La gita scolastica e la fuga dalla stazione - da "i racconti del cuculo (2°serie)"

ritratto di davecuper

Attenzione: il bambino Davide è atteso dalla madre al primo binario! Il bambino Davide è
atteso dalla madre al primo binario!”

Il mio nome, pronunciato dall'altoparlante della stazione ferroviaria, faceva intuire che avevo combinato qualcosa di grosso.
Alle elementari, in occasione delle gite scolastiche, c'era sempre un po' di subbuglio in casa.
Si doveva infatti prendere una sofferta decisione: mandare il piccolo scolaro in gita, rischiando di fargli prendere qualche malanno o lasciarlo da solo a casa assicurandogli la salute futura.
Spesso mio padre e mia madre, in dubbio fino all'ultimo, optavano per la seconda soluzione e la frase più utilizzata per motivare la scelta era: “non puoi andare in gita perché sei troppo piccolo!”.
Alla mia rimostranza, in cui rivendicavo di avere la stessa età dei miei compagni di classe, i miei genitori mi rispondevano che io avevo la tosse e che in gita avrei sudato, preso la bronchite, tonsillite e altre malattie delle vie respiratorie.
Questa mia condizione di bambino malaticcio che, all'avvicinarsi di una gita scolastica vedeva ineluttabilmente peggiorare il proprio stato di salute, aveva il solo effetto di provocare una reazione avversa, ma reversibile.
Questa reazione si manifestava con uno stato transitorio di violenza, con scatti di ira e momenti di rabbia.
Solitamente sfogavo la mia rabbia su mia sorella più grande, prendendola a mazzate o tirandole i capelli; oppure mettevo in atto azioni provocatorie degne di un piccolo teppista.
L'azione più infima la misi in scena quando mi fu negato di andare alla gita scolastica della V° elementare.
In quell'occasione, per farmi stare buono e non scatenare lo stato transitorio di violenza, i miei genitori mi promisero che mi avrebbero regalato un registratore a cassette.
Questo, in realtà, era uno spudorato ricatto spacciato per regalo che non bastò a farmi rasserenare.
Infatti, Il giorno della gita, mentre i miei compagni erano a divertirsi, si scatenò in me lo stato transitorio di violenza.
Dissi a mia madre che volevo andare a fare una passeggiata alla stazione ferroviaria.
Durante la passeggiata, approfittai di un momento di distrazione di mia madre per sgattaiolare via, uscire dalla stazione e ritornare a casa, colmando a piedi la distanza tra la stazione e la mia abitazione.
Mia madre, non trovandomi più, fu presa dal panico.
Il pensiero che qualcuno mi avesse preso e portato via si impadronì della sua mente.
La Polfer, la polizia ferroviaria, messa in allarme da mia madre, fece diramare un comunicato che venne letto, con voce agitata, dallo speaker della stazione.
il bambino Davide è atteso dalla madre al primo binario! il bambino Davide è atteso dalla madre al primo binario!”.
Visto che all'annuncio non seguiva la mia ricomparsa nel primo binario, mia madre decise di uscire dalla stazione e tornare a casa per vedere se, nel frattempo, vi ero tornato da solo.
Dal portone mia madre citofonò a casa ed io, imitando la voce di mia sorella, risposi che in casa non c'era nessuno.
Dalla finestra vidi mia madre correre di nuovo verso la stazione, nella speranza che la Polfer avesse ritrovato il bambino di cui si erano perse le tracce.
Il bambino stava in realtà, in casa, sorseggiando una bibita fresca, aspettando lo svolgersi degli eventi.
Quando mia madre, dopo altre vane ricerche alla stazione, ritornò al citofono del portone per chiedere se ero ritornato, la solita voce camuffata rispondeva imperterrita che in casa non c'era nessuno.
A quel punto mia madre si arrese e si rassegnò alla perdita del figlio.
Solo in quel momento mi accorsi che stavo esagerando e confessai che ero in casa sano e salvo, con buona pace di mia sorella che, per non subire più mazzate e tirate di capelli, aveva intimamente sperato che qualche zingara mi avesse rapito e portato al confine.
“Il bambino Davide è atteso dalla madre al primo binario!”, “il bambino Davide è atteso dalla madre al primo binario!”.
Ebbene si, per circa due ore ebbi un momento di notorietà inaspettata alla stazione.
Tutta la Polizia Ferroviaria era stata pre-allertata e aveva incominciato a far circolare un identikit del bambino scomparso.
L'identikit non servì a niente. L'azione teppistica messa in atto aveva raggiunto il suo scopo: far passare una brutta serata a mia madre.
Il giorno dopo, di ritorno da scuola, suonai al citofono del portone del palazzo, ma non ebbi risposta. Suonai ancora diverse volte e non ebbi ancora risposta.
Pensai che mia madre voleva vendicarsi di quello che le avevo combinato il giorno prima, oppure che non mi voleva più fare entrare in casa.
Dopo un po' incominciai a pensare che fosse successo qualcosa, che era caduta ed era immobilizzata a terra, o peggio ancora si era sentita male e aveva perso i sensi.
Dopo diversi minuti e dopo diversi tentativi al citofono, finalmente mia madre aprì il portone di casa.
Mia madre stava facendo le pulizie di casa con tutte le finestre aperte e non aveva sentito suonare al citofono.
Così anche mia madre, quel giorno, mi fece passare, involontariamente, un brutto quarto d'ora, restituendomi un po' di quell'angoscia che le avevo fatto passare il giorno prima.

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