LEI

ritratto di Alex1951

Imeda (speranza)

Se l’era portato appresso sin dalla prima volta che partì per l’avventura cretese. Un quadernetto ove aveva trascritto e descritto, a mo’ di diario, il viaggio del lontano 2012 affrontato con un amico: sessanta giorni di avventure tra la Russia e la Mongolia. Era uno dei tanti quaderni che aveva riempito di schizzi, brani, descrizioni e impressioni maturate nel corso della sua vita. Un’abitudine consolidata fin dagli anni del liceo. Una leggera rilegatura in similpelle, un titolo in cirillico mai decifrato, la pagina dei dati personali, intuita perché disposta sempre uguale ad ogni latitudine, la minuta quadrettatura come i quaderni della quinta elementare della sua giovinezza.

Nelle prime pagine indirizzi, telefono ed email di donne mai più chiamate: Cristina, Marienne, Zaza, Neve, Gigig, Natascia ed altre non decifrabili per le pagine scolorite dall’umidità. Alcuni volti si perdevano nei meandri della memoria, altri ancor vividi per l’intensità dell’esperienza, altri ancora, assimilati ai luoghi di incontro, rimanevano riferimenti nei racconti agli amici. Il giorno prima della partenza per uno dei suoi viaggi di ritorno in patria per “sistemare i miei casini” si diceva, lo aveva rinvenuto sotto la pila di libri dedicati allo studio del corpo umano. Testi atti alla rappresentazione grafica e pittorica del corpo in movimento, delle espressioni del volto e dei particolari degli arti. Lui li usava saltuariamente quando decideva di inserire in qualcuno dei suoi dipinti una figura, un arto o una testa. Studiava lungamente le immagini fino a trovare quella che gli sembrava atta allo scopo e disponeva così i bozzetti preparatori, ne faceva parecchi, finché non approdava a quello che reputava adatto.

Era il 25 di maggio del secondo anno di permanenza sull’isola e si accingeva al check in dopo aver bevuto al bar dell’aeroporto un cappuccino tutta schiuma ed averne inzuppato una brioss al cioccolato. A lui piaceva molto la “zuppetta”. Pur conscio che non era l’espressione della migliore etichetta se ne fregava degli sguardi inorriditi di signore ingioiellate ed abbronzate che lo guardavano con disapprovazione. Anzi si divertiva ed alzando la mano con le dita grondanti schiuma saporita accennava alle signore un saluto, poi ingurgitava il boccone soddisfatto rivolgendo loro un sorriso a pieni denti tra la barba unta di schiuma.

Si accingeva quindi a rientrare in Italia per una decina di giorni ma già lo coglieva la noia e la nostalgia dell’isola. Nessuna voglia di tornare se non il desiderio di abbracciare la figlia e rivedere i fratelli e i pochi amici. Percorse lo spazio che separava il gate dall’aereo, parcheggiato poco distante, con lo zaino in spalla e trascinando svogliatamente il trolley. Alla hostes mostrò la carta d’imbarco sul cellulare e prese posto al 33 sul corridoio: ultimo posto dell’ultima fila.                                                                     

 Si riservava sempre quello poiché gli dava la possibilità di uscire per primo appena atterrato ed evitare così sia la ressa che scendeva dalle cappelliere i bagagli in un trambusto fastidioso sia le gomitate per un posto d’eccellenza in corridoio. Aveva trovato il sistema di bloccare la fila prima che lo travolgesse. Non posizionava il trolley sulla cappelliera ma, essendo sull’ultimo sedile, la metteva tra questo e la parete del wc così che in fretta poteva stazionarla al centro del corridoio riservandosi lo spazio tra le due toilette e costruire così una barriera con la moltitudine ciarliera e pressante dei turisti che si accalcavano all’uscita ancora prima che l’aereo sostasse.   Durante il viaggio leggeva o scriveva poggiandosi sulla traballante tavoletta fissata allo schienale di fronte o , annoiato, ascoltava distratto i commenti sulle ferie appena trascorse:

“Semo stati a ….”. (siamo stati a…)

“Ghemo visto e spiaje de …”. (abbiamo visto le spiagge di …)

“In albergo i me ga zervio da dio”… (in albergo mi hanno servito da dio) “Che merde sti greci, pensa che …..”.

“Sito stà a vedare Konosso?….” (sei stato a vedere Knosso?)

“Gheto visto a spiaja de Balosso …” (hai visitatomla spiaia di Balos?)

“Zemo ndai a Pilakia……” (siamo stati a Plakia)

“Go magnà el surflachi ….” (ho mangiato il suflaki)

La gran parte si esprimeva in veneto in quanto provenienti maggiormente dalle provincie di Padova, Venezia e Treviso. Storpiavano con noncuranza i nomi delle località che avevano visitato, persino quelli dei ristoranti o degli hotel, pure quelli delle pietanze gustate nelle taverne furi città. Con l’atteggiamento spocchioso di chi ha poco e vuole dimostrare molto, magari in piedi sul corridoio o in ginocchio sul sedile e con le braccia appoggiate allo schienale declamavano nomi di località, pietanze, spiagge e altro come a dimostrare che Creta era stata non solo visitata ma sviscerata, percorsa in lungo ed in largo.

“Ma, scusame, quanto sito stà a Creta?” (Ma scusami, quanto ti sei fermata a Creta?)

Chiese rivolto alla signora bionda, dai capelli corti e bicolori con taglio da quindicenne e gli occhiali da sole bianchi e gialli, in età avanzata, quasi vicina alla decomposizione, a ben vedere dalla deformazione del tatuaggio che si perdeva sfumandosi tra le pieghe grinzose del collo.

“Na setimana” (una settimana)

“Co anca el viajo?” (compreso il viaggio?)

“Pa forsa!”. (naturalmente!)

“E so na setimana te ghe fato tuto sto ambaradan?” (e in una settimana hai fatto tutte queste cose?)

“Si, ma so stada anca in spiaja, quea dei nudisti.” (si ma sono stata anche in spiaggia, quella dei nudisti)

“E come xe ciamavea?” (e come si chiamava?)

Domandò incuriosito Al, che quelle spiagge le frequentava per la sua passione di nudità.

“Mudi” “No, Amoudi”

La corresse Al e completando.

“Quella gestita dalla bella e giovane Marianna con la schiena disegnata da bellissimi e variopinti tatuaggi”.

“Te a conossi?”(la conosci?)

“Si, ghe vao sempre e ogni volta a me ofre el cafè, a ze na tosa che merita”. (si, ci vado spesso ed ogni volta mi offre il caffè, è una ragazza che merita)

E lei con gli occhi luccicanti di desiderio e memorie, con gli occhi persi nel vuoto, in un sospiro simile all’affanno.

“Ma che bei sti tozi grechi, tuti co a barba e spae larghe”. (ma che belli questi ragazzotti greci, tutti con la barba e le spalle larghe)

“E el pindoeo longo?”. (e il membro lungo)

Interloquì Al. Si divertiva a correggerli con indifferenza ripetendo correttamente, ad alta voce, il nome del luogo e, fissando l’oratore, atteggiava una smorfia di comprensione verso l’ignorantello arrogante di turno. Si domandava perché le persone avessero la necessità di spiattellare al mondo quelle che reputavano affascinanti avventure che altro non erano che semplici ferie trascorse, si in un luogo favoloso, ma con lo spirito del turista riminese.

Si. La maggior parte si esprimeva in lingua veneta in quanto provenienti dalle province della gronda lagunare di Venezia o dall’immediato entroterra. “Non capisco perché la Ryanair si ostini a comunicazioni in greco e inglese sapendo che la maggior parte dei passeggeri sono italiani”. Pensò Al mentre volgeva lo sguardo altrove per non dare alla signora variopinta la possibilità di ribattere. Mediamente questi vacanzieri rumoreggiavano infastiditi specialmente quando le hostes, con fare meccanico e disinteressato, li tenevano inchiodati ai sedili durante le immancabili delucidazioni sulla sicurezza.

“Se cade … cade. E a fanculo tutto”.

Commentò Al osservando il disinteresse degli astanti alle spiegazioni ad esclusione di alcuni che leggevano o, meglio, osservavano la scheda delle istruzioni come fosse un sussidiario di terza elementare un attimo prima dell’interrogazione. Questi seguivano la spiegazione puntando il dito sull’immagine che l’hostes stava illustrando. Poi poggiava la testa sullo schienale duro che non si reclinava e le mani sul bracciolo che non si alzava, non c’era spazio neppure per distendere un po’ le gambe:

“E’ un volo low cost”.

Commentava intristito e insofferente.

Sceglieva sempre l’ultima fila poiché era probabile qualche posto voto accanto sì da allungare le gambe di traverso. Se non lo trova accanto ed invece era a qualche sedile di distanza lui, a dispetto del divieto della hostes, si sposta indifferente agli sguardi di disapprovazione.

“Sono tutti così abituati a seguire le indicazioni di una divisa!”

E con lo sguardo assonnato rivolto al finestrino si sopiva tra i pensieri. La voce lontana dello stward che offriva biglietti di una qualche lotteria di beneficenza lo cullava, il cicalio dei passeggieri lo intorpidiva ed il ronzare dei motori lo ninnavano. La mente vagava indisturbata nel nulla.

“…. Andare la Ove non vive nessuno

Io solo con le mie fantasie

Lontano da tutto

Vicino al nulla …”

Un sonetto di una sua vecchia poesia aprì la strada ai recenti ricordi. Il pensiero si fissò su di lei: bella, dolce, sorridente e giovane. Allora Al si sorprese che avesse accettato la sua età con naturalezza e di più si sorprese quando lei gli chiese di non innamorarsi poiché non intendeva rimanere a Creta. Lui, quella volta in casa sua, rispose fissandola negli occhi bruni e luccicanti:

“Ormai è troppo tardi. Già fatto”.

Lei non capì subito la battuta poiché l’ inglese di Al, nonostante parecchie lezioni, era ancora devastante ed il giorgiano di lei inintellegibile, ma intuì e gli rispose con un bacio e lo condusse per mano al piano superiore.

”Quanto sei dolce Marinè”

“I am so happy to meet you”.

Non fu un temporale e neppure un acquazzone estivo ma una vera bufera: pelle e sudore, capelli umidi scivolati tra le dita, sorrisi impacciati, “posso?” espressi sui polpastrelli mentre cercavano e frugavano in attesa di un movimento di risposta, umori assaporati fino all’ultima goccia, dolore e rigenerazione, ansiti e sospiri. Stretti, abbracciati con la guancia poggiata a quella dell’altro che il sudore appiccica, Il tempo appena di sussurrarsi:

“Ti voglio bene”.

Si avvinghiano ancor più. Le carezze si fanno frenetiche, i baci dolorosi.

“Non ti lascerò”.

Antichi e recenti amori si fondono in un passato già dimenticato nel mentre il corpo di lei lo cerca. L’umido delle lacrime gli bagna il collo ed il piacere salato esalta gli umori della pelle. Lei poggia il viso sul suo petto e piange lacrime di annullamento e liberazione. E ancora tocchi e carezze.

Solamente “I have to pe” interruppe le effusioni.

Si erano già amati ma non con tale intensità.

“Ci sono caduto come un pero gnocco nonostante le promesse fattemi di non innamorarmi mai più. Sono durato solo due anni”.

Pensava Al mentre ancora la stringeva per non lasciarla andare.

“I have to pe”.

E si divincolò allontanandosi sculettando verso il bagno.

“Al ma sei certo di quello che fai?"

La coscienza vigile o almeno quella piccola parte rimasta razionale, tormentava la sua felicità.

“Potessi strozzarti lo farei subito. Sparisci, silenziati, sprofondati nella Fossa delle Marianne affinché tu non possa più riemergere”.

E rispondendosi.

“Va bene così, tutta la mia vita è stata vissuta sull’onda del desiderio”.

Citando un titolo di Susanna Tamaro e muovendo impercettibilmente le labbra.

“Ale … va dove ti porta il cuore”.

E ancora si disse.

“Imprigionare la razionalità consapevole dei disastri a cui andrò incontro è l’unico modo che vale la pena di vivere e nel quale sono capace di cimentarmi, poi … si vedrà”.

Pensieri in rapida successione ed immagini che si rincorrevano, emozioni palpitanti e battiti accelerati ogni volta che lei si disvelava o la mente recuperava i momenti trascorsi osservando il suo sorriso, ammirando il suo corpo o ascoltando il suo respiro mentre scivolava con le dita sulla pelle di seta. Tutto il viaggio fu un susseguirsi di immagini del recente passato, rivisitazioni dei momenti trascorsi assieme.

I più reconditi desideri espressi con un filo di voce e accolti con naturalezza e semplicità, quasi con dedizione e passionale annullamento di se stessa per lui. La brama delle fantasie mai rivelate appagata con spontaneità: semplici e naturali gesti di offerta e richiesta in un totale appagamento del desiderio.

“Sessantasette anni meno quarantuno da ventisei, se non erro”.

La differenza di età non incide, lei è troppo stimolante. La passione non si esaurisce, si sopisce ma il desiderio permane latente, oscuro a volte e a volte evidente.

“Voglio una vita di queste emozioni”.

Infine sguardi soddisfatti, sorrisi. carezze e voce roca mentre l’attesa di un nuovo momento fa fremere tutti e due.

“Sono felice di amarti”

Le loro sono storie diverse ed entrambe dure. Quarantun anni e già nonna con due figlie ed un ex marito tossico, una famiglia assetata di denaro. In Georgia le donne contano poco, possono fare anche le puttane purché portino a casa denarii. Una storia ben ambientata sulle rive del Mitkvari. Poi, stanca di vessazioni, la partenza per Creta alla ricerca di un lavoro, di un riscatto, di una vita degna.

Sessantasei ben portati, a Creta in attesa di una pensione che fatica a maturare, con una barca a vela, un Koala 38. Alle spalle una professione illustre alternata da successi ed insuccessi, da ricchezza e povertà. Innamorato dell’unica figlia avuta con la prima moglie. Due matrimoni e tre lunghe convivenze ed una miriade di altre donne hanno popolato le sue notti. La chiusura dello studio per mancata introitazione dei crediti, del ristorante per troppa fiducia in un falso amico, il fallimento di un’azienda e la consguente perdita dei beni.

“Qualsiasi altro si sarebbe impiccato”.

Gli disse orgogliosa un dì sua sorella guardandolo mentre, seduto nel suo soggiorno, si teneva la testa tra le mani e Al capì che c’era ancora vita da vivere.

Ed eccolo a Creta, innamorato come un sedicenne a fare il capitano di una barca che trasporta turisti da una spiaggia all’altra, da un’isola a quella vicina. Lei, la sua immagine, i ricordi recenti lo seguono ed inseguono per tutto il viaggio in aereo.

Lui sovrappone la sua immagine ad ogni viso di donna che incontra. Rivive umori e sapori. Immagina il futuro ma è presto per i progetti, e poi vista l’età, devono essere necessariamente a breve termine. Si dice e le dice:

“Intanto viviamo poi quel galantuomo del tempo ci indicherà la via e, con intervento taumaturgico, lenirà i nostri dolori e annebbierà i ricordi tristi”.

Ieri che è oggi, che è sempre, i suoi occhi fissi sui quelli di lei che sono come due spilli dolorosi, che sono come due sfere di cristallo per la visione di profondità dove il passato rumoreggia nei racconti trasmessi per reciproca conoscenza, per mettere le carte in tavola, forse per spaventare e vederne la reazione: o avvicinamento o fuga.

“Non mi intimorisci, non mi impressioni”.

Pensava Al. Un orso abituato a “soffrire tacendo”, avvezzo ai rovesci ed alle controversie.

Racconti e racconti che si succedono a ritmo incalzante, storie di vita vissuta: lavoro, denaro, genitori, figli, mariti, mogli e amanti sempre giovani, fughe e ritorni , rabbia e delusione. Quasi una letteratura per una reciproca conoscenza, per sincerità e per non perdere tempo:

“Che ne abbiamo sempre troppo poco”.

Pensò Al in quel mentre e andò al primo incontro quando lei lo accolse con un sorriso mentre, sulla soglia del negozio, osservava i turisti a passeggio e considerava i possibili clienti. La sua gentilezza e cordialità fece allora scattare l’attenzione di Al. Occhi vivaci e brillanti ed un sorriso smagliante accentuavano i suoi lineamenti caucasici.

Si muoveva sinuosamente su per le scale sapendo che lui gli ammirava il fondo schiena mentre lo conduceva al piano superiore alla scoperta di vini di produzione greca. L’avrebbe scopata li sulle scale. Lui cercava del Malvasia cretese e se ne uscì con una bottiglia di Vilana, un vinello senza senso preso a casaccio mentre immaginava di trombarsela da dietro intanto che saliva la scaletta della scaffalatura. Acquistò pure un body oil al muschio bianco e mentre lei gli strofinava l’avambraccio per fargli odorare il profumo gli venne un’erezione che non nascose. Lei fece finta di nulla ma il suo sguardo tradiva l’emozione e la curiosità. Comperò pure un sapone all’aloe vera e lei, nel recuperarlo dallo scaffale, si guardò bene dal girargli le spalle osservandolo da sopra l’omero.

Al usci dal negozio con la bottiglia, due olii, un sapone ed un sorriso sulle labbra.

La seconda volta comperò saponi per tutta la famiglia in Italia, li avrebbe portati con sé il prossimo maggio.           La terza li comprerò per i nipoti.                                                                                                                                  Poi venne la volta degli unguenti per il corpo e poi quella delle creme, infine si dedicò ai biscotti ed al miele. Quando sul piano del lavabo non ci fu più spazio e la dispensa traboccava di squisitezze naturali decise che era giunto il momento.

Lei lo accoglieva sempre col sorriso, parlavano come potevano per farsi capire, greco e inglese lei, lui inglese improbabile, dialetto e mimica. Si erano già raccontati alcune delle loro vicende durante le peregrinazioni tra gli scaffali alla ricerca di prodotti inesistenti o a provare i più disparati tester. Anche Jannis, il titolare, aveva stretto cordialità con Al e lo definiva “il boss italiano”.

Lei gli chiedeva ogni volta se veramente non avesse una compagna e lui rispondeva:

“Just a few friends”

Quando per l’ennesima volta entrò nel negozio lei gli poggiò una mano sul braccio e gli chiese:

“Ti kanis, Alexandros?”

“Kalà”

Rispose ricambiando tocco e sorriso. Entrambi erano consci di piacersi e che prima o poi sarebbe accaduto ma Al era convinto che servisse qualcosa di speciale, una frase particolare in un momento singolare.

Avvenne un pomeriggio quando, con la sua amica Miriam si recò al negozio. Miriam controllava le sue amicizie e metteva il veto su tutte le donne che Al frequentava. Non era gelosia ma possesso. Lei era così. Anche se tra loro ora c’era solo sincera amicizia lei lo considerava da sempre, anche quando erano amanti, un bambino da proteggere, una cosa sua da preservare. Ma quella volta, straordinariamente disse laconica:

“Questa è la donna per te”.

E nel mentre si allontanavano dal negozio Imeda si avvicinò alle loro spalle e preso in disparte Al chiese:

“E’ questa l’amica di cui mi parlavi?”

“Si” .

Lei lo guardò dubbiosa allora Al replicò:

“It’s no sex between us”.

Lei parve non credergli ed Al fece per chiamare Miriam che era ferma più avanti ed osservava una vetrina. Imeda gli pose le dita sulle labbra per tacitarlo e lui le baciò dicendo.

“Questa sera passo a prenderti e andiamo a casa mia”.

Lo guardò interrogativa e non disse nulla.

Quella sera s’incontrarono al parco e avviandosi all’auto si abbracciarono e si baciarono con tale veemenza da farsi male. Per strada si raccontarono ancora della rispettiva vita, ancora una volta, ancora per non lasciare tracce od ombre. Ma Al non giudica e pensa. “E’ un sentimento inutile la gelosia delle storie trascorse”. Il passato dell’altro non può appartenergli se non come risultato evidente dell’essere che lo coglie, che di fronte a lui lo scruta, conscio che la sua presenza, qui ed ora, è il risultato degli sforzi, dei dolori, delle angosce di una vita tiranneggiata. A letto la abbraccia e sommessamente:

“Ti voglio bene. Ti difenderò”.

L’umido delle lacrime gli bagna il collo ed il piacere salato esalta gli umori della pelle. Baci e sospiri. Leggeri singhiozzi di piacere poi sussulti e abbracci violenti quasi a volerselo tenere dentro, a non lasciarlo andare e lui ne è felice di quella morsa. Sguardi che, dopo, s’incontrano interrogativi a voler chiedere: come stai?

“Come può stare un re con la sua regina?”

Il fascino dell’esperienza, la ricchezza di due vite vissute in alternanza violenta tra gioie e dolori, vuoti che reciprocamente si riempiono sono il compendio di questo affetto, di questo amore nato tra gli scaffali di uno shop.

La dipanazione del groviglio di emozioni, immagini e accadimenti lo tenne impegnato per tutto il viaggio in un dormiveglia vigile. Il film degli ultimi giorni trascorsi a Creta lo eccitò al punto che due signore, una volta iniziata la discesa e accese le luci, osservavano ingorde il suo turgore appariscente sotto il tessuto leggero dei pantaloni.

Al, si sa, non portava mutande.

Si strinse la cintura di sicurezza in modo che il gonfiore apparisse evidente ed indirizzò un sorriso accattivante alle vegliarde poi, poggiata la testa, tornò con la mente a Creta, ai giorni trascorsi tra Plakias, dove era ormeggiato il suo Koala 38 e Rethymnon dove lei lavorava come commessa in un negozio di cosmetica naturale e viveva assieme alla figlia ed il nipotino in un minuscolo monolocale. Intanto, giù in basso cominciavano a delinearsi i profili della costa poi, scendendo ancora ecco la laguna, la Città, i campi coltivati di un verde cangiante ed il serpeggiare dei fiumi e delle strade. Era la sua Italia, il suo Veneto tanto amato e agognato.

Ora però non importa più di tanto poiché ha riscoperto il mondo.

“C’è ancora vita da vivere”.

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

Gradimento

ritratto di Vecchio Mara

un felice ritorno il tuo...

quello su Net, intendo. Mentre quello in Italia di Al mi pare pregno di malinconia, com'è giusto che sia per un uomo innamorato di Creta, del suo mare, delle sue donne e della sua nuova fiamma georgiana... ci sarà sempre vita da vivere, sino all'ultimo orgasmo, oserei dire, per chi sa amare... e Al, a quanto pare, alla grande lo sa fare! Piaciuto.

Ciao Alex

Giancarlo

ritratto di Alex1951

Lei

È sempre un piacere leggerti.
Si. Sono tornato.
Un lungo viaggio a vela ed eccomi di nuovo a Creta. Ora ho due case che mi dividono: vecchia casa veneziana e la barca.
Ieri sera stavo leggendo '
" la stirpe dei ..." ma un ventaccio mi ha obbligato a interrompere, lasciare il giaciglio e uscire a rinforzare gli ormeggi. Completerò la lettura questa sera.... tempo permettendo ... poichè continua la bufera. A breve uscirò con l'esperienza del viaggio da Preveza a Plakias: avventura nell'avventura.
Per la parte che ho letto, circa metà, ribadisco che, poiché sai scrivere, mi aspetto un libro.
Ciao
Alessandro