Un copione quasi banale

ritratto di ivan bui

La lotta per il potere può essere terribile, ma la lotta per le briciole del potere è sempre patetica (Ramón Eder)

I cespugli fioriti che spuntavano dai muri di cinta coloravano una della vie più belle della città. Quattro passi per iniziare la giornata, quattro passi dal sapore particolare: breve sosta all’edicola, caffè al bar, due chiacchiere con la fioraia. Un rituale che quella mattina non riusciva a togliermi il malessere che mi accompagnava dalla sera precedente. Una riunione ristretta convocata d’urgenza, l’invito perveniva direttamente dal presidente, “Mi raccomando, massima riservatezza.” Non era difficile prevedere cosa sarebbe successo, più difficile prevedere a chi. Guardai l’orologio per l’ennesima volta combattuto tra l’impazienza e il timore di quello che sarebbe potuto succedere.

“Sapete quanto io apprezzi Federico Bini. Le sue capacità, il suo impegno, la sua dedizione sono per me un esempio. Quello che vi sto per dire …” Ecco la tessera mancante. Stavolta il nome era di quelli che avrebbe fatto tremare l’intero edificio. Adesso c’era da scoprire il perché, era chiaro che almeno a questo livello tutto era già stato deciso, il difficile però era l’impatto con i soci che avrebbero preteso solide motivazioni  per rimuovere un uomo di tale spessore. Negli ultimi mesi i rapporti si erano incrinati, le tensioni erano palpabili ma nessuno avrebbe immaginato un epilogo simile.

Perché coinvolgermi, lo sanno tutti che sono legatissimo a lui?

Più pensavo alla riunione e più cresceva l’inquietudine. Avrei potuto parlargliene, anzi l’avrei sicuramente fatto, ma temevo di peggiorare la situazione. Temevo di creargli problemi ancora maggiori e poi ero certo che Federico sapesse già tutto. Oggi nella targhetta sulla porta del mio ufficio c’è scritto direttore generale, ma c’era stato un tempo, nemmeno tanto lontano dove la mi condizione era molto diversa, relegato a un ruolo marginale, poco considerato e senza prospettive. Avrei cambiato volentieri lavoro ma la valanga di problemi personali mi aveva fatto accantonare quel proposito che mi avrebbe complicato ancora di più la vita.

Un giorno squillò il telefono: “Hai un minuto? Se non hai impegni possiamo pranzare insieme.”

A Federico avevano proposto la presidenza della società più importante del gruppo e mi stava chiedendo di entrare a far parte della sua squadra. Ci conoscevamo da tempo, anche se superficialmente, mai non avrei mai pensato a una simile opportunità, soprattutto non capivo il perché di tanta considerazione da parte di un uomo che nell’ambiente metteva quasi soggezione.

Ancora adesso, quando ripenso a quel momento un brivido mi percorre la schiena. Rispondere era stato facile, il difficile era stato reprimere i timori, la paura di non farcela. Non c’era giorno che non mi aspettassi il crollo, ogni volta che venivo convocato mi preparavo al peggio, poi quasi senza accorgermene, entrai nel ruolo. Continuavo a non capire a cosa fosse dovuta quella considerazione, ero arrivato perfino a chiederglielo. Nonostante l’amicizia cresciuta nel frattempo, avevo ottenuto solamente sorrisi ironici e qualche battuta. Federico non si faceva coinvolgere facilmente. Personalità complessa, carismatico, stacanovista, un carattere forte, ma al tempo stesso capace di slanci di generosità e momenti di fragilità impensabili. Aveva fama di donnaiolo, questo però era un argomento tabù a cui non ci si poteva nemmeno avvicinare.

Una sera, capitava ogni tanto che mi invitasse a cena per discutere qualche dettaglio, nel parcheggio del ristorante una Mini Cooper ci schivò per miracolo, scese una ragazza che, farfugliando qualcosa di incomprensibile, si dileguò in un attimo. Mi aspettavo una sfuriata, invece spuntò un sorriso. Federico mi rivelò che anche la sua prima auto era stata una Mini. “Quante ne ha viste, la usavamo tutti. I miei amici la chiamavano albergo a ore. Parcheggiavamo nelle vicinanze della sala da ballo e il passachiavi cominciava dopo pochi minuti. Ero l’unico a possedere un auto. A quei tempi ….” Si interruppe bruscamente, un lungo silenzio, l’espressione diventò dura, quasi cattiva. Prese posto al tavolo e continuò a parlare, il tono era cambiato, sembrava che il racconto gli procurasse sofferenza, non sembrava parlasse con me: “Credo di averla ancora quell’auto … qualche anno dopo, credo fosse un sabato, avevo un appuntamento importante, l’auto era in officina, arrivai al circolo sicuro che qualcuno mi avrebbe accompagnato, ormai tutta la compagnia vantava almeno un cinquecento. Mai dare niente per scontato. Tutti avevano altro da fare. Mezz’ora dopo ero seduto in perfetta solitudine a riflettere su quanto fossi fesso.”

Altro lunghissimo silenzio, un sorriso carico di amarezza: “non ho ancora iniziato a bere e sto già sparando cazzate. Preparati, questa è la tua serata.”
 
2

Gli anni passano in fretta ….

Adesso seduto alla scrivania, la stessa scrivania a cui non avrei mai pensato di potermi sedere, rivedevo quel film.

… ma il tempo emigra mi han messo in mezzo non son capace più di dire un solo no. Ci mancava solo Vecchioni …

Guardavo fuori dalla finestra, un vero diluvio, non potevo fare a meno di pensare a un’altra giornata di pioggia, una giornata che non ero mai riuscito a cancellare. Mi sembrava di rivivervela.

Quanti anni erano trascorsi?

L’assemblea dei soci era appena terminata, Federico era stato rimosso dall’incarico, a dir il vero era stato promosso, come succede spesso in questi casi, un incarico importante alla direzione generale. Non scorderò più la sua espressione, non una parola fuori posto, non un gesto che lasciasse trasparire il suo stato d’animo.

Quando non sai cosa dire, taci. Ma quel giorno le parole non avevano significato, bastava il silenzio e quello non puoi farlo tacere.

“Mi lasci qualche giorno per portare via la mie cose?” Aveva chiesto abbracciandomi. Non ero riuscito a rispondergli.

Non farti condizionare dalla gratitudine. Affetto e riconoscenza sono incompatibili con questo lavoro. Me lo ripeteva spesso, quasi a presagire ciò che sarebbe successo.

Non provavo rimorsi, ciò che stava succedendo andava oltre le mie possibilità, ma il senso di impotenza mi faceva sembrare tutto sbagliato. Sapevo che Federico avrebbe potuto evitare il tutto, gli sarebbe bastato ignorare i giochetti che aveva scoperto, utilizzarli a sua volta e avrebbe accresciuto ancor di più il suo potere. Non l’aveva fatto.

Conosceva il mandante, i sicari, i servi, le puttane. Per mesi tutto era rimasto bloccato, una situazione irreale, l’attesa di un’esplosione che non era mai avvenuta. Quante volte avevo ripensato a quel momento, un saluto sbrigativo, poco meno di un’ora e dopo aver compiuto il rito, Federico Bini si alza, stringe la mano a tutti ed esce accarezzando il troll che appoggiato a una pila di libri sembrava implorarlo di non lasciarlo solo.

“Perché?”

Per un attimo sembrò che la domanda fosse uscita dalla bocca del pupazzo. Camminavo al suo fianco, dopo un silenzio che mi sembrò lunghissimo tornai a fargli la domanda.

“Perché?”

“Perché c’è un momento in cui ci si accorge che non ne vale la pena. Incroci gli sguardi delle persone che ti hanno accompagnato da sempre e non li riconosci più. Soprattutto loro non riconoscono te. Fai carriera, sali quella scala che ti sembrava l’unico scopo della tua vita. Il senso di vuoto è sempre più forte.

3

Adesso mi trovavo più o meno nella stessa situazione, dovevo scegliere, il cuore mi suggeriva di dare le dimissioni, di andarmene. Guardavo la lettera che avevo scritto con rabbia, la rileggevo senza nemmeno guardare le parole, le conoscevo a memoria. Tra qualche minuto la riunione sarebbe iniziata, dovevo decidere adesso. Lo squillo del cellulare mi fece sobbalzare, “Si. Sto arrivando.” Tolsi il foglio dalla busta, lo strinsi con rabbia fino a farne  una pallina che, dopo una traiettoria perfetta, centrò il cestino.

… e se hai le mani … sporche che importa, tienile chiuse nessuno le vedrà.

Il troll, lo stesso di tanti anni prima sembrò rivolgermi un’occhiata severa. Lo accarezzai.

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Gradimento

ritratto di Alex1951

Vero

ma immensamente triste. La vita è così, tra i rapporti interpersonali s'inserisce sempre la carriera, i bisogni e tutto quello che ormai sappiamo. Mio padre mi diceva sempre: " non fare del bene se non sopporti l'ingratitudine".
Alex

ritratto di ivan bui

Hai colto uno degli elementi

Hai colto uno degli elementi che volevo sottolineare: la soggettività fa la differenza anche in contesti diversi. I due episodi, l'auto ... e la carriera volevano evidenziare una verità tanto banale quanto vera. Grazie del passaggio.

PS. Come in tutti i racconti la realtà viene manipolata, guai se non fosse così ma prestando attenzione ai particolari si scopre sempre qualcosa che accomuna molti.