle munizioni. Prese le chiavi dell'auto, il cellulare ed era pronto per uscire. Ma prima entrò nella camera di sua figlia. Sentì il profumo dei suoi capelli, il respiro soffice. Nero pensò che era incredibile quanto il suono di un respiro potesse calmarlo.
Le diede un bacio sulla fronte e per un niente, Asia, non aprì gli occhi.
Solo quando uscì, si accorse che la notte era piovosa, quasi artica. I respiri erano piccoli sbuffi di bianco nell'aria. Guidò fino alla stazione, le strade erano vuote, i semafori fuori servizio lampeggiavano sul giallo. Il breve tratto di tangenziale che percorse lo fece sentire strano, un presagio indecifrabile che lo faceva innervosire.
Alla stazione trovò Enea con i suoi uomini, oltre il suo gruppo. “Teniamoci in contatto. Entreremo in azione insieme.” disse Nero.
Poi entrò nello spogliatoio, alcuni membri della sua squadra si stavano ancora preparando: c'era chi ricaricava le armi, chi si allacciava le scarpe, Bonzo fischiettava e Camaleonte si era appena allacciato il giubbotto antiproiettile. Quando videro Nero sulla soglia lo salutarono tutti, all'unisono. Nero ripeté il piano d'azione ancora una volta; meticoloso e puntiglioso, come lo era sempre stato.
Neppure cinque minuti più tardi erano già nella camionetta, una volante li seguiva da vicino. Erano in dieci per l'operazione. Nero se ne stava seduto accanto a Raf, che a un certo punto fece il gesto di allungargli una sigaretta. “Ho smesso.” disse Nero.
“Da quando?”
“Non lo so. Da ora.”
Raf rise. S'infilò la sigaretta che aveva sfilato dal pacchetto nell'angolo della bocca e soffiò fuori un anello di fumo. “È nervoso, capo?”
Nero lo guardò, sembrava che avrebbe detto qualcosa, ma non disse nulla.
La camionetta si fermò due isolati dal condominio, nascosta dietro la carcassa di un cassonetto della spazzatura. I resti di uno scaldabagno. Un materasso con le molle da fuori. Gli uomini scesero dal furgone uno dopo l'altro, lentamente, dopo che Nero ebbe chiamato Enea. “Due minuti e siamo dentro.” disse. “Ci sentiamo dopo.”
Camaleonte e un altro paio di uomini indossarono i caschi. Pioveva a intervalli e, sempre a intervalli, a ovest, rischiarava il bagliore aranciato della tempesta.
Non c'era nessuno per la via. Camminarono stretti, sul marciapiede, in perfetta fila indiana. Arrivarono nei pressi di un incrocio, un semaforo, e lì, Nero, si girò a guardare uno ad uno i suoi uomini finché il suo sguardo non si fermò su quello di Bonzo. Gli fece un cenno col capo e Bonzo annuì.
Girarono l'angolo insieme e si ritrovarono dirimpetto l'edificio. Cinque piani. Tutte le luci delle finestre erano spente. Tesero le orecchie per ascoltare, ma non c'era nessun rumore. Nessun segno di vita. Nero lasciò vagare lo sguardo per la strada. Una sola macchina parcheggiata, una vecchia Panda di colore rosso. “Vedi qualcosa?” chiese a Bonzo, che fissava l'edificio.
“No. Sembra tutto spento.”
Nero a quel punto si girò a guardare gli altri e disse “Avanti.”
Erano quasi arrivati al portone – correvano furtivi, le armi già spianate – quando sentirono un fischio. Poi un secondo. Si fermarono davanti l'ingresso, sotto l'abbozzo di un peristilio cadente e cementato, e Camaleonte disse: “Porca puttana. Sentinelle.”
“Facciamo in fretta.” ribatté Nero, la voce inquieta.
Bonzo si fece avanti con la chiave dinamometrica e la inserì nella serratura del portone. La tenne in tensione e Camaleonte cominciò a girare la chiave da scasso. Cinque secondi, netti. Il portone si aprì, e il nucleo speciale cominciò ufficialmente l'operazione.
“Due per piano. Cauti.” disse Nero. “E fatevi riconoscere prima di fare qualcosa... qualunque cosa.”
Gli uomini cominciarono con tutta fretta a risalire le scale. Passi frenetici e respiri concitati. Nero e Bonzo arrivarono al secondo piano. Sul pianerottolo due appartamenti. La porta del primo era spalancata, e un uomo in mutande e canottiera li fissava mezzo stordito. “Che sta succedendo?” disse. Immediatamente lo raggiunse anche una donna, che si manteneva chiusa la camicia da notte con la destra. Gli occhi sgranati.
Nero rimase fermo con la pistola spianata, guardò Bonzo di sottecchi e gli disse “Vai.” e Bonzo spinse l'uomo sulla soglia e si fece largo in casa. Quello ribatté “Ehi.”, il volto colmo di paura e indecisione. Poi la donna gridò, un suono incomprensibile, ma Nero le disse di fare silenzio. Le disse che erano della polizia e che dovevano fare silenzio. “Abbiamo un mandato per l'intero edificio.” disse stropicciandosi con una mano la tasca dei jeans – e senza rispettare la prassi.
Nel frattempo dalle scale giungeva l'eco convulso degli altri. Passi. Grida. Qualcuno picchiava su una porta e qualcun altro gridava “Fatevi vedere, con calma. Braccia alzate. Siamo della polizia.”
La voce di Bonzo risuonò un attimo dopo: “Libero.” disse.
Nero indicò con la pistola, alla coppia rimasta sulla soglia, la porta dell'appartamento lì accanto. “Qui chi ci vive?” chiese.
“Un...” l'uomo esitò. “Un ragazzo.”
“Ok. Chiudete la porta. E restate tranquilli.”
Bonzo, che nel frattempo era ritornato fuori, adesso aveva cominciato a battere violentemente con la mano aperta la porta del secondo appartamento. “Aprite. Polizia.” ripeté un paio di volte. Dall'altro lato si sentì una voce. Poi un tonfo. Si girò a fissare Nero, che, sistemandosi in protezione dietro al muro, gli fece un cenno col capo. Bonzo fece un passo all'indietro e con calcio scardinò le assi del battente, che venne giù con un colpo sordo. A quel punto risuonò la voce di un ragazzo: “Ehi ehi.” disse. “Che cazzo fate.”
“Su le braccia.”
“Cosa?”
“Ho detto su le braccia.”, Bonzo fece due passi in casa. Lo seguì a ruota anche Nero. Il ragazzo sembrava innocuo, se ne stava in piedi, con le mani alzate, accanto a un comodino dove una lampada accesa faceva luce alla stanza buia. Il viso paonazzo e la bocca serrata. “Che cosa volete? Qui non c'è niente.” ripeté. “Non c'è niente.”
Nero rimase lì con la pistola puntata, mentre Bonzo girava per le stanze. “Anche qui nulla.” disse tornando indietro. Poi si udì uno sparo. Un secondo. Un terzo. Alla fine i colpi furono quattro. Venivano dall'alto. Forse il quarto piano. Nero e Bonzo corsero fuori, presero a risalire le scale e arrivati al terzo piano videro Camaleonte fuori un appartamento, e poi anche Latorre. “Su su.” disse Camaleonte. “Proviene da quassù.”
La casa degli orrori si trovava proprio al quarto piano. L'intero quarto piano. I due appartamenti – che in realtà era un solo appartamento – erano, sulla carta, intestati a due famiglie che venivano dalla Romania, ma lì dentro non c'era mai stata traccia di alcuna famiglia.
Gli spari erano cessati, e, seduto per terra sul pianerottolo, schiena alla parete, con la sua Beretta poggiata sulle sue gambe, c'era Raf. Era stato ferito a una spalla, il sangue gli stava già colando dalla manica e sul pavimento aveva già formato una piccola macchia scura. Ma non era nulla di grave.
“Ho già avvertito i soccorsi.” disse Camaleonte.
Endi invece se ne stava sulla soglia, la pistola ancora fumante stretta fra le mani e il fiato corto. Appena Nero e gli altri furono arrivati, Endi li guardò con due occhi rossi spiritati e gli disse: “Erano in due. Sono andati.”
“Che vuol dire sono andati?” disse Nero, che nel frattempo si era già fatto largo in casa. Due uomini, dentro l'appartamento, riversavano insieme a una semiautomatica sul pavimento in linoleum in due pozze di sangue. I loro occhi spalancati, grigi e neutrali, fissavano il nulla.
“Non aprivano. Appena Raf ha sfondato la porta uno ha sparato e lo ha beccato.” disse Endi. “A una spalla ringraziando il cielo.”
Nella stanza nel frattempo erano entrati anche Camaleonte e Bonzo. “Andate a controllare, capo.” disse infine Endi.
Nero si girò a guardarlo, il viso serrato in oscuri timori. Endi aveva indicato l'unica porta che confluiva oltre il soggiorno, sulla destra.
“Ho controllato. Non c'è pericolo.” disse Endi. “L'ultima stanza.”
Nero camminò piano, passò accanto ai cadaveri, corpi ancora freschi e, poi, si trovò a percorrere un lungo corridoio immerso nella mezzombra. Non si fidava, perciò avanzò la pistola puntata in avanti, delicatamente però, come se stesse reggendo fra le sue mani una fragile reliquia. Poi arrivò all'ultima stanza e, lì, trovò quello che non si augurava mai di dover ritrovare. Sei letti, cinque donne legate alle sbarre dell'intelaiatura con delle cinture di cuoio. Le pareti rivestite di muffa e da uno strato sfregiato di carta da parati fiorata. Tre fra di loro non si muovevano, non respiravano. Le altre due invece sembravano essere state imbottite di psicofarmaci perché a malapena riuscivano a mantenere gli occhi aperti. Erano giovanissime, e tutte straniere, di pelle scura. E poi c'era la puzza, un fetore insopportabile: feci e sudore e morte e sessi femminili non lavati.
Bonzo entrò in quell'istante, ma dovette uscire immediatamente per non vomitare.
Nero si sentì il cuore affondare nello stomaco come un sasso. Uscì anche lui, mentre gli altri prestavano soccorso alle ragazze.
A uno dei suoi ragazzi disse di cominciare a compilare i verbali con i coinquilini. Poi si avvicinò a Raf, sul pianerottolo, e gli mise una mano sulla spalla: “Come va?” gli chiese.
“Ho visto la morte in faccia. Mi dovrà sopportare un altro po', capo.”
Scese le scale e uscì dal condominio. Udì il vento che gli sfrecciava nelle orecchie e, a ovest, vide balenare un lampo arancione. Enea lo chiamò, entusiasta: “Lo abbiamo preso. Lo stiamo portando in centrale.” esordì.
Nero si limitò solamente a dire “Ok.” che riattaccò.
Rimase per un po' all'aria aperta, da solo, sotto una pioggerella che adesso scendeva leggera, mentre l'alba rischiarava il mondo con la sua luce incerta, quasi irreale.
 
4.
Nero passò tutto il giorno in stazione. Con i colleghi aveva interrogato tutti i condomini, uno a uno, ma alla fine non cavarono un bel niente.
“Non sanno nulla.”, Enea non poteva pensarci, si strinse nelle spalle. “Non è possibile. Cazzo. Qualcuno deve aver visto o almeno sentito qualcosa... Qualcosa di strano.”
Nero rimase in silenzio.
Controllarono anche da cima a fondo l'appartamento del russo, ma non trovarono nulla, tranne che un paio di automatiche senza numero di serie.
“Controlla se questo figlio di puttana ha il porto d'armi.” disse Enea a un funzionario, e questo ritornò qualche minuto dopo con la conferma che il russo era privo di licenza.
Indirettamente poi, vennero a sapere che i loro superiori avrebbero aperto un'inchiesta interna visto quanto accaduto. Ma la questione si sarebbe risolta in poco tempo.
Verso sera, l'ispettore capo Meucci, Enea e Nero si ritrovarono insieme nella stanza accanto alla camera degli interrogatori, al buio, a fissare attraverso il vetro spia Ioann Oleynikov in persona. Aveva l'aspetto di un topo di fogna, il volto segaligno e la pelle giallastra, come se fosse malato di qualcosa.
“Rischiamo di vedere molto presto questo figlio di puttana ancora in giro.” disse Enea.
Meucci scosse la testa. “Qualcosa salterà fuori. Per ora ho informato il pm delle armi non registrate. L'accusa per detenzione illegale può farci guadagnare del tempo. Ma le intercettazioni sono contro di lui.”
“Quando arriva il pm?” chiese Enea.
“A momenti. Spero.” rispose Meucci.
“Possiamo iniziare?”
“Non potremmo.”
“Al diavolo. Guardate che faccia da stronzo.”
“Se registriamo non ci sono problemi. E comunque, non dobbiamo fare stronzate. Insomma, nessun trucco. Niente di niente. Siamo sul filo del rasoio, ora.”
“Le ragazze?” s'intromise poi Nero.
Meucci espirò lentamente. “Sono tutte straniere, senza documenti. Due sono morte per soffocamento, la terza non lo so, il medico legale non mi ha chiamato ancora.”
“Le sopravvissute?”
Meucci scosse il capo ancora una volta. “Strafatte. Sono all'ospedale sotto sorveglianza. I primi bollettini degli esami tossicologici sono spaventosi. Le imbottivano di ogni cosa. Metanfetamina, ossicodone, benzedrina.” Meucci tossì, poi si schiarì la gola. “Sono ridotte malissimo.”
All'interrogatorio si presentarono Nero e Meucci. Il pm non era ancora arrivato.
L'ispettore capo rimase vicino alla porta, Nero invece prese posto dall'altro lato del tavolo, in silenzio. Poi fece partire il registratore; dissero per intero i loro nomi e chiesero al russo di fare lo stesso.
Il russo parlava in un italiano lento e gutturale. Spesso ghignava, molto più spesso ripeteva la solita cantilena “Non ho fatto nulla. Lo giuro su Dio.”
Rimasero in silenzio per un po', poi Nero gli spiegò a brevi linee il perché lo tenevano lì. Citò anche l'indirizzo del condominio degli orrori – così ormai lo chiamavano tutti – per vedere la reazione di Ioann, e questo si limitò a fare una smorfia, stranito. “Io non so nulla.” disse. “Non avevate alcun diritto di entrare in casa mia. Pensate che io c'entri qualcosa?”
Gli dissero che avevano intercettazioni e tutto, e che doveva finirla di mentire.
“Io sono contro a questo genere di cose. La prostituzione è una piaga. Un cancro.” disse il russo.
Nero si girò a guardare Meucci che fece spallucce. Poi sorrise. “Magnaccia, psicopatici, assassini. Non fa alcuna differenza.” disse Nero. “Anche voi siete un cancro.”
Meucci richiamò Nero – cominciava a vederlo su di giri – e il russo, questo, pareva trovarlo divertente perché cominciò a sghignazzare come un mentecatto. “Ve l'ho detto, io non ho fatto nulla.” disse Ioann.
“Al diavolo.”
Il russo sospirò. “Ho bisogno di fumare.” disse. “Avete per caso una sigaretta?”
“Qui non si fuma.”
“Davvero?”
“Sì.”
“Non si può fumare, o io non posso fumare?”
Nero lo fulminò con lo sguardo. “Dicci quello che sai.”
Il russo sbuffò, si passò una mano sulla barba colta e scura che disegnava una foresta sul suo viso. “Farmi sempre la stessa domanda non mi farà cambiare la risposta.”
“Usate dei nomignoli, come codici, vero? Sembra una cosa intelligente. Tu credi di esserlo?”
“Cosa.”
“Intelligente.”
“Certo che lo sono. Sono un ragazzone molto intelligente.”
“Io non credo.”
Il russo sorrise. Studiò i loro volti.
“Se tu fossi un ragazzone intelligente avresti già capito la tua situazione.” disse Nero. “E non è una bella situazione, questo devo dirtelo.”
“Ah, davvero?”
“Sì, e sarebbe più... onorevole.”
Ioann biascicò qualcosa in russo. Aveva il tono di essere una protesta. O magari li aveva solamente mandati al diavolo.
“Non fare lo stronzo con noi.” disse Nero, il suo viso adesso era diventato paonazzo, una grossa vena gli risaltava sulla tempia sinistra, e pulsava.
“Stia sereno, non perda le staffe.” il russo continuò a sghignazzare, contrarre i muscoli del viso e delle labbra, e lanciare occhiate ammiccanti che facevano bollire il sangue nelle vene di Nero.
Questo arrivò al limite di sopportazione, si alzò di scatto. “Hai rotto il cazzo.” disse.
Meucci gli ribadì ancora una volta di calmarsi – cominciava a credere che non era stata una buona idea cominciare senza il pm l'interrogatorio. Ma il danno è fatto, pensò.
“Ok, ora basta giocare.” disse il russo. “È il momento che facciata arrivare il mio avvocato, signori.” incrociò le mani dietro la testa, si allungò all'indietro sulla sedia e stese le gambe. Calò il silenzio.
Nero lo guardò, dall'alto verso il basso, poi si fermò accanto a Meucci. “Tratta di esseri umani.” disse ad alta voce.
“Cosa?”
“È quello per cui sarai incriminato. Abbiamo testimoni e tutto. Basta la loro parola per ficcartelo per sempre su per il culo. Ti gettiamo in una cella buia due metri per quattro, e gettiamo via la chiave. Ti piace l'idea?”
“Andate al diavolo. Voglio il mio avvocato.”
“E anche omicidio.” aggiunse Nero. “All'obitorio abbiamo tre ragazze, per adesso, oltre che la Lorusso. Ti ricordi di lei? Cloe Lorusso, tredici anni, trovata morta per overdose in quel capannone della vecchia acciaieria. Era scomparsa qualche mese prima e poi, puff, ricompare da un giorno all'altro. Come un prestigio.”
Il russo abbassò lo sguardo, senza dire niente.
“Non aveva senso quella morte.” continuò Nero. “Dico sul serio; non entrerò nei dettagli, però all'inizio quella morte fu davvero un mistero. Insomma, overdose, tredici anni. Una ragazzina più che normale, che non frequentava brutti giri, anzi che non usciva quasi mai di casa, con bei voti a scuola, e che dormiva ancora col suo orsacchiotto preferito. Ecco, un bel giorno una ragazza entra nell'ufficio di un mio collega, giù in centrale; non è italiana, ha la pelle chiazzata dai lividi e pochi denti in bocca. È terrorizzata, e dice di essere scappata. Da dove?, le domanda il mio collega, e lei risponde: Non da dove, ma da chi.” Nero fece una pausa, nella stanza non volava una mosca. “E qui arriviamo a te e alla tua combriccola di bastardi. Omicidio, quindi. Lo sapevi che in Italia esiste una condanna di ergastolo che chiamiamo Fine pena mai?”
Il russo non disse nulla, ancora una volta.
“Pensi che stia scherzando?”
“Io non penso niente. Voglio il mio avvocato.”
“Si è ribellata per fare quella fine, eh?”
Silenzio.
Poi successe qualcosa di strano; Nero disse qualcosa in un orecchio a Meucci, senza farsi sentire. L'ispettore capo annuì, senza staccare gli occhi dal russo. Nero tornò a sedersi e, con una voce che filtrava finta quiete, chiese a Ioann Oleynikov di parlargli del meccanico.
Il viso del russo s'indurì, come fatto di pietra. Alzò lo sguardo, quel ghigno e quella faccia laconica da “io non so di cosa state parlando” e da “tanto ce l'ho più lungo del vostro” scomparvero in un solo istante. Sgranò gli occhi e si riportò a sedere composto.
Paura. Ecco cosa stava provando.
“Mai sentito questo nome.” disse il russo. Provò a sorridere, ma oramai Nero sapeva di aver toccato un nervo scoperto per cui, adesso, ogni espressione che il russo assumeva gli risultava essere del tutto artificiosa.
“Sei hai paura di quest'uomo... Insomma, noi possiamo proteggerti.”
Ioann scoppiò in una risata. “Proteggermi?” disse. “Voi non sapete un cazzo.” girò la testa verso il nulla della stanza.
Si è appena tradito, pensò Nero.
“Sappiamo anche di lui. Di questo meccanico.”
“Ve lo ripeto: voi non sapete un cazzo.”
“È lui che tira i fili, Ioann?”
Il russo aggrottò la fronte e abbassò lo sguardo. Con un filo di voce, disse: “Lui è un fantasma.”
Poi qualcuno bussò alla porta.
 
5.
In una sola settimana, a Nero, gli sembrò che il mondo gli avesse definitivamente voltato le spalle. O Dio, pensò, anche se non aveva mai creduto all'esistenza di un essere Supremo, Onnipotente, sopra il mondo e tutte le cose.
Due notti dopo l'interrogatorio, fissava il volto della madre, distesa nel letto, il dottore in piedi dietro di lui. Le teneva le mani strette contro il suo petto, mentre la donna lo guardava di rimando biecamente, come se non lo conoscesse. La pesantezza con cui le palpebre le cadevano sugli occhi gli smuovevano un dolore immenso. Atroce.
Le sussurrò parole dolci, le disse che Asia a scuola aveva preso un bel voto in matematica e che adesso stava da un'amichetta, avrebbe dormito lì, perché – e lo disse con assoluta sincerità – aveva paura e lui altrettanto.
La donna biascicò qualcosa, ma Nero non capì.
“Cosa. Che cosa hai detto?” disse.
“Chiamami...”
“Ti devo chiamare?”
“Chiamami mamma. Almeno una volta.”
Nero inclinò la testa, inarcò le sopracciglia, gli occhi lucidi di lacrime. “Tu sei la mia mamma. E lo sarai per sempre.”
La donna morì qualche ora dopo, e Nero non dormì neppure un minuto quella notte.
E neppure la notte successiva.
 
6.
Se ne stava seduto, immerso nei suoi pensieri, sulla poltrona in salotto a guardare nascere il cielo dell'alba. A sud, una nuvola, lontana, imbrattava quel vuoto adesso grigio cenere.
Nella destra stringeva un bicchiere di whisky. La bottiglia, mezza vuota, invece, era appoggiata sul pavimento accanto ai suoi piedi, un Bowmore da trecento euro invecchiato venticinque anni.
Si guardò intorno nella stanza: un tavolo in noce, il televisore al plasma, il divano sagomato e lavorato a capitonné fin dietro la curvatura dello schienale non sfoderabile, un ritratto a olio inchiodato sulla parete dietro la scrivania, dalla superficie lucida e screpolata, che ritraeva una nave che navigava un mare in tempesta, e poi il mobile libreria capeggiato da un'enciclopedia del novecento della Treccani in tredici volumi. Fra gli altri volumi emergevano i nomi di Hugo, Goldoni e Cechov, e qualcosa anche di Conrad.
Pensò di buttare tutto via. Pensò per un attimo di mandare al diavolo quella libreria, quel televisore, l'auto, il suo lavoro, il mondo intero.
Poi pensò a Asia; era tutto quello che gli restava.
Qualche minuto dopo il suo cellulare risuonò. Nero si destò come se si fosse risvegliato da una profonda narcosi, durata anni. Tastò il jeans indietro, poi sul davanti, e poi sfilò il cellulare dalla tasca. Sullo schermo il nome e il numero di Enea.
Fece squillare il telefono a vuoto per un po', ma la chiamata persisteva. Poi si rese conto che quello non era un orario normale per ricevere una chiamata di lavoro, e così rispose. “Che c'è.” disse.
“Dormivi?”
“No. Cosa c'è.”
“Devi correre immediatamente alla prigione.”
“Ma ti rendi conto che razza di ore sono?”
“Sì. E mi dispiace. Io sono già qui, e c'è anche Meucci.”
“Cos'è successo?”
“Il russo è morto.”
 
Era lì da cinque giorni e dormiva in una cella da solo, come disposto chiaramente dal pm. Gli avevano tolto, come da procedura, i lacci delle scarpe, però si era comunque tagliato le vene con una lametta da barba, ed era morto dissanguato.
Vagliarono tutte le immagini e i video delle telecamere del penitenziario, tutti i spostamenti che lo ritraevano nei corridoi e nel cortile. Anche nella mensa.
Nero era furioso – lo si vedeva chiaramente – ma non parlava, e questo la diceva lunga sul suo stato d'animo.
Meucci appena lo vide arrivare gli disse che se non fosse stato tanto urgente, non lo avrebbero chiamato.
Nero si limitò a dire che aveva lasciato un biglietto sopra al tavolo per sua figlia, e che non aveva voluto svegliarla.
Enea parlò con tutte le guardie che avevano operato quella notte in quel settore del carcere, ma tutti gli confermarono che il russo non aveva fatto nulla di strano, e che non sembrava neppure tanto preoccupato. O nervoso. O qualcos'altro. “Forse solo un po' incazzato.” gli disse un secondino con la faccia scurita dal sole.
Poi venne fuori che due giorni prima aveva ricevuto una chiamata da una donna con il suo stesso accento, russo o comunque dell'est, che si era presentata come la cugina di Ioann. Ma quando ascoltarono la registrazione della telefonata, alla voce femminile si era sostituita una maschile, roca e senza timbro.
“La riconosco.” disse Enea.
Meucci annuì, rabbuiato.
Che hai detto?” disse il meccanico.
Non ho detto niente.”
Gli altri possono stare tranquilli?”
Assolutamente. Assolutamente, sì.”
Ok. Adesso ascoltami... è arrivato il momento di cambiare, mi capisci? Bisogna rottamare la tua auto, visto che non la userai per molto, moltissimo tempo.”
No. Non è così.”
Può sempre farlo qualcun altro, eh. Io ho già deciso. Ora devi decidere soltanto tu, chi lo deve fare.”
Silenzio.
Poi la voce roca e senza timbro del meccanico disse: “Adesso, Ioann, dammi un nome.”
Un nome?”
Sì. Un nome.”
Perché?”
Prendilo come... un regalo.”
Il nome di Nero fu ripetuto due volte.
 
7.
L'unica cosa che disse fu: “Devo andare da mia figlia.”, prima di uscire da quella stanza rapido come una scheggia di ossidiana. Enea e Meucci chiamarono un paio di pattuglie di supporto, avvertendole di recarsi immediatamente alla sua abitazione.
In auto, Nero, tentò di chiamare più volte a casa, e poi sul cellulare di Asia, ma entrambe le linee risuonavano a vuoto.
La strada che percorreva ogni santo giorno per rientrare, gli sembrò essere diventata lunga almeno il doppio. La testa gli pulsava e i pensieri si distorcevano, foggiando timori infausti e inauditi. Collera. Orrore.
Nella corsa per un niente non investì una donna che stava attraversando la strada, e poi sfasciò i specchietti laterali di due auto ferme a un semaforo. Bussarono entrambe, poi una delle due prese a seguirlo, una Mercedes, il conducente sembrava essere impazzito; dal retrovisore Nero notò che gesticolava e forse gridava, e poi, quello, cominciò a suonare col clacson a intervalli sempre più dilatati fra loro. Fu una corsa dentro la corsa.
Nero, però, a un certo punto inchiodò di scatto e cacciò dal finestrino la sinistra impugnante la sua pistola. Sparò un colpo in aria. Il boato riecheggiò come un'esplosione, seguito dal fischio della frenata dell'auto di quel tizio, che terrorizzato fece inversione e scomparì rapidamente dietro una curva.
Arrivò come un forsennato e frenò l'auto per metà sul marciapiedi. Scese di corsa, senza neppure chiudere lo sportello, e risalì le scale del palazzo tre gradini alla volta. Sentiva i peli rizzarsi sulle braccia, le pupille contorcersi. La testa gli diceva Non è successo niente, ma il suo cuore gli diceva il perfetto contrario. E poi arrivò sul pianerottolo, e lì, il suo viso, si fece mortalmente pallido.
La porta era spalancata. Entrò cauto: il salotto, il corridoio e poi la stanza di Asia. Le tapparelle erano ancora abbassate, perciò la stanza era ancora buia, tranne che una manciata di lame di luce che filtravano dalle piccole fessure, ma tanto bastava; il letto era sfatto e Asia era scomparsa.
 
Successe solo due volte. Entrambe le volte intorno alle quattro del mattino. Il telefono squillava – quello di casa – e dall'altra parte non si sentiva nessuna voce, ma solamente il rantolo smozzicato e pesante di qualcuno.
Sembrava di ascoltare il suono di un temporale lontano, incredibilmente lontano.
 
8.
La finestra dietro la poltrona della psicologa apriva a un cielo di porpora. In quel cielo, a un certo punto, Nero ci vide svolazzare una dozzina di rondoni che disegnarono lentamente un cerchio nero, e ne rimase incantato. Ma la voce della donna lo richiamò, ridestandolo. “Cosa stava dicendo.” disse. “Che cosa sta prendendo?” la psicologa lo guardava fisso come un gufo.
Nero tornò con lo sguardo su di lei. “Un antidepressivo.” rispose con fare assente.
“Quale?”
“Tavor. Lorazepam.”
La psicologa annuì, appuntando qualcosa sul suo taccuino. “Deve smetterla.” disse poi.
“Non posso.”
“Perché?”
“Perché mi aiuta a dormire.”
“Non riesce a dormire?”
“Sì, non riesco a dormire.”
“Ha mai provato con qualcosa di naturale? Radice di valeriana, ad esempio?”
Nero aggrottò la fronte, mettendo su una sorta di broncio bambinesco. “Sta scherzando?” disse.
“Perché dovrei?”
“Senta non ho scelto io di venire qui da lei e... e forse l'insonnia adesso è l'ultimo dei miei problemi.”
Cadde il silenzio. “Va bene.” disse infine la psicologa. “Parliamo d'altro. Mi parli dei suoi giri di notte. Mi hanno informata che è da un po' che se ne va in giro come un pazzo furioso. Capisco quello che ha passato e che sta continuando a passare, ma non può continuare così...”
“Ah, lei capisce?”
“Sì, certo. È il mio lavoro capire queste cose.”
“Bé allora che cosa le dovrei dire? Capirà che tutta la mia vita è a pezzi, e io non posso fare altro che...”
“Che cosa.”
“Provarci.”
La donna si scostò una ciocca dalla fronte e poi, esitante, disse: “Me ne parli, la prego.”
Nero volse lo sguardo verso la finestra. Gli occhi lucidi, la barba ispida. Un viso senza età, gelido nei tratti scuri, e maledettamente triste. “Io ho sempre odiato l'attesa.” disse poi. “Sembra strano, visto il mio lavoro, ma è così. Quello che mi ha portato a scegliere di fare questo mestiere è stata la paura della debolezza. L'impotenza. Ci sono giorni in cui mi fermo nella stanza di mia figlia e mi guardo intorno. Penso e ripenso a quand'ero lì insieme a lei. A quando l'aiutavo con i compiti o a quando guardavamo insieme la televisione. A quando la sgridavo perché lasciava in giro le sue cose, la stanza sempre in disordine.” la curva delle labbra di Nero formarono un sorriso triste. Dalla strada il fischio di un clacson, e poi solo il rumore inspessito del grasso dei tubi di scappamento delle automobili. “Non è stato facile crescerla senza una mamma. Però c'era la mia, di madre. Lei c'è sempre stata...”
Nero fece una pausa. La psicologa lo guardava.
“Dopo la scomparsa di mia figlia,” riprese “tutti gli uomini di quell'organizzazione sono svaniti, evaporati, proprio come fantasmi. Non dico che non c'era da stupirsene, questo no; ho sempre immaginato che la rete fosse ampia, e che quelli altro non fossero che piccole pedine di un'immensa scacchiera. Insomma, prima di lasciare, ricordo che avevamo ancora tutti i fascicoli aperti in archivio, anche se in quegli ultimi giorni quella roba ci sembrava solo carta straccia. Scommetto che adesso lo è diventata. A ogni modo, quella gente l'ho cercata dappertutto, sono andato da chiunque, e quando dico da chiunque dico proprio da chiunque. Ma niente: nessuno sa, nessuno sembra sapere. Ho passato molte notti insonni seduto nella mia auto fuori diverse aree di servizio, in periferia; guardavo le puttane salire su quegli autoarticolati posteggiati lì per la notte, e poi scendere. Mi saliva un senso di rabbia che lei non può capire. Collera. Disperazione.” Nero adesso guardava il viso della psicologa, che continuava a scrivere sul suo taccuino. “Ho parlato spesso con quelle ragazze, che erano per lo più straniere. Mostravo le foto di mia figlia ma loro non sapevano, mi dicevano, oppure non l'avevano mai vista. Le cose invece andavano diversamente con quei camionisti.” la psicologa lo guardò. “Quando finivano mi avvicinavo e facevo quello che facevo.”
“E che cosa faceva?”
“Sfogavo. Sfogavo la mia collera su di loro. Gli spaccavo la faccia con una chiave inglese che mi portavo sempre dietro, di quelle che si usano in officina. La pistola invece la lasciavo in auto, perché con quella rabbia indosso, con quell'adrenalina... avrei potuto facilmente fare di peggio.”
“Qual è il suo peggio?”
“Il mio peggio?”
“Riformulo la domanda. Che cosa pensa avrebbe fatto a quegli uomini se...”
“Lo sa bene cosa gli avrei fatto. Perché me lo vuole far dire?”
“Mi dica le cose chiaramente, le chiedo solo questo. Non mi lasci supporre cose tanto... importanti.”
Nero arricciò le labbra. “Li avrei ammazzati.” disse. Poi tornò a guardare la finestra; cercò di muoversi in modo rilassato, ma la psicologa sapeva che in realtà era teso come la corda di un violino.
“Ok. La prego continui.”
“Rientravo a casa al mattino o non rientravo proprio, perché filavo dritto al lavoro. Un giorno mi presentavo con l'occhio nero, due giorni dopo con gli zigomi gonfi e un taglio sulla fronte, o qualcos'altro. Una volta mi hanno messo sette punti qui dietro.” Nero si portò una mano dietro la nuca, “Il sangue non smetteva più uscire, e quando arrivai in ospedale, al medico di turno, raccontai che ero caduto dalle scale. Andavo di fretta e sono scivolato, gli dissi.”
La psicologa alzò lo sguardo solo per un secondo, mentre la penna continuava a graffiare la carta.
“Questo per quasi un anno.” disse Nero. “Come un circolo vizioso, o una droga.”
“Per lei era diventata... una droga picchiare quegli uomini?”
“Sì. Assolutamente.”
La psicologa smise di scrivere, chiuse il taccuino e lo posò sulla scrivania. Nero si ravviò i capelli con il palmo della mano. Adesso aveva anche gli occhi lucidi, pieni di lacrime.
“E poi cos'è successo?” domandò la psicologa.
“Poi mi hanno sospeso. Stipendio pagato però.” disse Nero. “Francamente non so perché continuino a pagarmi. Forse faccio pena a qualche mio superiore. Non lo so. Insomma, Enea mi dice che è meglio così e, in fondo, anche io so che è meglio così. Tutto questo mi ha prosciugato. E poi ho avuto più tempo per cercare, e ho cercato, ma non ho trovato.” fece una pausa, un lungo sospiro. “Asia è scappata o è stata rapita? Non è questa domanda a tormentarmi, dottoressa, mi tormenta il fatto che conosco già la risposta.”
“E qual è la risposta?”
Nero si passò una mano sugli occhi, per asciugarsi le lacrime. “Sono passati tre anni. Tre. Anni.”
 
EPILOGO.
Le giornate erano diventate fredde e nebbiose, e l'aria acustica di quelle notti diffondeva solo i rimbombi elettrici dei temporali.
Aveva venduto il tavolo in noce, il televisore al plasma, aveva nascosto in cantina quel ritratto a olio della nave in tempesta.
Inesorabilmente, aveva cominciato a gettare via il suo mondo.
Le braci del piccolo caminetto scoppiettavano e si depositavano sul fondo con un lieve rumore di cenere sparsa. Dalla cucina adesso percepiva solo il ronzio del frigorifero, e poi uno sbattere di porte e un rumore indistinto di voci e il pianto di un bambino. Dalla strada il fruscio delle auto di passaggio. Era quasi la mezzanotte, le lancette del suo orologio da polso parevano avanzare a rilento, ticchettii smorzati, come se il meccanismo si fosse inceppato oppure come se il tempo stesse cominciando a srotolarsi al contrario.
Aveva cominciato a dormire sul divano, senza che ce ne fosse una vera ragione; il parquet del salone era diventato una catasta di panni sporchi, confezioni di farmaci e bottiglie vuote di vodka e birre e whisky. La .22 fra i rimasugli di vetro come fosse un giocattolo qualsiasi. Più in là, ai piedi del divano, una cesta di vimini conteneva carbone e legna. Con gli occhi acquosi e la pelle secca, seduto in poltrona, adesso guardava attraverso la finestra il nulla, un cielo nero senza luna e senza stelle che minacciava, sempre, pioggia.
Con la testa leggermente inclinata, beveva a piccoli sorsi da una fiaschetta in acciaio, quello che restava di una vecchia bottiglia di whisky trafugata dalla vecchia collezione di suo padre; l'etichetta portava un nome impronunciabile e continuava con la didascalia orzo maltato da alambicco a fuoco diretto.
Sonnecchiava e beveva, Nero, in quelle notti.
Si disperava e si arrabbiava. E poi ritornava a bere.
A un certo punto si alzò dalla poltrona e si avvicinò alle braci del camino, il fuoco gemeva e crepitava, e rimase per un po' in piedi a fissare la sua ombra, lì, deforme e allungata, che rifletteva sulla parete alla sue spalle, come se fosse la sagoma di un grande demone nero. Buttò giù un sorso dalla fiaschetta, e poi percepì un cambiamento, lieve ma chiaro.
Era sceso un profondo silenzio.
Si guardò intorno una, due, tre volte. Camminò piano fino alla cucina, nella penombra, e aprì il frigorifero; la luce della sua lampada era spenta e il costante ronzio del compressore era cessato. Richiuse lo sportello e cercò l'interruttore della luce della stanza. Lo schiacciò ma nulla cambiò.
Buio.
Tornò in salotto col solito passo rintronato e camminò fino alla sua stanza e, lì, da un cassetto pescò una vecchia torcia a batteria che ancora funzionava. Si diresse a quel punto alla porta d'ingresso. L'aprì, uscì e scese le scale del piccolo condominio, e arrivò giù fino al seminterrato. Rimase sulla soglia a guardare per un po' l'enorme camera, ma non vedeva altro che oscurità. Così accese la torcia e avanzò fra le tubature e i vecchi attrezzi da carpentiere e muratore del vecchio custode.
Poi si fermò accanto alla sua caldaia, la luce pilota era accesa. Anche il serbatoio del propano era a posto, e i valori degli indicatori erano nella norma. Solo il contatore era scattato, l'interruttore volgeva su SPENTO. Lo spinse all'insù e poi tornò sui suoi passi. Quando arrivò di nuovo sulla soglia si fermò e si girò di nuovo a guardare. Aveva sentito due suoni: il primo pareva essere uno schiocco, mentre l'altro un respiro profondo, anzi, profondissimo. Rimase lì, fermo, in ascolto con la torcia innestata a formare una O nel buio. Illuminò altri tubi, altri attrezzi, le mura rigonfie e chiazzate dall'umidità. “C'è qualcuno?” disse. “Ehi, chi va là?”
 
Pioggia. Quando lo chiamarono al cellulare, Enea, se ne stava al bar vicino casa sua a sorseggiare il suo solito caffè mattutino. L'aria schiva. Il viso stanco. La tazzina fumante.
Piccole gocce d'acqua gli colavano lungo i capelli, raccogliendosi sotto i lobi delle orecchie e sgocciolando per terra. Il giaccone era ancora fradicio sulle spalle. Era bagnato perché non aveva trovato posto per l'auto davanti al bar, e poi perché si era dimenticato di portarsi l'ombrello da casa.
L'uomo dietro al bancone – appena era entrato – lo aveva guardato e gli aveva detto, indicando l'esterno con la testa: “Ha visto, sta venendo giù il diluvio universale.”
Poi, come detto, gli era arrivata la chiamata. Il suo volto si fece pallido quasi subito, bianco come sclera. Si sfilò dalla tasca, senza staccarsi dal cellulare, due banconote e le schiaffeggiò sul bancone. Poi uscì di tutta fretta dal locale, senza accennare una parola, o un saluto.
Arrivò in auto tutto fradicio dopo aver fatto una corsa nella pioggia. Inserì a fatica la chiave nel quadro di accensione ma il motorino d'avviamento girò qualche istante a vuoto. Riprovò. Ancora nulla. Strazio. Lanciò qualche imprecazione e poi insistette con la chiave, adesso un movimento meno brusco, più controllato. Il motore tossì, vibrò, sferragliò e infine si risvegliò con un suono rabbioso.
Arrivò a destinazione poco dopo. Due volanti se ne stavano ferme di fronte al vialetto, e c'era anche un'ambulanza in sosta accanto all'auto di Nero.
Il funzionario che lo aveva fatto chiamare gli venne incontro con un ombrello. Gli mantenne lo sportello aperto e avanzarono insieme fin sotto il porticato. Enea strascicò i piedi su un vecchio zerbino di fibra di palma che recitava BENVENUTI, ed entrò senza dire una parola. Scese le scale che portavano al seminterrato, e il funzionario lo seguì come un'ombra fino alla soglia che apriva alla cantina. Disse: “Lo ha trovato qualche ora fa il custode. Ha detto che gli servivano alcuni attrezzi per aggiustare una grondaia che perde, sul retro.”
Enea deglutì.
Il corpo, pendente dal soffitto, girava su se stesso come se dentro non avesse le interiora comuni a tutti gli uomini, bensì solamente un meccanismo ad orologeria. Da sinistra a destra e poi al contrario, da destra verso sinistra. Il volto di Nero era turgido e spaventosamente livido.

 

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (2 voti)

ritratto di Rubrus

***

Un ottimo racconto noir, come quelli ai quali ormai ci abituati. Consiglio a chi si lascia scoraggiare dalla lunghezza e magari salta ai commenti per vedere "se ne vale la pena" di salvarlo e leggerlo con calma perchè - appunto - "ne vale la pena" e una lettura senza soluzione di coninuità, benchè il testo sia diviso in capitoletti, lo rende molto più apprezzabile.

Per non fare spoiler, dato che sono il primo, nulla dico sulla trama, se non che il piano personale e quello professionale del protagonista si incastrano molto bene - anche se, forse, dopo i fatti che stanno a metà racconto, sarebbe dovuta partire un'inchiesta interna.

A mio giudizio, uno di quei racconti per i quali vale la pena di frequentare net e che mi piacerebbe leggere più spesso, anche se non troppo spesso perchè altrimenti ci si abitua troppo bene. 

Piaciuto molto, ciao.    

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Roberto! Grazie per la

Ciao Roberto! Grazie per la visita e per la sempre graditissima lettura.

Questo racconto non mi convince pienamente, perciò mi fa molto piacere il tuo riscontro positivo. E' un racconto un po' atipico per i miei gusti, molto più dialogato, meno descrittivo, dove ho cercato di arrivare quasi immediatamente al dunque in ogni situazione, seppur non sia molto breve – purtroppo sto cominciando a capire che forse non sono tagliato per scrivere racconti adatti per il “web”, anche se alla fine è sempre la storia che comanda.

Fra le mie perplessità v'era la plausibilità delle procedure tecniche, ad esempio il metodo degli interrogatori e altre piccole questioni (solo a posteriori, ad esempio, sono venuto a conoscenza che il pm, qui da noi, deve sempre presenziare a un interrogatorio) che in Italia sono abbastanza rigide, perciò mi sono dovuto documentare per bene. In ogni caso, come mi hai ricordato, sì, dopo quello che accade circa a metà storia, avrebbero dovuto aprire un'inchiesta interna, hai perfettamente ragione e ti ringrazio per avermelo segnalato, cercherò di farne menzione con una modifica.

Adesso comunque, e dico finalmente, avrò molto più tempo libero, e quindi dovrò recuperare un po' di scritti. A leggerci presto!

ritratto di 90Peppe90

La macchina

L'ho trovato davvero meraviglioso.

A primo impatto, e non saprei spiegartene il motivo, non mi aveva preso molto, ma poi... l'intreccio fra la vita professionale e quella privata di Nero è perfetto, struggente, malinconico, oscuro, buio fitto... Nomen omen. Mi aveva colpito parecchio il rapporto tra Nero e la madre, descritto in poche righe ma, per quel che mi riguarda, molto profondo e dal finale che fa provare una brutta morsa al cuore. E il peggio doveva ancora venire... una faccenda terribile, dal tragico epilogo che rende questa storia una di quelle che ricorderò negli anni, una di quelle alle quali un lettore non può non rimanere segnato.

Ti confermi, almeno a mio parere, il miglior autore di noir qua dentro... sia in ambientazioni statunitensi che italiane.

Un racconto magnifico, veramente.

Ciao, Ger!

ritratto di Gerardo Spirito

Eheh caro peppe, nomen omen,

Eheh caro peppe, nomen omen, proprio così.

E' stato divertente “tormentare” l'esistenza del protagonista. Ti dirò, è stato molto più facile scrivere questa storia rispetto ad altre qui pubblicate, proprio perché lì andavano caratterizzati molti più personaggi, mentre qui essenzialmente uno.

Ad ogni modo, ti ringrazio per le belle parole, e attendo il tuo prossimo racconto, visto che è da un po' che non pubblichi qualcosa, ma immagino tu sia in periodo esami!

Alla prossima.

ritratto di Blue

A mio parere, tu costituisci...

...uno di quei casi, meno frequenti (per fortuna, poi spiegherò perchè), in cui il contenuto di un racconto è decisamente più apprezzabile della forma. Ho già letto altri tuoi scritti, e - come questo - li ho trovati ben strutturati nella trama (abbastanza originali, e comunque con uno stile molto personale), ma un po' lacunosi nella forma: e questo non fa eccezione. Certo, come ho scritto prima, per fortuna i contenuti sono sicuramente più importanti della forma: senza questi, si può scrivere un racconto perfetto per quanto riguarda il rispetto della lingua, ma arido e vuoto per la parte che più conta, cioè la storia. Però, se curassi un po' di più lo stile, forse ne gioverebbe la fluidità della lettura. Alcune espressioni, tipicamente "colloquiali", quindi inserite volutamente immagino, sviliscono un po' l'insieme, se capisci cosa voglio dire.
A scanso di equivoci: non sto dicendo che non mi è piaciuto, eh... tutt'altro. Però, sarò un po' tonta io, ma nel finale non ho capito bene se il detective è stato ucciso o si è impiccato da solo: la frase

"C'è qualcuno? disse. Ehi, chi va là?

mi fa propendere per la prima ipotesi...

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Blue, ti ringrazio per

Ciao Blue, ti ringrazio per il commento e per la lettura!

Capisco quello che dici, e forse in questo racconto sono stato molto più “colloquiale” del solito, infatti come dicevo a rubrus, tutt'ora, questa storia non mi convince a pieno. In passato mi lasciavo andare a barocchismi e ampollosità senza senso, davvero inopportune. Adesso, anche per questo, per quanto mi è possibile cerco sempre la semplicità, consapevole che spesso può anche non funzionare.

Devo ancora migliorare molto.

Riguardo al finale, ho voluto lasciare “aperte” due porte diciamo, anche se qualche frase, come quella che hai riportato tu ad esempio, possono chiuderla una; (SPOILER) o è un suicidio, o il meccanico o chi altro, ha voluto “levare di mezzo” Nero dopo quanto accaduto. Sono rimasto abbastanza sul vago, optando per un finale semi-aperto.

Io, personalmente, vado per la seconda.

Grazie ancora per il graditissimo commento!

Con colpevole ritardo.....

....mi associo ai positivi commenti di chi mi ha preceduto.

Ed aggiungo: si, ne vale proprio la pena.

Ecco un noir dipinto con il pennello fine dove il reato se ne sta tranquillo appena abbozzato e serve egregiamente a reggere la storia dei protagonisti, in un fantastico mix tra azione e vicende personali.

Con notevole abilità sei riuscito a farci vedere "dentro" i protagonisti, narrando le vicende con il tuo classico stile asciutto che, qui, raggiunge mirabili vette di "cupezza", con il tempo piovoso e grigio che fa da degna cornice.

Finale apertissimo: propendo più per la prima ipotesi, la seconda non mi convince del tutto (e qui mi fermo per non spoilerare.....).

Insomma un pezzo da incorniciare e da ricordare.

Piaciutissimo!

 

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Paolone, grazie come

Ciao Paolone, grazie come sempre per la lettura!

Normalmente cerco di evitare i finali aperti, quì peró, in questa storia, mi sembrava d'obbligo concludere così.

Eh sì, l'atmosfera è sempre liquida e livida come il cielo di un temporale, insomma, alla fin fine tutto (o quasi tutto) in questo racconto sprizza cupezza (persino il nome del protagonista eh eh). Ti ringrazio ancora una volta! A presto

ritratto di Elisabeth

Ciao. Mi ero ripromessa di

Ciao. Mi ero ripromessa di leggere questo tuo racconto con calma dato anche la lunghezza e una certa mia difficoltà nella lettura e quindi lo avevo salvato. Uno dei racconti più belli che io abbia letto per la costruzione di trama, per la struttura degli accadimenti, per la impostazione del testo che consente le giuste pause di lettura e di riflessione e anche se può essere considerata una cosa da niente io invece la trovo importante. Ci ho letto il male che avanza e si prende tutto, le vite di giovani donne, il cuore di chi vorrebbe migliorare il mondo. Il personaggio di Nero a me ha colpito l'anima e mi ha commossa. Tutto profondamente dis-umano. Un saluto caro. Complimenti, Gerardo.

ritratto di Gerardo Spirito

Eheh, ti ringrazio Eli per le

Eheh, ti ringrazio Eli per le belle parole. E' un racconto molto movimentato come hai notato, cioé, ci ho perso un po' a immaginarmi mentre lo scrivevo a dove collocare alcune situazioni/accadimenti, quindi mi fa molto piacere il tuo appunto positivo (anche perché, come dicevo forse a rubrus, questa storia non mi convince a pieno ancora adesso).

Pensa la mia idea iniziale era scrivere un racconto flash - descrivere giusto l'irruzione e poche altre cose, poi mi sono lasciato andare ed è venuto abbastanza lunghetto. Eh eh, ti ringrazio ancora, sono consapevole che è difficile e fastidioso da schermo leggere un testo di tale lunghzza. yes

ritratto di Elisabeth

Gerardo non so che cosa non

Gerardo non so che cosa non ti convince. Personalmente lo trovo "compatto" un rigo che mantiene il tuo senso descrittivo perché le azioni e i pensieri dei personaggi si vedono al rallentatore e questa è la tua caratteristica principale secondo me. C'è meno prolissità rispetto ad altri e viene fuori attraverso un congegno corale di tutti i personaggi -oltre che la trama- il crescendo interiore di ognuno di loro. Sì, era lungo e l'ho letto a pezzi. Comunque mi ero dimenticata di dire che mi ha fatto subito pensare (come deve fare un racconto e per di più noir) a quel tratto di strada che spesso faccio in auto precisamente -e qui lo dico- che da Cappello va a Greve in Chianti. Ci sono due furgoni che ogni mattina scaricano presto un gruppo di giovani donne nigeriane. Mi ci sono fermata e qualcuna non arriva ai 18 anni. Le vedo sotto il sole cocente della campagna e i camionisti che sfilano. Una di loro venerdì scorso mi ha fatto cenno di tirare dritto. La zona è isolata. Leggere questo racconto mi ha fatto capire ma già lo sapevo che certe vite non possono aspettare. Un saluto di nuovo.