Sunset - Capitolo 2

ritratto di Jared_Johnny_Marcas

Gioco controvoglia con un pezzo di cotoletta di pollo nel piatto. Sento senza ascoltare veramente le voci di alcuni personaggi di un telefilm che solitamente danno all’ora di cena sul secondo canale. Sembra che qualcuno abbia messo incinta la figliastra del boss mafioso e che qualcun’ altro sia stato gettato in mare con i piedi bloccati nel cemento.

- Non hai fame stasera? - mi dice con aria stanca Rosaleen. Il suo piatto è già completamente vuoto e sta aspettando che io finisca. Ha lo sguardo assonnato, il mento appoggiato sulla mano. Gli occhi suoi fanno fatica a stare aperti.

- Uhm? Scusa, ero solo sovrappensiero. Il lavoro, queste cose qui… Non ti preoccupare, appena finisco ci penso io qui in cucina -

- Sono proprio distrutta stasera… - mi dice lei, alzandosi dal tavolo e andando verso la camera da letto, salendo le scale. Rimango solo a contemplare la cena. O meglio, osservo il piatto controvoglia, mentre ripenso a quel che è successo durante la giornata a lavoro.

 

Mi si è presentata in ambulatorio questa ragazza, Veronica Porter. La stessa ragazza che avevo sognato questa mattina imprimermi sul petto un marchio con il ferro rovente. Il petto ha cominciato a bruciarmi anche nella realtà non appena la ragazza si è avvicinata al luogo dov’ero io, per poi calmarsi quando mi sono ritrovato faccia a faccia con lei.

L’ultima volta che ci eravamo visti risaliva a circa 10 anni fa, il giorno della nostra rottura. Eravamo molto più giovani e incoscienti, con mille sogni ed aspirazioni di grandezza. Lei aveva appena finito l’esame di maturità, con il liceo si chiudeva una parte importante della sua vita. Io ero già al secondo anno della facoltà di medicina, studiavo in una città a mezzora da Mountain Town, ma facevo lo studente pendolare. Lei voleva studiare all’estero, voleva vivere altrove, e possibilmente avrebbe voluto non stare fissa in un punto solo, fare tanti progetti di scambio con varie università europee e non. E così, pochi giorni dopo aver ricevuto il diploma, si presentò a casa mia con una valigia e due biglietti per la Svezia. Sarà un’esperienza formativa per tutti e due, mi disse sorridendo. Io le spiegai che non potevo cambiare così spesso sede come avrebbe voluto lei. Troppi problemi burocratici con gli esami, troppo tempo per laurearmi. E così, dopo un’ora di discussione sui pro e i contro di una scelta del genere, aveva chiamato un taxi e se ne era andata, lasciandomi lì sul pianerottolo di casa.

“Marek? Ma sei davvero tu?” mi ha detto lei, con aria sorpresa e stupita.

“Oh… Veronica, quanto tempo…” le ho risposto, abbassando lo sguardo. Quell’incontro mi aveva colto completamente impreparato. Non avevo idea di cosa dire, di come comportarmi.

“Che strano ritrovarsi proprio qui, con tutti i posti che ci sono nel mondo” mi ha detto, esibendo un sorriso sincero e genuino.

“Già… In effetti, con tutti i progetti che avevi, ti credevo chissà in quale angolo sperduto del pianeta” le ho risposto imbarazzato.

Poi è entrato il professor Delgado, dicendomi di andare nell’altro ambulatorio per compilare delle scartoffie di un paziente già visitato. Lì con Veronica ci avrebbe pensato lui.

 

Finisco la cena, pulisco i piatti e salgo in camera anche io. Rosaleen si è già addormentata sopra le lenzuola. Indossa ancora i vestiti con cui è tornata a casa. Dorme così profondamente che non mi va di svegliarla. Mi stendo accanto a lei e riprendo a leggere “IT” di Stephen King. Leggo una decina di righe senza capire veramente quello che la storia mi vuol dire. Troppi pensieri per la testa. Lascio perdere il libro e prendo in mano il cellulare. Cerco Veronica su Facebook. L’ho tolta dalla mia lista amici da quando ci siamo lasciati, ma il suo profilo ha una privacy ridotta e così mi permette di vedere la maggior parte di post e foto che ha pubblicato. Sembra che sia tornata dai suoi viaggi da un paio di anni ormai. Ha diverse foto con persone che non conosco in luoghi sconosciuti: piazze, pub, prati e spiagge. Ce ne ha una molto bella con un ragazzo sul pontile di un molo che pare abbandonato. Il sole è sulla linea dell’orizzonte che sta tramontando, e loro due si baciano. C’è un album ricco di foto di lei ad un raduno celtico. A quanto pare frequenta ancora quegli ambienti in cui non mi ha mai voluto far entrare. Aveva una cerchia ristretta di amicizie con cui praticava l’esoterismo. Rituali per i solstizi, gli equinozi, inni e glorie alla natura e alla Dea Madre. C’era anche un dio cornuto mi pare. Scorro le foto dell’album e la vedo con un lungo vestito bianco smanicato, legato in vita da una corda a treccia sottile e dorata. Sono foto che parlano della vita quotidiana nel campo del raduno. Si vedono bambini nudi che giocano, uomini in kilt che suonano cornamuse e ballano a piedi scalzi sul terreno. C’è una foto fatta di sera dove Veronica fa parte di un cerchio formato da tante altre persone. Nel mezzo c’è un uomo con un bastone che apre le braccia ad un altissimo fuoco che arde nel mezzo del cerchio. Sento un brivido lungo la schiena, perché vedere quella foto mi fa tornare alla mente il sogno che avevo fatto la notte prima. Le foto successive sono di lei e tante altre persone in festa che bevono liquori non ben identificati da lunghi corni cavi. C’è anche un video in cui ballano attorno al fuoco intonando canzoni in una lingua a me sconosciuta. Spengo il cellulare e lo lascio sulla mensola, ho gli occhi appesantiti e stanchi da tutta la giornata. Voglio riposarmi.

Mi sveglio di soprassalto verso le 3:00 della notte. Rosaleen accanto a me è sotto le coperte con il pigiama. Non mi sono neanche accorto di quando si è alzata per cambiarsi. Il petto ha ripreso a bruciarmi. È un calore lieve, non forte come è stato nelle ultime ore. Tuttavia, il calore pervade tutto il mio corpo e quindi decido di uscire per prendere un po’ d’aria fresca. Sul terrazzo sta tirando una brezza piacevole. C’è un gran silenzio tutto attorno nella piccola piazzetta dove abbiamo la casa. Si sente solo il debole rumore di un treno in lontananza. C’è un gatto nero sul tetto della casa di fronte alla nostra. Mi sta fissando in maniera strana, strizzando spesso gli occhi. Il petto inizia a bruciarmi un po’ di più. Sento che devo raggiungere quel gatto. Sento una forza dentro di me che mi sta spingendo a catturare quel gatto. Il mio corpo comincia a muoversi da solo, al di fuori della mia volontà. Il gatto sta per scendere dal tetto. È in quel momento che accade. Vedo il mio corpo muoversi ad una velocità nettamente sopra la norma. Mi muovo velocemente sopra il tetto della mia casa, spicco un ampio salto e raggiungo il tetto della casa davanti. Afferro il gatto e lo blocco sul tetto prima che possa scendere. Inizia a soffiarmi e a miagolare. Un miagolio arrabbiato, incavolato, pauroso. Non ho idea di quello che sto per fare, ormai il mio corpo agisce da solo. Il gatto riesce a voltare la testa verso di me. Mi guarda con occhi di terrore adesso, emette un flebile e debole miagolio. Poi faccio una cosa che mi schifa e mi angoscia più di qualsiasi altra cosa abbia mai fatto in vita mia.

Apro la bocca ed affondo i denti nella carne del gatto, proprio a livello della collottola, inondandomi la bocca di sangue e dando a quel povero animale una morte lenta e dolorosa.

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