Una donna speciale

ritratto di Jazz Writer

Premessa: il racconto è su base biografica ma il protagonista non sono io... io ai tempi ero un professore di quella classe, e quindi anche di Carlo. Il racconto è lungo ma non mi andava di pubblicarlo in due volte.

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Gli ultimi anni di scuola li ricordo con sommo piacere, e con un pizzico di nostalgia. Il merito è tutto suo, di Laura G., l'inimitabile, la provocante, la brava professoressa di Lettere e Storia dell'ultimo anno di liceo, sezione B.

Laura, attraente come nessun'altra professoressa lo era mai stata e non lo sarà mai più nemmeno negli anni successivi, è stata il prototipo della simbiosi fra una bella e giovane mamma e la femmina sensuale per eccellenza. Capisco che siate desiderosi di leggere la descrizione che ne farò, e state pur certi che tenterò con piacere di far nascere in voi gli stessi turbamenti che sentivamo noi alunni. Nessuno escluso, io per primo. Credo di essermi addirittura innamorato, o quanto meno invaghito, di quello splendido esemplare di donna che la natura aveva deciso di offrire ai nostri occhi e ai nostri appetiti. Chi di noi poteva dire di andare a scuola controvoglia quando c'era lei, quella mattina? E chi mai poteva pensare di distogliere lo sguardo o allontanare il pensiero da tale bellezza, anche per due intere ore, passate in un soffio, per altro, quando lei ci parlava guardando nei nostri occhi e attirandoci in quella voragine di luce che erano i suoi?

E' difficile descrivere la perfezione dell'inusuale, del diverso. Quarantasette anni portati davvero bene, ma non perché li nascondesse, anzi. Poco trucco sul viso, forse un leggero tocco di ombretto ad esaltare il verde degli occhi a cui facevano cornice i capelli, rossi di un ramato antico e con sfumature di ambra e castano. Capelli che lei portava sciolti sulle spalle come fossero una cascata di raggi di sole, ingarbugliati in belle trame di arbusti ombreggianti. La sua pelle, bianca al pari della luna piena d'agosto, come si conviene alle donne con quel colore di capelli, risultava tuttavia vagamente scura per la presenza di numerose efelidi che donavano al suo viso l'aspetto dell'eterna ragazzina.

Minuscole rughe d'espressione solcavano la sua fronte e agli angoli degli occhi un piccolo segno del tempo contribuiva a renderli ancor più vivi, accesi, allungati a mandorla come quelli delle donne orientali. Per un sorriso aperto come il suo credo che davvero sarebbero voluti tornare in vita i grandi poeti che hanno saputo cantare le gioie dell'amore, nessuno escluso: Neruda, Jimenez, Hikmet...

Io, nel mio piccolo, scrissi per lei cento sonetti d'amore, senza usare la penna, e nemmeno il quaderno. No, non scrissi quei versi sul computer. Li scrissi nei miei sogni e nei pensieri contorti, elaborati nelle solitarie passeggiate che facevo nei boschi dell'Abetone, durante le vacanze estive. Vacanze tormentate per il forte desiderio di tornare a scuola il più presto possibile, pur di rivederla. Nessuno fra i miei compagni poteva ricordare le sue lezioni e le sue parole con la stessa precisione con la quale le ricordavo io; e non per la conoscenza degli argomenti o la logica delle sue argomentazioni, bensì per il modo con il quale Laura usava il suo corpo per trasmetterci emozioni.

Le labbra, quelle affusolate mani dalle lunghe dita, perfino il bacino e le spalle venivano offerte a noi studenti, nell'enfasi della spiegazione. E che dire delle gambe, slanciate, tornite in quella maniera perfetta che soltanto un artigiano del legno avrebbe potuto realizzare imitando madre natura.

E, così come le gambe di un tavolo dell'ottocento riescono ad esaltare e sorreggere la bellezza del piano in noce antica, con il bordo arrotondato a becco di civetta, mediante la loro peculiare caratteristica tondeggiante a più riprese, così quelle gambe sostenevano le natiche alte, sode, scattanti e nervose nel loro lieve accompagnare il movimento del corpo, accentuato dalle scarpe con alti tacchi che lei portava con una certa facilità, pur non avendone bisogno, dal momento che era alta e slanciata.

Si vestiva in un modo strano, sempre diverso, ed io mi convinsi che lo facesse per uniformarsi al periodo storico che stava spiegando. E, tuttavia, c'era in ogni caso un modo di indossare quelle vesti che alla fine non poteva che risultare sensuale, fossero ampie e lunghe le gonne che portava o corte fino a metà coscia ed attillate.

Io amavo tantissimo un suo completino moderno dai colori accesi che trasmettevano gioia di vivere. Una semplice gonna, aderente, quasi a tubo, appena sopra il ginocchio e una maglietta leggera, in tinta, con uno spacco a V sul seno, indumento che lei portava con disinvoltura alzando le maniche fino al gomito e mettendo in mostra le braccia lunghe, non troppo magre, evocative.

Sì, evocative. Erano braccia che parlavano, e dicevano con grazia: siamo nate per stringerti, per farti sentire il battito del cuore che pulsa sotto questo seno sodo, prosperoso. Ed io mi lasciavo stringere da quelle braccia, e divorare da quegli occhi, e cadevo volentieri nella sinuosità di quelle curve del petto, delle gambe, delle natiche. Come dimenticare quella bocca, ed il sorriso delicato che sfuggiva dalle sue labbra quando la fissavo estasiato, rapito.

A volte avvertivo di essere inquieto, altre appagato quasi avessi fatto l'amore. Ma non quello platonico al quale ero avvezzo; no, quello reale, fisico, passionale, carne nella carne, brivido e scosse sulla pelle, languori dell'anima e umori del corpo, odori.

In quei momenti mi sentivo in colpa, mi pareva d'essere un selvatico, un rozzo animale che si era abbandonato a pulsioni innaturali...e lei lo capiva questo mio sentire, ne sono certo. Scorreva gli occhi veloci sulla classe, poi sugli alberi del giardinetto interno e, finalmente, mi offriva il suo sguardo, intenso e dolce allo stesso modo, penetrante, se pur lieve, ed ostinato nei riflessi della luce che illuminava la sua figura, uno sguardo prolungato fino al dolore, quello che si prova al culmine di un piacere troppo grande.

Tuttavia, nonostante rimanessi incantato dalla sua persona fisica, mi rendevo conto di avere la straordinaria capacità di non perdermi nemmeno una parola, un accento, un sospiro tra le frasi, un affanno che le capitava di sentire ed esternare nella foga della spiegazione.

Come quella volta che declamò una poesia di Gesualdo Bufalino, scrittore e poeta siciliano ingiustamente poco conosciuto, pure lui insegnante in un liceo. Mentre Laura leggeva quella poesia, la trovavo bellissima; ma non solo nell'aspetto...era tutta bella quella donna, era bella la poesia che aveva scelto, era bello Gesualdo Bufalino, ed era bella perfino la nostra scuola, in quei momenti. Anche il bidello aveva un'aria bella e incantata, quando entrava nella nostra classe; e, se c'era lei, capitava spesso, guarda caso.

Io vivevo uno stato di grazia, propria dei grandi artisti, o dei grandi poeti, o degli amanti più passionali, passati alla storia. Mi sentivo così, in quei momenti, e non mi capacitavo di essere ancora un ragazzo.

Avevo sì qualche anno in più dei miei compagni per aver perso tempo in giro per il mondo seguendo mio padre, dopo che la mamma ci aveva lasciati, ma ero comunque poco più che ventenne. Ancora vergine, per giunta.

Leggeva quella stupenda poesia con naturale bravura, ed io bevevo le sue parole; mi pareva quasi di sentire il filo della sua saliva scorrere nella mia bocca e scendere giù fino alla fonte dei miei desideri. Desideri che riconoscevo volgari, nel senso pieno della parola; insomma definitivi, poco inclini ai bei versi di quella poesia, Nausicaa:

La vita non sempre fa male,
può stracciarti le vele, rubarti il timone,
ammazzarti i compagni a uno a uno,
giocare ai quattro venti con la tua zattera,
salarti, seccarti il cuore
come la magra galletta che ti rimane,
per regalarti nell’ora
dell’ultimo naufragio
sulle tue vergogne di vecchio
i grandi occhi, il radioso
innamorato stupore
di Nausicaa.

Perché mai anch'io mi sentivo vecchio, così come si sentiva il poeta, e per quale motivo provavo quello stupore, e quel canto, e mi riempivo di tanta meraviglia? Di chi era il merito? Lo sapevo, di chi era quel merito: era suo, di Laura, di quella donna che sapeva sorridermi con gli occhi quando temeva che le sue labbra la tradissero e rivelassero ai miei compagni quel turbamento che provava per me.

Sorrideva con gli occhi; banale, penserete, un modo di dire perfino abusato, una metafora nemmeno troppo originale. Ed invece no, era proprio così: mi sorrideva, e quel sorriso veniva dallo sguardo, che io vedevo tutto per me. E poco importa sapere se fosse davvero così oppure se quegli occhi verdi li donasse a tutti, come l'omaggio floreale che una splendida primavera regala con i suoi campi in fiore semplicemente a chi li sa guardare, e odorare.

« Carlo, cosa ne pensi di questa poesia » , disse. Era rivolta alla finestra, e sembrava guardare lontano.

« Devo uscire? » dissi alzandomi, e intanto speravo mi rispondesse in maniera affermativa per potermi avvicinare a lei e sentire il profumo della sua pelle, e dei capelli.

« No, rimani pure... » rispose.

Mi dispiacque; radunai in fretta i miei pensieri per cercare di trasmettere quello che la stupenda poesia mi aveva regalato, e dissi:

« Molto bella. Mi ha regalato un'emozione, ed una speranza. »

« Una speranza? Interessante... quale speranza? » intanto si era girata verso di me e mi guardava, con il sorriso degli occhi. Sentivo il mio cuore che si scioglieva, e pareva che il sangue si fosse riscaldato, esposto com'era alla luce di quelle gemme. Quel calore avvampava il mio viso, e lei lo aveva colto, ne ero certo.

« La speranza che sempre nella nostra vita ci sia una Nausicaa dalle bianche braccia che ci accoglie, con l'ospitalità di una madre, con amore... e non solo quando saremo vecchi come Ulisse, o come Gesualdo Bufalino » e mi rendevo conto che le braccia ospitali alle quali pensavo erano le sue, e quella madre era lei, e avrebbe potuto accogliermi con amore, tra quelle bianche braccia. Avrebbe potuto accogliere me come una madre speciale, amorosa, come quella madre che non avevo conosciuto e che mi mancava più che l'aria ad un moribondo.

« Quindi tu vedi Nausicaa come una madre amorosa? È la prima volta che sento questa versione. Interessante... e perché mai, se è lecito chiedertelo?»

Sentivo gli occhi della classe intera su di me, anche quelli delle ragazze; anzi, quelle mi guardavano con curiosità. Aspettavano la mia risposta.

Come potevo parlare della nudità di Ulisse, nascosto nei cespugli, e del fatto che il gesto di Nausicaa di porgergli delle vesti era allo stesso tempo amoroso e materno, nonostante lei fosse una giovinetta.

Eppure io vedevo, o meglio sognavo, in quel modo anche Laura; non importava nulla se il giovinetto ero io.

« Come dire », esordii impacciato, « il fatto che lei si occupi di coprire il nudo corpo di Ulisse è un gesto che ha qualcosa di materno. O sbaglio? »

« Non sbagli, Carlo...ma amoroso? »

« Quello fa parte della speranza... » tagliai corto, lasciando un poco tutti allibiti, insegnante compresa. E in effetti lo ero anch'io sorpreso di me stesso, temevo mi si capisse nel fondo dei sentimenti, o meglio dei turbamenti, che provavo.

 

La gita della classe a Parigi l'aveva organizzata Laura, insieme al professor Viviani e alla sua collega di filosofia della sezione A, la Regazzoni.

Ci eravamo iscritti quasi tutti, noi delle due terze e quelli della seconda che si era accodata. Il pullman a due piani aveva la bellezza di settantadue posti, ed eravamo giusti giusti sessantasei, più quattro insegnanti che ci accompagnavano.

Partimmo alle cinque pomeridiane ed arrivammo a Parigi prima delle nove del mattino successivo. Passammo per Milano e Ginevra. Il viaggio fu lungo, ma non mi stancai. Mi ero sistemato nei posti in fondo del piano superiore e, durante la notte, mentre tutti dormivano, ricevetti una visita gradita.

Confesso che, in cuor mio, lo speravo davvero che Laura venisse su a trovarmi.

Aveva lasciato soli i colleghi che dormivano, stanchi per il logorio del viaggio. Ormai erano quasi le due. Eravamo immersi in un buio invitante, appena interrotto dalle lucine azzurrognole di cortesia.

« Ciao Carlo...come va? » disse lei sedendosi al mio fianco. Aveva percorso il corridoio con passo felpato, senza far rumore, e si era accomodata con delicatezza, badando bene a non svegliare i ragazzi davanti a noi.

La sua voce risultava ancor più suadente del solito, costretta com'era a tenerla bassa. Il timbro era caldo, amichevole, addirittura invitante, mi parve.

Ero felice, ma anche agitato. La mia Nausicaa veniva a coprirmi le nudità, quelle che mi facevano sentire escluso dalle sue grazie.

« Bene... un bel viaggio. Non mi sono stancato; ti aspettavo. »

Era la prima volta che io mi rivolgevo a lei in maniera tanto confidenziale; non avevo usato il solito “scusi profe“. Temevo una sua reazione, che invece non venne. Anzi, lei mi parve distendersi, sentirsi a proprio agio.

Avevo superato il primo scoglio che mi separava da lei e ora mi sentivo complice di un gioco che speravo potesse diventare meraviglioso, almeno per me.

Laura ora mi guardava come una donna guarda un uomo. Non era più la mia professoressa, me lo sentivo.

« Mi fa piacere, Charles. A Parigi devi stare vicino a me...non voglio perderti. »

Il mio cuore batteva veloce, e appena più forte del solito; eppure sembrava rimbombarmi nel petto. Temevo si sentisse. La guardai, ed ebbi voglia di baciarla. Una voglia improvvisa, che non potevo dominare. Allora mi girai di scatto, e guardai fuori. Mi aveva chiamato Charles, molto carinamente, pensai. Erano le mie compagne di classe che mi chiamavano in quel modo.

Mi calmai, e cominciai a credere che lei si aspettasse qualcosa da me, a Parigi. Mi sentivo eccitato al solo pensiero, e tuttavia avvertivo una specie di calma, di pace, come se tutto fosse scritto e non dovessi fare più nulla, né per accelerare l'evento, né per impedirlo.

« Certo...tranquilla » dissi meccanicamente.

Lei si guardava in giro, sospettosa.

« Anche tu devi essere tranquillo. Lo sei, mi pare. O no? »

« Sì, lo sono. È la tua voce che mi tranquillizza. È il tuo modo di parlare, il tuo modo di chiamarmi, quel nomignolo che mi riservi. È che sei tu. E quando si tratta di te, io non lo so che mi succede. Per quanto cerchi di trattenermi, se si tratta di te io sono felice » dissi , tutto d'un fiato.

« Dio mio...che bella questa frase » sospirò.

« L'ho imparata a memoria... aspettavo il momento per dirtela » dissi sinceramente.

Appoggiò delicatamente la sua mano sulla mia coscia e cercò la mia mano. La trovò, e la strinse, fugacemente, ma con forza.

Sentii un brivido.

Poi si alzò, e tornò giù dai colleghi.

 

Arrivammo a Parigi stanchi morti; era come se avessimo fatto una maratona.

All'arrivo anche Laura aveva perso parte della sua bellezza; o meglio io la vedevo bella ugualmente, ma sotto altra luce.

Qualche occhiaia, segno evidente che la notte in pullman le aveva portato pensieri; il viso era teso, forse per la preoccupazione che tutto andasse bene. Dopotutto era lei che aveva organizzato la gita e si sentiva responsabile.

La pensione che ci avrebbe ospitato per tre giorni era modesta, ma con il gran pregio di essere alla portata di tutti, economicamente, e di essere in una zona del centro, vicino alla Senna ed ai musei, ma anche alla torre Eiffel. E poi, tutto sommato, era tranquilla; pareva quasi di essere in periferia e non nella grande Parigi. Già nella hall si poteva percepire quel clima francese di riservatezza, ma anche apertura alla possibilità di vivere storie nuove, magari d'amore.

Ci sistemammo al meglio, ci cambiammo d'abito e ci ritrovammo tutti quanti al bar della pensione, come stabilito. Lì ci furono offerti degli aperitivi ed io fui il solo ad accettare un Pastis, il tipico aperitivo francese a base di anice stellato, diluito con acqua naturale e ghiaccio. Lo beveva mio padre, ed in casa ne avevamo sempre una bottiglia.

Laura stava con i professori, ma discretamente volgeva lo sguardo intorno a sé fingendo di osservare gli arredi; tuttavia era evidente che cercava l'incontro dei mie occhi.

Io ero lì, immobile come una statua greca, ed aspettavo di incrociare il suo sguardo. Sorseggiavo il Pastis lentamente, assaporando quel gusto di anice stellato e liquirizia che faceva di quella bevanda una cosa unica al mondo. Avevo l'alito profumato, e la bocca dolce. Queste sensazioni mi davano un senso di piacevole benessere. Un leggero capogiro e un vago senso di ebbrezza mi infondevano anche un certo coraggio, una sorta di noncuranza di quel che avrebbero potuto pensare gli altri di me e Laura.

Inaspettatamente lei mi mandò un saluto, come a dire: aspettami che vengo da te; mi sentii avvampare e temetti di poter rivelare a tutti i miei pensieri.

Aprii il primo bottone della polo e mi avvicinai alla finestra. Socchiusi l'imposta e mi rinfrescai il viso, esponendo le gote a quel lieve venticello novembrino, carico di umidità.

I pensieri seguivano il volteggio delle foglie morte dei platani e, come quelle, vagavano senza meta. Ma in cuor mio speravo che, così come le foglie sarebbero cadute inevitabilmente sulle aiuole del viale, o sopra le panchine in ferro battuto, anche i miei desideri avrebbero trovato rifugio e consolazione tra le braccia di Laura.

Mi accorsi che lei stava indicando me ai colleghi, e contemporaneamente si stava accomiatando. Certamente avrà avuto una scusa. Controllai dov'erano i miei compagni di classe e mi allontanai, appartandomi in una zona della hall dove non c'era nessuno. Mi sedetti su una delle poltroncine e finsi di gustarmi il mio aperitivo. Lei mi vide e mi raggiunse; mostrava una sicurezza invidiabile.

« Charles, come stai... » iniziò; e poi aggiunse, sorridendo lievemente:

« Fingi di guardare questo dépliant... ho detto ai colleghi che tu hai chiesto una visita al Louvre; ecco, inizio a sfogliarlo »

« Cosa dovrei fare? » chiesi, mentre appoggiavo il bicchiere.

« Mostrati interessato, senza enfasi... com'è andata la notte in pullman? » disse, sfiorandomi la mano per darmi l'opuscolo. Sentii un brivido di piacere. Lei si accostò e volutamente premette un poco la sua gamba contro la mia. Voleva farmi sentire un contatto, e quello era il modo migliore. Appoggiò anche il suo bicchiere e per farlo si piegò verso di me, avvicinando una mano al mio ginocchio. Le nostre gambe erano nascoste dal tavolino, e in parte dalle poltrone.

Controllai che nessuno vedesse e le accarezzai la mano. Anche lei iniziò ad accarezzare la mia coscia. Indossavo pantaloni di tessuto leggero, anche se fuori era freddo, e sentii il calore della sua mano. Ero eccitato, e Laura se ne rese conto con la mano che, staccandosi, aveva sfiorato il mio gonfiore. Io sentivo un gran caldo in tutto il corpo e lei aveva gli occhi che scintillavano e sembravano emanare riflessi di luce come le palline dell'albero di Natale.

« Non ho dormito...o meglio, ho dormito ma con un pensiero fisso che mi teneva sveglio »

« A cosa pensavi? » disse con voce roca. Capiva che dovevamo pur arrivare a parlarne.

« A te, a noi...a quel che potrebbe succedere » mormorai incerto.

« Se vogliamo che accada, accadrà...ho in mente come » disse Laura sfogliando l'opuscolo e guardando fissa le pagine. Pareva non trapelare alcuna emozione, nessuna paura d'essere scoperta.

« Io lo voglio... » dissi.

« Anch'io. Forse più di te »

Mentre riprendeva il suo bicchiere e si alzava, aggiunse:

« Stasera a cena troverò il modo di dirti come faremo a restare soli... è da tempo che ci penso, funzionerà »

Mi salutò e tornò dai suoi colleghi, lasciandomi nella gioia ma anche nell'angoscia che qualcosa non funzionasse nel suo piano. Mentre parlava con loro mi accorsi che il professor Zucchi, l'insegnante di educazione fisica, la guardava con una espressione che tradiva il suo stato d'animo.

Mi convinsi che la desiderava; aveva gli occhi fissi su di lei e lo sguardo si posava avido sulle sue belle forme. Ebbi un moto di stizza, pur se contenuta, e cominciai ad ingelosirmi.

Dovetti ammettere a me stesso che temevo di perderla ancor prima di averla.

La sera cenammo nel ristorante della pensione. Fu molto intimo perché noi studenti eravamo i soli presenti; infatti Laura aveva prenotato tutte le camere ed i posti al ristorante anche se in realtà la pensione poteva ospitare fino ad ottanta turisti. Lei era conosciuta da anni perché a Parigi aveva organizzato parecchie gite scolastiche, sempre nello stesso posto.

Il proprietario, che pareva più un turco che un Parigino, con i suoi baffi alla Salvador Dalì ed i capelli neri lucenti di gel o di qualche altra dozzinale brillantina, mi stava pian piano diventando antipatico per la sua abitudine di avvicinare Laura con ogni tipo di scusa. E quanto era galante, appiccicoso! Lei invece si sentiva ammirata, cercata, e le veniva spontaneo fare la civetta, seppure in maniera elegante e contenuta.

« Oui oui, mon cher... » la sentivo dire di tanto in tanto, mentre lui gongolava. Mi venne pure il dubbio che si conoscessero a fondo, se non proprio intimamente.

« Tout, pour toi … » lo sentivo dire. Sembravano parole di un innamorato, ed invece probabilmente era contento per i suoi affari, almeno così speravo.

Mi alzai per andare a rinfrescarmi il viso alla toilette. Ero in ansia, e mi sentivo mancare la terra sotto i piedi.

Quando uscii incrociai Laura ed ebbi quasi la certezza che avesse voluto seguirmi per dirmi qualcosa. Io la guardavo fissamente, e lei iniziò un discorso che si abbatté su di me come la cascata del Niagara. Parlò in fretta, e si voltava di tanto in tanto. Aveva gli occhi lucidi e si capiva che per lei quel passo era stato meditato da tempo e non riusciva più a contenersi.

« Charles, ascoltami, non parlare. Io vorrei stare con te anche stasera, anche subito, ma è troppo rischioso. Lo faremo domani sera, e forse anche la sera prima di partire. Ho organizzato tutto io...devi dirmi solo una parola: sì » Poi , mentre mi guardava implorante, tirò un grosso sospiro.

Io avvertivo come due forze che mi dominavano: esaltazione e paura. E nessuna delle due annullava l'altra. Capii che era destino che andasse così: avrei fatto l'amore e, nello stesso tempo, avrei avuto paura di farlo; questo era innegabile. La guardai dolcemente, per quanto potessi, e dissi in fil di voce:

« Sì »

Lei ebbe come un sussulto, ed alzando il timbro della voce disse:

« Hai detto sì? »

« Sì » ripetei ad alta voce, « Sì, sì, sì... »

In quel momento, che io stavo vivendo come in trance, mai mi sarei aspettato la sua reazione. Si avvicinò al mio viso e mi diede un bacio, un bacio fugace ma vero, labbra contro labbra come petali di rosa incollati tra loro, e la sua lingua che umettava appena la mia avida bocca. Ed intanto le sue mani si erano appoggiate con delicatezza sul mio petto che sentivo diventare turgido e voglioso di carezze.

Scomparve in un istante; entrò nella toilette per ricomporsi, ed io ritornai al tavolo per terminare la cena. Ma ormai l'appetito era scomparso. Avevo solo voglia di bere per fissare quel momento di euforia. E così feci, prima con l'ottimo vino con il quale avevo pasteggiato, e poi al bar con un buon cognac francese, un Remy Martin invecchiato.

Andammo tutti a letto presto. Io ero stanco per il viaggio e tuttavia faticai ad addormentarmi e la colpa non potevo darla al letto, davvero comodo.

Quelle parole di Laura erano diventate la mia poesia, la mia canzone, il mio tutto... “Lo faremo domani sera, e forse anche la sera prima di partire “...mi addormentai ripetendo a me stesso quella frase magica.

 

 

Mi svegliai tardi, ed ebbi come l'impressione di essere stato abbandonato nelle braccia di una morte apparente. Ero un re, così mi sentivo, ma impossibilitato ad agire, a muovermi.

Era come se fossi in stallo: qualunque cosa avessi deciso di fare o qualunque azione pensassi di intraprendere sulla via dell'amore, sapevo che si sarebbe rivelata un fallimento. E questo non per una mia incapacità organizzativa generica; no, solo in faccende d'amore, ed era proprio amore quello che sentivo per lei.

Io la volevo Laura, la volevo con tutto il mio desiderio, ma temevo pure di non essere all'altezza anche se, a ben pensarci, il problema sarebbe dovuto essere suo, tutto sommato. E come avrei potuto non essere all'altezza, alla mia età, e con la gioia che avevo in cuore, e con tutto quel mio desiderio, e con quella bellezza di donna che diceva di volermi?

Quando scesi per la colazione mi accorsi che eravamo in pochi, ed in forte ritardo. Dovevamo fare parecchie visite e saremmo rimasti in giro tutto il giorno. Poi la sera era in programma una cenetta in quel ristorante sulla Senna e credo che il piano di Laura riguardasse proprio quel posto, lontano dalla nostra pensione, distante tanto da non poter costituire un pericolo per rientri improvvisi di allievi o docenti.

Ecco, ora capivo; avremmo fatto l'amore qui, nella sua camera, evitando di partecipare alla cena con una scusa qualsiasi, un espediente che al momento non riuscivo ad immaginare.

Mentre cercavo di ingurgitare quelle brioche con il tipico caffè francese, imbevibile, ebbi un senso di nausea ed immediatamente partì l'idea: avrei finto un malore, un semplice conato di vomito che mi avrebbe costretto a letto. Lì, nella mia stanza, avrei potuto aspettarla. A meno che il suo piano prevedesse altro... ma un piano valeva l'altro, il destino ormai si stava compiendo e capivo che niente avrebbe potuto far cambiare gli eventi.

Andai in bagno, finsi di vomitare e, tornato in sala, avvisai che mi sarei messo a letto. Il pullman ci stava aspettando fuori, e certamente mancavo solo io.

Dopo cinque minuti arrivò Laura. Io ero disteso sul letto, vestito e con lo sguardo fisso al soffitto; cercavo di disegnare con gli occhi i contorni del suo bel viso su quella parete chiara.

« Che è successo... come stai? » mi disse amorevolmente, chinandosi su di me.

Istintivamente appoggiò la sua mano sulla mia fronte, forse per accertarsi che non avessi la febbre.

Io la guardavo con gli occhi dell'amore; me ne rendevo conto, la fissavo e mi sembrava di entrare in quel pozzo profondo con tutto me stesso, come se lì dentro avessi potuto trovare conforto.

Credo che le mie pupille avessero un che di umido, di liquido, come se stessero sciogliendosi alla luce dei suoi occhi.

« Sto bene... voglio restare qui ad aspettarti. Quando puoi, vieni, io ti aspetto » dissi.

Lei mi prese una mano, se la portò al petto e sussurrò:

« Avevo in mente di fingere un malanno stasera...mi hai anticipata. Aspettami, vado ad avvisare gli altri e torno »

Passarono pochi minuti e sentii i suoi passi svelti nel corridoio. Era lei, ne ero sicuro. Conoscevo il suo passo, felpato ma deciso.

Entrò, mi prese per mano e disse:

« Seguimi, ho già avvisato il signor Leroux di non disturbarci. Siamo amici, lui sa … »

Leroux era il proprietario della pensione, quel parigino dalle sembianze di autentico ottomano che cominciavo ad odiare, ma solo per gelosia.

Da quel momento tutto quel che accadde non poteva essere da me modificato, o indirizzato in alcun modo.

Mi ritrovai nella sua stanza. Mentre la guardavo incantato, lei cominciò a spogliarmi e nel frattempo con le sue mani guidava le mie a fare altrettanto.

Ci infilammo sotto le coperte e ci ritrovammo nudi. Il suo corpo aderiva al mio e mi scaldava; io avevo l'impressione di scottare, ma avvertivo brividi di freddo, e le vampe mi salivano fino al viso.

Tenevo gli occhi chiusi, per creare una specie di penombra artificiale. Laura capì, smise di baciarmi e si alzò. Chiuse le finestre e ritornò da me in un lampo.

La sua bocca cercava la mia, e nel mentre si strusciava contro di me come una gatta che fa le fusa.

Aprii gli occhi e cominciai pian piano a vedere il contorno del suo viso. Mi rendevo conto che mentre mi baciava ero in suo potere, e quella sensazione mi eccitava ancor più. Finsi una certa passività, anche se le mie mani accarezzavano avidamente la sua pelle in tutto il corpo.

« No, aspetta, è troppo presto... » disse fermando la mia mano che stava insinuandosi fra le sue gambe, « lo dobbiamo prolungare, questo bel momento. Voglio ricordarmelo »

Dopo quelle parole capii i pensieri di Laura e mi convinsi che tra noi non ci sarebbe potuto essere un futuro, ma solo sporadici incontri.

« Anch'io... » dissi in fil di voce, « ma non so resistere alla voglia... sei troppo bella »

Quando venne il momento, eravamo entrambi avvolti dalle fiamme del desiderio e nessuno dei due sapeva esattamente quel che stava succedendo; o forse no, solo io avevo perso il contatto con la realtà. Lei si era messa sopra di me e cercava di guidarmi, usando la sua mano. Era evidente che mi chiedesse di possederla, di amarla davvero, di violare la sua intimità senza pudore, senza riserve.

Stavamo diventando due prosaici amanti, due corpi posseduti dal desiderio e niente ormai poteva fermarci.

Io restavo immobile; continuavo a baciarla furiosamente ed accarezzavo il suo seno con una certa foga, ma non la aiutavo. Quando capii di essere in lei la sentii ansimare e dire , in fil di voce:

« Charles, gioia mia bella, eri vergine...? »

Lo aveva capito, forse a causa della mia eccessiva passività.

Confermai, ripetendo diverse volte sì, sì, sì....poi iniziai a muovermi convulsamente, e capivo di non essere in sintonia con il suo corpo. Tuttavia ero talmente eccitato che raggiunsi l'orgasmo.

Ci fermammo per qualche istante. Lei mi prese il viso tra le mani, mi baciò e disse una frase che non dimenticherò più:

« E' stato bello... non ho mai fatto l'amore così. Ho avuto l'impressione di rubare i sospiri del tuo cuore »

 

Facemmo l'amore altre volte, io e Laura: a Parigi, durante quella gita, ma anche dopo, mentre frequentavo l'università e lei insegnava al liceo. Ma devo confessare che quella prima volta restò nei miei pensieri, e non lo dimenticai più. Passarono gli anni, il tempo inclemente cercava di intaccare la bellezza del suo viso, e tuttavia lei era sempre la mia Nausicaa, una donna che era riuscita a far diventare me vecchio e lei giovane, come per magia.

 

 

 

 

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ritratto di Antonino R. Giuffrè

… un racconto semplicemente meraviglioso…

… dalla prima all’ultima riga: attraverso la sua poesia più nota, Nausicaa, hai reso omaggio in maniera esemplare a Bufalino, come meglio non avresti potuto. Ma non c’è solo lo scrittore di Comiso in questo racconto: c’è anche Moravia con il suo “Agostino” e Patti con il suo “Un bellissimo novembre”. Certo, finisce come ci si aspettava; da questo punto di vista, non c’è alcuna sorpresa nel veder trionfare il giovane corteggiatore, nonostante l’ingombrante presenza del professore di ginnastica. Ma la bellezza della narrazione è tutta racchiusa nel suo divenire poetico, tanto da poter essere considerata essa stessa una lunga, sensuale e delicata lirica bufaliniana.

È pur vero, però, che tutto succede un po’ troppo rapidamente ai miei occhi; ma, per esigenze narrative, ci sta.

Complimenti.

(Non è affatto prolisso, si legge un amen).

ritratto di Jazz Writer

Ma grazie tante, Nino

non mi aspettavo un commento tanto lusinghiero. Me lo incornicio.  Sono d'accordo con te: succede tutto troppo rapidamente, il fatto è che siamo stati per anni e anni abituati al famoso taglio web, e mi pareva anche fin troppo lungo...credo che molti lo lasceranno a metà. Ma non importa...a me premeva mettere in luce la figura di Bufalino, troppo poco conosciuto, a mio modesto parere, almeno dal grande pubblico. ciaociao...mi ha fatto molto piacere il tuo commento.

ritratto di Vecchio Mara

per niente lungo...

si legge che è un piacere, a mio parere, forse il tuo più bel racconto che ho letto (d'altronde essendo io un romanticone, non poteva essere altrimenti) la storia d'amore tra l'insegnante e l'allievo, meritava solo Parigi... Perché è romanticissima e sensuale come la lingua francese, e poi perché, rammentandomi la bella storia d'amore tra l'attuale presidente della republica francese e la sua insegnante, ti fa capire che certe storie nella realtà possono veramente accadere. Piaciuto moltissimo.

Ciao Jazz

Giancarlo

ritratto di Jazz Writer

Vero Giancarlo

non avevo pensato al presidente francese, in effetti la storia si rassomiglia, senza però il lieto finale. Ma questa è storia di quasi trenta anni fa, ed io l'ho scritta un bel po' di anni fa, andando a pescare i miei ricordi di insegnante. Ciaociao...e grazie del bel commento.

ritratto di Rubrus

***

E' stato giusto non dividerlo perchè la storia è una e dividerla in due sarebbe stato disubbidire al comando per cui "comanda la storia". 

Dato che non è il mio genere, non sono in grado di cogliere talune sfumature., tuttavia credo di poter dire che la domanda che il lettore si pone è "ma Carlo ci finisce a letto, con la prof, o no?" e spezzare in due il racconto avrebbe  nuociuto al climax.

Il racconto mi dà poi l'occasione di completare il discorso che facevo dall'altra parte a proposito degli interventi del narratore nella storia. Limitando la riflessione agli aspetti letterari, dato che sono quelli più palesemente presenti, trovo che qui (a differenza, a mio parere, che nell'altro) la citazione non è fine a se stessa. La poesia di Bufalino è lo strumento attraverso cui la prof attrae a sè l'alunno. Del resto, lo sappiamo da un pezzo che "galeotto fu il libro" e quanto segue.  Qui insomma l'elemento letterrio è parte funzionale della storia e la sostiene venendone, allo stesso tempo, sostenuto.

Nè c'è alcuna morale ex ante o ex post. C'è la storia e tanto basta - e deve bastare.

Al resto ci pensa il lettore.

Per dire.

Dai tempi di Pierino che sbircia la supplente dal buco della serratura, sappiamo che la prof seducente fa parte dell'immaginario erotico degl'italiani. E sappiamo da anni e annorum che "quando la moglie è in vacanza" eccetera eccetera. E quindi anche "quando la prof è in vacanza". Insomma ogni viaggio in quanto tale diventa anche o può diventare un viaggio erotico; se poi ci mette Parigi (altro luogo forse comune ma non per questo meno potente dell'immaginario erotico, forse proprio più imaginario che reale, e perciò più potente), be'...  

Tra l'altro è interessante come lei conduce il gioco verso quello che oggi si chiamerebbe forse "toy boy" - non per questo presumo la malafede di lei, anche se i suoi pensieri non ci vengono rivelati.

Prima il discorso su Nausicaa ecc ecc. Quando si sente parlare di "madre amorosa" in quel senso si sente il botto di uno psicologo che festeggia stappando una bottiglia.

Poi il bottone della camicetta, i bisbigli, la complicità e i sotterfugi, con tanto di microdramma della gelosia e alla fine (perfetto!) lei che gli chiede "vuoi?". Cioè... davvero si aspetta che lui, diciottenne (quindi siamo legalmente tranqulli) le dica di no? Ma davvero davvero?.  

Tutto questo per dire che è l'accumulo dei fatti - e anche la poesia diventa un fatto, un elemento narrativo - a far funzionare il racconto. Si fa sì che il lettore si ponga una domanda ("ma finiscono a letto o no?") e lo si incuriosisce quel tanto che basta per far sì che legga il racconto per conoscere la risposta. Alla fine ce l'ha, e intanto ha letto.   

 

 

ritratto di Jazz Writer

Sì, molto complesso Rubrus

il tuo commento... devo specificare che in questo racconto c'è ben poco di immaginario, o meglio tranne la narrazione, obbligatoriamente "pensata" in funzione di Carlo, i fatti sono reali. lei era una gran femmina, rossa di capelli, che piaceva a tutti noi colleghi e a tutti o quasi gli allievi. la gita a Parigi c'è stata, e tutto il resto, bene o male...è stato facile scrivere questo brano, non ho fatto sforzi di immaginazione ma solo di descrizione credibile. grazie...alla prossima. ciaociao.

ritratto di paola_salzano

Jazz, prima di tutto devo

Jazz,

prima di tutto devo dirti che questo racconto è scritto meravigliosamente bene, in alcuni passi quasi poetico, oltre che sensuale, naturalmente...

Mi piace come sei entrato nella psiche e nelle emozioni ( e forse anche nel corpo) del protagonista,  che rispecchia il prototipo dello studente più o meno di quell'età, con le sue speranze d'amore, i suoi desideri e gli ormoni in subbuglio, prototipo che conosco abbastanza bene, considerati gli ambienti che frequento per motivi di lavoro....ahahah!!

Certo,  l'atteggiamento della prof è abbastanza spregiudicato ed anche poco deontologico (a prescindere dall'età del ragazzo), però hai sicuramente dato corpo, in  questo bel racconto, alle fantasie ed ai sogni di tanti ragazzi che, molto spesso, si innamorano delle loro insegnanti carine e quel ricordo li accompagnerà per tutta la vita.

Molto bravo!!

 

ritratto di Jazz Writer

Grazie Paola

i tuoi commenti gratificanti sono un incoraggiamento del quale ho bisogno per continuare a pubblicare, quindi non ti ringrazierò mai abbastanza. Ciaociao... buona serata.

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

Jazz, non mi cimenterò in

Jazz, non mi cimenterò in commenti letterari, con citazioni e rimandi, non sono proprio in grado, neanche conoscevo l'autore della poesia che riporti - sì', certo, sentito nominare, ma non ho letto nulla di lui e già ne ho dimenticato il nome - figurati se posso azzardarmi. Ma... Ho letto con piacere questo racconto, addirittura sul telefonino - esiste un luogo più scomodo? - aspettando che bollisse l'acqua e dicendomi: lascia stare, leggilo dopo con calma; ma ovviamente non potevo lasciarlo lì a metà, quindi l'acqua ha strabollito ma io prima di buttare la pasta ho finito il racconto: altro che dividerlo in due! Mi ha incuriosito, intenerito, divertito e anche commosso. Quindi: bravo. Davvero. 

Ciao

MAB

PS: mia madre quando ero bambina parlava con molta ironia delle "navi scuola". Leggendo il tuo racconto, mi è venuto in mente anche questo: se il racconto è autobiografico, come dici, allora beati quegli studenti! E beati quei tempi... Si era più bacchettoni, formalmente, ma più tolleranti e lungimiranti, nella pratica. 

ritratto di Jazz Writer

Grazie maria Angelica

sì, il racconto è biografico, io ovviamente non ero Carlo, lui era un mio allievo, io ero un collega di quella splendida donna speciale della quale lui, e non solo, si innamorò. A Parigi c'ero anch'io e la storia, romanzata il giusto necessario, è vera. ciaociao.

Davvero una donna molto speciale!

E tu l'hai saputa dipingere così bene che mi sembrava di essere anch'io sul pullman.

Forze oscure si scatenano dentro le tue righe: l'ansia, il desiderio, l'adolescenza che scalpita e che cerca sempre la propria Nausicaa pronta a coprirla.

Il tutto condito con il tuo tradizionale lirismo che rende l'opera eccelsa.

L'ho letto veramente di gusto, anche perché non mi sembrava affatto troppo lungo.

Bravo!

ritratto di Jazz Writer

Paolo, che pazienza

leggere un racconto tanto lungo... su altri siti lo avrebbero ignorato a Priori, noto comune in provincia di Leggopocoeniente.... ahahahahh

Grazie tante, e buone vacanze se stai già in ferie. Io sono in campagna a levare le patate, quest'anno le ho messe in ritardo assai. Ciaociao.