I fiori di Edo (appunti sul haiku)

I fiori di Edo   (appunti sul haiku)                

di Grazia Valente

In Giappone esistono attualmente circa 800 diverse scuole di haiku con almeno 10.000 iscritti; ogni gruppo edita una propria rivista.
La composizione di haiku è una pratica corrente, diffusa abitualmente dai più importanti giornali e nelle trasmissioni televisive, con l’intervento di letterati famosi che tengono corsi di poesia con esercitazioni e commenti ai numerosi testi mandati dagli ascoltatori.
Del resto, un popolo il qualche chiama gli incendi che periodicamente devastano la sua capitale Tokio (l’antica Edo): “I Fiori di Edo”, ha senza dubbio la vocazione alla poesia!

Come molti sapranno, un elemento del haiku molto importante è il kigo, parola-chiave che indica la stagione. Quando un poeta giapponese di haiku (Haijin) si accinge a comporre un haiku deve scegliere tra i 25.000 kigo codificati quello che meglio esprime l’essenza dell’immagine che vuole rappresentare.
L’errore più comune per noi occidentali che non conosciamo il repertorio dei kigo è quindi quello di introdurre in uno stesso haiku dei kigo che raffigurano stagioni diverse.
Ad esempio, la parola Luna (Tuki), priva di ulteriori precisazioni, nella tradizione giapponese è un kigo che indica l’autunno. La Camelia (Tsubaki) è considerato fiore primaverile. Quindi, se noi scrivessimo un Haiku come questo:

Notte di luna –
risplende la camelia
tra i capelli

commetteremmo l’errore di usare un kigo autunnale (Luna) insieme a un kigo primaverile (Camelia).
D’altra parte, il repertorio dei 25.000 kigo giapponesi non è, a quanto ci risulta, tradotto in alcun’altra lingua, cosa del resto comprensibile dal momento che di tale repertorio fanno parte termini tipici del Giappone, che sarebbero quasi del tutto estranei per noi occidentali.
Molti di essi infatti riflettono quella profonda conoscenza della natura da cui deriva una sensibilità particolare verso i mutamenti delle stagioni, che vengono osservate in tutte le fasi del loro cambiamento. A loro volta, i passaggi delle stagioni sono strettamente intrecciati alla vita stessa dell’uomo, che non viene posto, contrariamente a quanto avviene da noi, al centro dell’universo, ma di questo è considerato unicamente una delle parti.
Alla radice di questa concezione vi è probabilmente lo Scintoismo, religione autoctona del Giappone, nella quale è fondamentale il concetto di Kami, denominazione generica di qualunque aspetto o forza vitale, sia essa umana, animale o vegetale, cui è attribuito il carattere di divinità (letteralmente, Kami = Dio, divinità).
Per tutte queste ragioni molti kigo risultano intraducibili, a meno di ricorrere a complicati giri di parole.
Eccone alcuni esempi:

Hanagumori: cielo che si rannuvola sopra i fiori
Nokorigamo: anatre selvatiche che rimangono
Furin: campanella che tintinna al vento
Hikizuru: gru che volano verso Nord
Mizu Sumu: acqua che diventa limpida dopo la pioggia dell’estate
Umegochi: vento di levante nella stagione dei fiori di pruno
Shunshu: tristezza primaverile

Già da queste rapide definizioni è possibile comprendere come l’osservazione della natura da parte dei giapponesi abbia caratteristiche assolutamente eccezionali e di straordinaria profondità e di conseguenza la tavolozza lessicale del Haijin sia talmente ricca di sfumature da consentirgli di esprimere nelle sue composizioni un’ampia gamma di sentimenti e di sensazioni.
Come quella “tristezza primaverile”: shunshu (da pronunciarsi con l’accento sulla u finale) che anche foneticamente è simile a un breve, struggente singhiozzo, quasi il  lontano richiamo di un uccello.

Ma che cos’è la “tristezza primaverile”?
Probabilmente è quella tristezza che, di fronte al rigoglioso rifiorire della natura, quando inizia la stagione degli amori e la temperatura si fa più mite, coglie colui che si trova anagraficamente all’autunno della vita e non può che osservare la natura con profonda nostalgia.

Dopo queste considerazioni pensiamo sia opportuno accostarci all’affascinante mondo poetico del haiku con umiltà, muovendoci con circospezione e rispetto nei confronti di quella lontana cultura; cercando, per quanto possibile, di comprenderla e sperando, nell’accingerci a comporre haiku, di fare – come si dice – il minor danno possibile.

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Gradimento

ritratto di casalvento

"... cercando ... di fare ...

"... cercando ... di fare ... il minor danno possibile."

Capisco la tua preoccupazione, quanto mai fondata. Ricordo lo stupore incantato dei giapponesi di fronte agli spettacoli della natura, anche i più modesti, come un fiore parassita sulla cima troncata di un antico abete, o un ciliegio, assai brutto, ma di oltre duemila anni di età. In Italia questi atteggiamenti di reverente rispetto verso la natura sono impensabili. Basta vedere come le aministrazioni locali deturpano e distruggono gli alberi urbani, trasformati in orridi pali senza vita e senza dignità.

Interessante il tuo scritto, visto anche l'interesse diffuso per la forma poetica dello haiku, a volte applicato a temi che con esso non hanno niente a che fare, come giustamente fai notare.

 

 

 

I fiori di Edo

Grazie per il tuo interessante contributo. Mi è piaciuta particolarmente l'immagine del "fiore parassita sulla cima troncata di un antico abete".. .

Buona giornata

Grazia

ritratto di monidol

Ma che belli sono

questi kigo?

Hanagumori: cielo che si rannuvola sopra i fiori

Puro incanto

moni

 

I fiori di Edo

Incanto è la definizione giusta. Magari prossimamente ne propongo altri ...

Grazia