OVO-BAM

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

OVO-BAM

Perché alcuni hanno i capelli rossi?

E dove si nascondono gli orchi?

 

A mia madre

perché sessant’anni fa ha immaginato questa fiaba;

alla mia sorella maggiore

 perché ne ha custodita l’eco nel corso di  tutti questi anni e,

affinché non andasse perduta, mi ha chiesto di reinventarla

partendo dai suoi frammentari lampi di memoria;

a tutte le splendenti chiome rosse del mondo

perché sono Ovo-Bam;

ma anche a tutti i bambini del mondo

perché sì.

 

C’era una volta un tempo lontano, lontano, lontano. Lontanissimo.

In quel tempo lontano, lontano, lontano, lontanissimo, oltre le piante, gli animali e le persone, tutti tali e quali a come li vedi ora (solo i principi e le principesse allora erano molto più belli, soprattutto i loro abiti lo erano), vivevano le creature magiche. Si nascondevano nel cuore dei boschi e alcune erano belle e buone, come le fate e i maghi potenti, altre brutte e cattive, come le streghe e gli orchi. Gli abitanti dei due mondi, quello magico e quello non magico, pur vivendo a volte in territori confinanti, non s’incontravano mai. Gli umani sospettavano che nelle profondità dei boschi si nascondesse la magia e, infatti, i loro racconti erano pieni di creature fantastiche e spaventose: nessuno, però, le aveva mai viste. Solo pochi coraggiosi, o forse matti, s’erano avventurati nel fitto dei boschi e, tra questi, alcuni erano tornati senza aver visto niente di niente, altri erano scomparsi per sempre. Proprio a causa di queste sparizioni misteriose, umani disposti a sfidare i boschi non se ne trovavano più.

Le fate, i maghi e le streghe, dal canto loro, erano già abbastanza occupati a tenersi vicendevolmente d’occhio e non sentivano alcun bisogno di complicarsi la vita frequentando i disordinati e misteriosi esseri umani perché, a differenza di quanto succedeva nel loro mondo, distinguere un umano buono da uno cattivo era per le creature magiche del tutto impossibile, giacché già in quel tempo lontano, lontano, lontano, lontanissimo, tra gli umani la bellezza non corrispondeva alla bontà, né la cattiveria alla bruttezza. Solamente gli orchi non disdegnavano questi incontri e, se s’imbattevano in un umano che incautamente s’era avventurato nelle profondità del bosco, lo divoravano allegramente: per gli orchi, infatti, creature orribili, immense, crudeli e perennemente affamate, buono o cattivo non faceva alcuna differenza, loro mangiavano qualsiasi cosa.

 

In quel tempo lontano, lontano, lontano, lontanissimo, in un piccolo villaggio alle pendici delle montagne viveva un giovane e bravo falegname. Era un uomo bello e anche buono, allegro e gran lavoratore. Abitava, con la sua amata moglie, in una casetta al margine di un bosco che si stendeva, immenso e misterioso, fin sulla cima delle montagne, e anche più in là. Davanti alla casetta c’era un bel giardino con fiori e alberi da frutto, un piccolo orto, un pollaio e una capretta. La coppia disponeva quindi di frutta, verdura, latte e uova, tutto sempre freschissimo, e la moglie del falegname si divertiva a preparare marmellate, pizze e torte per la propria dispensa, quella degli amici e anche per imbandire le tavole nelle numerose feste del villaggio.

Marito e moglie vivevano sereni anche se, da alcuni anni, si struggevano per il desiderio d’un figlio che tardava a venire: il falegname fantasticava del giorno in cui gli avrebbe insegnato tutti i segreti della sua antica arte, la donna più semplicemente dei momenti in cui l’avrebbe tenuto tra le braccia.

Ma i giorni passarono, rotolando uno dietro l’altro divennero mesi e anni, e nulla cambiò: il figlio continuò a non arrivare e loro continuarono a sperare, anche se il desiderio, pian piano, di delusione in delusione, iniziò a tramutarsi in rimpianto. Fu proprio a quel punto, quando il falegname ormai rassegnato già pensava di trasformare la stanza destinata al figliolo per ingrandire il suo laboratorio, che finalmente accadde. In un bel pomeriggio d’autunno, di ritorno dal villaggio, ebbe dalla moglie la tanto attesa notizia:

- Questa volta ne sono certa, in estate nascerà nostro figlio!

Sopraffatto dalla gioia, lasciò cadere in terra la cassetta degli attrezzi e rimase come imbambolato, a contemplare l’emozione che accendeva il viso della sua amata. Ci volle qualche secondo perché quello splendore penetrasse nel suo cuore e lo rassicurasse sul fatto che aveva inteso bene, che questa volta non stava sognando. Marito e moglie si abbracciarono, insieme piansero di gioia e fu necessario ancora un mucchietto di secondi perché lui ritrovasse l’uso della voce, tanta era stata l’emozione.

Seguirono giorni colmi di serenità durante i quali il falegname terminò il fasciatoio, l’armadio e le scaffalature che tanto tempo prima aveva progettato; realizzò anche una bellissima culla di ciliegio, completa di sistema oscillante per ninnare il bambino. La moglie invece preparò il corredo, tagliando e cucendo fasce, lenzuolini, camiciole, pagliaccetti e lavorando, con morbide lane di tenui colori, copertine, golfini, cappellini e calzerotti; infine rivestì la culla con tela di lino bianca che guarnì con delicato pizzo sangallo, anch’esso bianco. L’inverno dunque passò in un lampo e quando la primavera si annunciò nelle tenere gemme che coprirono il ciliegio e il pesco del giardino, tutto era pronto e non rimaneva che attendere.

Iniziarono le lunghe giornate estive e, come spesso succede, al momento del parto la moglie del falegname si trovò del tutto sola: quel mattino nulla le aveva fatto presagire che il tempo era giunto e quindi il marito si era recato normalmente al villaggio, dove stava sistemando gli infissi della scuola. La futura mamma non si scoraggiò, pensò che sarebbe andato tutto molto bene anche senza l’aiuto di nessuno e che, anzi, sarebbe stata una bella cosa risparmiare al marito l’ansia e l’agitazione che sempre prende gli uomini in questi momenti.

Proprio come aveva immaginato, partorì felicemente un bellissimo… uovo!

E questo però no, questo proprio non l’aveva immaginato!

“Un uovo? Ma come, un uovo? Com’è possibile? Che stregoneria è mai questa?”

La povera donna era sospesa tra la disperazione e lo sconcerto perché, effettivamente, aveva partorito un uovo, un normalissimo uovo di gallina, forse solo un poco più grosso e perfettamente bianco, lucido e levigato, per nulla poroso.

“E ora? Cosa farò? Cosa dirò, a Fabio? (E beh, questo povero falegname, anche per comodità, a questo punto della storia sarà meglio dargli un nome!) E Fabio, cosa dirà, cosa farà? Si arrabbierà. O addirittura ne morirà, per la delusione… No, qualcosa inventerò ma lui non dovrà vedere questo, questo… questo coso, quest’uovo… Un uovo! O com’è possibile, una cosa così! Ma proprio a me, doveva capitare…! No, lo getterò via e cancellerò ogni traccia, certo non glielo mostrerò mai questo, questo…“

E così Giulia (un nome anche per lei, non ti pare? Naturalmente puoi cambiarlo, mio sparuto lettore, come puoi cambiare qualsiasi altra cosa non ti piaccia, di questa storia); Giulia dunque svelta svelta si alzò dal letto e con molta, molta cautela, e anche un po’ di ribrezzo per la verità, si decise a prendere in mano l’uovo per andarlo a gettare.

Immaginatevi il suo stupore, quando l’uovo iniziò a piangere! Proprio a piangere, disperatamente e incessantemente! Per lo spavento, quasi lo lasciò cadere! Ma quel pianto era del tutto identico al vagito di un neonato, quel vagito che infinite volte aveva desiderato udire. Incredula e stupefatta, lo osservò attentamente: nel bianco immacolato del guscio, s’apriva una bocca perfettamente rotonda, spalancata e rossa che urlava e urlava, con tanto di lingua; sopra la bocca, s’indovinavano due buchini piccini piccini e, più su ancora, due taglietti orizzontali; e anche sui lati si aprivano due minuscole fessure, su per giù alla stessa altezza dei buchini del naso.: “Possibile? Non ci credo! – pensò Giulia – Eppure è così, quest’uovo è vivo, ha gli occhi, il naso, la bocca e persino le orecchie! E piange, eccome se piange… Quest’uovo, è questo, il nostro bambino? ”

Guidata dall’istinto, Giulia sistemò meglio tra le mani quel sorprendente uovo vivente e se lo avvicinò al cuore, per coccolarlo e calmarlo. Al tepore del suo corpo l’uovo smise di strepitare, la bocca si chiuse e scomparve, mentre le fessure degli occhi si aprirono e uno sguardo curioso, fermo e attento, si fissò in quello della donna. Un momento dopo, gli occhietti erano di nuovo serrati, la bocca spalancata e il pianto era ripreso, inesorabile.

Questa è fame, si disse la donna e, smettendo per sempre di farsi domande, si slacciò il corpetto e lo allattò. Dopo la poppata, l’uovo s’addormentò. Con infinita tenerezza, e molta più circospezione di quella già estrema che normalmente si usa con i neonati, Giulia depose l’uovo addormentato nella culla e lo coprì ben bene.

Venne la sera e il falegname tornò a casa. Prova a immaginare la sua gioia nel vedere la moglie addormentata sul letto con una mano protesa sulla sponda della culla! Immediatamente comprese che durante la sua assenza il figliolo era nato e, trepidante, si avvicinò per contemplarlo. Ma quando i suoi occhi di padre orgoglioso e fiero si posarono sull’uovo, ecco che incredulità, stupore, sconcerto, indignazione e rabbia lo travolsero.

Ma, un uovo? Perdindirindina! Come poteva essere, una cosa così? Era assurdo! Non era possibile, non poteva, non doveva essere possibile. C’era una sola, unica spiegazione: qualcosa era andato storto, il bambino era nato morto e la sua Giulia era impazzita, completamente impazzita per il dolore e, in preda alla follia, aveva preso un uovo nel pollaio e l’aveva messo nella culla. Sì, era senz’altro così. Era terribile, una sciagura terribile, ma non riusciva a immaginare altro che desse un senso a quello che vedeva: un uovo, nella culla del loro figliolo! Povera, povera, povera Giulia! Si sarebbe mai più ripresa, da una così terribile esperienza? Eppure, dormiva placida e serena… Sembrava proprio felice come una giovane mamma… Ah, era impazzita, del tutto impazzita!

- Giulia, Giulia, svegliati, sono io, Fabio! Guardami! Sono tornato!

- Oh! Eccoti, finalmente! Hai visto? È nato! Mentre eri via, sai, sono venute le doglie e così… Ora sei papà, finalmente! L’hai visto?

Fabio inarcò un sopracciglio, chiaro indice tanto del suo stupore, quanto del suo disappunto: la follia di sua moglie, evidentemente, era più grave di quanto avesse temuto.

- Sì, l’hai visto – sospirò lei, notando il sopracciglio del marito – Lo so, anche io non ci volevo credere, pensa che volevo farlo sparire e dimenticare tutto! Stavo per gettarlo via, immagina che orrore! Perché, Fabio mio, è vivo! Ed è solo un fatto esteriore, sai? Per il resto è tutto normale, normalissimo! Ti assicuro, è proprio un caro bambino… E’ il nostro bel bambino, anche se sembra un uovo, se in effetti è un uovo, è anche un bambino, è il nostro bambino! Ed è così buono! Urla e strepita solo quando ha fame ma dopo la poppata dorme tranquillo e placido, un vero angioletto. E come succhia! E poi, pensa: è già capace di guardare, mi ha fissato serio serio quando l’ho preso in braccio – beh, non proprio in braccio, in mano – ma aveva fame e ha ricominciato subito a piangere, così l’ho allattato e s’è addormentato… Guardalo, non è un amore?

Per la prima volta nella sua vita, Fabio sollevò anche l’altro, di sopracciglio. Freneticamente, rifletteva su quello che stava capitando alla sua Giulia e cercava il modo di farla tornare alla realtà, a quella realtà che, per quanto triste, almeno non era follia. Ma non sapeva proprio da che parte cominciare: quello che stava succedendo era davvero troppo. E stava quasi per arrabbiarsi, il povero Fabio, stava per mettersi a gridare contro il destino, contro il mondo, anche contro la moglie perché, pensava, qualcosa di orribile sicuramente doveva aver fatto per essersi ridotta a inventarsi una storia simile: in una parola, stava impazzendo lui come credeva fosse pazza Giulia, quand’ecco che l’uovo riprese a piangere. Sotto gli occhi esterrefatti di Fabio – che, divenuto prima rosso fuoco e poi bianco ghiaccio, sudando e incapace di respirare, sentì prima le gambe tremare, poi le ginocchia cedere e fu infine costretto a sedersi – la donna sollevò quella cosa dalla culla e prese ad allattarla. Dunque, quell’uovo, era vivo? Ed era suo figlio? Certamente era un incubo. Presto si sarebbe svegliato e tutto sarebbe tornato a posto… Ma no, la sua Giulia stava carezzando l’uovo. E l’uovo, l’uovo aveva mangiato, aveva succhiato il latte, ce n’era un poco che gli bagnava ancora le labbra… Le labbra? Le labbra! Ma, come… perché…

- Giulia! - urlò infine Fabio, sfogando in quel grido tutta la sua angoscia - Cos’è, quello? Cosa succede? Com’è possibile, tutto questo? Che orribile stregoneria è mai?

- Via, calmati, amore mio. Lo so, non sarà facile crederci, ma che altro possiamo fare? Guardalo: è vero, è vivo, è buono e tenerissimo, proprio come un qualsiasi neonato. È solo un po’ diverso da come l’avevamo immaginato, ma è il nostro bambino, nostro figlio! Non è meraviglioso? Prendilo, ora ha mangiato ed è tranquillo. Coraggio! – E vedendo il marito esitare, soggiunse fermamente: - Ma insomma, Fabio, finiscila! Non sei proprio tu, quello che sempre predica al mondo di non fermarsi alle apparenze? E allora!

Fabio prese l’uovo tra le sue grandi, forti mani e, pur attraverso i calli e le cicatrici che il suo lavoro vi aveva impresse, percepì il calore di quella vibrante, misteriosa vita. Guardò allora la minuscola bocca, i buchini del naso e, scrutando nelle fessure degli occhi, pensò che aveva uno sguardo singolarmente profondo e attento, per un neonato. Proprio neonato, pensò, non uovo: perché anche lui aveva rinunciato a capire per iniziare ad amare.

Fabio e Giulia, sconcertati e felici come ogni giovane coppia di neo genitori, prima di andare a dormire scelsero un nome per il loro bimbo: lo chiamarono Ovo-Bam, un po’ perché, inutile negarlo, la forma era quella; un po’ perché sapevano che chiunque, alla notizia che quell’uovo era il loro figliolo, avrebbe esclamato: “Sì, bam!”; ma soprattutto perché quel nome riassumeva bene quanto infinito e dirompente fosse l’amore che aveva risvegliato nei loro cuori. Ovo-Bam fu dunque il suo nome.

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Il tempo passò e Ovo-Bam crebbe, ogni giorno un poco, sempre più bianco e tondo, finché venne il giorno in cui non entrò più nella culla e Fabio gli costruì un lettino. “Ma non possiamo lasciare che, anziché camminare, rotoli di qua e di là – pensava preoccupato - è pur sempre un uovo: se rotolasse giù da una sedia? O dal letto? O dalle scale?”

Con del buon legno di betulla, Fabio realizzò due gambe e due braccia, complete di mani e piedi con tanto di dita, che incollò al guscio. Ovo-Bam, per parte sua, sembrò non avesse aspettato altro: in un lampo imparò a servirsene, gambe e piedi per correre e saltare, braccia e mani per giocare, proprio come fai tu. E no, né il falegname né la moglie se ne stupirono troppo: quando si ha per figlio un uovo che piange, ride, parla, mangia e cresce, il fatto che sappia usare gambe, piedi, braccia e mani, anche se incollati dal papà falegname… beh, è proprio il meno di cui stupirsi, ti pare?

Ovo-Bam dunque cresceva contento nella casetta ai margini del bosco: nel giardino correva, saltava e si arrampicava sugli alberi, nel laboratorio osservava il papà e, curioso e attento, ne imparava il mestiere; ma più di ogni altra cosa lo divertiva aiutare la mamma nella preparazione di pizze, torte e crostate (passione che, comportando la rottura delle uova nella totale indifferenza di Ovo-Bam, lasciava sempre un po’ perplessa Giulia).

Tra bottega del papà falegname e giochi di cucina, il tempo continuò a rotolare sui giorni, i mesi e gli anni finché anche per Ovo-Bam, come per tutti i bambini del mondo, venne il momento di andare a scuola.

E a scuola andò, Ovo-Bam, la cartella in una mano e la merenda nell’altra, tutto contento e saltellante, pieno di curiosità.

Vi giunse in un lampo… e in un lampo il suo entusiasmo sparì: tutti gli altri bambini, e anche la maestra per la verità, non nascosero il loro stupore per quel suo essere così strano, così diverso da tutti loro. Dallo stupore, però, i compagni passarono presto alla derisione e agli scherzi crudeli. Era un continuo indicarselo l’un l’altro sghignazzando a tutti denti, alcuni addirittura gli facevano lo sgambetto gridando: preparate le padelle, arriva la frittata! Ovo-Bam i primi tempi sopportò, tentò anzi, nonostante tutto, di stringere amicizia, ma in breve non ne poté più. L’interesse per la scuola lo conservava ancora perché era curioso del mondo e desiderava imparare, ma era gentile e innocente, quei continui e monotoni scherzi, sommati alla solitudine cui i compagni lo costringevano, lo portarono a pensare di essere sbagliato, di essere un mostro. Arrivò anche a dubitare dell’affetto dei suoi genitori, si convinse che lo tenessero con loro e fingessero d’amarlo perché ne avevano pietà ma che se fosse sparito, persino morto, non avrebbero sentito per nulla la sua mancanza e, anzi, ne sarebbero stati molto contenti. Non lo sfiorò nemmeno per un attimo il pensiero che per i suoi genitori lui era esattamente come tutti gli altri bambini: scherzava, giocava, cresceva e, soprattutto, sapeva fare la più importante di tutte le cose, amare e farsi amare. No, tutto questo proprio non gli venne in mente. Guardò i suoi compagni e ne ascoltò gli scherzi crudeli, si guardò allo specchio e pensò che avessero ragione, lui era proprio strano, era diverso, era brutto, era un uovo e mai e poi mai sarebbe potuto essere come gli altri. A che scopo continuare ad andare a scuola? No, sarebbe fuggito. Sarebbe andato lontano da lì, avrebbe trovato un buco in cui nascondersi, un luogo deserto dove vivere la sua vita, lontano da tutti.

E fu così che, in un freddo mattino d’inverno, Ovo-Bam se ne andò: anziché recarsi a scuola, imboccò il sentiero che si perdeva nel bosco e camminò, camminò e camminò, il sole era alto nel cielo e lui ancora camminava; il sentiero era scomparso da tempo e lui camminava sempre; ormai era nelle profondità del bosco oscuro e ancora camminava. Camminò finché non sentì più né tristezza, né rabbia, né paura, solo stanchezza. Ora era davvero molto, molto stanco, doveva assolutamente riposarsi un poco. Ma era anche assetato, povero Ovo-Bam, e la borraccia era vuota. Con un ultimo sforzo, seguì il lontano scroscio d’un ruscello che lo guidò fino a una radura, ai piedi d’una cascatella. Dopo aver bevuto, riempì la borraccia e sedette sotto un’immensa quercia. Quel luogo era pieno di pace: la radura era sufficientemente larga perché il sole vi giungesse senza il filtro delle chiome degli alberi e, lungo il torrente che proseguiva dopo il salto dell’acqua, crescevano rigogliosi cespugli di more e lamponi, tutti ormai senza frutti tranne uno, un piccolo cespuglio cresciuto quasi dentro l’acqua, carico di more succose. “Che strano - pensò Ovo-Bam, allungando la mano per raccoglierne un paio - sono le più dolci e saporite che abbia mai assaggiato.” Se fosse stato più attento avrebbe notato che, non appena raccolti, nuovi frutti tornavano a spuntare, cosicché il cespuglio rimaneva sempre ugualmente carico. Ma era davvero troppo stanco e preoccupato per accorgersi di alcunché. Cosa avrebbe fatto? Dove sarebbe andato? Come si sarebbe guadagnato da vivere, in un luogo deserto? Perché deserto sarebbe dovuto essere, su questo non aveva dubbi! E pensa, pensa, pensa che ti pensa, tanto pensò che, stanco com’era, Ovo-Bam s’addormentò.

E dormendo sognò una quercia molto più grande di quella sotto la quale si trovava, una quercia enorme e con una grande cavità nel tronco. Accanto alla quercia, c’erano tre bellissime bambine dagli incredibili capelli verdi punteggiati di bianco, capelli di mughetto. Sorridendogli, le bambine lo circondarono, invitandolo a giocare. Fu un sogno bellissimo e, al risveglio, Ovo-Bam si ricordò che non gli era nuovo, quelle bambine le aveva già viste, in sogni simili le aveva conosciute, altre volte avevano giocato insieme, ne era sicurissimo, quei capelli erano indimenticabili. Assorto in quei nuovi, sorprendenti pensieri che avevano il non piccolo merito di distrarlo dalla nostalgia di casa, si alzò e, pronto in ogni caso a riprendere il cammino verso il suo ignoto futuro, ripuliti ben bene i pantaloni dal po’ di foglie e terra che avevano raccolta, stava per muovere un passo quando udì un leggero fruscio. Si voltò di scatto.

Nulla.

Eppure… Che strano, avrebbe giurato di non essersi sbagliato… Girò intorno all’albero e, con sua sorpresa, vide tre sgargianti, splendide farfalle: volavano come se giocassero insieme, raggruppandosi e separandosi. Mentre le osservava incredulo, queste continuarono la loro danza, allontanandosi nell’ombra del bosco fitto e subito tornando alla radura, ancora e ancora, facendosi nel gioco sempre più ardite, fino a circondarlo con il loro volo colorato per poi allontanarsi nuovamente verso l’oscurità del bosco, e poi ancora tornare. Ovo-Bam comprese che quella danza di primavera, nel cuore dell’inverno, non era un caso. Quando le farfalle s’allontanarono nuovamente, prese a seguirle. Contro l’oscurità del bosco sempre più fitto, nella sera precoce, le farfalle splendevano come tre piccole stelle, indicandogli il cammino. D’improvviso, presso un’enorme quercia cava che si ergeva nei pressi d’una caverna, scomparvero.

Ovo-Bam si diede dello sciocco: era quasi notte, si era probabilmente perduto nel cuore del bosco per seguire tre farfalle che doveva per forza essersi immaginato perché in quella stagione non potevano esserci farfalle e ora era nuovamente stanco e affamato, per non parlare del freddo. Ma non si perse d’animo: nella cartella della scuola aveva infilato, tra le altre cose che aveva pensato potessero venirgli utili, anche due coperte e una pizza rustica, l’ultima che aveva cotto con la sua mamma. “Bene – disse fra sé - domani deciderò dove andare, per questa notte dormirò come gli orsi, dentro quella grotta.” E si diresse verso l’imboccatura.

- Attento! – Lo ammonì una voce di bambina.

- Quella non è una grotta qualsiasi! - Continuò una seconda voce, sempre di bambina. E una terza precisò:

- E’ la tana dell’orco!

Ovo-Bam si girò di scatto: davanti a lui c’erano le tre bimbe dagli incredibili capelli di mughetto, vestite degli stessi sgargianti colori delle ali delle farfalle.

- Voi siete le bambine dei miei sogni! - Esclamò - E siete anche le farfalle! Ma questa volta non sto sognando. Ditemi, chi siete? Perché mi avete condotto fin qui? E poi, l’orco! Che orco?

Le bimbe si avvicinarono e Ovo-Bam si accorse così che erano perfettamente identiche, solo il colore degli occhi mutava: una li aveva azzurri, l’altra verdi e la terza castani.

- Non abbiamo molto tempo – iniziò a spiegare quest’ultima – Ascolta attentamente e, anche se ti sembrerà una storia pazzesca, non interrompermi perché sei in pericolo, in grandissimo pericolo, più passa il tempo e più il pericolo aumenta. Io sono Bruna.

- Io Giada

- Ed io Azzurra.

- E hai ragione – proseguì Bruna - ci hai già viste innumerevoli volte, sia nei tuoi sogni, in forma di bambine, sia da sveglio, sotto forma di farfalle. Siamo tre gemelle e siamo le tue sorelle maggiori. I nostri genitori, i tuoi veri genitori, non sono Fabio e Giulia ma una fata e un principe dei boschi. Prima che tu nascessi, un orribile orco, goloso e pigro, stanco di mangiare sempre e solo carne cruda, decise che la nostra bellissima mamma sarebbe diventata sua moglie e avrebbe cucinato per lui. Per costringerla ad accettare, dopo aver preso prigioniero nostro padre, e noi con lui, la ricattò: la promessa-per-sempre in cambio della nostra salvezza. In questo modo, lei non avrebbe mai potuto usare la magia contro di lui perché la promessa-per-sempre è irreversibile: se tenti di fuggire dal tuo padrone, muori; e se lo uccidi, muori della sua stessa morte. La mamma sapeva che solo la morte dell’orco avrebbe spezzato l’incantesimo e sapeva anche che gli orchi vivono molto, molto a lungo, ma non aveva scelta: nella speranza che quel mostro stesse ai patti e ci lasciasse andare, doveva tentare. Invece, appena ottenuta la promessa-per-sempre, l’orco ha prima di tutto divorato papà, poi ha preteso da noi, in cambio della vita, la stessa promessa. Quello che però il mostro non poteva sapere, era che la mamma aspettava un altro bambino. La promessa-per-sempre, per essere vincolante, deve essere pronunciata, quindi tu saresti nato libero. Almeno tu, ci disse la mamma, dovevi salvarti. E mentre l’orco dormiva, la mamma ha pronunciato un potente incantesimo che ti ha messo al sicuro, nel grembo di una donna che ti avrebbe amato al di sopra di tutto, a dispetto di qualsiasi apparenza perché desiderosa d’un figliolo nel più profondo del suo cuore: il grembo di Giulia, la tua mamma Giulia. E per meglio proteggerti, per impedire che l’orco potesse un giorno riconoscerti per via dei capelli di mughetto, nel momento stesso in cui sei nato la mamma ti ha nascosto sotto le sembianze di un uovo. In questa trasformazione hai però perduto le capacità magiche ereditate dalla mamma e sei un semplice principe dei boschi, come papà".

"Non solo - proseguì Giada - per realizzare quest’ultima magia, la mamma ha consumato tutte le sue forze, tanto da morirne. L’orco era furioso, non voleva credere alla morte della mamma e per la rabbia c’è mancato poco che ci mangiasse. Noi eravamo disperate, oltre che terrorizzate, ma alla fine si è convinto, ha dovuto rassegnarsi al fatto che la mamma, come tutte le fate dei boschi che quando muoiono scompaiono nel nulla e non lasciano un corpo dietro di sé, fosse veramente morta e quindi non l’avrebbe potuta più avere come schiava, né l’avrebbe mai potuta divorare. Da allora, noi cuciniamo per lui tutti i giorni, mattina e sera, sapendo che non abbiamo via di scampo perché quando saremo cresciute lui sceglierà una di noi per farne la moglie schiava e divorerà le altre due. Quando l’orco dorme, siamo libere di andare dove vogliamo anche se, per impedirci di parlare con gli estranei, quando ci allontaniamo dalla caverna la promessa-per-sempre ci muta in farfalle.

In tutto questo tempo, da quando sei nato ad oggi, siamo però sempre riuscite a venire da te, entrando nei tuoi sogni sotto il nostro vero aspetto di bambine, oppure durante il giorno, come farfalle, perché sei nostro fratello e volevamo conoscerti, sincerarci che stessi bene e che i tuoi genitori adottivi avessero cura di te. Nei primi anni ti abbiamo visto contento, mentre ora sappiamo che soffri a causa dei tuoi compagni di scuola. Ma è necessario, è indispensabile che resti nascosto, finché l’orco è vivo tu sei al sicuro solo grazie all’incantesimo della mamma. Quando ti sei inoltrato nel bosco, abbiamo capito che eri fuggito e abbiamo deciso che era venuto il momento di raccontarti tutta la verità e convincerti a tornare a casa, al sicuro. Adesso però si è fatto tardi, lui sta per svegliarsi e devi nasconderti fino a domattina. L’orco non ti conosce, non sa che esisti, non sa che sei il figlio della fata dei boschi che tanti anni fa ha rapito, il nostro fratellino libero. Ma se ti scopre, non avrai scampo, ti mangerà. E se anche riuscissi a sfuggirgli, non avrà pace finché non ti avrà divorato. E neanche a casa saresti più al sicuro, perché l’orco pur di prenderti uscirebbe dal bosco e ucciderebbe anche Fabio e Giulia. Se ti nascondi bene invece, domani potrai tornare a casa e, se saremo fortunati, un giorno l’orco morirà, saremo tutti liberi e potremo stare finalmente tutti insieme.

Devi sapere che l’orco dorme tutto il giorno di un sonno profondissimo ma quando il buio della notte è padrone della terra, allora si sveglia, furioso e affamato. Subito vuole mangiare la selvaggina che ha cacciato la notte precedente e che durante il giorno gli abbiamo cucinato, poi va di nuovo a caccia. Pensa che è solo per questo che ancora non ci ha mangiato: perché è goloso, per essere un orco è un vero buongustaio, gli piace la carne cotta e va matto per le frittate. E con tutto questo, quando poco prima dell’alba torna alla caverna è talmente rabbioso per la fame che ogni volta abbiamo paura che, per la fretta, mangi una di noi come aperitivo: per questo gli facciamo sempre trovare la tavola imbandita. Dopo essersi rimpinzato a crepapelle, come l’orco che è, alla prima luce dell’aurora se ne va finalmente a dormire. Non hai molto tempo, quindi. Devi nasconderti prima che si svegli e, mentre lui sarà lontano, ti riaccompagneremo a casa.

Terminato il suo racconto, senza curarsi minimamente degli occhi sgranati di Ovo-Bam e delle mille domande che già gli si formavano sulle labbra, la bimba fece un cenno alle sorelle. Queste, rapidissime, gli si avvicinarono e iniziarono a tirargli le braccia.

– Ferme! Cosa volete farmi? Gridò Ovo-Bam, spaventato.

– Dobbiamo nasconderti nella dispensa, insieme alle altre uova, per questo dobbiamo smontarteli! - Risposero quelle, continuando a tirare.

– Ma no, non ce n’è bisogno! - E, in un lampo, ritirò nel guscio gambe e braccia. – Ecco fatto! Anche il mio papà, che me le ha costruite e attaccate, era stupefatto di questa mia capacità. Non lo faccio quasi mai, ma ora è proprio quello che ci vuole, no? Sono un po’ come una tartaruga! E da fuori non si vede proprio niente!

- Bene! Fantastico! Meglio così. Ora vieni, presto, seguici. Il sole è tramontato, tra pochissimo l’orco si sveglierà! - Tirandolo e spingendolo, lo condussero all’interno della grotta e, aperta una porta che immetteva in una dispensa piena zeppa di uova, gli fecero cenno di entrare.

– Nasconditi lì in mezzo, tira dentro gambe e braccia, chiudi gli occhi e non fiatare, non respirare, se puoi… Soprattutto non muoverti, assolutamente rimani immobile finché l’orco non sarà partito per la caccia. Di solito si sveglia, mangia e se ne va. Ma se dovesse guardare qui dentro e ti vedesse, gli diremo che ti abbiamo trovato nel bosco e che pensavamo di utilizzarti per la frittata che, come sempre, mangerà quando tornerà dalla caccia, domani mattina. Quindi qualsiasi cosa succeda, non parlare, non muoverti, non respirare, perché se si accorge che sei vivo, siamo tutti perduti.

Detto questo, le tre fatine chiusero la porta e lo lasciarono solo. I primi minuti trascorsero nel silenzio più totale. Poi, un grandioso fragore di passi scosse il pavimento della grotta. Subito dopo, un urlo possente ne fece tremare anche le pareti. L’orco si era svegliato. E non era di buon umore.

Al colmo della sua ira, spalancò la porta della dispensa e vi introdusse una mano grande come una padella che afferrò venti uova tutte in una volta. Ma quell’enorme mano, chiusa a pugno intorno al bottino, non passava più dall’apertura e l’orco fu costretto, per liberarla, a lasciare andare le uova. Sempre più furioso, si mise a gridare:

- Avevo detto frittata, e frittata doveva essere! Come avete osato, disubbidirmi!? - Ovo-Bam si sentì perso. Sbirciando dal suo nascondiglio tra le uova, vide l’enorme occhio dell’orco che scrutava all’interno. Per fortuna, la dispensa non era illuminata e l’orco, cercando di guardarvi dentro, impediva il passaggio anche della luce del focolare che, sola, illuminava la caverna. “Forse sarò fortunato – pregava Ovo-Bam – forse non mi vedrà.” Intanto, le dita dell’orco avevano preso a far scivolare fuori, una ad una, le uova che, per ritrarre la mano, aveva dovuto posare davanti alla porta della dispensa. E le tre sorelle si affrettavano a raccoglierle, romperle, sbatterle e gettarle nell’olio bollente. L’orco era maledettamente stupido, pensavano, talmente stupido da non accorgersi che se veramente avessero disubbidito, se veramente lui avesse ordinato una frittata e loro non l’avessero preparata, l’incantesimo con cui le aveva legate a sé le avrebbe coperte di piaghe, come se fossero state frustate a sangue sulla schiena. Lui l’avrebbe dovuto sapere, questo. Ma era troppo stupido, troppo accecato dalla fame per pensare. Così le sorelle si affannavano intorno alle uova, preparando la frittata a tempo di record, sperando che l’orco non tornasse a sbirciare nella dispensa. E invece:

- E quello? – Gridò a un tratto l’orrendo mostro – C’è un uovo bellissimo, lì dentro! Proprio quello che ci vuole per fare una frittata della dimensione giusta per me! Prendetelo, presto! Voglio la frittata con quell’uovo lì!

Le bimbe furono prese dal terrore. E immaginatevi il povero Ovo-Bam! Coraggiosamente, giocando il tutto per tutto, Giada disse: - Ma, signor Orco! E questa? È già pronta! È calda, che ne facciamo?

- Che m’importa, della vostra lurida frittata! Mangiatela voi! Io sono un signor Orco e merito una signora frittata, fatta con un signor uovo, quell’uovo lì!

Disperata, Giada scodellò la frittata sulla tavola, nella speranza che il profumo prendesse l’orco per la gola e lo facesse desistere da quel pericolosissimo capriccio. In parte il suo tentativo riuscì: l’orco, affamato come sempre, non resistette e divorò la frittata. Dopo averla finita, attaccò il primo cinghiale arrosto: di altra frittata, per il momento, non aveva più voglia. Ma era capriccioso e si divertiva un mondo a tiranneggiare le povere bambine, perciò ordinò:

- Portate fuori dalla dispensa quel bellissimo uovo, voglio vederlo! Conto fino a tre, se al tre l’uovo non è qui, mangerò una di voi!

Alle sorelle non restò che ubbidire. Insieme (perché era davvero troppo grosso da portare per una sola di loro) presero Ovo-Bam e lo portarono all’orco, che lo soppesò tra quelle sue mani immense. Per fortuna l’interno della grotta era poco illuminato, altrimenti l’orco avrebbe notato i forellini del naso e delle orecchie, perché quelli Ovo-Bam non poteva proprio farli sparire, neanche smettendo di respirare e, stai sicuro, di respirare aveva smesso del tutto. Ma l’oscurità della caverna protesse Ovo-Bam. Iniziando a divorare il secondo cinghiale, l’orco posò sulla tavola quello che pensava essere un uovo grosso come non ne aveva mai visto l’uguale e, terminato che ebbe anche il terzo cinghiale e un’intera botte di vino, riprese a osservarlo. Ormai era sazio. Avrebbe avuto voglia di una torta, ma dolci non ne aveva mai chiesti, quindi non ce n’erano. Perciò si alzò e, preso nuovamente l’uovo tra le mani, lo depositò ai suoi piedi, davanti alle tre sorelle e ordinò: - E’ grosso quanto voi! Davvero è un uovo straordinario: lo userete per farmi una torta, una torta degna di me. Domani mattina, al mio ritorno, voglio trovare una crostata con crema e frutti di bosco. Avete tutto il giorno per raccoglierli…

- Ma, siamo quasi in inverno! – si lasciò sfuggire Azzurra - Dove li troviamo, i frutti di bosco?

– Silenzio! - Gridò l’orco. - Voi non mi avete mai fatto un dolce in tutta la vostra vita, sempre cinghiali e cinghiali, che procuro io, del resto. Voi non mi volete neanche lontanamente bene! E sapete cosa succede, se non sono contento di voi? Sarà meglio che impariate ad essere gentili, o sarà molto peggio per voi.

Detto questo, si chinò per uscire dalla grotta e si allontanò a grandi passi. E meno male che non c’era la porta, nella grotta, altrimenti l’avrebbe sbattuta in modo tale da far franare l’intera montagna! Quando dei suoi passi smise di rimbombare anche l’eco più lontana e la notte tornò silenziosa, le bimbe si sedettero in preda al più grande sconforto.

– E ora? Come facciamo, ora? – sospirò Azzurra - Anche volendo, e non vogliamo, una crostata è impossibile farla con te, tu non sei un vero uovo!

- E quindi – aggiunse Bruna - anche preparando un dolce con le altre uova, si accorgerà dalle nostre piaghe che gli abbiamo mentito!

- E’ finita, questa volta ci mangerà. – concluse Giada - Ma non fa nulla: almeno ora sai la verità e te ne resterai al sicuro, a casa di Fabio e Giulia.

- Presto – disse Bruna, alzandosi in piedi con decisione - non c’è nulla che possiamo fare, se non cercare di salvarti. Coraggio, tira fuori gambe e braccia e corri, scappa più lontano che puoi! Noi qualcosa inventeremo. E se non ci crederà e ci mangerà, almeno tu sarai in salvo, anche se resterai un uovo per ancora molto tempo. Ma presto! Vai!

– Che stupido, che stupido arrogante, che è! – borbottò Azzurra - Frutti di bosco, in pieno inverno… Anche volendo azzardare una crostata fatta con le uova della dispensa, sperando che non si accorga dell’inganno neanche dalle nostre ferite, per i frutti di bosco rischiamo di dover setacciare il bosco intero. Non faremo mai in tempo!  

- Ma che fai, ancora qui? Presto, devi fuggire, devi salvarti! Andiamo!

Ma Ovo-Bam non si muoveva. Seguiva un pensiero, aveva fatto un piano e, per il suo piano, il capriccio dell’orco veniva a puntino. C’erano però due problemi: uno, che non poteva farsi aiutare dalle sorelle, pena la loro morte; due, doveva trovare veleno in sufficiente quantità. Pensa che ti pensa, Ovo-Bam, stanco com’era – anche se è difficile da credersi – ci mancò poco che s’addormentasse nuovamente… Poi, a un tratto, s’illuminò. Si era ricordato di una cosa, una cosa che aveva notato quando si era riposato ai piedi della grossa quercia, nella radura. Tutto stava a far sì che l’orco mangiasse la torta che lui gli avrebbe preparato. E avendolo visto all’opera, Ovo-Bam fu certo che quello proprio non sarebbe stato un problema!

- Non preoccupatevi. L’orco vuole la crostata di frutti di bosco? L’avrà. Naturalmente non sarà fatta con l’uovo che crede lui, quindi dovrete inventarvi una frottola per giustificare i segni delle frustate che questa disubbidienza provocherà. La frottola sarà che la torta è senza crema. Del resto, una crema senza latte non posso proprio farla. Ma lui non può sapere quale disobbedienza, o bugia, vi ha procurato le frustate, giusto? Quindi non si accorgerà che avete utilizzato uova normali, vedrete che riuscirete a ingannarlo e non vi mangerà. Coraggio, prendete una quarantina di uova, unite la farina, lo zucchero e il burro… Ma, a proposito – Ovo-Bam le guardò perplesso – dove troverete farina, zucchero e burro?

- Devi sapere – spiegò Bruna – che pur essendo fate, possiamo utilizzare la magia solo per compiacere l’orco. Quindi faremo comparire la farina, il burro e lo zucchero che ci serve.

- Ma allora, anche i frutti di bosco, potete averli per magia! E la pasta frolla, non c’è bisogno di prepararla: non avete che da fare comparire la torta bella e fatta!

Le tre sorelle risero di gusto. Poi, fu Giada a spiegare:

- No, non possiamo. La promessa-per-sempre non è un incantesimo d’amore, è un incantesimo crudele, di possesso. Noi possiamo utilizzare la magia per compiacere l’orco, ma solo e unicamente se non c’è altro modo per preparare quello che chiede. Nel bosco, non ci sono né uova, né latte, né farina, quindi possiamo farli comparire per magia. La dispensa è incantata: al suo interno compare quello che serve, di volta in volta.

- E infatti adesso – disse Azzurra sbirciando dentro – oltre alle uova ci sono il latte, la farina e il burro. Ma non i frutti di bosco: questo vuol dire che nel bosco, da qualche parte, ce n’è qualcuno. Anche se si trattasse di un solo lampone, nella dispensa non ci saranno frutti di bosco finché quell’unico lampone non sarà stato raccolto.

- E questo significa – aggiunse Bruna, iniziando a rompere le uova – che se non avremo i frutti di bosco e la crostata non sarà pronta per tempo, l’orco sarà furioso, oltre che affamato. Qualsiasi cosa tu abbia in mente, Ovo-Bam, falla in fretta, o l’orco domattina mangerà una di noi.

- Va bene – disse Ovo-Bam - preparate la pasta frolla e accendete il forno, intanto vado a raccogliere i frutti di bosco. Non preoccupatevi: l’orco avrà esattamente la crostata che ha chiesto.

Ciò detto, Ovo-Bam afferrò una grossa cesta e corse fuori dalla grotta. Percorsa a ritroso la strada fino alla radura dove il pomeriggio aveva dormito, nei pressi della cascatella, si diede a raccogliere gli ingredienti che gli servivano: le more tardive di cui era carico l’enorme cespuglio (il quale peraltro continuava imperterrito a sostituire i frutti raccolti con altri nuovi, senza che Ovo-Bam si accorgesse di nulla); poi alcune velenose bacche d’agrifoglio e, meraviglia delle meraviglie, un’intera famiglia di velenosissime Amanite. Di quel tipo di funghi, l’avevano spesso ammonito Fabio e Giulia, ne bastava un pezzettino minuscolo per uccidere un uomo: per quanto grosso fosse l’orco, non avrebbe avuto scampo. Perché Ovo-Bam, il piccolo, timido, gentile Ovo-Bam, aveva deciso che avrebbe ucciso quel mostro che teneva prigioniere le sue sorelle, aveva divorato il suo vero padre e provocato la morte della sua vera madre. Quando il cesto fu pieno, tornò veloce alla grotta, dove nel frattempo le fatine avevano terminato di stendere l’enorme impasto in un’altrettanto enorme teglia.

- Benissimo. Ora lasciate fare a me. Preparerò io la crostata, da solo, è molto meglio che non vediate quello che sto per fare. Fidatevi di me, attizzate il fuoco del forno e poi andate a riposare.

Ovo-Bam sminuzzò i funghi e li unì alle bacche d’agrifoglio, poi vi aggiunse tanto, tanto zucchero, stese il composto sulla pasta frolla e infornò il tutto. Quando la crostata fu cotta e raffreddata, la ricoprì con le more e spolverò con abbondante zucchero a velo. La crostata era bellissima, davvero invitante. Ovo-Bam la depositò sul tavolo e chiamò le sorelle.

- Ecco fatto – disse – l’orco troverà quello che ha chiesto. Mi raccomando, non mangiatene neanche un pezzettino, neanche una mora dovete assaggiare! E’ tutta per lui. Se dovesse sentire odore di funghi, non mentite: è vero, è farcita con i funghi glassati, ma lui ha parlato di frutti di bosco, e i funghi non sono forse frutti del bosco? Del resto, ho trovato solo more e bacche, sarebbe stata troppo povera, senza l’aggiunta dei funghi. Ora vado a nascondermi, ma non nella dispensa, quello è il primo posto dove mi cercherà quando vedrà i segni delle frustate che avete sulla schiena. Mi raccomando, ditegli che sono per via della crema che non avete avuto il tempo di preparare. Non temete, andrà tutto bene. Io mi nasconderò arrampicandomi sulla quercia qui fuori e, quando avrà mangiato e sarà andato a dormire, tornerò e studieremo il da farsi. Non preoccupatevi di nulla e state lontane dalla crostata: mi raccomando, non assaggiatene neanche un pezzettino!

Ovo-Bam si era appena sistemato sulla grossa quercia, che questa iniziò a tremare: l’orco stava tornando alla grotta.

- Eccomi, brutte bambine mie! Allora? Avete preparato il mio dolce? – urlò, lasciandosi scivolare dalle spalle i cinque cinghiali che aveva catturato. Poi vide la crostata. – Ma brave! – disse, infilando il dito al centro del dolce. Quando lo ritirò, non trovandolo sporco di crema, subito si adirò. Furono pronte, le fatine, a giustificarsi: - Signor orco – spiegò Giada – abbiamo dovuto cercare i frutti di bosco e arrivare fino alla radura grande per coglierli, come potevamo avere il tempo per fare la crema? È per questo, solo per questo, che non ce n’è, nella torta! Ti abbiamo disubbidito, è vero, e infatti abbiamo avuto la nostra punizione, come puoi vedere guardandoci la schiena, ma non è stata cattiva volontà la nostra!

Se l’orco fosse stato meno ingordo, meno arrogante, meno crudele, in una parola, meno orco, si sarebbe accorto che qualcosa non andava, nella spiegazione di Giada (infatti, una di loro sarebbe potuta rimanere a fare la crema mentre le altre cercavano i frutti, questo avrebbe risparmiato loro il dolore delle frustate): ma le piaghe che segnavano le bambine lo tranquillizzarono e, per loro fortuna, l’orco era proprio un orco, ingordo e sciocco. Si sedette a tavola e dopo aver borbottato – La prossima volta, non voglio scuse: siete fate, no? E allora, vi basta un incantesimo! Che tempo e tempo! È che siete dispettose, altro che tempo! – divorò tutta la crostata, ma proprio tutta tutta, fino all’ultima briciola. Solo un orco poteva divorare quell’intruglio fatto di funghi, more e zucchero, senza provare disgusto. O forse fu semplicemente merito dell’esperienza che Ovo-Bam aveva accumulato aiutando mamma Giulia? In effetti, lui era un magnifico pasticciere e, chi lo sa, magari quella crostata, per quanto insolita, era gustosa. Quale che fosse il motivo, l’orco la gradì moltissimo:

– Brave! Ogni tanto vi meritate di essere le mie schiave. Per oggi non vi mangerò, anche se mi avete disobbedito non vi punirò. Ma domani ne voglio un’altra. Anzi, stasera stessa. E questa volta con la crema. Senza funghi però: non so perché, ma i funghi secondo me non c’entrano niente. Questa sera solo crema, bacche di agrifoglio e more. Altrimenti, lo sapete, potrei fare colazione con una di voi. E ora lasciatemi riposare, sta per sorgere il sole e ho sonno.

Detto questo, con un boato immenso si lasciò cadere in terra e si addormentò profondamente.

Le tre fatine sospirarono di sollievo: era andata bene, anche questa volta non erano state mangiate. Si affrettarono ad attizzare il fuoco che ardeva nell’enorme forno e vi misero ad arrostire i cinghiali, senza neanche scuoiarli: all’orco piaceva mangiarli così, con tutte le setole bruciacchiate. Quando la puzza nella caverna, tra il pestilenziale fiato dell’orco che russava fragorosamente e la carne che cuoceva, divenne insopportabile, le fatine si decisero a uscire e a chiamare Ovo-Bam il quale - ma certamente ormai te lo immagini - appena salito sulla quercia si era bello che addormentato.

- Ovo-Bam! Presto, scendi! Non abbiamo molto tempo, dobbiamo accompagnarti a casa ed essere di ritorno prima del tramonto!

- Eccomi! – rispose Ovo-Bam che, per quanto addormentato, fu pronto a scendere dall’albero - Ditemi, com’è andata? Ha mangiato la crostata?

- Ma sì, sì. E ne vuole un’altra per colazione questa sera, quindi ci dovrai dire dove hai preso le more. Questo vuol dire che abbiamo ancora più fretta di tornare qui, dobbiamo anche rifare la crostata, prima che si svegli.

- I funghi no, quelli ha detto che non ce li vuole più – soggiunse Azzurra - E per una volta, devo dare ragione all’orco: come t’è venuto in testa di metterci i funghi? Che schifezza!

Ovo-Bam si rotolava in terra – letteralmente, essendo un uovo – dalle risate. Le tre fatine lo guardavano interdette.

- Ma non avete capito? Avete finito di soffrire: le bacche di agrifoglio sono velenose. E quei funghi, la crostata era farcita con un’intera famiglia di Amanite, i più velenosi che ci siano! L’orco non si sveglierà più, vedrete. E anche se dovesse svegliarsi, si sentirà talmente male, ma talmente male, che non riuscirà neanche a reggersi sulle gambe.

Questa volta, toccò alle tre bimbe spanciarsi dalle risate. E ad Ovo-Bam guardarle interdetto. Si era aspettato sollievo, felicità, salti di gioia, ma non certo quelle risate insulse!

- Ovo-Bam, perdonaci – si decise finalmente a spiegare Bruna - ma sarebbe come se tentassimo di avvelenarti a morte dandoti da mangiare la cioccolata! Al massimo ti faremmo venire un po’ di mal di pancia, niente di più. Ed è esattamente quello che succederà a lui domattina. E non ne sono neanche sicura, secondo me starà benissimo.

Vedendo l’espressione costernata di Ovo-Bam, Azzurra soggiunse:

 - Quello è un orco. Un orco! Gli orchi non sono degli uomini più grossi, sono proprio altre creature, diverse, come una capra è diversa da noi.

- E quindi? – Domandò Ovo-Bam, che però iniziava a preoccuparsi seriamente.

- E quindi, povero il nostro fratellino, quei funghi agli orchi non fanno proprio niente. Anzi, quando li trovano se li mangiano molto volentieri, ne vanno addirittura ghiotti.

- Ma ora basta chiacchiere – questa volta fu Bruna a parlare - dobbiamo andare, devi tornare a casa. Ti è andata bene questa volta, ma non possiamo rischiare. Ora che hai visto che razza di bestione sciocco e crudele che è, avrai anche capito che il solo posto sicuro per te è a casa con Fabio e Giulia. Oltretutto, saranno anche terribilmente preoccupati, è da ieri che sei scomparso! Non vorrai che ti cerchino e che, seguendo le tue tracce, giungano fin qui? O vuoi fare anche questo bel regalo a quel mostro? Vuoi che si mangi anche loro?

Proprio come se non avesse sentito nulla, Ovo-Bam si era seduto in terra, con le mani intrecciate sugli occhi, in preda al più nero sconforto. Era stato così contento, così fiero di sé, per aver escogitato quello stratagemma! E tale era stata la convinzione di essere sulla strada giusta, che aveva persino pensato che il bosco stesso avesse cercato di aiutarlo con quelle more fuori stagione! E ora? Come sarebbe riuscito lui, così piccolo, a uccidere quell’enorme mostro? Doveva pensare a qualcosa, assolutamente prima di sera qualcosa doveva trovare. Certo, avrebbe potuto usare la sega da falegname che aveva portato con sé nella cartella, arrampicarsi sull’orco addormentato e tagliargli la gola. Ma aveva paura. La verità pura e semplice era questa. Aveva paura, povero Ovo-Bam. E come dargli torto? L’orco era immenso, crudele e sempre affamato: e se si fosse svegliato, mentre lui era lì, in piedi sul suo petto, che cercava di tagliargli la gola con una sega? E poi, una sega avrebbe tagliato quella gola? Per quel che ne sapeva lui, poteva avere una pellaccia dura come quella di un rinoceronte e di un coccodrillo messi insieme. No, Ovo-Bam aveva una terribile paura. E non poteva permettersi di sbagliare di nuovo. Né voleva abbandonare le sue sorelle nelle mani di quella belva che, prima o poi, se le sarebbe mangiate. Erano già state fin troppo fortunate a sopravvivere fino a quel giorno.

- Ovo-Bam? – Lo chiamò Bruna, vedendolo immobile – Non ti sarai mica addormentato di nuovo? Dai, dobbiamo andare! Devi dirci dove raccogliere le more e poi devi scappare a casa tua. Coraggio!

Ovo-Bam sollevò la testa e le guardò: com’erano belle! E come sarebbe stato felice di portarle a casa con sé, da Fabio e Giulia. Sarebbero stati per sempre tutti insieme, una bellissima famiglia!

- Aspettate – rispose – l’orco deve avere un punto debole, deve esserci un modo per ucciderlo e voi certamente lo conoscete. Perché non me lo dite? Perché non mi aiutate? Non volete tornare libere?

- L’hai dimenticato? – sospirò Giada – Noi siamo legate dalla promessa-per-sempre. Se lo uccidessimo, moriremmo della sua stessa morte, ricordi?

- Ma non vi sto chiedendo di ucciderlo! – gridò Ovo-Bam, disperato - Lo farò io, ma aiutatemi, altrimenti commetterò un altro sbaglio stupido come quello dei funghi!

- Aiutandoti, saremmo tue complici, non lo capisci? La promessa-per-sempre non perdona. La sola cosa sensata che puoi fare è tornare a casa.

Ovo-Bam non si rassegnava ma, giacché comunque un’altra crostata andava preparata, tanto per non perdere tempo si alzò e iniziò a camminare.

- Venite con me, andiamo a raccogliere le more – disse - Crescono nella radura dove ieri mi siete venute incontro, c’è un cespuglio quasi dentro il torrente.

S’incamminarono insieme e, fatti appena cento passi, le bambine scomparvero per ricomparire poco dopo, nuovamente trasformate. “Certo – rifletté Ovo-Bam – ci siamo allontanati dalla caverna ed ecco che la promessa-per-sempre le ha mutate in farfalle. Che vita, povere sorelle mie! Vicino alla caverna rischiano di essere divorate dall’orco, lontano dalla caverna, di essere mangiate da un uccello che le scambia per vere farfalle. Devo assolutamente uccidere quel mostro. Ma come?

Giunto che fu alla radura, si avvicinò al cespuglio e iniziò a raccogliere le belle more mature. A un tratto, le sorelle-farfalle iniziarono ad agitarsi e a volare freneticamente tra i suoi occhi e il cespuglio. Ovo-Bam non capiva: possibile, che avessero voglia di giocare? Prima avevano una fretta indiavolata, e ora giocavano? No, doveva esserci qualcos’altro. Continuando a raccogliere i frutti, finalmente comprese: le more continuavano a spuntare! Non faceva in tempo a deporle nella cesta, che già sul cespuglio ne erano apparse di nuove! Questo volevano dirgli le sorelle: quel cespuglio era incantato! Guardando bene, Ovo-Bam si accorse che non aveva radici. Era spinosa come qualsiasi pianta di more, ma non aveva radici. Sempre più perplesso, Ovo-Bam provò a sollevarla. Era leggera e, essendo lui un uovo con gli arti di legno, non avvertiva le punture delle spine. “Perché? – Si chiedeva – Un motivo ci deve essere! Cosa devo fare? Forse devo portarlo alla caverna, una volta lì forse mi verrà l’ispirazione”. Ovo-Bam, ignorando del tutto le sorelle che gli volavano intorno frenetiche, tenendo tra le braccia il cespuglio si mise a correre verso la tana dell’orco. Quando vi giunse, lo depositò accanto all’ingresso della caverna e si mise a osservarlo. Con grande stupore, vide spuntare e allungarsi le radici che, lentamente, si conficcarono nel terreno, mentre il cespuglio si ricopriva di meravigliose, grosse more .

- Presto! – ordinò Ovo-Bam alle sorelle che erano anch’esse giunte e non erano più farfalle – prepariamo un’altra crostata per quando l’orco si sveglierà. Quando sarà nuovamente andato a caccia, penseremo a cosa fare.

- Va bene – rispose Giada, mentre con Bruna e Azzurra si affannava a prendere gli ingredienti necessari per preparare il dolce – ora faremo come dici. Ma ricordati che con gli orchi non puoi contare sulla pietà, solo sulla fortuna. E fortuna ne hai avuta anche troppa. Non potrai essere fortunato ancora a lungo. Capisci perché devi rassegnarti e tornare a casa?

- No, non se ne parla proprio – rispose Ovo-Bam, deciso – Una soluzione deve esserci ed io la troverò.

Dopo aver infornato la crostata, Azzurra lo prese per mano e lo condusse alla quercia:

- Ascolta, ascolta bene: la sola cosa che può liberarci è la morte dell’orco. Ma tu non puoi ucciderlo senza il nostro aiuto e noi non ti aiuteremo mai perché se lo facessimo moriremmo anche noi della sua stessa morte. È la legge della promessa-per-sempre. Quindi, per piacere, ora torna a nasconderti. Quando l’orco sarà nuovamente tornato dalla caccia e si sarà rimesso a dormire, tu tornerai a casa. E questa volta sul serio.

Ovo-Bam non replicò. Si arrampicò sulla grande quercia e, in attesa che l’orco si svegliasse, si mise a pensare e pensare, cercando un modo, questa volta sicuro, per uccidere l’orrendo mostro. E pensa che ti pensa, naturalmente si addormentò.

Fu svegliato di soprassalto dalle grida disperate delle sorelle e dalle urla selvagge dell’orco. Il bosco era immerso nell’oscurità della notte e Ovo-Bam non riusciva a vedere nulla, dall’alto del suo rifugio, di quel che succedeva sotto di lui, ma il terrore che echeggiava nelle urla delle sorelle gli tolse ogni incertezza: afferrò la cartella, ne trasse la sega del padre e si precipitò giù dalla quercia, pronto a irrompere nella tana del mostro. Ma l’ingresso della caverna era completamente ostruito dal cespuglio di more che, durante quelle poche ore in cui lui aveva riposato e l’orco cenato, era cresciuto a dismisura, stendendo lunghi e fitti rami spinosi in più strati, senza lasciare libero neanche uno spiraglio, né al suolo, né in alto. L’orco, che aveva cercato di attraversare quella barriera di rovi, ne era rimasto impigliato e più cercava di forzare il passaggio, più si aggrovigliava. In preda all’ira, per vendicarsi di quella che immaginava essere una magia delle bambine, distese un braccio all’interno della caverna e ne afferrò una:

- Vi insegnerò io a farmi di questi scherzi! Cosa sperate di ottenere? Mi avete proprio stancato, sono stato troppo buono e paziente con voi, ma siete incorreggibili, siete stupide e crudeli, peggio di vostra madre! Ma ora basta, ora vi insegnerò io a ubbidirmi!

E, così urlando, cercava di portarsi alla bocca la povera bimba, per sbranarla. Ma il cespuglio sembrava avere vita propria e lo contrastava con tutta la forza dei suoi rovi spinosi. In un attimo, Ovo-Bam vide tutto questo e prese la sua decisione. Brandendo la sega con le due mani, si lanciò all’interno dei rovi e, arrampicatosi sulla testa dell’orco, iniziò a segargli il collo. La pelle dell’orco era dura, coperta di scaglie cornee, alcuni denti della sega saltarono, ma Ovo-Bam non si diede per vinto. Avvinghiato con le gambe alla testa del mostro, aggrappato ai suoi ispidi capelli con una mano, chiuse gli occhi e con l’altra mano manovrò la sega a tutta forza, fino a quando non si accorse che stava precipitando: alla fine, la sega aveva fatto il suo dovere, il mostro era stato decapitato! Nella terribile caduta, unito alla testa dell’orco, Ovo-Bam rotolò per tutta la caverna e svenne.

Quando si svegliò, tutto acciaccato e dolorante, la luce dorata del sole illuminava l’ingresso della caverna, non più ostruito dal cespuglio di more. Inginocchiate accanto a lui, preoccupatissime per la sua salute, le tre sorelle lo fissavano.

- Stai bene?

- Che volo, che hai fatto! Ma sei stato bravissimo, veramente un eroe!

- Sei tutto sporco… Prima di tornare a casa, sarà meglio che ti sciacqui nel torrente. Prova ad alzarti in piedi!

Ovo-Bam si mise a sedere e, meraviglia delle meraviglie! Non era più un uovo! Le mani, le braccia, la pancia… Il guscio era scomparso, era un bambino come tutti, solo molto sporco del vischioso sangue dell’orco. In preda alla più pura euforia, si alzò e si mise a saltare per la felicità, sempre saltando uscì dalla caverna, seguito da Bruna, Giada e Azzurra, anch’esse festanti.

- Andiamo, andiamo a casa! Entro stasera voglio essere tornato! Che sorpresa sarà, per mamma e papà! E voi resterete con me, con noi: sono sicurissimo che saranno felicissimi di farvi da genitori!

- Ed io? Posso venire anch’io? – Era stata un’altra bambina a parlare, una bimbetta che dimostrava circa l’età di Ovo-Bam, esile e flessuosa, con gli occhi neri come la notte e i capelli pure nerissimi, che al sole s’illuminavano di riflessi violacei. Ovo-Bam la guardò, senza capire. – Chi sei? Da dove spunti? – Le chiese.

- Ciao, Ovo-Bam! Stai bene? – rispose quella - Sei stato grande, davvero grande! Grazie, a nome di tutte le creature del bosco, grazie!

Ovo-Bam continuava a guardarla perplesso: in quel bosco c’erano più bambine che alberi!

- Mi chiamo Marita. Una notte di tanti anni fa, per sfuggire all’orco che tu hai così coraggiosamente ucciso, mi sono nascosta trasformandomi in cespuglio di more. Ma ero troppo piccola quando ho realizzato l’incantesimo, così ho sbagliato qualcosa e ne sono rimasta prigioniera. Sono passati invano quattro anni e stavo per rassegnarmi a rimanere per sempre un rovo di more, quando ti ho visto arrivare insieme alle tre farfalle. Conoscevo il loro segreto e, visto che chiaramente erano lì per te, ho capito che forse avresti ucciso il mostro, liberandoci tutti. E così è stato. Grazie, grazie, grazie! Sei il nostro eroe, hai liberato tutte le creature del bosco, magiche e non, da quell’orco famelico e crudele.

Così parlando, Ovo-Bam e il gruppetto di bambine erano giunti alla cascatella, dove si immersero per ripulirsi del sangue dell’orco. Quando uscirono dall’acqua, però, le tre sorelle non avevano più i capelli di mughetto. E anche Ovo-Bam, non ebbe mai i capelli di mughetto, quelli che solo le fate e i principi del bosco hanno. Il sangue dell’orco aveva definitivamente tinto di rosso le loro chiome affinché qualsiasi orco fosse avvertito, da allora e per sempre, di girare alla larga da chiunque avesse le chiome rosse: perché chi ha quei capelli ha il cuore paziente e coraggioso, chi ha quei capelli, è più forte del più cattivo degli orchi.

I bambini arrivarono a casa di Fabio e Giulia al tramonto, stanchi e felici. Inizialmente, furono accolti da incredulità e stupore che, tuttavia, nel volgere di pochi minuti si mutarono in manifestazioni di immensa gioia, poiché una madre e un padre riconoscono sempre il loro figliolo, qualsiasi sorprendente trasformazione egli possa subire. E papà Fabio e mamma Giulia furono immensamente felici di accogliere anche Bruna, Verde, Azzurra e Marita.

Quando poi i bambini furono cresciuti, Ovo-Bam e Marita si sposarono e misero al mondo una dozzina di marmocchi, per la gioia di nonno Fabio e nonna Giulia. La casetta ai margini del bosco divenne una locanda che chiamarono “All’Orco Goloso”, dove Ovo-Bam e famiglia servivano le loro magnifiche torte e crostate.

Da quel giorno lontano, il solo orco di cui si è avuta notizia è quello che dava il nome alla locanda. Di orchi famelici, e non solo da quelle parti, non s’è più sentito parlare: forse perché i capelli rossi dei discendenti di Ovo-Bam li tengono ben nascosti nel cuore dei boschi, magri magri e timorosi, nel fondo dei loro antri, a nutrirsi unicamente di muschio? 

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ritratto di Vecchio Mara

una piacevole...

lettura... davvero una gran bella favola... se capitasse tra le mani di uno sceneggiatore della Disney, ne ricaverebbe un bellissimo film d'animazione, ambientato, immagino, visto il colore dei capelli, nella verde Irlanda. Scrivi veramente bene, riesci ad accompagnare: lo sparuto lettore della favola, sino in fondo, senza fargli pesare il caldo soffocante di questa stanza dove mi trovo, e l'inusuale lunghezza... davvero un bel testo, l'ho letto in un baleno (a dire il vero tra lettura e commento ci ho impegato quasi un'oretta, ma il tempo è volato in un amen, merito del testo), complimenti.

Ciao MAB

Giancarlo

P.S. cinque stelle e preferiti.

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

Caro Giancarlo, sai... anche

Caro Giancarlo, sai... anche io io penso che ne verrebbe un cartone animato Disneyano niente male... Ma che lo pensi anche te ovviamente non può che farmi contenta. Nella mia infinita presunzione, ho anche provato a contattarli quelli della Disney ma, come puoi immaginare, senza successo... Pazienza (peggio per loro? wink ).

Scherzi a parte: grazie! Grazie per averla letta tutta e per averla apprezzata. Io mi sono divertita a scriverla, il fatto che ti sia divertito a leggerla è davvero il miglior complimento. 

Ciao Giancarlo (addirittura preferiti! Ah, la mia coda...)

A presto

MAB