L'oracolo

ritratto di Rubrus

NDA: è un po' lunghetto, ma , a meno che non me ne venga in mente un altro, è anche l'ultimo prima della pausa estiva e quindi non dovrebbe dare troppo fastidio. E comunque si è rivelato più breve di quanto pensassi all'inizio.  

Il cliente aveva gironzolato un po’, prima di decidersi.
Poco a poco, probabilmente senza esserne consapevole, aveva preso a camminare in cerchi concentrici, come un meteorite attratto da un pianeta.
Alla fine, si era fermato davanti al Juke Box.
Accanto c’era un distributore di vecchie monete da cento lire: si inserivano dieci centesimi, si tirava una levetta e ne usciva uno di quei grossi, argentei dischetti di metallo, un tempo così familiari.
Il cliente si era girato verso Joe, il barista, e gli aveva rivolto uno sguardo interrogativo, ricevendone un cenno d’assenso.  Aveva messo gli euro nel distributore e tirato la levetta. Erano uscite le lire e lui le aveva tenute in mano per qualche istante (“non me le ricordavo così leggere” dicevano le rughe sulla fronte) prima di inserirle nel Juke Box e schiacciare i bottoni.
Lo scatto del meccanismo a margherita aveva echeggiato nel silenzio polveroso del pomeriggio, ronzando lieve finché il disco scelto non era finito sul piatto. La puntina aveva toccato il vinile. C’era stato un fruscio leggero, come un bisbiglio carico di promesse.
E allora era successo.
Il cliente aveva fatto un balzo indietro, come se dal Juke Box fosse uscito un pupazzo a molla, o un getto di acqua bollente.
Si era voltato verso Joe, fermo dietro una pila di bicchieri come al riparo di una muraglia di vetro, e aveva provato a parlare, ma era riuscito solo a disegnare con le labbra una grossa “O” di sorpresa. La voce di Joe aveva sovrastato quella di Ligabue che esortava il locale deserto a non rompergli i cosiddetti. 
«Lo so» disse Joe «non è la canzone che ha scelto».
Il cliente andò verso di lui. Dalla faccia non si capiva se era più sorpreso o arrabbiato. “La gente oggigiorno si arrabbia facilmente, ma fatica a tenere il punto. Giusto quanto basta per un post su Facebook” aveva sentenziato Marco, il figlio di Joe, e Joe, che del mondo dei social aveva solo una vaga percezione, aveva annuito senza saper bene di che cosa Marco stesse parlando.
Ad ogni modo, il cliente aveva sempre ragione, e questo era vero prima di internet e lo sarebbe stato anche dopo.
Joe rovistò nel cassetto degli spiccioli ed estrasse una moneta da dieci centesimi.  
«Tenga» disse «Soddisfatto o rimborsato. E poi non è neanche una bella canzone. A me non piace per niente. È una questione di buon gusto.  Sarò all’antica, ma non si dovrebbe mettere la parola “coglioni” in un testo».
L'altro esitò, poi allungò la mano e arricciò le labbra come se volesse dire “grazie”. All’ultimo momento, però, spalancò di nuovo la bocca, stavolta insieme agli occhi.
«Se ne è reso conto solo adesso, vero?» chiese Joe.
Il cliente annuì e, senza voltarsi, indicò il Juke Box con il pollice, ma in modo impercettibile, come si fa con un tizio poco raccomandabile.
«Come...» disse.
«... come mai avete la versione su vinile di una canzone che avrà sì e no un mese di vita e che, diciamocelo, non è tutto ‘sto capolavoro? O, meglio: come fa a esistere una versione eccetera eccetera?». Joe aprì il rubinetto e riempì un bicchiere d’acqua, scolandoselo d’un fiato «La verità è che non lo so» concluse.
L'uomo fece un sorriso sarcastico. Sembrava aver acquistato sicurezza, forse perché il Juke Box aveva smesso di suonare; non avrebbe avuto difficoltà a dire: “mi sta prendendo in giro”, solo che non ce n’era bisogno. La sua faccia era sufficiente.
Joe gli porse la mano. «Joe» disse «Sarebbe Giovanbattista, ma pare che la gente vada più volentieri al bar, se il barista si chiama Joe».
Il cliente la strinse. «Specie se il bar si chiama “Vintage”» disse. Fece scorrere lo sguardo sull’arredamento. C’era da scommettere che non tutto fosse anni ‘50 - ‘60 autentico, ma gli somigliava parecchio. Naturalmente, il Juke Box era il pezzo forte.
«Il passato dà sicurezza» disse Joe «Tranne forse a chi l’ha vissuto sul serio». Teneva ancora la mano del cliente, e fece per lasciarla, ma quello lo trattenne. «Può chiamarmi “Nick”» lo informò facendo l’occhiolino.
«“Joe” è anche un modo per ricordare che io ho messo in piedi tutta la baracca, anche se adesso la gestiscono mio figlio e mia nuora. Io sto qui al pomeriggio, quando c’è poco da fare».
Nick, lasciò andare la mano di Joe e ordinò una birra alla spina. «È venerdì, non mi rompete…?» ammiccò ancora, lasciando la frase in sospeso.   
Joe riempì il bicchiere. «Più e meno, amico, più o meno». Guardò fuori. Il pomeriggio era ancora giovane, ma la luce si stava incupendo, come se stesse arrivando un temporale. Grossi grani di polvere danzavano lenti nella luce delle finestre, immersi in un luccichio crepuscolare. Lontano, una moto rombò come un anticipo di tuono.
Joe porse la birra al cliente e si appoggiò al bancone sporgendosi verso di lui. «Senta, amico... Nick… non se la prenda ma….» abbassò la voce benché, a parte lui stesso e il cliente, il bar fosse deserto «che ne dice se, dopo aver finito la birra, riprende la sua strada?».
L'altro ripropose il suo sorrisetto sarcastico «Che fine ha fatto quella storia del cliente che ha sempre ragione?».
Joe esitò. L’aveva solo pensata, quella frase, poco prima. D’altra parte, era una frase fatta. «Quale disco voleva mettere?» chiese.
Nick aggrottò la fronte. Sembrava giovane, ma quando faceva così, le rughe si increspavano come un mare in tempesta. Joe si rese conto che era difficile stabilirne l’età. «“Dio è morto”, penso».
«Pensa o ne è sicuro?».
Nick esitò ancora. Riapparve un po’ dello stupore di prima. «Ne sono sicuro».
«Ed è sicuro di aver schiacciato il pulsante giusto».
Una vetrata vibrò, percossa da una folata di vento.
«Sì» rispose Nick.
Joe guardò fuori – la luce si stava davvero incupendo, ma a tratti aumentava, come se sole e nuvole giocassero una partita sulla scacchiera del cielo – poi fissò Nick.
«Penso che, dopotutto, abbiamo ancora un po’ di tempo» disse «finisca la sua birra. Voglio raccontarle una storia».
Nick si mise comodo. Se ci fosse stato un ritratto “uomo che ascolta un racconto” avrebbe potuto fare da modello.
«Quel coso è arrivato qui nel ‘71» disse Joe senza guardare il Juke Box «Un errore di consegna. All’inizio volevo mandarlo indietro. Era già vecchio e avevo paura che si rompesse e di non trovare i pezzi di ricambio. Fu mia moglie a insistere che lo tenessi. Almeno, disse, finché non ne arriva uno migliore. E poi, ripeteva, a un sacco di gente piace la roba vecchia. Non antica, solo vecchia. Degli anni in cui erano ragazzi. Penso sia un modo per tornare giovani».
Gli occhi di Joe si mossero verso una foto appesa alla parete sul retro, in un punto in ombra. C’erano delle persone, ma non si capiva chi.
«Aveva ragione Nora, ovviamente. Nora sarebbe mia moglie. Quando ho passato la mano a mio figlio e lui ha deciso di chiamare il bar “Vintage” mi sarebbe piaciuto dirglielo, a Nora, perché nel ‘71 la parola “Vintage” non esisteva. Solo che era sottoterra da un pezzo»
Nick bevve un sorso. Un baffo di schiuma gli rimase attaccato a un labbro e lui lo ripulì col dorso della mano.
«Comunque sia, quell’affare rimase al suo posto. Lei la conosce la storia che niente è più definitivo del provvisorio, vero? ».
Nick annuì. Joe lanciò un’occhiata al Juke Box.
«Successe subito. La prima sera. Lo avevo messo in bella vista, sempre su consiglio di Nora. “Così puoi osservare come la gente reagisce quando lo nota” aveva detto.  Al solito, aveva ragione lei».
Il cliente si mise più comodo. Doveva essergli venuto in mente come lui stesso era stato attratto dal Juke Box.
«Entra la combriccola di Lando: Sabrina, Giampa, Walter e tutta la banda. Guardano l’aggeggio, ci si fiondano sopra e mi chiedono dove ho preso quel rudere. Io non rispondo e quelli lo accendono.  A quei tempi, i ragazzi sapevano ancora come funziona un juke box. La faccio breve: mettono su un disco e invece ne parte un altro, proprio come a lei. Sa, quella canzone che parla di guidare a fari spenti nella notte per vedere quanto è difficile morire».
Nick bevve un sorso «Non è tanto difficile».
«Quello che ho sempre pensato anche io. Comunque, come dicevo, parte quella canzone e loro dicono che non è quella che hanno messo, che quell’affare è rotto e che vogliono indietro i soldi. Io non voglio grane e glieli ridò. Loro infilano la porta e se ne vanno».
«Come dovrei fare io».
Toccò a Joe annuire.
Nick proseguì. «Solo che… quando ha detto che è successo? Nel ‘71? La canzone doveva essere di quegli anni. E allora c’erano i dischi in vinile. Il juke box poteva davvero essere rotto».
Joe rispose parlando in fretta. Sembrava affannato, come un uomo che rovescia una carriola piena di mattoni. «Gli ridò i soldi e quelli se ne vanno. Si sono schiantati poco dopo sulla curva del Pioppo Morto, lungo la strada del Boscaccio, non so se sa dov’è».
Anche se conosceva il posto, Nick non disse nulla.
«Non si deve preoccupare: nessuna gaffe. È passato tanto di quel tempo. E poi, detto tra di noi, non erano simpatici a molti: erano delle teste calde. Erano gli anni della Contestazione e gli piaceva fare casino, anche se dubito che gli importasse della contestazione».
Nick finì la birra. «Pensandoci bene, non è che una coincidenza».
Joe prese il bicchiere e lo sciacquò sotto il rubinetto con gesti esperti e misurati del polso.
«Naturalmente. Certo, non c’erano segni di frenata e i fari erano spenti, come se Lando – era lui, al volante – avesse voluto fare come nella canzone, ma quelli erano su di giri già prima di venire qui e, insomma…. l’ho già detto: erano giovani ed erano delle teste calde. Anche qui, a tempo debito, avevano provocato la loro parte di danni». Strinse gli occhi guardando le pareti, come fissando cicatrici visibili a lui solo.
«Coincidenze» ripeté Nick.
«Coincidenze, sicuro. Vediamo un fatto qui, un fatto là e diciamo “coincidenze” per resistere alla tentazione di unire i puntini e vedere che cosa appare. Magari perché non siamo sicuri di volerlo vedere, che cosa appare».
«E qui ci sono un bel po' di puntini».
Joe sospirò «Accadde di nuovo nel '74. Il trabiccolo era rimasto al suo posto. Funzionava, alla gente piaceva e tutti ci eravamo dimenticati di quell'altra storia. Bruno arriva, infila la moneta e parte la solita tiritera. La canzone era “Ciao amore ciao” e lui non l'avrebbe mai scelta: si era sposato sei mesi prima. E… no, non era ubriaco».
«Non l'ho detto».
«Comunque quando torna a casa scopre che la moglie l'ha piantato. Nessuna spiegazione, nessun biglietto. Era tornata da sua madre, venimmo a sapere, e si rifiutò sempre di vederlo».
«Forse aveva i suoi motivi».
«Se li aveva, Bruno non ce li raccontò mai. Per un bel pezzo cercò di convincerla a tornare, poi lasciò perdere e iniziò a venire qui tutte le sere, a ubriacarsi. Si impiccò prima che fosse passato un anno».
Un nuovo rombo. Non era lontano e non era una moto.
«Scommetto che c'è un altro puntino da unire».
Joe aprì il rubinetto e si versò un altro bicchiere d'acqua. «Non c'era, nel Juke Box, quella canzone. Ogni anno controllavo i dischi del meccanismo a margherita e cambiavo quelli vecchi o usurati. E quella canzone non c'era».
«Ma, dopo che… Bruno, ha detto?... si impiccò, andò a controllare e c'era».
Un bagliore e, subito, un tuono. In cielo, il nero stava vincendo la partita.
«Quindi si era sbagliato».
«Già. Un errore e una coincidenza. Ci può stare, no? E poi erano passati anni tra un episodio e l'altro».
«Solo che non furono appena due, gli episodi».
Joe non ripose. Si girò e schiacciò un pulsante sul muro alle sue spalle. Le luci si accesero. Nick strizzò gli occhi. Mentre parlavano, il locale era diventato buio e la luminosità improvvisa dava fastidio.
«Molti. Non so dire quanti, ma sono molti» disse Joe.
Il temporale scoppiò. Ci fu un improvviso rovescio di pioggia, come se qualcuno avesse aperto un'immane, invisibile doccia. Il vento s'infilò sotto la porta d'ingresso, sibilando. Non riusciva a spalancarla, ma la faceva tremare, con un brivido continuo e serrato come il crepitio di un paio di nacchere.   
«Il tempo ideale per le storie di fantasmi» disse Nick «ma, si fidi, non riuscirà a spaventarmi al punto da farmi uscire di qui». Indicò una bottiglia di whiskey alle spalle del barista. «E poi non ci credo che non sa quanti sono stati gli “episodi”, come li chiama lei» concluse intanto che Joe era voltato.
Il barista si girò, prese un bicchierino e mescé il liquore. Ne aveva versato appena un dito che Nick lo fermò con un gesto della mano, deciso come una ghigliottina che cade.  «Non è facile capire quel che dice l'Oracolo» disse Joe.
«L'Oracolo?».
Joe accennò al Juke Box «È così che l'ha chiamato un tale che veniva qui una volta, un professore. Ha detto che i suoi responsi sono “sibillini”».
«Ibis redibis non morieris in bello?».
«È un professore anche lei?».
Nick fece spallucce.
«Quelle frasi potevano significare più cose insieme, così non so quante volte l'Oracolo abbia parlato. Quello che succedeva… non era mai esattamente uguale alle canzoni».
Nick svuotò il bicchiere e lo puntò verso il barista con un gesto d'accusa. «Questa, amico» disse «non me la dà a bere. Ha detto che prima l'Oracolo – tanto vale chiamarlo così a questo punto – sceglie la canzone che vuole lui, anziché quella che vuole il cliente, e dopo… succede quel che deve succedere. E non reciti la parte del rozzo uomo di provincia con me. Non dopo aver usato la parola “responsi”». Posò il bicchiere sul tavolo. «Per non parlare delle canzoni che neanche dovrebbero starci, li dentro. Che neanche dovrebbero esistere». Fece una pausa. «Lei sa esattamente quante volte l'oracolo ha parlato».
Joe afferrò il bicchiere e lo sciacquò. Lo scroscio del rubinetto si unì a quello della pioggia.
«Potrei raccontarle di quando partì “With or without you” la notte in cui Diego si buttò dal Ponte della Vittoria. E, se anche lei mi può dire che non è la canzone adatta per chi ha appena divorziato e che, sì, può avere contribuito, io le risponderei che avevo rinnovato i dischi il giorno prima, e quella canzone non c'era. Potrei dirle di quando partì “Bang bang” la notte in cui Luca fece fuori la famiglia. Le potrei parlare di quando l'Oracolo suonò “Don't fear the reaper” il giorno prima che Nora scoprisse di avere un cancro al pancreas; eravamo nel '96 e quella canzone aveva più di vent'anni e da queste parti non vanno tanto le canzoni straniere perché la maggior parte dei clienti sono di una certa età  e preferiscono capire le parole».
Aveva parlato in fretta e fu costretto a fermarsi per prendere fiato. Ansimava con un sottile sibilo asmatico. I lampi baluginavano come flash di paparazzi. «Le potrei raccontare tutto questo, ma a lei non interessa, vero?».
«Perché ha tenuto l'Oracolo?».
Joe fece silenzio. Ciascuno dei due poté udire il temporale che si allontanava. Il tempo tra i lampi e i tuoni si allungava poco a poco, ma costantemente.
«Nora. Era sempre stata un po' fissata con la religione. Spesso si metteva su quella sedia laggiù e leggeva la Bibbia; a volte non smetteva neppure se entrava gente».
Nick rivolse a Joe uno sguardo interrogativo. Joe si strofinò il mento con una mano. «Volevo… non so, accidenti… volevo dimostrare qualcosa. Era lei che aveva insistito perché tenessi l'Oracolo e...». Un'ombra passò sul volto di Joe: stupore e timore insieme. Di solito erano i clienti che si confidavano col barista, non il contrario. «Prima credo che fosse una sorta di ripicca. Sa, dopo “Bang bang” che era partita da sola e dopo che Luca fece fuori la famiglia, Nora cominciò a guardare storto l'Oracolo».
«Ma lei, Joe, non ci credeva».
«Nora aveva insistito per tenere quell'affare? Bene, che se lo godesse. E poi io non sono mai stato molto religioso. E quanto al credere a un juke box stregato...».
«Il più grande inganno del diavolo è far credere che non esiste».
«Questa l'ho già sentita».
«E lei continuava a non crederci».
Il barista si passò una mano sul viso. Sembrava molto stanco. Il temporale era un bubbolio lontano.
«Metti una moneta e suona la canzone che hai scelto. Questo è quello che avevo bisogno di credere, specie dopo che Nora si ammalò. Suppongo che abbia a che fare col controllo, col bisogno di un senso. Lei aveva le sue giaculatorie e i suoi rosari e io le mie...».
«… coincidenze?».
Joe non rispose. I tuoni erano cessati e il suono del vento era un sussurro. Lo sgocciolio placido delle ultime gocce di pioggia dalla cimasa bastava a coprirlo.
«Io non l'ho mai usato» disse Joe, piano. «Era venuto da me, ma io non l'ho mai usato. Nora lo fece. La sera in cui suonò “Don't fear the reaper”. La sera prima che le diagnosticassero il cancro».
Rimasero così, in ascolto del tamburellare dell'acqua sempre più lento. Lontano, sfilavano delle moto. Procedevano con cautela, le gomme in cerca di aderenza sull'asfalto bagnato. Si era fatta notte.
Nick estrasse una banconota e degli spiccioli «Il cambio di cento lire sarebbe cinque centesimi, non dieci, ma farò finta di niente. Questa dovrebbe bastare per il whiskey e la birra». Allungò i soldi sul bancone. «Non piove più» concluse.
Joe li prese «Sì, è meglio che vada».
«La canzone» fece Nick alzandosi «parla di due che fanno un brutto incontro in discoteca. A un certo punto saltano fuori le pistole». Fece il solito occhiolino «E, ovviamente, stasera è venerdì».
Joe lo guardò «Parla del tempo che passa e del freddo che c'è fuori. Qualche volta anche dentro».
Nick si avviò verso l'uscita. «Ha ragione, non è una gran canzone. Troppo facile, troppo banale». Arrivato a metà del locale si fermò e si voltò di tre quarti. «Non stia in pena per me. Non sono quel che si dice “un bravo ragazzo”. Se vuol saperla tutta, sono in libertà vigilata. Avrei dovuto rientrare stamattina, ma mi sono preso un altro po' di tempo. Avevo cent'anni, ma mi sono sembrati un secondo. Comunque, sono già venuti a prendermi».
Si sentì il rombo delle moto, poi i fari illuminarono l'ingresso del bar.
La porta si aprì.
Entrarono in tre e non erano poliziotti.
Sembravano piuttosto dei metallari sui generis.
Il primo, il più alto, quello che sembrava il capo, aveva capelli biondi e vaporosi che incorniciavano un viso efebico.  Indossavano jeans e giubbotti di pelle, interamente bianchi e con finiture dorate. Anche se le strade dovevano essere piene di fango, erano così immacolati che sembravano moltiplicare la luce. 
«Hey, Micky!» disse Nick, giulivo «sempre coi guardaspalle, eh? Da solo non ce la fai».
Quello che Nick aveva chiamato Micky, il capo, non rispose. L'ultimo, che sembrava un ragazzo, ma che avrebbe potuto essere anche una giovane donna, chiuse la porta del locale.
Joe poté vedere che, sul retro dei giubbotti, era stampigliata una scritta: “Paradise Devils”.
I tre si diressero verso Nick, disponendosi a ventaglio.
Nick allargò le braccia, spalancando le palme. «Andiamo, Micky… neanche il tempo di una canzone? Non so… “Sympathy for the devil”».
I tre iniziarono la manovra di accerchiamento.
«Il tempo è scaduto, Nick» fece Micky. Aveva una voce squillante, ma anonima, impersonale. Come se fosse registrata o se imitasse la voce di un altro.
«Oooh,  siete così… noiosi» indicò Joe «Persino Giovanni Battista laggiù sa che, a volte, anche se metti la moneta giusta, non esce la canzone che hai scelto».
«Il tempo è scaduto, Nick» ripeté il biondo vestito di bianco.
«Hey!» disse Nick puntando verso l'altro un dito e allo stesso tempo facendo una specie di saltello aggraziato, da ballerino. «Hey, non ci sarebbe la faccenda dei nove miliardi di nomi! O erano i dischi d'oro nel tempio di Benares? Non mi ci raccapezzo con queste assurdità».
I tre avevano completato l'accerchiamento.
Nick abbassò le spalle e sbuffò «Ok, ok, è venerdì e nessuno vuole rotture di...» si girò verso Joe e gli fece il ben noto occhiolino «...cosiddetti». Fece un passo in avanti e i tre balzarono indietro. Joe ebbe la netta sensazione che avessero paura. Nick ridacchiò. «Non sarebbe carino sfasciare questo bel locale, non trovate?». Fece cenno di precederlo, seguirlo, o di uscire insieme, come preferivano. 
Tutti si mossero e Micky aprì la porta. «Li hanno contati, i nomi. E hanno anche impilato tutti i dischi» disse a Nick.
Quello lo guardò sorpreso, poi sorrise. «Oh! I computer! E pensare che, se non fosse stato per me… be', tanto peggio» sospirò «allora non resta che andare».
Sull'uscio, senza voltarsi, agitò una mano in segno di saluto. «Eh no, qualche volta esce proprio la canzone che non ti aspetti».
I quattro salirono sulle moto, partirono, e, in breve, non ci fu che il silenzio della notte.
Joe lo ascoltò a lungo, a capo chino, finché il ronzio che cercava di sostituire l'assenza di suoni non gli dette fastidio. Poi si accorse che Nick lo aveva pagato in vecchie lire. C 'era anche una moneta da cento.
La prese e la soppesò. Era davvero più leggera di quanto ricordasse.
Metti una moneta e suona la canzone che hai scelto. Questo è quello che avevo bisogno di credere. Le mie coincidenze.
Facendo saltellare i soldi nel palmo, rigirandola tra le dita, uscì da dietro il bancone, andando verso il Juke Box, l'Oracolo.
Io non l'ho mai usato. Era venuto da me, ma io non l'ho mai usato.
Giunto a metà strada, si fermò e sollevò in alto la moneta. Era del tutto normale. L'anno di conio era il 1968 e, in un angolo, c'era un ammaccatura. Si chiese se sarebbe entrata nel Juke Box.
La inserì e questa scivolò dentro come una vecchia moneta da cento lire scivola nella fessura di un vecchio juke box.
Non restava che scegliere la canzone.
Aveva detto la verità a Nick: la gente del posto non amava le canzoni straniere perché preferiva capire le parole, ma i giovani di una volta avevano imparato l'inglese, ed ora erano vecchi. 
Perciò, “The end” andava benissimo.
Joe schiacciò i tasti.
Il meccanismo a margherita scattò, posando con un ronzio il disco sul piatto. La puntina toccò il vinile. Il disco frusciò.
“The end” risuonò nel bar Vintage deserto.
Perché, cos'altro avrebbe dovuto succedere?
Mettevi la moneta e usciva la canzone. Non era una coincidenza. Era quello che doveva succedere. Non c’erano puntini da unire e, anche se li si fosse uniti, non sarebbe venuto fuori nessun disegno. E i Juke Box difettosi non facevano schiantare la gente contro gli alberi, né provocavano il cancro.
Avevi quel per cui pagavi e quel che pagavi era tuo. Ci aveva messo quarant’anni per capirlo, ma meglio tardi che mai. «E da domani ci pensa Marco a mandare avanti la baracca» mormorò al bar deserto.
Avvertì un soffio di aria fredda e si accorse che la porta d'ingresso era rimasta aperta.
Guardò l'orologio e si accorse che era tardi.
Mentre i Doors cantavano, Joe, seguendo una routine consolidata, chiuse il locale. Segnò l'incasso, mise le sedie sui tavoli, spense quello che doveva essere spento, chiuse ciò che doveva essere chiuso.
Prima che la canzone terminasse, aveva finito e stava all'ingresso, una mano sull'interruttore accanto allo stipite, l'altra che impugnava le chiavi.
Attese che il disco finisse e che il juke box lo rimettesse al suo posto, poi spense la luce e uscì.
Fuori, era freddo, come sempre dopo un temporale. Il fiato si condensava in nuvolette che una brezza lieve dissipava nel buio.
Alzò lo sguardo verso il cielo terso in modo quasi intollerabile. Le stelle erano luminose come fari di un lontano teatro.
Straordinariamente luminose.
Joe ne vide una che non aveva mai notato, di una bizzarra tonalità tra l'azzurro e il verde, staccarsi dal firmamento e, a gran velocità, puntare verso il basso, come dirigendosi verso di lui.
Dirigendosi verso tutti
Un brivido che non era solo freddo lo scosse.
Le chiavi tintinnarono, chiedendogli se intendeva usarle o tenerle in mano tutto il tempo.
Allora, mentre, intorno, si levavano grida sempre più alte, Joe si girò, abbassò la saracinesca e chiuse il bar.
 
     

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Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

ritratto di Blue

Wow... l'ho...

...letto tutto d'un fiato...
Complimenti, molto ben riuscito. Sembrava di stare insieme a Roland di Gilead... stessa atmosfera.
Anche il finale riesce a sorprendere: ci si sarebbe aspettata la "fine" del protagonista, invece...
(P.S.: Forse qui c'è un errore: "...ma quando faceva così, le righe si increspavano..."
Non era esattamente quello che intendevi, giusto?)
(P.P.S.: Una cosina personale: cavoli, quanto detesto quando inserisci frasi in latino nei racconti...)   smiley

ritratto di Rubrus

***

ehmmm.... "rUghe". Una curiosità sul finale. Inizialmente non riuscivo a togliermi dalla testa il finale del racconto di Clarke, che cito, ma che non potevo riproporre, benchè e proprio perchè stupendo.

Poi il cielo mi ha dato una mano...

http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2017/5/31/METEORITE-Scia-verde-avvistata-in-cielo-i-social-si-infiammano-era-un-bolide-/766743/ 

Sullo "ibis redibis" https://it.wikipedia.org/wiki/Ibis_redibis_non_morieris_in_bello; parlando di espressioni "sibilline" era doveroso citarlo. E poi è un esempio della importanza delle virgole ;-)  

ritratto di Gerardo Spirito

Macchè lungo - almeno per i

Macchè lungo - almeno per i miei standard eheh.

Le premesse erano ottime, visto l'estratto che avevo già letto, ma il racconto le supera. Uno dei tuoi migliori per me, se non il migliore. È proprio una bella storia, molto originale, e senza parole superflue. Alcuni dialoghi sono da incorniciare. Il climax crescente si srotola proprio come il temporale descritto nel racconto: prima si avvicina, poi scoppia e infine si distanzia di nuovo come un "bubbolio lontano".

Il finale apocalittico alla "I nove miliardi di nomi di Dio" mi ha fatto sorridere, ma non perchè non funziona eh, tutt'altro, bensì perchè da qualche mese sto tentando a piccole dosi di scrivere anche io un racconto che "dovrebbe" avere un finale simile, anche se la storia è del tutto diversa.

Mi sono segnato un aggettivo che non conoscevo, "efebico".

Poi penso che sia una storia molto malleabile, cioè, mi spiego meglio; volendo potresti ricamarci sopra molto altro, potrebbe uscirne anche un romanzo, magari potresti parlare delle origini dell'oggetto (anche se a ben pensarci, da questo punto di vista, va benissimo così, correresti slamente il rischio di distorcere l'enigmaticità della cosa) o raccontare qualche altra vicenda/disgrazia di coloro che... Non aggiungo altro per non spoilerare.

Ti segnalo una sciocchezza: "Il tempo tra i lampi e i tuoi (tuoni) si allungava..."

Ben fatto!

ritratto di Rubrus

***

Eh..."tuoni" ovviamente.

La storia è sicuramente malleabile. Penso che un bravo scrittore potrebbe renderla in presa diretta anzichè in retrospettiva - quale è per circa la metà. A questo proposito - per evitare che che diventi ripetitiva (penso che succederebbe già dopo il secondo "responso") - dovrebbe ineserire altri personaggi, uno su tutti Nora, la moglie del barista, e lavorare sui reciproci rapporti (ma anche altri avventori adrebbero bene). Inoltre dovrebbe espandere i luoghi - non si può tenere tutto sempre concentrato sul bar, diventerebbe noioso - concentrarsi sul "passaggio di mano" tra Joe e il figlio nella gestione dell'esercizio ecc. Il tutto senza perdere la linea narrativa principale, cioè quella delle "profezie" (?) del juke box. Tutta roba, peraltro, al di sopra della mia portata.     

ritratto di GiuliaRebecca

un juke box che sembra

un juke box che sembra insensato e strampalato e invece sa quello che dice su determinati temi 'all'ordine del giorno'. ma che altro poteva o doveva fare su una proiezione infinita di dubbi e problemi? un fenomeno programmato a esplodere proprio in seguito a questa presa di coscienza, insieme all'intero genere umano. hai la straordinaria capacità di pensare per simboli, lasciando che il flusso di figure, eventi, scorra senza sbarramenti o sequenze casuali. ti ho scoperto da poco e già parti per le vacanze... buona estate. ciao

ritratto di Rubrus

***

Non vado in vacanza: mi sono prefisso un racconto al mese per "non perdere la mano" e a giugno sono già due racconti; se a luglio mi viene in mente il racconto per la netricetta, bene, altrimenti  sono a posto. 

Sui simboli: concepisco un racconto un universo chiuso dove tutte le premesse, anche le più inverosimili, sono possibili, e poi racconto di conseguenza. I possibili significati di quello che narro vengono fuori da sè- sempre che ci siano.   

L'oracolo

Al sottoscritto questo bel racconto fa venire in mente  Stephen King. Si, credo proprio sia sotto il suo segno. Il Juke Box è infatti un "personaggio" tipicamente kinghiano, fa parte infatti di quella schiera di macchine e aaggeggi meccanici che a un certo punto si ritrovano una volontà propria (diabolica) e quasi sempre si ribellano alla signoria dell'uomo su di loro. Complimenti e saluti

ritratto di Rubrus

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L'idea che un oggetto inanimato si animi in qualche modo è alla radice del perturbante e, sullo sfondo, non è difficile intravedere i nostri antenati che davano un'anima ai fenomeni naturali. King, con la sua poetica dell'orrore nel quotidiano (ma ricordiamo che la prima reazione, da sempre, nei confronti del numinoso è la paura: pensiamo ai personaggi omerici quando intuiscono la presenza di un dio) è tuttavia senza dubbio imprescindibile e, dopo di lui, il rapporto con le cose - sotto questo particolare profilo - è narrativamente cambiato. Nè poteva essere diversamente: nell'era del consumismo e nel paese del consumismo King insinua che ciò che consumiamo potrebbe consumarci.   

ritratto di Vecchio Mara

Lungo?

direi proprio di no, ti prende fin da subito e si fa leggere in un amen; la narrazzione scorre che è un piacere e il finale, che non ti aspetti, ti lascia a bocca aperta... le atmosfere mi hanno rammentato un altro tuo racconto che mi era piaciuto assai (mi sembra si svolgesse dento una baita, o forse dentro la stazione d'arrivo di una funivia durante l'ultima notte dell'anno, o forse di Natale, il titolo non lo rammento) davvero un bel racconto, piaciutissimo.

Ciao Rubrus

Giancarlo

ritratto di Rubrus

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ciao! ah sì... si svolgeva d'inverno, ho capito quale. E' quello con il black out. Mi fa piacere che te lo ricordi.

 

  

ritratto di 90Peppe90

L'oracolo

Saprai già che ascolto ben volentieri Ligabue (anche se l'ultimo album l'ho trovato pessimo, a parte un paio di pezzi orecchiabili e passabili) e mi è piaciuto ritrovare una sua canzone dentro questo bel racconto che si fa leggere senza pesare (diversi elementi, poi, - come il bar e i nomi dei protagonisti -, mi hanno portato in mente certi testi del Liga). Una bella idea, ben sviluppata e condotta che si regge prevalentemente su un dialogo realistico e che trascina il lettore tenendolo incollato al monitor. Ho trovato particolarmente efficace il finale con Joe che compie le sue azioni abituali di fine giornata mentre, tutt'intorno, succede qualcosa di decisamente poco abituale.

Ciao, Rub!

ritratto di Rubrus

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Una cosa curiosa è che nessuno, finora, abbia parlato dell'aspetto "musicale" della storia - che, sì, è funzionale e secondario (ho scelto le canzoni pensando sopratuttto alla vicenda narrata dalle stesse), ma è evidente - a differenza dei rimandi biblici che non lo sono (ma quelli puoi anche non coglierli).  Boh, forse è ulteriore indice della mia crassa incompetenza in materia.

Penso che il "colore" alla Ligabue derivi da una certa aria di "provincia  padana" che si respira qua e là, nei nomi o soprannomi del personaggi, dei luoghi (un "Boscaccio" c'è in parecchie storie della Pianura del Po, a cominciare da Guareschi e passando per Bacchelli), delle cose (i pioppi crescono soprattutto in pianura).

ritratto di Selly e le bebe rosse

r*

come per tanti tuoi racconti confermo il tratto cinematografico. con una bellissima 'fisarmonica' (passami il termine) dei tempi dialogati e narrati. 

la struttura portante poi (quella che da alcuni viene considerata coincidenza e per altri 'magia') mi ha incollato al racconto fino al the end.

bellissimo

ciao Rob

ritratto di Rubrus

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Alla lunga, specie sul web, dove si è più impazienti, qualunque registro finisce per annoiare. Cerco di alternare dialogo e narrato per variare il rtimo.

Grazie, ciao!. 

ritratto di monidol

Canto fuori

dal coro, magari stonata, ma è la mia sensazione.

Lo trovo davvero un po' troppo lungo. Ovviamente nulla a che fare con parturnie da taglio web o difficoltà di lettura al monitor. Ho la sensazione che nell'economia del racconto si ripeta un po' troppe volte struttura, canzone che si autosuona -titolo premonitore-profezia negativa avverata. Forse una volta capita la prima magari quelle successive avrebbero potuto essere raccontate o per accenni o variando la struttura... non so. E forse questo avrebbe permesso, a mio avviso, di mettere un fuoco su qualche altro contenuto.

Piaciuta moltissimo l'ambientazione cinematografica Vintage.

ciao

moni

ritratto di Rubrus

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Oh, il controcanto va bene. Pensa che inizialmente gli episodi dovevano essere ancora più dilatati - ecco perchè avevo escluso che potesse essere messo sul web... ma, d'altro canto, con quanta frequenza un evento deve ripetersi perchè possa essere considerato espressione di una regolarità su cui fare affidamento? Perchè, in fondo, il racconto di questo parla anche: della necessità di poter controllare, o almeno prevedere, i nessi causali. Metto la moneta e suona la canzone. E certi nessi preferisco non vederli, se mettono in dubbio le mie certezze.     

ritratto di Elisabeth

Ci ho messo un po', ma ne è

Ci ho messo un po', ma ne è valsa la pena. Parto dal finale e da The end, la canzone. Il suono di questa canzone racchiude la struttura del racconto, nel senso della sospensione e del finale e del rigo e dell'ambiente e anche del personaggio Joe. Anche se sono soltanto tre righe è perfettamente centrata in esse anche la descrizione ad esempio del capo, Micky, un ragazzo ma che avrebbe potuto essere anche una giovane donna (un particolare, detto, lasciato cadere lì anch'esso a calcare la sospensione, ma in cui almeno io ci vedo molta precisione, come anche la descrizione dell'ingranaggio del jukebox,  e altri), . L'impossibile che diventa possibile rischia di cadere nell'inverosimile e invece, proprio per come è costruito il racconto, con richiami continui ai particolari, viene quasi annullata la linea che divide i primi due concetti, facendo emergere solo il senso di credibilità. Ciao e buone vacanze.

ritratto di Rubrus

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Ciao. Be’, a questo punto credo che questo racconto non avrà altri passaggi e quindi posso divertirmi a mostrare un po’ il “dietro le quinte”. E poi chi legge partendo dai commenti si merita gli spoiler.
Allora. 
Ovviamente sono andato a vedere come funziona un juke box. È un racconto con elementi fantastici, ma penso che anziché “sbracare” e puntare all’onirico / surreale spinto (che, non sempre, ma spesso mi dà sui nervi), si debba puntare alla verosimiglianza dei particolari; credo che sia un elemento decisivo, anche se non l’unico (ancora più importante è la verosimiglianza del messaggio e dei personaggi)  per sollevare l’incredulità. Ci vuole una certa fatica a credere a un castello infestato – ambiente che tra l’altro pochi possono dire di conoscere a fondo – ma nessuno fatica a figurarsi un luogo o un oggetto di cui si ha esperienza quotidiana.
Detto ciò, passo alle molliche di pane.
Joe – alias Giovanbattista o addirittura Giovanni Battista – mi sembra un nome più che adatto per chi incontra un profeta un po’ particolare.
Nick è il nomignolo che gli inglesi danno spesso al diavolo e pare derivi da Nicolò Paganini che, in un racconto in cui la musica è importante, mi pare pertinente. Il fatto che la sua canzone preferita sia "Dio è morto" (anche se qui ho mistificato un po') mi pare abbastanza plausibile ehehehe.
La frase “avevo cent’anni ma mi sono sembrati un secondo” è un riferimento ai cento anni (secondo alcuni iniziati nel 1917) di libertà che il diavolo avrebbe prima dell’Apocalisse.
Sempre nell’Apocalisse si parla della stella Assenzio che cade sulla Terra rendendola in gran parte invivibile. Ovviamente ha un colore verdastro. Assenzio è anche il nome di un liquore proibito in molti stati (nella versione originaria Nick ordina dell’assenzio, che ovviamente Joe non ha, ma mi sembrava un ammiccamento troppo scoperto).
Micky starebbe per “Michele” - l’arcangelo che cacciò Satana dal Paradiso, secondo una tradizione.  Il nome “Paradise devils” sulle magliette mi sembra abbastanza indicativo. Sul sesso degli angeli credo che non sia necessario dilungarsi. Accontentiamoci di efebici e androgini.
“The end” parla da sola. “Don’t fear the reaper” idem – e accenna a una “lei” portata via dal Tristo Mietitore, come la moglie di Joe.
Secondo una leggenda indiana, il mondo finirà quando gli uomini avranno trovato tutti i possibili nomi di Dio. Nel racconto di Clarcke ciò accade grazie ai computer.
Secondo un’altra leggenda, invece, la fine del mondo si verificherà quando dei cerchi di dimensioni decrescenti posti nel tempio di Benares saranno impilati secondo certe precise regole – c’è un giochino di abilità che riproduce la leggenda, in modo semplificato e sotto c'è l'immagine. 
Ma tutti questi sono indizi insignificanti.
Quello che conta è che la storia funzioni anche se il lettore non li coglie, e soprattutto che il lettore ne colga il senso. La morale di questa storia in realtà è piuttosto semplice (secondo me nella narrativa la morale deve essere semplice): siamo sicuri che di poter dominare quanto accade e gestire l'imponderabile? O che addirittura dietro non ci sia qualcosa che sfugge del tutto alla signora della nostra coscienza e volontà, come a volte sospettiamo quando leggiamo certi fatti in un certo modo? 
Sono solo coincidenze, come il fatto che il meteorite di cui parlo sopra abbia attraversato il cielo padano nei giorni in cui cercavo un finale per il racconto,... o no? devil.


 

ritratto di Elisabeth

Tutto chiaro. (o no?... a me

Tutto chiaro. (o no?... a me piace cullare l'idea del no su Assenzio meteorite). Ciao e grazie per l'esternazione del lavoro. Su the end: al di là del testo e significato della canzone, è il suono che ricorda la struttura del testo, viceversa naturalmente. Ma forse lo sento solo io. 

ritratto di Rubrus

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... forse perchè è un po' "soul", come l'atmosfera di certi bar di paese, fuori dalle strade battute e, un po', anche dal tempo e dallo spazio (Nick invece preferisce "Sympathy for the devil"... chissà perchè devil)

Cose apparentemente inanimate....

...che si risvegliano e...
Questo e' King allo stato puro!
E se poi ci metti anche il Boscaccio ed i pioppi!
L'idea che hai avuto e' veramente geniale.
Spicca su tutto il dialogo, sempre serrato e ritmico e l'atmosfera che sao dipingere sempre cosi' bene, intervallata dallo scorrere delle canzoni che hai saputo collocare al posto goustp.
Azzeccato e' anche il finale, quando il vecchio barista capisce che e' veramente ora di chiudere tutto.

ritratto di Rubrus

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Come dicevo sopra, l'animarsi dell'inanimato è perturabante sin dalla notte dei tempi; insomma, niente di troppo originale.

A me nel gesto di Joe piace di vedere qualcosa di eroico: la eroicità nel quotidiano: fare comunque quel che si deve fare anche se si sa che non servirà e tutto è compiuto.    

I complimenti

I complimenti dovrebbero essere della stessa lunghezza del racconto: ben riuscito in tutto...anche se la tentazione di saltare qualche pezzetto che già s'immaginava l'ho provata. Ciao Rubrus.

ritratto di Rubrus

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Immagino che siano i pezzetti che ho accorciato. Se un racconto piace, basta dire che piace, mica serve altro.

Grazie, ciao!