L'uomo con una gamba sola

ritratto di Jazz Writer

 

 

Non ho mai combattuto contro gli avversari a viso aperto, se non con un'unica eccezione: la boxe.

In quel caso, purtroppo, o le prendi oppure le dai, ma anche entrambe le cose insieme. Ho smesso ancor giovane proprio perché, a mio vedere, sarebbe davvero una nobile arte quella del pugilato se non terminasse con l'effetto violento del pugno.

Il mio sogno è che in un futuro non lontano, come si usa dire, la faccenda evolva come per la spada, o il fioretto, che è uno sport con gli stessi movimenti e le stesse problematiche della prontezza di riflessi, stesso gioco di gambe, medesima postura del corpo, caratteristiche che anche il pugilato richiede.

Come è evoluta la scherma? Lampante...anziché infilzarsi a morte, i duellanti segnano punti con un cartello elettronico che “sente” le toccate. Fosse così per la boxe, nessuno la vedrebbe più come sport violento.

Nel nuoto invece ho sempre gareggiato contro me stesso, vale a dire il mio tempo personale.

Il tentativo di migliorarsi è umanamente comprensibile e deriva dal fatto che nuotare tre chilometri ogni mattina per ottenere un decimo di secondo in meno nella tua gara esige anche il riscontro che non hai buttato del tempo, del danaro e impiegato tanto sacrificio per niente.

Nove nuotatori su dieci tra i venticinque e i trent'anni crollano, proprio per l'eccessiva mole di lavoro in piscina.

 

Quel giorno avevo già vinto un oro nella mia specialità: cento metri rana, categoria Over Sessanta.

Fabio, il nostro allenatore del Brescia Nuoto, un bravo ragazzo di trent'anni che in gara non eccelle ma ha meriti grandissimi per il suo modo di fare la preparazione dei sessanta e più atleti in gara ogni volta, mi convinse a tentare anche nella gara dei cinquanta delfino.

Io, in quella specialità, ho un handicap: le gambe sono troppo lunghe, sproporzionate rispetto alla mia già notevole altezza, prossima ai centonovanta centimetri. Va da sé che le gambe tanto lunghe affondano e costituiscono un attrito notevole sia nello stile libero che nel delfino. In quest'ultimo poi si deve pure fare quel bellissimo movimento di dare una sorta di calcio all'acqua fingendo che in superficie ci sia un pallone che si vuol far affondare.

Ecco: io fatico a tirar fuori le gambe, troppo a fondo nella nuotata, ed allora perdo secondi preziosi.

Ci chiamano ai blocchi di partenza. L'emozione è grande perché nei tempi segnalati dalla Fisi dovrei arrivare secondo. Il probabile vincitore è un fiorentino, della Old Star nuoto Firenze. Fabio continua a ripetermi, come un mantra: “ Mino, ce la puoi fare. Stringi i denti”

Mino è il mio nomignolo per gli intimi: mia moglie, i miei figli, gli amici sub, nel nuoto e negli scacchi. Diminutivo di Giacomo...Giacomino...Mino.

Sorpresa delle sorprese: al blocco di partenza viene accompagnato, da un apposito assistente, un bell'uomo che ha ancora i capelli neri corvini, contrariamente ai nostri coetanei. Gran fisico, spalle larghe ma non eccessive, muscoli tonici e ben proporzionati. Venti centimetri più basso di me.

Dove sta la sorpresa, direte voi? Ebbene, l'uomo, un toscano di una simpatia unica, ha un piccolo handicap: ha una sola gamba. L'altra gli è stata amputata all'altezza dell'anca.

Il mio cuore per un attimo si ferma, quando vedo la fatica che fa per salire sul blocco di partenza. Lo aiutano; poi, come una rosa rara nel deserto, rimane solo con i suoi pensieri. Si sistema, si piega su quella sola povera gamba, agguanta con determinazione la tavoletta del blocco di partenza e, con perfetto stile, raro a vedersi, pone la testa fra le gambe, proprio come se ci fosse anche la seconda.

Allo sparo mi ritrovo in testa, dopo il tuffo: è sempre così, sono alto ed ho un notevole slancio. Alla mia sinistra c'è il campione di Firenze della Old Star, favorito, il quale piano piano sta recuperando centimetro su centimetro, come sempre.

Resisto...voglio farcela, per Fabio, per la squadra, per me stesso. I miei punti potrebbero far vincere l'oro a squadre.

A venti metri dal traguardo capisco che ce l'ho fatta...il mio avversario ha mollato.

Ma, ora che mi rilasso e non guardo più a sinistra e la mia nuotata si fa ancor più fluida ed efficace, comincio a sentire un tipico sciacquio, quello di un corpo che pare sempre più vicino alle mie orecchie. E' proprio alla mia destra...è lui, l'uomo con una gamba sola.

Inesorabile, bracciata dopo bracciata, il rumore si avvicina...sciacc...shiii...sciacc...shiii...; sembra una macchina perfetta, non perde un colpo, possiede la cadenza di un orologio svizzero.

Poco prima di toccare, riesco a scorgere la sua cuffietta bianca e le possenti braccia che escono in alto per lanciarsi sul blocco d'arrivo, simultaneamente, quasi un tuffo alla rovescia, da dentro a fuori l'acqua.

Tutti insieme voltiamo la testa al tabellone elettronico d'arrivo...sono secondo, il primo è lui, corsia numero cinque.

Ho una sensazione mista, nel cuore: gioia, dolore, fatica, stupore. Il tutto si fa commozione, che sul podio della premiazione diventa per me groppo alla gola e per il pubblico un applauso mai sentito. Anch'io mi unisco agli applausi, interrotti dal vincitore che mi vuole stringere la mano. Lo fa, ed io, che ho una stretta esagerata, per la prima volta in vita mia ho capito cos'è una morsa d'acciaio. Non c'è solo forza nella sua mano: c'è calore, c'è la storia della sua determinazione, del suo coraggio di portare avanti una passione.

Che dire, in quel momento il mio cuore era sul podio più alto, insieme a lui.

Quando lo hanno aiutato a scendere, una bella ragazza, che ho saputo poi essere la figlia, gli è corsa incontro e lo ha abbracciato in un modo talmente affettuoso da farmi capire quanto possa essere grande l'amore verso un genitore. E allora mi è venuta spontanea una domanda: c'è bellezza nella sofferenza?

“ Il bello è lo splendore del vero “, sosteneva Platone; e non posso fare a meno di pensare che, se fosse qui oggi, troverebbe molto vero quell'uomo che ha fatto del suo handicap una ragione di vita sportiva.

Ma io, vagando nel mio piccolo mondo di ricerca della verità, posso anche dire di aver capito oggi un po' di più di quella magica frase che Dostoevskij fa dire al principe Miškin, nel suo capolavoro, l'Idiota: "La bellezza salverà il mondo". Forse la bellezza di cui parla il grande scrittore Russo è proprio quella che in questa circostanza ho avuto modo di toccare con mano.

Non so dire se alla sofferenza sia sempre associata la bellezza, ma credo proprio che la sofferenza rappresenti le radici di un grande albero che è la bellezza interiore, e non solo.

 

Io e Gianni, questo è il suo nome, siamo diventati grandi amici e quando ci troviamo in manifestazioni toscane faccio un gran tifo per lui.

Un giorno, in una gara Regionale, eravamo a Livorno, gli dissi:

« Forza Gianni, ce la puoi fare. Devi vincere... »

E lui, guardandomi con quella sua espressione pacata e sfoderando un sorriso che più umano non si può, rispose:

« Giacomo, ce l'ho già fatta. La mia vittoria è essere qui, in mezzo a tutti voi...credimi, non desidero altro ».

Per me, una bella lezione di vita.

Ah, dimenticavo: non faccio più gare a delfino, io sono un ranista, c'è poco da fare. Avete presente com'è una rana: braccine corte, gambe lunghissime...solo che io ho anche le braccia lunghe, purtroppo. Sono un ranista con un “altro” tipo di handicap.

E, a ben pensarci, siamo tutti handicappati in questa vita che a volte si dimostra crudele, anche più di certe belve umane, ma che lascia sempre una possibilità di riscatto e rinascita, una legittima opportunità che è giusto imparare a saper cogliere.

 

 

 

 

 

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

Il tuo gradimento: Nessuno (2 voti)

ritratto di Vecchio Mara

una bella storia d'amicizia...

di vita e di sport, un invito a non mollare ad affrontare le avversità con coraggio... colgo la tua bella prosa, la narrazzione di una sfida in vasca, oserei dire alla pari se mi è concesso (lui con una gamba in meno ma con tanta grinta in più, e tu con due gambe troppo lunghe per compiere armonicamente il gesto atletico, che con altrettanta grinta non ti tiri certo indietro), come un invito a non lasciarsi andare, a non deprimersi e continuare a pedalare, per me che sto resettando la mia vita da sportivo per capire come e se ricominciare,

Ciao Jazz

Giancarlo

P.S. l'uomo nella foto è Gianni?

ritratto di Jazz Writer

No Giancarlo

non è Gianni. Anche questo è un campione di nuoto, il fisico è molto simile, anche l'età. L'amputazione della gamba di Gianni era anche un po' di più...insomma, il moncherino suo è minimo.

Una bella lezione di vita, per me. Ho capito come partecipare, in certe condizioni, sia già vincere indipendentemente...anche lui non tutte le gare le vince. ciaociao Giancarlo, sursum corda.

ritratto di paola_salzano

Questo è uno di quei racconti

Questo è uno di quei racconti che commuovono, soprattutto perché raccontano la vita vera.

Storia di una bella amicizia sì, ma anche di una grande lezione di vita ed anch'io credo che spesso la sofferenza possa generare la vera bellezza, quella interiore, e che, come giustamente osservi, la vita possa essere davvero dura, ma che riesca a darti anche motivi di riscatto e rinascita...

Piaciuto molto!

 

 

ritratto di Jazz Writer

Eh sì Paola

l'intento era proprio di commuovere, nel senso di muovere-con il lettore. Io stesso durante la stesura del brano venivo trasportato indietro nel tempo e la cruda e bella realtà di quell'episodio di vita, commuoveva pure me. ciaociao, e grazie tante della tua gentilezza.

Ci vuole tenacia e voglia di vivere...

...la disabilita' non e' una barriera.
Siamo veramente disabili solo se perdiamo la voglia di vivere e non combattiamo come fa il tuo protagonista.
Questo ci insegnano le tue righe, che sembrano autobiografiche e che, come sempre, si leggpno con immenso piacere.

ritratto di Jazz Writer

Sì Paolo

è autobiografico. Erano gare di preparazione ai campionati italiani. E' pur vero che io scrivo perferibilmente in prima persona anche se il protagonista è una donna, per dire, ma in questo caso il fatto è vero. Grande insegnamento, almeno per me lo è stato. Grazie Paolo, molto gentile. ciaociao.

ritratto di Rubrus

***

Mi imbatto spesso in un nuotatore con una gamba sola e confermo che - anche se in quel caso lo stile è quello libero - la disabilità non l'impaccia affatto. Tutto quello che scrivi sul nuoto, le varie differenze tra gli stili, gli allenamenti,  le influenze e il rapporto che il tipico di fisico ha sul nuoto in generale e su certi stili in particolare (mi vengono in mente i piedoni / pinne di certi nuotatori come Phelps) sono del tutto veritieri.

Il racconto mi è piaciuto, anche se, al solito, sforbicerei un bel po'. Del resto uno dei vantaggi del nuoto è che impossibile parlare mentre lo si pratica.

Il racconto parla del nuoto - che è uno sport individuale e non di squadra e in cui quindi si gareggia prima di tutto con se stessi e si può contare solo su se stessi. Tutta la parte iniziale sulla boxe, la scherma, gli sport individuali, non c'entra. Poche righe, ma inutili e potenzialmente fuorvianti. Il racconto può iniziare con "Nel nuoto ho gareggiato prima di tutto contro me stesso". Basta. E' tutto quel che c'è da sapere in rapporto a quello che segue Se il racconto parlasse degli sport individuali rispetto a quelli di squadra o dell'origine bellica dello sport o "la boxe sport violento" (iccheppalle! London ha scritto splendidi racconti sulla boxe senza scrivere un commentino che uno sulla violenza eppure si capisce tutto) allora sì. Ma il racconto non parla neanche del nuoto, ma di una gara di nuoto ben precisa, di un episodio. Cosa c'entra il resto?

Per la stessa ragione, secondo me, il racconto può terminare qui:  .Che dire, in quel momento il mio cuore era sul podio più alto, insieme a lui. Basta. L'apice del racconto è questo. Tutto quel che viene dopo annacqua e annaspa. Il nuotatore con una gamba sola ha dimostrato di essere esattamente come gli altri e di poter vincere come gli altri - che, per converso, hanno anche loro il loro a volte invisibile handicap. Dopo che si sa questo, cosa vuoi che me importi del resto ? Ho saputo la cosa più importante. Posso dedurre che il confine tra disabilità e normalità è più labile di quel che sembri, posso dedurre che è esattamente questo che il nuotatore con una gamba sola vol farmi sapere, posso dedurre che c'è una differenza tra sport individuale e individualista. Posso letteralmente leggere tutto questo se il narratore è stato abbastanza bravo - come credo che tu sia stato. O l'ho capito (e allora tutta la parte successiva è dannosa perchè mi spiega cose che già so e quindi mi annoia) o non l'ho capito e non sarà una dissertazione a farmelo capire (e allora tutta la parte successiva è inutile). Idem per la faccenda che - per esempio - il protagonista torna a nuotare a rana. Questo che cosa mi dovrebbe dire in più rispetto ai concetti che sopra ho esposto? E Platone e Dostojievskij? se li conosco, mi saranno venuti in mente (più probabilmente no, pur conoscendoli: a me, se leggo un racconto sullo sport vengono in mente, come in questo caso London o Hemingway). Se non li conosco, non sarà il fatto di averne letto il nome a farmeli conoscere.       

In sintesi. Il racconto mi è piaciuto, e anche un bel po'. Poi ci sono parti dello scritto che non sono il racconto, ma questo è un altro discorso. 

ritratto di Jazz Writer

Rubrus

non mi sogno nemmeno di contestare il tuo punto di vista, il lettore ha sempre ragione. Ma se invece le osservazioni che fai sono quelle dello scrittore, allora ti ricordo una cosa: questo racconto è autobiografico al 100% e quei pensieri, sia iniziali che finali, io li ho fatti, e li faccio ad ogni gara. Hai mai fatto una gara di nuoto?...sapessi quante cose ti passano per la testa... Ergo, perché non scriverle queste elucubrazioni? Tu enunci formule su cosa bisogna togliere o aggiungere...andrà bene per un giallo, un noir, un racconto che appare subito come invenzione della fantasia, e quindi probabilmente in quel tipo di narrazione ci sono regole più rigide da seguire. Ma per un'autobiografico credo che ci sia un solo modo di commentare: sulla forma, corretta o meno, e poi sull'indice di gradimento. Ma la storia è quella, e non la si può cambiare, o meglio la si può cammuffare un po', ma poi suonerebbe fasulla. Invece io quell'atleta l'ho visto di una bellezza umana incredibile, e tutti quei discorsi sulla bellezza li ho elaborati quel giorno sia durante la premiazione che dopo, quando me ne tornavo a casa in treno. Ripeto, per essere sicuro di non essere frainteso: se la critica viene dal lettore, ben accetta. Tra l'altro è quella la sola che a me interessa e che mi serve a migliorare, anche perché in ultima analisi io scrivo per lui, il mio lettore medio, ed a lui mi uniformo. Grazie mille per l'attenta analisi, quindi...a rileggerci. Ciaociao.

ritratto di Rubrus

***

Ciao. Naturalmente è chiaro, ma ovviamente mi ero basato sul tag "racconto" e non diario. Spn tuttavia questioni sistematiche secondarie.   

Ciò detto, tuttavia mi tengo le mie perplessità - che nulla hanno a che vedere con la lunghezza del racconto (o meglio: l'influenza sulla lunghezza è l'effetto non la causa e meno che mai il fine).

La perplessità è: se io scrivo qualcosa di autobiografico sono autorizzato a scrivere qualunque cosa mi passi o mi sia passata per la mente? Personalmente credo di no. Al netto del rispetto della Sacra Trimurti analisi grammaticale, logica e del periodo su cui siamo d'accordo e che certo non è un problema, credo che anche se il racconto  è al cento per cento autobiografico sia doveroso mettere dei filtri per non infastidire il lettore, non annoiarlo, avvincerlo.

E' ovvio che se il lettore è amico mio, sarà disposto ad ascoltarmi (ma forse sarebbe meglio dire a sopportarmi) se per esempio divago, ripeto le stesse cose, interrompo la narrazione con considerazioni personali che sono le mie idee (degne di rispetto, ma comunque le mie idee), dico di voler parlare di lucciole e mi metto a parlare di lanterne, e, per dirla come Zavattini, parlo tanto di me invece di quello di cui dico di dover o voler parlare.

Lo fa perchè è amico mio.  

Ma - fermo restando che farlo è del tutto lecito - a mio parere, se mi propongo a un pubblico, io non devo scrivere per gli amici e gli amici degli amici.

Devo scrivere - a mio parere - per dei perfetti sconosciuti ai quali del tutto legittimamentente non glie ne frega nulla di me così come a me interessa ben poco di loro.

Non devono starmi a sentire perchè sono io, ma perchè è buona la storia.

Il male della narrativa italiana (della poesia non so nulla, non c'ero e se c'ero dormivo) è l'oscillare tra dinamiche proprie dello star system, alle volte del tutto ridicole - io mi aspetto una autobiografia di Dudù "perchè fa notizia" ... come dite? è un cane? va bè, dettagli.... -  e una sorta di familismo letterario a volte amorale a volte francamente immorale perchè ci si legge e ci si scrive sempre tra gli stessi. E credo che tanto la narrativa professionale quanto quella amatoriale ne soffrano in pari (e grave) misura.

Il salto quantico avviene se ti legge un perfetto sconosciuto che, se ti conoscesse, ti troverebbe pure antipatico. Ma è un salto che riesce poche volte. 

 

 

 

 

  

L'uomo con una gamba sola

Io ritengo che, nel raccontare, ognuno ha le sue peculiarità, che possiamo chiamarlo stile, e bene o male è portato ad atteneversi, ed è mediamente riconoscibile. Può certo migliorare, col tempo e con l'affinarsi della sua "arte" ma continuerà ad avere un suo stile. Questo racconto penso sia la conferma di questa mia riflessione, infatti non si discosta molto da precedenti racconti autobiografici, nello stile naturalmente. Questo in più ha un'efficacia maggiore, possiamo dire, che è merito del fatto in sé, ma un pò anche proprio dell'affinarsi della maniera di narrare. Un saluto

ritratto di Jazz Writer

Grazie Luciano

non immagini quanto piacere mi abbia fatto questo tuo commento. Un caro saluto...ciaociao.