Sunset - Capitolo 1

ritratto di Jared_Johnny_Marcas

Apro gli occhi e sono legato. Completamente immobilizzato, cerco di capire dove mi trovo. C’è un grande falò davanti a me. È così vicino che il calore mi fa sudare copiosamente. Sento la pelle che scotta, che mi brucia da morire. Man a mano che i miei occhi si abituano alla luce del fuoco, riesco a distinguere le forme che mi circondano. Sono in una piazza a forma di anfiteatro, circondata in ogni sua parte da alte mura, intervallate di tanto in tanto da qualche portone chiuso. Sopra le mura mi pare di scorgere delle figure. Hanno tutte qualcosa in testa che pare appuntito, forse un elmo. In mano tengono una lancia, mentre solo in pochi hanno anche un lungo bastone che sorregge uno stendardo. Non riesco a distinguerne le figure. Nella piazza sono solo e domina un silenzio angosciante. Uno dei portoni si apre. C’è una persona incappucciata al di là del portone. Fa il suo ingresso lentamente nella piazza, seguita da altre due persone con una maschera fatta di ossa. Tengono entrambe un lungo arnese di ferro, la cui estremità mi pare arrotondata. La prima figura incappucciata si ferma al centro della piazza, mentre le altre due si dispongono ai due lati. Uno di questi mi si avvicina, portando davanti a me un secchio di legno contenente acqua. L’altra figura con la maschera di ossa si toglie il mantello che lo copriva e mostra alla luce del falò un fisico asciutto ed deperito. È incredibilmente pallido. Con estrema lentezza, si avvia verso un’altra persona, di cui non mi ero ancora accorto, legata ad un palo proprio come me. È una ragazza molto giovane. È stordita, svenuta. Il tipo mascherato estrae un coltello dalla cintura che porta in vita ed allarga completamente le braccia, lasciando intravedere tutte le ossa del torace, ben visibili attraverso la pelle. Il manico del coltello è poco lavorato, di un legno molto grezzo. Emette un ruggito che riempie il silenzio della piazza. Poi, senza esitazione, infila velocemente il pugnale nel collo della ragazza. Non si accorgerà nemmeno che in pochi attimi lascerà questa vita, visto che non ha ancora ripreso alcun contatto con la realtà. Il sangue comincia a sgorgare velocemente e abbondantemente dalla gola della ragazza. Lo strano essere con la maschera di ossa emette dei gemiti di eccitazione e inizia a raccogliere il sangue con un secchio di legno posto dietro al palo. Intanto, la figura rimasta incappucciata avanza lentamente verso il fuoco del falò. L’altra figura mascherata sta facendo arroventare il lungo arnese di ferro. Mi accorgo che è uno di quegli oggetti che in passato si usavano per marchiare il bestiame. Inizio a sudare freddo. Non è che vorranno marchiare me? L’essere mascherato porge il ferro alla figura incappucciata che, lentamente, avanza verso di me. A pochi passi da me si ferma e si toglie il cappuccio. Alla luce del fuoco compare il volto di una ragazza. È molto giovane, forse un paio di anni più piccola di me. Ha un volto familiare. Mi pare di conoscerla. Ma dove l’ho già vista? Ho come l’impressione di aver avuto dei trascorsi con lei, di aver condiviso qualcosa di intimo. Ma smetto di pensare quando questa porge il ferro incandescente verso di me. Sta mirando al mio petto.

Regnabit tenebris” dice con un filo di voce. Poi mi imprime il marchio sul petto. Urlo dal dolore atroce che il ferro incandescente imprime sulla mia pelle. Non ha staccato ancora il ferro dal mio petto quando l’altro essere mascherato mi versa sulla testa il secchio colmo del sangue della ragazza legata all’altro palo. Mi fanno bere il contenuto del secchio d’acqua che era posto davanti a me. Ma non è acqua, ha un sapore acre, acido, ferroso. In pochi istanti, tutto attorno a me diventa completamente nero.

 

- Cazzo! - urlo mettendomi a sedere di scatto sul letto. Stavo sognando. Tutto quello che sino ad un attimo prima pensavo stesse accadendo veramente era solo un sogno. Mi tocco con una mano il punto sul petto dove nel sogno mi veniva impresso non so quale marchio. Sento comunque una sensazione di calore proprio lì. Ma non dura molto, va subito a scemare.

- Marek, tutto a posto? -

Rosaleen, la mia ragazza, si affaccia dalla porta del bagno con ancora lo spazzolino pieno di dentifricio infilato in bocca. Ha uno sguardo misto fra preoccupazione e sconcerto, quasi come se non riuscisse a capire se sto veramente male o se sto mettendo in atto una delle mie solite cavolate. Respiro affannosamente sia per lo spavento dato dagli eventi appena sognati, sia perché fa un caldo pazzesco già al mattino presto. Mi giro verso di lei asciugandomi la fronte e tirando un profondo sospiro liberatorio. Nonostante ieri sera sia andato a letto presto, mi sento completamente distrutto. Specialmente le gambe, piene di piccoli dolori ai lati delle cosce.

- No, niente. Ho fatto solo un brutto sogno… -

Rientra dentro il bagno e la sento sciacquarsi la bocca. In pochi istanti è di nuovo in camera. Si allunga sul letto, quasi come se fosse un felino, e si porta a pochi centimetri dal mio viso con un sorriso beffardo dipinto sulla faccia.

- Povero piccolino… hai fatto un sogno brutto? - dice prendendomi in giro. Strofina il suo naso contro il mio, sempre sorridendo, e poi mi dà un bacio veloce, ma intenso.

- Buongiorno Amore… - mi dice, dandomi un altro bacio sul collo.

- Buongiorno a te cara… - le faccio, accarezzandole dall’alto in basso la schiena nuda. Arrivo sino al fondo della schiena, poi mi blocca.

- Ah-ah! Non adesso caro mio, sono già in ritardo per il lavoro. E, se non te ne sei accorto, sei in ritardo anche tu! - mi dice, indicandomi la sveglia ad alba sulla mensola accanto alla mia testa.

“Le 7:45? Ma è tardissimo! Perché non ho sentito la sveglia?” penso mentre guardo con occhi sgranati l’orario della sveglia.

- Ma perché non mi hai svegliato se sapevi che ero in ritardo? - dico un po’ scocciato a Rosaleen, alzandomi dal letto. Per le 8:00 dovevo essere nel reparto dell’ospedale universitario dove lavoravo, quello di Ortopedia e Traumatologia. E stamani ci sarebbe stato anche il professore che dirigeva la scuola ad aspettarmi in ambulatorio.

- Scusami tanto, ma mi sono svegliata solo 5 minuti fa anche io e sono andata subito in bagno per darmi una lavata veloce. Ah, tanto per cambiare non c’è acqua. O meglio, ce n’è pochissima. Qui finisco io, vai nel bagno di sotto – mi dice schiva lei, forse prendendosela un po’ per il modo in cui l’ho accusata poco fa.

- Ok. Fai colazione con me al bar? Non ho tempo di prepararla stamani -

- No grazie, per stamani salto. Mi sento sempre lo stomaco scombussolato dalla serata di ieri, troppe birre… -

Le do un bacio sulla fronte e poi corro giù per le scale a prepararmi.

 

- Gliel’ho già spiegato, signora Doyle, se non è passato ancora un anno non posso rinnovarle il busto per la schiena! Lei lo ha rinnovato appena 4 mesi fa! -

L’ambulatorio è cominciato da appena una decina di minuti e già sono alle prese con un tipico caso di pretesa ed offesa.

- Lei non capisce proprio nulla dottore, se lo lasci dire! - inizia ad aizzare contro di me la signora Doyle. Ha appena compiuto 92 anni, ma agita la sua stampella sopra la testa come se ne avesse almeno 30 di meno. Si ferma e me la punta verso la faccia con fare quasi minaccioso. Il suo volto assume un’espressione arcigna che mi ricorda uno di quei Nazgûl de “Il Signore Degli Anelli”.

- Vi mettono qui, voi specializzandi, a trattare con delle povere persone come me e non sapete cavare neanche un ragno dal buco! Io vi denuncio! - mi minaccia, mentre si alza e si avvia verso la porta. Tiro un lungo e rumoroso sospiro.

- Aspetti signora, le chiamo il medico specialista, così si farà spiegare da lui il problema del rinnovare i busti entro un anno… -

- Non mi interessa, siete tutti un branco di incompetenti. Avrete presto notizie di me – dice lei sprezzante, mentre esce dalla stanza sbattendo la porta.

La porta scorrevole fra i due ambulatori si apre appena un attimo dopo il dovuto.

- Cosa succede Barton? -

Il professor Delgado è appena entrato nella stanza. Dai suoi occhiali riesco a percepire uno sguardo di sufficienza nei miei confronti. Negli ultimi tempi in effetti non mi sono comportato proprio in maniera diplomatica con i pazienti che facevano gli sbruffoni o che credevano di saperne più di noi in campo medico. Ma, cavolo, certe persone sono proprio delle prepotenti e delle saccenti che, se non mi vincolasse il codice deontologico dell’ordine dei medici, un bello schiaffo non glielo avrebbe proprio tolto nessuno!

- Una paziente prof, voleva rinnovare il busto per la schiena nonostante gliene avessimo già prescritto uno nuovo solo 4 mesi fa -

- E tu che hai fatto? -

Adesso mi sta guardando in modo scocciato. Starà pensando “Quest’idiota chissà che cosa avrà combinato adesso. Gliel’ho avrà rinnovato, così che l’Azienda adesso mi farà un richiamo come le ultime dieci volte? Avrà offeso la paziente? Ci faranno denuncia?”

- Niente, le stavo spiegando che non si poteva fare e lei se l’è presa. Se n’è andata -

- Dovevi chiamarmi! Perché non mi hai chiamato? -

Adesso il prof è passato da un’espressione scocciata ad una molto, molto adirata. Mai che gliene vada bene una a questo qui delle cose che faccio.

- Gliel’ho spiegato che stavo venendo a chiamarla, prof, ma la paziente non ne ha voluto sapere ed è andata subito via -

- Sei sempre il solito! Adesso chiamati la prossima paziente e non aprire bocca, la visiti e basta e prima di dare aria alla bocca aspetti che arrivo io! -

Chiude la porta scorrevole, non prima di avermi regalato uno sguardo schifato.

“Cosa devo fare per piacere alle persone in questo posto?” penso fra me e me, richiamando alla memoria tutti quegli episodi accaduti nei mesi precedenti che mi avevano fatto sentire escluso e non accettato. Sono arrivato da circa otto mesi nella città di Stone Spring. Otto mesi lontano da casa mia, catapultato su di un isola a circa 600 km dalla mia città natale, dal posto in cui ho vissuto la mia intera esistenza. Qui ho dovuto ricominciare una vita nuova. Una vita completamente diversa da quella che avevo a Mountain Town. Stile di vita diverso, ambiente diverso, paesaggio diverso, abitudini diverse. Ma soprattutto amici diversi. Nonostante il mio stato di reietto e di poco accettato, qualche amico me lo sono fatto pure io. Fra i miei colleghi, dato che sono le persone che vedo di più nella mia nuova vita. Anzi, le persone che esclusivamente vedo nella mia nuova vita. L’unico legame che ho con il passato è la mia ragazza, Rosaleen. Stiamo insieme da 7 anni ormai. Abbiamo cominciato in un passato lontano ormai, ai tempi di Mountain Town. E adesso che mi sono dovuto spostare per via della scuola di specializzazione, lei mi ha seguito, lasciando anche lei tutte le sue certezze e le sicurezze più in là, a diverse centinaia di kilometri da qui.

Tiro un altro lungo e rumoroso sospiro di sollievo.

- Andiamo avanti? Chiamo il numero 14? - dice con impazienza Hope , l’infermiera dell’ambulatorio.

- Sì, inizia a chiamarla, io mi prendo un attimo un bicchiere d’acqua -

Mi siedo accanto al frigorifero del piccolo cucinotto e mi riempio un bicchiere di acqua fresca. Dopo aver preso un piccolo sorso, sento un piccolo fastidio al petto. Non è in corrispondenza del cuore, è spostato sulla destra, appena sotto la clavicola. Il fastidio si trasforma piano piano, diventando da un piccolo prurito che era ad un calore forte. Inizio a grattarmi, sudo copiosamente. Mi torna in mente il sogno fatto questa notte. La giovane sgozzata, le due figure scheletriche con la maschera d’ossa. La ragazza con quel volto tanto familiare, che ha fatto sorgere in me quelle sensazioni di intimità e di sentimenti profondi. Il marchio che mi ha impresso sul petto, proprio nel punto che adesso mi sta bruciando.

- La paziente è già seduta da un po’ - dice Hope seccata , risvegliandomi dai miei pensieri.

- Vado, vado – dico, appoggiando il bicchiere sul tavolo. Il bruciore sul petto si è attenuato, ma non è ancora passato. L’infermiera mi passa la cartella della paziente. La vedo di spalle. Ha i capelli lisci e di colore rosso bordeaux. Mentre mi avvicino alla scrivania, leggo l’età ed il nome. Anni 28, nome Veronica Porter.

“Veronica Porter?” mi chiedo stupito, come se quel nome l’avessi già sentito, come se un tempo fossi stato legato a quel nome. Alzo gli occhi verso la paziente. La vedo e finalmente capisco.

- Marek? Ma sei davvero tu? - mi fa lei, piacevolmente sorpresa e stupita allo stesso tempo.

Veronica Porter, già. I lineamenti del viso, l’acconciatura dei capelli, gli occhi verde acqua. È lei la ragazza che nel sogno mi imprimeva col ferro rovente il marchio sul petto.

Ed è anche la mia ex ragazza.

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