L'acchiappasassi.

ritratto di Elisabeth

 

Quando ero piccola giocavo con cinque sassi. Li sceglievo nel campo.

Dovevano essere lisci con una sola sporgenza sulla superficie in modo che stessero in rilievo rispetto al terreno e la mano ci potesse fare presa. Dovevano essere sufficientemente piccoli da stare racchiusi tutti quanti nel pugno. Seduta sul marciapiede, all' ombra di qualche tettoia in estate, ne gettavo uno sul selciato e procedevo nel gioco. Lanciavo il secondo sasso per aria e in velocità raccoglievo quello a terra e anche il secondo nel suo ritorno verso il basso. Poi, due in aria e tre in mano, così via, fino a cinque.

Se il sasso cadeva, ricominciavo. Allenavo la concentrazione, un colpo d'occhio al suolo e uno al cielo, questione di equilibrio mentale, prefiggendomi nuovi traguardi da superare: una sporgenza dell'asfalto, quattro  in aria contemporaneamente o ad occhi chiusi. Ero un'acchiappasassi.

Nel quartiere dove la mia famiglia si era trasferita da poco, i ragazzi non mi rivolgevano la parola, guardandomi con curiosità. Mesi dopo mi fu spiegato il perché: il mio corpo lungo, i tratti del viso, i capelli biondi e la pelle lattea fecero credere per molto che non parlassi l'italiano e che venissi da chissà quale paese del nord. Del resto mio padre e mia madre non avevano socializzato con nessuno dei nuovi condomini e io frequentavo una scuola fuori quartiere. 

La prima amicizia che ebbi fu quella di Bobby. Quando tornava nel palazzo mi scansava per entrare nel portone, sulla soglia di pietra c'ero io con i miei cinque sassi. Si soffermava ogni volta qualche secondo in più a guardare il mio gioco e, intanto, guardava me. Abitava al primo piano, io al terzo, si chiamava Roberto, ma per tutti era Bobby e, anche se aveva quindici anni, quattro più di me, si tirava dietro l'aria da uomo vissuto che hanno tutti quelli che camminano sul filo del rasoio che separa il lecito dal reato. 
La volta che si decise a rivolgermi la parola non lo fece con la voce, ma con i gesti.

Si fermò sotto al colonnato e frugandosi nella tasca tirò fuori una grossa sigaretta, l'accese.

Prima mi soffiò il fumo in faccia, poi me la offrì allungando il braccio.

-Non fumo..., risposi. Strabuzzò gli occhi. -Ah ma allora lo parli l'italiano...

In fondo c'era voluto poco: un pomeriggio qualunque e una sigaretta di hashish che però si finì lui da solo, mentre osservava i sassolini che volavano in aria. Da quel giorno si tratteneva sempre un po' di più dinanzi al portone, o sul marciapiede in mezzo alla polvere. Provò anche ad acchiappare sassi, ma non era abile quanto me. 

Ero felice. Finalmente qualcosa di nuovo era accaduto e aveva ragione mamma, bisognava solo aspettare i tempi naturali di integrazione. Pronunciò quelle parole mentre pelava le patate sul tavolo di cucina e quando dissi che il mio amico era Bobby, il coltello le trinciò il pollice.

Mi fu vietato di frequentarlo. Bobby era l'ultimo di tre fratelli e loro vivevano nella casa circondariale di Sollicciano, Bobby li andava a trovare una volta al mese con la madre.
Lo frequentai ugualmente; uno, perché una bambina che vive in solitudine impara presto a prendere decisioni da sola, due, perché Bobby era un tipo interessante.
Iniziai ad uscire con lui di nascosto. Mi portava sull'argine incolto dell'Arno, dicendomi di sedere sull' erba e di fischiare forte se vedevo fermarsi qualche auto della polizia. Lui varcava l'argine e spariva poco più in là, con il paleo secco che gli dava alle ginocchia. 
Bobby era  bello, almeno secondo i miei gusti. Aveva capelli neri  che gli scendevano sugli occhi anch'essi scuri e aveva già le braccia robuste come un uomo. Quando aveva finito di lavorare, come diceva lui, scendevamo a mettere i piedi nel fiume. Giocavamo con l'acqua, poi con le schiene sul terreno guardavamo il cielo. Si diceva che una nuvola somigliava alla faccia di un cane, un'altra a una biscia e un'altra ancora a qualcosa che non sapevamo dire.
Nei momenti di silenzio lui chiedeva: -Ce li hai i sassi?
Sorridendo, frugavo nelle tasche e li lanciavo per aria. 

Non so cosa ci trovasse Bobby in me, forse a piacergli era l'idea di avere una persona diversa dal suo solito giro che tenesse a lui.

Di  certo io, in lui, vedevo solo una cosa: il mio amico Bobby.

Un pomeriggio d'estate, da sotto il mio terrazzo mi fece cenno con la mano di scendere. 
Mi affacciavo spesso al terrazzo per vedere se Bobby era poggiato alla ringhiera del suo, due piani sotto, o se stesse ad aspettarmi nel cortile. L'avevo capito ch'era un cercaguai, ma non era una questione rilevante per me. Lo consideravo per come lo vedevo: un ragazzo scaltro e con un'animo grande. Mi presentò al gruppo che frequentava quando non era con me. Pronunciò il mio nome specificando "lei è una a posto ". Rimasi incollata al suo braccio, sotto gli sguardi di tutti. Una ragazza mi puntò addosso il suo viso sfrontato, poi si voltò verso quello che doveva essere il suo ragazzo e gli leccò  la bocca. Voleva spaventarmi con quel gesto, farmi capire che ero tra grandi, ma la solitudine mi aveva insegnato a non avere paura di niente; quando il tempo si dilatava forzatamente la mia mente era obbligata a gestirlo con nuove invenzioni, mostri usciti dalla fantasia, peggiori di qualsiasi ragazza sfrontata e benché fossi più giovane di lei, il mio sguardo non virò.

Bobby non mi trattava esattamente come la sua ragazza, ma si capiva che mi voleva bene. Non ero io a essere rispettata dal gruppo, ma quel suo sentimento incomprensibile agli altri. 

A mia madre dissi che ero stata alla parrocchia del Sacro Cuore a iscrivermi al corso di catechesi per la santa cresima. A mio padre non dissi nulla, tanto lui le domande non le faceva.
Era già passato un anno e in molti avevano capito che l'italiano lo parlavo, ma siccome si era sparsa la voce che ero amica di Bobby, non mi rivolgevano la parola lo stesso.
Passò l'estate con nessuna vacanza al mare, poi arrivò  il vento di autunno e, infine,  l'inverno che mi obbligava a rimanere in casa, tranne in rare occasioni. Bobby mi mancava e, a volte, pensavo che se avesse abitato al piano sotto al mio, avrei potuto inventarmi un alfabeto in codice per comunicare con lui dal pavimento della mia camera. Coi sassi ci giocavo sul pianerottolo di casa e quando avvertivo aprirsi e chiudersi la porta del primo piano mi affacciavo al corrimano delle scale e guardavo giù. Se era Bobby, mi faceva un saluto con la mano e restavamo così. Fermi, a guardarci.

Mi faceva l'occhiolino, poi lo sentivo oltrepassare il portone. 
Nei giorni di primavera lo vidi più volte.
Dopo, tornò l'estate e insieme ad essa, tornò a casa uno dei fratelli di Bobby.

Alcune settimane dopo il suo rientro qualcosa tra me e Bobby cambiò.
Mi ero accorta che se io sedevo davanti al portone a giocare coi sassi, lui stava dentro, a orari fissi e un via vai di facce bianche come fantasmi entrava ed usciva. Mi metteva a disagio il fratello di Bobby, aveva le braccia cosparse di cicatrici e mi guardava male, secondo me considerandomi una rompiscatole perché occupavo un territorio che era suo.

Lo dissi a Bobby. Mi spiegò che le cicatrici erano come sfregi sul calendario a contare i giorni verso la libertà e  che dovevo lasciarlo perdere, anzi meglio che io non gli rivolgessi neppure la parola. 

Seguii il consiglio di Bobby per alcuni giorni, poi la curiosità mi spinse a capire cosa teneva in quel vaso di terracotta nel vano scale del palazzo. Lo avevano messo lì i condomini per abbellire l'ingresso: era un vaso alto quasi quanto me e aveva il suo coperchio, ricordava gli orci dei contadini per conservare l'olio, mia zia che viveva in campagna ne aveva uno ereditato dalla famiglia di mio padre. Aspettai di sentire i passi del fratello di Bobby salire fino al primo piano e la porta di casa chiudersi.
Sollevai il coperchio e calai il mio corpo fino al fondo. In mezzo a giornali pressati gli uni sugli altri trovai un sacchetto di farina. Il fratello di Bobby usava la farina.

Rientrai in casa e la posai sul tavolo. La faccia di mio padre si contrasse.
-dove l'hai trovata?
-chi te l'ha data?
-qualcuno ti ha visto prenderla?
-eri da sola?
Non aveva attitudine a fare domande mio padre, ma mi tempestò di interrogativi senza darmi il tempo di rispondere, girava intorno al tavolo imprecando.
-È solo un pacco di farina, non lo vedi?
Mi ordinò di correre a metterlo dove l'avevo trovato e disse che non era farina, ma almeno un chilo di eroina.
Chiamare i carabinieri ci avrebbe reso impossibile continuare a vivere nel quartiere. Mia madre piangeva.

-Corri a rimetterla dove l'hai trovata!

Mi mandava avanti, mio padre, in quei pochi gradini che ci avrebbero messo al sicuro, ma anche me stessa allo sbaraglio se, dinanzi al primo piano, il fratello di Bobby avesse aperto la porta. 
Ero una acchiappasassi, capace di misurarmi con le pietre in volo, dedita a spingere la mente in luoghi inaccessibili, forgiata dal senso di isolamento che allena a salvarsi da soli.
Con la porta del bagno chiusa a chiave e mio padre che urlava dietro, svuotai il contenuto del sacco tirando più volte lo scarico dell'acqua. Immaginai le carpe in Arno nuotare in un pulviscolo bianco.

Al fratello di Bobby, i pesci più grossi, lo accoltellarono due giorni dopo fuori dal cancello.
Bobby piangeva e diceva che avrebbe scovato quel bastardo che aveva voluto fottere la vita a suo fratello, che era morto e nessuno lo avrebbe restituito a sua madre.

A volte stava in silenzio per ore e quando gli chiedevo come stesse lui alzava le spalle. 
Nel gruppo chiacchieravano che Bobby doveva prendere il posto di suo fratello, poi guardavano me che stavo ancora lì a rompere le palle, l'hashish non lo volevo fumare e l'eroina non mi voleva entrare in vena. 

-Ma c'è da fidarsi di questa qui?
Bobby continuava a ribadire -Lei è una a posto.

Baciai Bobby dietro l'argine mentre dal mangianastri i Led Zeppelin si riavvolgevano, indicandoci come fare per raggiungere il paradiso.
Lui non mi considerava la sua ragazza e io, pur trovandolo bello, non lo vedevo come il mio ragazzo, ma lo baciai perchè ero in cerca di perdono. Era il peso silenzioso della colpa che mi divorava, un mostro più grande di qualunque mostro avessero partorito i miei pensieri.

Bobby non se lo aspettava, ma accolse quel mio bacio improvvisato e siccome lui aveva esperienza in quel senso e io no, spinse anche il suo corpo sopra il mio.

Fu la mia prima volta. In tasca non avevo piú i sassi.
Bobby mi accarezzò i capelli, si ricompose i pantaloni e disse che in fondo tra di noi doveva andare a quel modo, ma che lui doveva trovare chi aveva fregato la roba a suo fratello e stritolargli il collo, sicché non aveva tempo per l'amore.

Volevo dire a Bobby che ero io, ma che non l'avevo fatto apposta. 
Non mi uscì nessuna parola.

Pensai che sarei andata all' inferno, a dispetto di quello che continuavano a cantare i Led Zeppelin.

Erano  molti anni fa.

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I sassi li tengo ancora sul mobile di sala, per ricordarmi.

Del quartiere dove sono cresciuta, di tutte le decisioni che ho preso quando ero bambina, con i miei compagni mostruosi di giochi che però non sapevano raccogliere al volo i sassi lanciati per aria.

Neanche Bobby sapeva.

Stanno lì, per ricordarmi che devo ancora fare la santa cresima e di Bobby, che si fece quindici anni di prigione per aver colpito a sangue un ragazzo  del quartiere e mentre lo pestava con una spranga, ad ogni calata, gli urlava "questa è per mio fratello".

Li guardo e lascio che ci cada sopra la polvere. 

(al mio amico Bobby, morto due settimane fa per immunodeficienza acquisita) 

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

ritratto di Lysi

Ciao Elisabeth, i tuoi

Ciao Elisabeth, i tuoi racconti hanno una intensità emotiva pari a pochi. Almeno per me. La tua capacità di entrare con parole e sensazioni riescono a dare ai tuoi brani quella freschezza dialettica che ti fanno leggere dall'inizio alla fine senza pausa. E sempre, ho trovato il risvolto umano in ognuno di questi tuoi racconti, sei brava, davvero un ottima scrittura. 

ciao :-)

ritratto di Elisabeth

Lysi ti ringrazio. È nato

Lysi ti ringrazio. È nato velocissimo questo racconto per cui posso ritenermi soddisfatta se riesce a trasmettere emozioni senza sforzo. Grazie per le belle parole.

ritratto di Max

Un racconto che si fa ascoltare,

che lo si può sentire nel profondo, perché tutti siamo stati piccoli. 

Una scala per il paradiso che in questo caso divide e lacera l'anima. Bobby avrà pur perso il fratello, ma lei ha subito il lutto più grave, simboleggiato dalla perdita del ruolo infantile.

Il peso che si porterà addosso per l'intera vita non sarà soltanto quello dei cinque sassolini...

Mi è piaciuto, in modo particolare gli avvenimenti per come hai saputo esprimerli. Un tocco leggero e consistente che caratterizza lo stile personale. 

Per la dedica non ho parole, ma chino ugualmente la testa.

Buona giornata

ritratto di Elisabeth

È vero. Siamo stati tutti

È vero. Siamo stati tutti piccoli e arriva sempre il momento in cui si fanno i conti con la crescita. La trasformazione verso il passaggio di adulto e con una coscienza più responsabile è spesso sinonimo di perdita anche se necessaria. Grazie Max!

ritratto di Rubrus

***

Un ottimo racconto, cupo, che racconta i sentimenti con sobrietà (personalmente, credo sia il miglior modo di raccontarli: bando alle svenevolezze e ai languori del "bello stile"). Non c'è soltanto la perdita dell'innocenza (i sassi) ma anche una storia sulla impossibilità di redenzione e di riscatto che, per certi versi, come tematica, mi ha ricordato quel bellissimo film di Eastwood che sarebbe "Senza perdono" (Unforgiven) più che "Gli spietati". Il sentimento c'è, ma non è amore, non proprio, e pure non è neanche amicizia. E', direi, tensione per l'altro destinata a non giungere mai a compimento. E, soprattutto, è un sentimento segreto, destinato a non evolvere in nessuno dei due, eppure, proprio per questo, a rimanere nel tempo perchè "Il cuore di un uomo è come un terreno sassoso. Ciascuno ci coltiva quello che può, e ne ha cura".

PS: secondo me è "se avesse abitato" non "se fosse abitato".      

ritratto di Elisabeth

Se avesse abitato. Ho

Se avesse abitato. Ho provveduto a correggere, ma ti dirò che anche se non corretto "se fosse abitato" mi consegnava col verbo essere la presenza fisica di Bobby a un passo da lei, proprio sotto al pavimento.  A proposito di coltivare quello che si può e di averne cura, quasi più nessuno oggi muore per immunodeficienza acquisita, ma Bobby era uno che non si prestava alla cura di se stesso e di niente. Ci potevi seminare qualunque cosa... nessuna redenzione, appunto. Ti ringrazio!

ritratto di monidol

Molto bello.

L'inquietante ma anche l'interessante di questo dramma, il tunnel oscuro in cui si infila questa storia, sta, secondo me,  proprio nel fatto che a causare morte, rabbia  e disgrazia e a tirare fuori il peggio dai rapporti e dalle persone  sia  stato il gesto inconsapevole (o quasi) dell'innocente, dell'ignaro.

Un po' come la farfallina che crea l'uragano...

Brava Beth

moni

 

Una curiosità, anche mia madre era un'acchippasassi e mi ha insegnato quel gioco, ma lei è rimasta sempre la migliore ;-)

 

ritratto di Elisabeth

Grazie moni e infatti il

Grazie moni e infatti il senso è proprio quello che tu hai colto. Un caro saluto.
(Il segreto sta nel far volare i sassi in alto e anche se ne hai 4 in mano sentirli come uno soltanto)

ritratto di Eli Arrow

Trovo molto bello questo modo

Trovo molto bello questo modo di narrare semplice e quasi pacato, così in contrasto con quello che viene raccontato. Sembra proprio la vita vera, così come la vedi quando guardi indietro. Mi è piaciuto molto.
 

ritratto di Elisabeth

Grazie Eli per il tuo

Grazie Eli per il tuo passaggio e mi fa piacere che ti sia piaciuto. È infatti vita vera: Bobby, l'acchiappasassi,la giara nel vano scale, il kg di eroina e il quartiere.Altre cose sono frutto della fantasia.Bobby è stato il mio amico. Di nuovo, grazie.

ritratto di Antonino R. Giuffrè

... al di là della storia, che coinvolge fino all’ultima…

… riga, uno stile narrativo davvero invidiabile: a tratti mi ha ricordato quello di Elsa Morante in “L’isola di Arturo”. Non mi convincono molto solo tre cosette:

  1. Un’animo grande
  2. La minuscola all’inizio di una battuta dialogica 
  3. Gli accenti di “piú” e “perchè”

Piaciuto molto, un caro saluto. 

ritratto di Elisabeth

Grazie pet il tuo bel

Grazie pet il tuo bel commento Antonino. Il racconto l'ho scritto poche sere fa in riva al mare con un tablet che si ostina a mettere gli accenti dove vuole. Provvedo a correggere appena posso. I dialoghi li lascio con l'attacco in minuscolo perché richiamano un tono familiare e confidenziale tra le mura di casa anche se riconosco che non sono corretti. Una libertà che mi prendo. Un caro saluto a te. Grazie!

ritratto di 90Peppe90

L'acchiappasassi

Un gran bel racconto, scritto bene, con il tuo stile inconfondibile che qui trova sua massima espressione. Ruvido e malinconico, credo siano gli aggettivi più appropriati o, comunque, i primi che mi siano venuti in mente per descrivere questo racconto che, per me che do molta attenzione ai titoli, cattura (acchiappa sarebbe più corretto, nella circostanza) l'attenzione.

Ottimo.

Ciao, Lis!

 

ritratto di Elisabeth

Ti ringrazio Peppe. Apprezzo

Ti ringrazio Peppe. Apprezzo quello che dici. È scritto in poco tempo e che sia un racconto riuscito a raccontare a me fa piacere.

Struggente e commovente diario.....

.....che si snoda tra la polvere dei cortili e gli erbosi argini del fiume.

Là dentro si dipana la vita dei protagonisti. Abili, ciascuno a suo modo, di dribblare la vita e venirne sempre fuori.

Lei ha avuto i sassi per allenarsi, lui, forse, la vita stessa che lo ha forgiato e plasmato mandandolo incontro all'inevitabile cinico destino.

Scritto come al solito egregiamente, trasmette al lettore le sensazioni della protagonista che passa, e non solo metaforicamente, dalla fanciullezza all'adolescenza insieme all'amico che, però, non è dipinto come un delinquente ma come una persona che, probabilmente, non era molto abile come acchiappasassi e ha quindi dovuto inventarsi nuove capriole per non essere travolto.

Il flashback si conclude degnamente in poche righe.  La Cresima non c'è , i sassi invece si e ci ricordano che, in fondo, non si cambia un copione che altri hanno già scritto.

La polvere che si posa su di essi e sul ricordo di Bobby, ovunque egli sia ora, copre quei bambini con una patina d'oblio ma,nello stesso tempo, ci prega di non dimenticarli.

 

p.s. anche mio papà giocava così. Me lo voleva insegnare ma io ho sempre preferito altro. E dopo aver letto il tuo racconto penso che forse avrei fatto meglio a dargli retta.......

ritratto di Elisabeth

Paolo, grazie per il tuo

Paolo, grazie per il tuo passaggio. Infatti, io non dimentico Bobby. Nel gioco i sassi, potevano essere sosituiti dai noccioli di pesca, puliti e levigati strusciandoli sull'asfalto, ma non era la stessa cosa. Più o meno avevano lo stesso peso, mentre i sassi no e questo rendeva il gioco più interessante e più facile in alcuni passaggi. Molti ragazzi di quegli anni, come tuo padre, giocavano così. Comunque sono capace ancora... e di tanto in tanto...

Sono molto contenta che ti sia piaciuto. 

ritratto di Blue

Sono d'accordo.

Bel racconto. Credo che tutto sommato abbia poca importanza, quanto ci sia di vero o di inventato, di autobiografico o meno... la storia fila, e il resto è aria fritta. Però...
Quindici anni di prigione si fanno (e nemmeno sempre...) se uccidi qualcuno... ma per un semplice pestaggio?

ritratto di Elisabeth

Blue, grazie per la tua

Blue, grazie per la tua lettura che apprezzo e per il tuo commento. Infatti, l'unica cosa che conta è la storia nell'insieme. 

Non è un semplice pestaggio, ma un "pestaggio a sangue" che di solito (proprio perchè a sangue, con inaudita violenza) conduce a sfiorare la morte o alla morte stessa. In questo caso, la seconda. Un saluto.