Sulla disseminazione metastatica indotta dalla chirurgia oncologica

ritratto di Piero Tucceri

 

 

 

“Gli uomini della nostra generazione sono stati educati a pensare che la scienza debba avere un rilievo sempre maggiore nella nostra società. Si potrebbe credere che negli ultimi decenni essa abbia permesso di raggiungere un livello di benessere e di ricchezza che il mondo non aveva mai registrato. Essa si presenta come la filiazione più legittima della nostra cultura illuminata. Eppure c'è qualcosa che non torna nei conti della scienza: ne sono prova il disagio di molti scienziati e la sfiducia, se non il timore, che spesso l'uomo della strada mostra nei confronti della scienza”.

G. Sermonti, Il crepuscolo della scientismo, 1971

 

 

 

 

Un accreditato radiologo tedesco, Ernst H. Krokowski, (1926-1985), dimostrò la suscettibilità della chirurgia oncologica di promuovere la disseminazione metastatica. I suoi studi evidenziarono come, in determinate circostanze, alcune procedure, non soltanto chirurgiche ma anche diagnostiche, come nel caso delle biopsie e delle mammografie, possano esitare nello sviluppo metastatico. In proposito, egli rilevava come nel 30% dei casi di ipernefroma e addirittura nel 90% nel caso dei sarcomi e dei seminomi, le conseguenti metastasi fossero riconducibili alla attuazione di tali procedure. Per questo, raccomandava di far precedere gli interventi chirurgici e radiologici in ambito oncologico da una accurata profilassi delle metastasi (1).

Più recentemente, un altro studio, condotto da ricercatori di levatura internazionale e pubblicato sulla Rivista “Cancers” (2), ha confermato quanto a suo tempo osservato dal prof. Krokowski circa la pericolosità della chirurgia tumorale. In questo studio, sono stati per la prima volta adottati gli schemi bimodali nel caso di recidive tumorali, segnatamente a due database del cancro della mammella. Lo stesso ha contemplato l'inclusione di dati provenienti da Paesi diversi. Dagli studi eseguiti, sono emersi risultati inspiegabili secondo il consolidato paradigma della crescita tumorale continua. Nell'intento di chiarire meglio questo aspetto della dinamica neoplastica, gli Autori dello studio hanno avanzato l'ipotesi secondo la quale lo sviluppo metastatico, riferito alla situazione del carcinoma mammario, contempli ordinariamente periodi di temporanea quiescenza. Il che si verifica tanto nella fase della singola cellula degenerata, quanto nella fase delle micrometastasi avascolari. E' stato così possibile rilevare come spesso l'intervento chirurgico sul tumore primitivo interrompa la fase di quiescenza dello stesso e promuova accelerati fenomeni di recidive.

Siamo pertanto di fronte a induzioni iatrogene assai frequenti, atteso che, in oltre la metà dei casi di recidive metastatiche, si individui il ricorso di un diverso meccanismo. Sulla scorta di questi dati, gli Autori dello studio suggeriscono l'adozione di una diversa strategia nel trattamento del tumore del seno in fase iniziale, unitamente con una nuova procedura operativa volta a stabilizzare e a preservare la fase della quiescenza neoplastica, piuttosto che seguitare con la attuale strategia. Questo, al fine di eradicare la presenza delle cellule tumorali.

Gli schemi bimodali di recidiva adottati in questo studio, si traducono nella individuazione di due picchi temporali inducenti la produzione metastatica dopo l'asportazione chirurgica del tumore primario. Il primo picco, compare dopo 18 mesi dall'intervento chirurgico; il secondo, nel lasso di tempo compreso fra i 50 e i 60 mesi dallo stesso e si protrae lungo una scia di 15-20 anni. Dal 50 all'80% di tutte le ricadute, rientra nel primo picco, nel quale sono anche comprese le recidive dei grossi tumori. Invece, le recidive dei tumori di più ridotte dimensioni, si distribuiscono in entrambi i picchi.

Le recidive comprese entro i primi 10 mesi dall'intervento chirurgico primario, si riconducono alla presenza di micrometastasi preesistenti con il tumore primitivo, le quali subiscono un impulso alla crescita dal trauma chirurgico prodotto dall'intervento. Questa tendenza è più frequente nelle donne in pre-menopausa e con i linfonodi positivi per la neoplasia. Di queste, oltre il 20% è esposto al rischio di ricadute. La rimanente quota del primo picco, dipende dalla presenza di cellule neoplastiche mantenutesi quiescenti e successivamente sollecitate a dividersi dall'intervento chirurgico. Il secondo picco, è invece condizionato da singole cellule tumorali disseminate durante l'intervento chirurgico, le quali producono metastasi in maniera graduale.

Attraverso queste osservazioni, si spiega l'eccessiva mortalità delle donne in pre-menopausa entro il 3° anno dallo screening mammografico. Normalmente, in tali casi, le metastasi si manifestano dopo 10 mesi dalla menzionata indagine, dal momento che l'arco di tempo compreso fra la recidiva e il decesso è pari a circa 2 anni. Ne consegue che quest'ultimo si verifichi dopo quasi 3 anni dallo stesso.

Secondo gli Autori dello studio, occorrerebbe somministrare a queste pazienti sostanze capaci di inibire l'angiogenesi durante il periodo relativo al primo intervento chirurgico, in maniera tale da poter attuare una efficace prevenzione nella formazione delle metastasi. Si tratta di farmaci capaci di inibire lo sviluppo dei vasi sanguigni, compresi quelli presenti all'interno della massa tumorale. Il dato negativo di questa metodica, si ravvisa nel fatto che tali sostanze riducano le formazioni neoplastiche soltanto inizialmente, poiché successivamente queste ultime vanno incontro a un incontenibile sviluppo nella crescita.

 

 

Riferimenti:

1)http://www.health-science-spirit.com/Krokowski.pdf

2)www.mdpi.com/2072-6694/2/2/305/pdf

 

 

Immagine, da:

http://www.popsci.it/wp-content/uploads/2016/01/bisturi.jpg

 

 

Da: Report on line

 

 

 

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

Gradimento